Polizze catastrofali: dal 1° ottobre 25.000 medie imprese obbligate a sottoscrivere una CAT NET 

Dal 1° ottobre è scattato l’obbligo per le medie imprese di sottoscrivere una polizza Cat Nat, la polizza catastrofale per tutelarsi dalle calamità naturali.
La misura, prevista dalla legge di Bilancio 2024, riguarderà circa 25.000 medie imprese, tranne quelle agricole.

I prezzi della polizza variano in funzione di diversi elementi, tra cui la rischiosità del territorio dove sono ubicati gli immobili sede dell’azienda, la probabilità di eventi calamitosi, la vulnerabilità dei beni assicurati, le caratteristiche costruttive dell’immobile, il tipo di attività svolta dall’impresa, la collocazione dell’immobile all’interno dell’edificio (distanza da terra in numero di piani). Oltre al capitale assicurato e le politiche commerciali e tariffarie delle compagnie assicurative.
Facile.it, in collaborazione con Italfinance e Finital, ha elaborato alcune simulazioni considerando i costi per un’azienda metalmeccanica, una alimentare e un mobilificio in 3 città: Milano, Roma, Palermo.

I costi per un’azienda metalmeccanica, alimentare e un mobilificio

Per un’attività metalmeccanica con terreno da 50.000 euro, fabbricato da 1,5 milioni di euro, attrezzature industriali/commerciali di valore pari a 300.000 euro, impianti/macchinari per 800mila euro, il premio annuale a Milano parte da 584 euro, a Roma 790 euro e a Palermo 1.025 euro. 
Le quotazioni per l’azienda alimentare salgono in virtù di valori assicurati più elevati. In questo caso, un terreno di 50.000 euro, un’immobile dal valore di 2 milioni di euro, attrezzature per 200.000 euro e impianti e macchinari da 1,2 milioni di euro.

La struttura posizionata a Milano deve mettere a budget un costo annuale a partire da 744 euro, a Roma 1.035 euro, mentre a Palermo 1.297 euro.
Per il mobilificio (terreno 50mila euro, fabbricato 1,8 milioni di euro, attrezzature 200.000 euro, impianti/macchinari 1 milione di euro) il premio annuo parte da 654 euro a Milano, 897 euro a Roma e 1.136 euro a Palermo.

Cosa succede a chi non si assicura

I premi, quindi, sono tutt’altro che proibitivi, soprattutto se paragonati ai benefici.
Sebbene al momento non siano previste sanzioni pecuniarie per le aziende che non sottoscrivono la polizza, chi non si adegua all’obbligo non potrà accedere ad agevolazioni o contributi pubblici e, in caso di evento calamitoso, rischia di dover far fronte autonomamente ai danni subiti senza poter contare su eventuali indennizzi da parte dello Stato.

Escluse frane “graduali”, mareggiate, valanghe

Per le polizze Cat Nat è importante fare attenzione agli eventi calamitosi (sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni) per i quali è obbligatorio assicurarsi, mentre non sono oggetto dell’obbligo altri fenomeni atmosferici quali grandine, trombe d’aria, bombe d’acqua. Per tutelarsi da questi eventi sarà necessario sottoscrivere garanzie accessorie.

Attenzione, inoltre, ad alcune specificità. La frana, ad esempio, è coperta se l’evento si manifesta in maniera “rapida”, se invece si tratta di un evento “graduale”, non è coperto.
Tra le esclusioni rientrano anche mareggiate, valanghe e slavine. Ovviamente, non è possibile assicurare edifici abusivi e non a norma.

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Quali sono i nuovi trend del mercato del lusso?

Il mercato del lusso in Italia sente il peso dell’incertezza economica e dei cambiamenti nei consumi, tanto che nel 2025 si prevede una contrazione del 4%. In questo scenario, capire cosa vogliono i clienti diventa ancora più importante per le aziende.
Per farlo, EY ha lanciato la prima edizione del Luxury Client Index, uno studio che ha coinvolto 1.600 consumatori aspirazionali in dieci mercati, tra cui l’Italia.

I risultati sono stati presentati a Milano durante EY Winning Back Aspirational Luxury Clients, evento in collaborazione con FSB Group, che ha riunito esperti, investitori e rappresentanti dei principali brand per discutere delle sfide e delle opportunità del settore.

Le tre aree su cui puntare

Secondo Anna Nasole, strategic & transactions fashion & luxury leader di EY Parthenon Italia, “il lusso sta cambiando: oggi i consumatori cercano qualità, autenticità, sostenibilità ed esperienze personalizzate, non solo status. I brand devono investire in innovazione dei prodotti, rafforzamento della filiera, digitalizzazione e sostenibilità come leva competitiva”.

Dopo il boom di fusioni e acquisizioni post-Covid, il settore ha rallentato a causa della debole domanda, dei cambiamenti nei mercati internazionali e dell’instabilità geopolitica. L’Italia resta centrale grazie ai suoi marchi iconici e a filiere consolidate, ma oggi servono strategie più selettive, attenzione ai nuovi trend e strumenti globali per garantire standard ambientali ed etici.

Cosa spinge gli italiani a comprare “al top”

Dallo studio emerge che per il 68% degli italiani la qualità è il fattore principale, mentre il riconoscimento sociale conta meno rispetto alla media globale (47%). Il brand guida le scelte per il 22%, e solo il 9% sceglie prodotti senza logo visibile.

Le differenze tra generazioni sono nette: la Gen Z segue influencer e celebrità (43%), mentre il 73% dei Baby Boomers punta sulla storia e sull’identità del marchio. La sostenibilità è sempre più rilevante, soprattutto per Millennial e Gen Z, che la considerano prioritaria.

Esperienze e nuovi modelli di consumo

Il negozio fisico rimane centrale per il 73% dei consumatori italiani, ma cresce l’interesse per esperienze multicanale e digitali. Tecnologie come l’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità per personalizzare gli acquisti, anche se ancora poco sfruttate.

Crescono anche second hand (un terzo dei clienti) e il noleggio (54%). Infine, per reagire al calo del 23% nelle vendite in Italia, il 22% degli intervistati suggerisce modalità di pagamento più flessibili.

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Lavoro: i professionisti credono nel potenziale dell’AI ma non rinunciano all’intuito umano

Anche in Italia l’AI è ormai una componente integrante della vita professionale. Una ricerca di LinkedIn indica un crescente ottimismo nei confronti dell’Intelligenza artificiale, ma allo stesso tempo delinea uno scenario in chiaroscuro, dove si riafferma il valore delle connessioni umane.
Se infatti più della metà dei lavoratori intervistati (54%) è convinta che l’AI migliorerà la gestione delle attività quotidiane, permane la ‘paura di essere tagliati fuori’ (34%).

Ciò riflette un’incertezza diffusa sul modo in cui l’AI potrebbe ridefinire i ruoli professionali nel prossimo futuro, e il 35% degli intervistati si dichiara impreparato a gestire tale transizione.
Inoltre, quasi la metà (47%) percepisce di non sfruttare appieno il potenziale dell’AI, un dato più evidente tra gli intervistati più giovani.

“Spetta ai leader creare un clima di fiducia intergenerazionale”

“Nel 2024 abbiamo raccontato un mondo del lavoro in trasformazione e oggi, nel 2025, siamo nel pieno di quel cambiamento – spiega Marcello Albergoni, Country Manager di LinkedIn Italia -. L’AI non è più una novità da esplorare, ma una realtà da integrare. Eppure, solo un terzo dei professionisti (35%) si sente sicuro sulle competenze da sviluppare e molti investono personalmente nella propria crescita. Questo dato rivela una grande opportunità per le aziende: promuovere una cultura di formazione continua supporta i dipendenti nella trasformazione digitale e offre strumenti per creare percorsi personalizzati e strutturati”.

Spetta quindi ai leader fare la differenza, fornendo formazione, strumenti chiari e, soprattutto, creando un clima di fiducia e collaborazione intergenerazionale.

Giovani più ottimisti ma anche più insicuri

I giovani tra 18 e 28 anni si mostrano i più ottimisti, con il 61% che vede un impatto positivo dell’AI sul lavoro quotidiano. Tuttavia, il 40% di loro ammette di non sapere quali competenze siano necessarie per rimanere competitivi.
Se tra i giovanissimi (18-24 anni) l’apprendimento di queste nuove abilità viene percepito come un secondo lavoro (44%), tra i professionisti il dato sale al 58%, evidenziando la necessità di una guida più chiara.

Nonostante l’accelerazione tecnologica per il 74% degli intervistati nessuna tecnologia potrà mai sostituire l’intuito e il giudizio delle persone. Questo sentimento si riflette nel 57% dei lavoratori, che si sente più sicuro nel prendere decisioni quando può contare sul supporto della propria rete professionale. 

Il supporto dei processi decisionali solleva preoccupazioni

Mentre l’AI è vista come uno strumento utile per la redazione di contenuti non è ancora percepita come un supporto affidabile per le scelte strategiche. Per il 40% degli intervistati il supporto dell’AI nei processi decisionali solleva preoccupazioni etiche, con un picco del 44% tra gli under25

Insomma, riferisce Adnkronos, l’introduzione accelerata dell’AI sta generando una forte pressione con la sensazione di non riuscire a staccare dal lavoro, soprattutto tra i giovani. In questo scenario, il ruolo della leadership è cruciale: il 53% dei professionisti si affida ai propri dirigenti per navigare il cambiamento.
La sfida per le aziende, dunque, non è solo fornire gli strumenti tecnici, ma creare una cultura basata sul dialogo e la trasparenza.

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Città italiane e animali domestici: ancora pochi i servizi 

In Italia prendersi cura degli animali domestici è diventato sempre più importante, soprattutto per le famiglie più fragili. Eppure i comuni non sembrano tenere il passo. Meno di quattro amministrazioni su dieci offrono servizi minimi sufficienti per cani e gatti, con grandi disparità da un territorio all’altro.

Il dato arriva dal XIV rapporto “Animali in Città” di Legambiente, presentato a Festambiente, che ha analizzato le performance dei comuni e delle ASL sul fronte pet-care. Su 734 amministrazioni che hanno risposto al questionario (meno del 10% del totale nazionale), soltanto il 39,5% ha superato la sufficienza.

Le località costiere più pet friendly

Il rapporto mette in evidenza una spaccatura netta tra comuni costieri e comuni interni. Sulle coste, ad esempio, il 36% dei comuni mette a disposizione aree libere per i cani; nell’entroterra si scende a poco più del 10%. Lo stesso vale per le pensioni per animali: disponibili nel 57% dei comuni costieri, contro appena il 21,9% di quelli interni.

Anche il tema del fine vita è spesso ignorato. Solo il 28% dei comuni sul mare e il 10% di quelli interni hanno un regolamento per la cremazione o la sepoltura degli animali, lasciando le famiglie sole in un momento molto delicato.

Botti, fuochi e altre criticità

Tra i nodi più trascurati c’è la questione dei botti e dei fuochi d’artificio, che spaventano gli animali domestici: meno di un comune su quattro sul mare e meno di uno su dieci nell’entroterra hanno deciso di limitarne l’uso.

Scarse anche le misure di supporto diretto ai cittadini: pochissimi comuni hanno uno sportello dedicato o un Garante per i diritti degli animali (meno del 9% di quelli costieri e del 5% di quelli interni), e solo una minoranza aiuta economicamente nella sterilizzazione.

Spiagge e sanità pubblica assenti

Sorprende il ritardo dei comuni costieri sulle spiagge: soltanto il 23% ha regolamenti che permettono un accesso ordinato e sicuro agli animali.
Sul fronte sanitario, la situazione è ancora più preoccupante. In tutta Italia esistono solo due ospedali veterinari pubblici, a Perugia e Napoli. Nel 2024, quasi il 75% della spesa pubblica per il settore pet-care è stata sostenuta dai comuni, mentre le ASL hanno coperto appena il 25%, nonostante il loro ruolo fondamentale nella sanità di prossimità.

Il quadro che emerge è chiaro: i cittadini chiedono più attenzione e servizi per i propri animali, ma le amministrazioni locali restano indietro, con poche buone pratiche e troppe disparità tra un comune e l’altro.

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Consumo di vino e nuove generazioni: che rapporto c’è oggi?

Fiore all’occhiello dell’agroalimentare tricolore, il vino fatica a conquistare il palato e il cuore dei giovani. Da diverso tempo infatti il settore vitivinicolo osserva con una certa preoccupazione il crescente disamore delle nuove generazioni verso il vino.

A fronte di consumi in calo tra i più giovani, attratti da alternative più moderne o considerate più salutari, emerge il timore che manchi il ricambio tra i consumatori. Un cambiamento che potrebbe avere ripercussioni importanti su tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione.

I giovani oggi: meno vino, più consapevolezza

Le analisi condotte da Nomisma Wine Monitor evidenziano un contesto socioeconomico molto diverso rispetto a quello vissuto da chi aveva vent’anni trent’anni fa. I giovani d’oggi, in particolare quelli tra i 18 e i 25 anni, bevono vino in modo occasionale, spesso in occasione di eventi sociali o aperitivi. Spumanti e bianchi fermi sono le tipologie più apprezzate, mentre i vini rosati restano in secondo piano.

Ma la vera novità è nei criteri di scelta: tra i driver principali compaiono l’attenzione alla salute, la sostenibilità ambientale e la provenienza etica del prodotto. Allo stesso tempo, il budget limitato e la scarsa conoscenza dei territori vitivinicoli influiscono sul comportamento d’acquisto.

Una popolazione che invecchia: quale futuro per il vino?

Il calo della natalità e l’aumento dell’età media sono realtà davanti agli occhi di tutti. Secondo Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor, entro il 2050 un terzo degli italiani avrà più di 65 anni. Un dato che lascia prevedere forti cambiamenti nelle abitudini di consumo, anche nel comparto enologico.

I baby boomer, oggi over 60, rappresentano ancora uno zoccolo duro tra i consumatori. Bevono prevalentemente durante i pasti, acquistano con attenzione al territorio d’origine e tendono a preferire vini fermi. La sensibilità verso le tematiche green resta invece limitata.

Un consumo che cambia con l’età

Confrontando le varie fasce generazionali, emerge un dato interessante: molte abitudini dei più anziani vengono progressivamente adottate anche da chi invecchia.

La frequenza del consumo cresce con l’età, così come l’interesse per l’origine geografica. Al contrario, l’attenzione alla sostenibilità diminuisce.

Benessere e nuovi trend:  il vino dealcolato

Tuttavia, un fattore comune sta rivoluzionando il consumo trasversalmente: la crescente attenzione alla salute. Questo approccio, sempre più diffuso, alimenta la domanda di vini a basso tenore alcolico o senza alcol.

Un trend destinato a incidere profondamente sulla produzione e sul marketing del vino nei prossimi anni.

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L’Intelligenza Artificiale Generativa disegna i futuri alternativi

La seconda edizione dell’Osservatorio FUTURES | Sense Making by System Thinking del Politecnico di Milano ha esplorato l’approccio pionieristico alla creazione del futuro nell’era delle tecnologie generative, identificando i futuri “distanti” nei processi aziendali di produzione e assorbimento della conoscenza nel 2035.

Nel 2035, nell’era delle tecnologie generative, cambierà profondamente il modo di imparare, riflettere e immaginare delle persone. E tra i nuovi profili professionali identificati negli 8 futuri alternativi descritti dall’Osservatorio, emergono gli “antroscienziati”, profili ibridi tra l’intuizione e la progettazione organizzativa.

Antroscienziati, symfoodist  ed empathitect

Gli antroscienziati indagheranno il modo in cui individui, culture e società interagiscono con le tecnologie, gli ambienti e le organizzazioni, per tradurre comportamenti, valori e motivazioni umani in idee per l’innovazione, le politiche 
Un altro profilo è quello dei “symfoodist”, ricercatori con competenze transdisciplinari che uniscono scienza alimentare, psicologia sensoriale ed etica con la conoscenza dell’AI, per progettare sistemi nutrizionali in grado di attivare il flusso creativo, il recupero psicologico e l’allineamento metabolico con i ritmi circadiani e cognitivi.

E ancora, tra i profili degli 8 futuri alternativi rientrano gli “empathitect”, facilitatori di ecosistemi umani, che progetteranno architetture emozionali per comunità e organizzazioni, creando ambienti in cui le persone possono esprimere il loro potenziale in armonia con i ritmi collettivi.

Nella nuova era creatività umana e tecnologia intelligente convergono

Nell’attività di ricerca scientifica, il manifesto sul futuro ‘distante’, dal titolo “Tecnologie generative come motore di decostruzione cognitiva” immagina una nuova era di produzione di conoscenza in cui creatività umana e tecnologia intelligente convergono per espandere i limiti della comprensione e dell’innovazione.
Nella ricerca le tecnologie generative saranno motori di decostruzione cognitiva, consentendo ai ricercatori di concettualizzare sistemi alternativi.

Ma nel futuro distante si rifiuta l’idea che le tecnologie generative siano partner autonomi che prendono decisioni indipendenti. Infatti, non generano intrinsecamente soluzioni accessibili o inclusive: devono essere guidate intenzionalmente per farlo. E si rifiuta anche la visione delle tecnologie generative come semplici amplificatori della cognizione umana.

Ricercatori più intuitivi e più consapevoli dei propri pregiudizi

L’AI ha il potenziale di migliorare la percezione dei segnali corporei interni, aiutando i ricercatori a diventare più consapevoli dei propri pregiudizi, rafforzare il ragionamento intuitivo e sviluppare una visione più profonda del mondo.

“In contesti fortemente volatili, incerti, complessi e ambigui come quelli della società moderna è richiesto a leader, innovatori e organizzazioni di progettare con responsabilità e proattività futuri desiderabili – afferma Claudio Dell’Era, Direttore dell’Osservatorio –. Con dinamiche di mercato volatili e incertezze geopolitiche, le previsioni diventano sempre più difficili e le organizzazioni oggi si trovano in difficoltà nel decidere quali iniziative perseguire e come allocare le risorse in modo efficace. Padroneggiare la creazione del futuro diventa una capacità sempre più critica”.

Italiani e web: disinformazione e odio colpiscono un cittadino su due

Con la diffusone costante dei mezzi digitali, crescono inevitabilmente anche i rischi connessi all’uso della rete. Secondo il nuovo rapporto dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), oltre la metà della popolazione italiana ha avuto esperienze dirette con contenuti online dannosi, come fake news, incitamento all’odio o revenge porn.

L’indagine, condotta su un campione rappresentativo di oltre 7.000 persone dai 6 anni in su, scatta la fotografia di un paese connesso, ma ancora poco preparato.

C’è preoccupazione, ma non se ne parla  

Più di otto italiani su dieci si dichiarano preoccupati per i contenuti pericolosi presenti in rete. Eppure, il 44% della popolazione non sente il bisogno di cercare supporto o consigli per usare i media in modo più consapevole.

I giovani sotto i 18 anni mostrano una maggiore propensione a parlarne: si rivolgono in primo luogo ai genitori, poi agli insegnanti o ai coetanei.

Sempre connessi, ma senza strumenti

La quasi totalità degli italiani (90%) accede a Internet ogni giorno, e quasi la metà trascorre online più di quattro ore al giorno.

La competenza nel decifrare i meccanismi dietro ai contenuti digitali è però scarsa: il 64,6% non comprende il funzionamento degli algoritmi che personalizzano ciò che vediamo online. Solo il 7% dimostra una buona alfabetizzazione digitale.

Famiglie più attente, ma con approcci diversi

L’educazione digitale parte anche in casa. Otto famiglie su dieci impongono regole ai figli sull’uso dei media. Alcuni genitori impongono limiti di orario, altri utilizzano sistemi di controllo parentale.

I genitori più istruiti e over 45 preferiscono il dialogo e il monitoraggio; quelli più giovani tendono a ricorrere a divieti più rigidi.

Come reagiamo ai contenuti rischiosi?

Quando si imbattono in contenuti inappropriati, oltre l’80% degli italiani adotta qualche forma di reazione: evitare la fonte, cambiare canale o piattaforma. Solo un terzo verifica l’attendibilità delle notizie.

L’istruzione gioca un ruolo importante: chi ha un titolo di studio più alto tende a essere più attivo nella verifica e nella segnalazione.

Tanta connessione, poca consapevolezza

Il rapporto AGCOM evidenzia un forte divario tra accesso e competenze. L’Italia è online, ma spesso senza bussola.
Serve investire in alfabetizzazione digitale, partendo da scuola, famiglie e istituzioni, per rendere la rete un ambiente più sicuro per tutti.

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Sanità digitale nel mirino: aumenta il rischio di cyberattacchi

Il sistema sanitario italiano sta affrontando un periodo delicato sul fronte della sicurezza informatica. L’adozione crescente di tecnologie digitali, l’uso di dispositivi medici connessi e il ricorso a fornitori esterni hanno ampliato i punti di accesso per potenziali attacchi. Secondo le analisi contenute nel Rapporto Clusit 2025, nel corso del 2024 si sono registrati 810 attacchi informatici nel comparto sanitario a livello globale, con un incremento del 30% rispetto all’anno precedente.

In Italia, numerosi episodi hanno avuto un impatto rilevante, con almeno 13 casi documentati pubblicamente come attacchi di entità elevata. L’interesse crescente dei cybercriminali per questo settore è legato alla possibilità di ottenere dati sanitari sensibili, altamente richiesti nel mercato nero digitale, e alle debolezze infrastrutturali presenti in molte strutture.

Oltre il 70% delle strutture colpite nell’ultimo anno

Un’indagine condotta da Censuswide per Kaspersky, che ha coinvolto dirigenti di aziende sanitarie italiane con oltre 1.000 dipendenti, ha rivelato che il 73% degli intervistati ha subito almeno un episodio di sicurezza informatica negli ultimi dodici mesi. Il 24% ha riportato attacchi di grave entità, spesso accompagnati da interruzioni dei servizi essenziali.

In media, ogni organizzazione ha vissuto due blocchi operativi all’anno, e nel 63% dei casi questi episodi si sono ripetuti più volte, compromettendo la regolarità delle prestazioni sanitarie. Il 66% dei centri sanitari ha inoltre segnalato tentativi di sottrazione di dati riservati, con un’accelerazione degli attacchi rilevata negli ultimi mesi.

Le forme di attacco più frequenti

Tra i pericoli più diffusi spicca il ransomware, indicato come minaccia principale dal 31% dei responsabili intervistati. Questo tipo di malware blocca l’accesso ai sistemi finché non viene pagato un riscatto. Altri rischi segnalati includono le intrusioni fisiche all’interno delle strutture (23%) e le minacce provenienti dall’interno, come comportamenti scorretti o disattenzioni da parte del personale (22%).

Seguono gli accessi non autorizzati ai sistemi, gli attacchi ai fornitori e la mancanza di controllo sui dispositivi digitali, che mostrano quanto sia complesso mantenere un’adeguata supervisione delle tecnologie adottate.

Le conseguenze: dalla perdita economica al danno reputazionale

Le ripercussioni di un attacco informatico non si fermano alla perdita di dati o al blocco dei servizi. Le strutture sanitarie temono in particolare sanzioni legate alla mancata conformità alle normative europee sulla privacy, come il GDPR, oltre a danni reputazionali e perdite economiche. Il 76% degli intervistati ha citato proprio il rischio di penalità legali tra le maggiori preoccupazioni.

Preoccupano inoltre l’interruzione delle cure, il deterioramento della fiducia pubblica e l’integrità dei dati clinici, fondamentali per garantire la qualità delle terapie.

Cosa ostacola la protezione dei sistemi?

Uno dei problemi più ricorrenti è la difficoltà di tradurre il rischio informatico in parametri concreti. Questo impedisce di pianificare investimenti e strategie adeguate. A ciò si aggiungono la mancanza di personale formato, l’evoluzione continua delle minacce e la complessità tecnica del linguaggio utilizzato nel settore della sicurezza.

Il 87% dei dirigenti ha inoltre espresso preoccupazione per la fragilità della propria rete di fornitori, e cita criticità come la presenza di dispositivi non aggiornati, punti di accesso fisici deboli e una catena di fornitura difficile da gestire.

Uno scenario in continua evoluzione

Guardando al futuro, le principali aree di rischio restano il ransomware e la sicurezza dei partner esterni. In parallelo, emergono nuove sfide legate all’uso dell’intelligenza artificiale e alla crescente diffusione di dispositivi connessi. Anche l’adattamento alle normative rappresenta un impegno per i responsabili della sicurezza digitale .

Come sottolineato da Cesare D’Angelo, responsabile per l’Italia di Kaspersky, è necessario un cambio di approccio: la protezione informatica deve essere parte integrante della gestione strategica delle strutture sanitarie, comprese la cultura della sicurezza e la formazione del personale.

Shopping e ristorazione di prossimità ri-conquistano gli italiani

Secondo una ricerca condotta da BVA Doxa per American Express, il 94% degli italiani ritiene che le piccole attività commerciali e di ristorazione siano fondamentali per preservare l’identità e la cultura del proprio quartiere.
È un dato che racconta un cambiamento nelle abitudini di consumo e una rinnovata attenzione verso il tessuto economico locale.

Nell’epoca della globalizzazione e del commercio digitale, i piccoli negozi e i ristoranti locali stanno vivendo una rinascita. Tanto che lo shopping di prossimità è tornata a essere un’abitudine sempre più diffusa.
Il 79% degli italiani effettua acquisti nei negozi di prossimità almeno una volta alla settimana, e uno su cinque  tre o più volte a settimana.

Una tendenza più marcata nelle grandi città

La tendenza di tornare a fare shopping negli esercizi commerciali del proprio quartiere è ancora più marcata nelle grandi città, dove la percentuale degli italiani sale al 29%.
E non si tratta di una moda passeggera. Il 45% degli italiani negli ultimi due anni ha infatti aumentato i propri acquisti nei piccoli esercizi, con punte del 54% nella fascia di età tra 18 e 34 anni.

Del resto anche in viaggio l’attenzione al commercio locale non cala. Quasi la metà degli intervistati (48%) dichiara di voler sostenere i piccoli negozi anche quando si trova in un’altra città.
I canali di scoperta? Vicinanza fisica (70%), passaparola (65%), social media (26%).

Osterie e trattorie regine di pranzi e cene del fine settimana 

Quanto al comportamento degli italiani rispetto alla ristorazione informale, come le trattorie e le osterie, il 63% dei consumatori pranza o cena in un ristorante informale almeno una volta al mese, soprattutto durante il weekend.

In particolare, il 41% sceglie il sabato sera, mentre il 21% opta per il pranzo della domenica.
Tra i criteri più importanti nella scelta di questi locali ci sono il consiglio di amici e familiari (55%), ma anche la presenza di opzioni di pagamento digitale (74%) e le promozioni legate alla propria carta di pagamento (78%).

L’intramontabile qualità della cucina romana

“La ristorazione informale è un punto di riferimento per la comunità e promuove il patrimonio enogastronomico italiano – dichiara Luca Staglianò, vicepresidente di American Express Italia -. In American Express ci impegniamo a sostenere il turismo e le economie locali attraverso iniziative mirate che valorizzano le piccole attività di quartiere, dalle trattorie alle osterie che animano i centri urbani fino a quelle realtà che portano lo spirito del Made in Italy nel mondo Siamo da anni al fianco dei piccoli esercenti locali in tutta Italia, che rappresentano non solo la spina dorsale dell’economia, ma sono anche custodi della cultura e della tradizione del territori”.

E tra le cucine regionali più amate quella romana continua a primeggiare. Chi sceglie di mangiare in una trattoria romana lo fa soprattutto per due motivi, l’autenticità dei piatti (52%) e la qualità degli ingredienti (49%).

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Vivere in città: quanto costa mantenere una casa nel 2025?

Quanto costa oggi vivere in una casa di proprietà in Italia? Secondo un’indagine condotta da Facile.it e Mutui.it, la spesa mensile media per una famiglia si aggira intorno ai 1.298 euro, pari a oltre 15.500 euro all’anno. Tanto, anzi tantissimo.

L’analisi, che prende in esame dieci capoluoghi rappresentativi del Paese, rivela forti disparità territoriali: il Nord è decisamente più caro rispetto al Sud e alle Isole.

Milano la più cara, Palermo la più economica 

Non sorprende più di tanto scoprire che la città con i costi più alti è Milano, dove mantenere un’abitazione può superare i 2.000 euro mensili. Segue poi Roma con circa 1.750 euro. All’altro estremo della classifica, Palermo si conferma la città più economica con una spesa annua che non raggiunge i 9.000 euro.

Lo studio ha simulato le spese per un appartamento di 100 mq situato in zona semicentrale. I costi includono mutuo (tasso fisso al 3,3% su 25 anni), utenze domestiche, spese condominiali, manutenzione, acqua e tassa sui rifiuti (Tari). Le quotazioni immobiliari sono state calcolate in base ai dati OMI dell’Agenzia delle Entrate.

Il mutuo è la voce che incide di più

Il peso maggiore sul bilancio è dato dalla rata mensile del mutuo, che rappresenta tra il 75% e l’86% del totale delle spese.

A Milano, il costo di un immobile si aggira sui 465.000 euro, con una rata che sfiora i 1.750 euro mensili. A Roma si parla di circa 1.500 euro, mentre a Palermo si scende sotto i 500 euro.

Bollette e spese fisse, “pesano” di più al Nord

Anche per le utenze (gas, luce, acqua), le spese condominiali e la manutenzione ordinaria, il divario geografico è evidente. Al Nord si paga fino al 48% in più rispetto al Sud. A Milano si toccano i 300 euro mensili, mentre a Cagliari ne bastano 175.
Clima più favorevole e consumi più contenuti aiutano il Mezzogiorno a risparmiare un bel po’.

Tari, decisamente più salata al Sud

Curiosamente, è al Sud che si registrano i costi più alti per la tassa sui rifiuti. Genova è l’unica città del Nord a posizionarsi in cima con 501 euro, seguita da Napoli (482), Cagliari (465) e Bari (426). Milano resta sotto i 400 euro, mentre Bologna chiude la classifica con soli 287 euro.

Insomma, la conclusione è che per risparmiare può essere utile fare un’attenta valutazione anche della città in cui vivere!

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