Amici, quante relazioni si possono mantenere davvero?

Amici, quante relazioni si possono mantenere davvero?

Centocinquanta. Non una di più, non una di meno. A tanto ammontano le relazioni, degne di chiamarsi tali, che ogni individuo può mantenere contemporaneamente. La cifra non è data a caso: si tratta del numero di Dunbar, che prende il nome del professore dell’Università di Oxford che lo teorizzò. Come riferisce l’Agi, “gli studi di Dunbar sostengono che le persone provenienti da famiglie numerose hanno meno amici perché danno la priorità ai membri della famiglia”, però Dunbar, psicologo evoluzionista, “organizza queste 150 connessioni in cerchi concentrici segnati dalle differenze qualitative delle relazioni”. Pertanto la teoria “limita la cerchia degli amici a 5 e la cerchia degli intimi tra una e due persone”. Il numero è tuttavia un’approssimazione ma le connessioni, secondo lo studioso, possono variare tra 100 e 250. Il “numero di Dunbar” è in ogni caso stato messo in discussione da altri studi, tra cui quello di Johan Lind, professore dell’Università di Stoccolma, che sostiene invece che non c’è limite numerico nelle relazioni umane, ma un altro studio del 2016 individua in 6 o poco più il numero di amici necessario e sufficiente per poter migliorare le nostre vite. Di più non servirebbero.

La definizione di relazione

Il professor Dunbar ancora oggi sostiene e difende la sua ricerca, a discapito di quella svedese che avrebbe definito “folle”. Secondo lo psicologo, ai ricercatori dell’Università di Stoccolma hanno condotto un’indagine statistica imprecisa e frainteso sia le sfumature delle sue analisi sia delle connessioni umane. “Mi meraviglio della loro apparente incapacità di comprendere le relazioni”. Il dottor Dunbar definisce le relazioni significative come quelle persone che conosci abbastanza bene da salutare senza sentirti a disagio se le incontri in una lounge dell’aeroporto. Quel numero in genere varia da 100 a 250, con una media di circa 150.

Come si “misura” l’amicizia

E’ ancora il professor Dunbar nel suo libro “Amici: comprendere il potere delle nostre relazioni più importanti”, a definire i sette parametri che possono definire l’amicizia. SI tratta di: numero di ore trascorse insieme in spazi comuni, come scuola, lavoro, chiesa, o praticando uno sport o un hobby; l’attenzione a non perdere di vista chi potrebbe diventare amico; l’intenzione di prendere l’iniziativa; le idee per continuare a fare cose insieme; il coltivare l’immaginazione comune mentre, l’ultima, è la forza di saper perdonare.

Moda sostenibile e prodotto connesso, un binomio che piace

Moda sostenibile e prodotto connesso, un binomio che piace

La cultura dell’usa e getta non va più di moda, oggi i consumatori si aspettano esperienze e servizi che li aiutino a contribuire a coltivare abitudini sostenibili con i marchi e i prodotti di moda. Inoltre, il numero di prodotti connessi cresce rapidamente, e i consumatori sono sempre più propensi a scannerizzare etichette con lo smartphone per accedere a contenuti e servizi digitali. Secondo lo studio di Certilogo la sostenibilità di un prodotto influenza le scelte d’acquisto, e la richiesta di trasparenza è esplicita anche da parte dei consumatori. I Millennial sono i più attenti a fare acquisti ‘amici dell’ambiente’, e 3 su 4 dichiarano di preoccuparsene molto, rispetto a 6 su 10 Gen Z.

Recuperare il massimo valore dagli acquisti

Inoltre, il 93% dei consumatori ritiene che i prodotti che offrono l’accesso a servizi legati alla sostenibilità siano utili, e 1 su 5 ritiene estremamente importanti le certificazioni ‘green’. Le nuove normative nell’ambito della Direttiva Europea sui Tessili Sostenibili e Circolari obbligheranno infatti i marchi della moda a dotare i prodotti di una identità digitale e un passaporto digitale del prodotto in grado di informare i consumatori dell’impatto ambientale del loro acquisto. E ora che i consumatori aspirano a divenire più responsabili sono sempre più interessati a recuperare il massimo valore possibile dai loro acquisti. Oltre il 70% dei consumatori si aspetta di recuperare in parte il valore del prodotto, e la rivendita sembra il metodo più popolare (35,6%). Inoltre, il 16,3% restituirebbe più volentieri il prodotto al brand produttore affinché lo ricicli in cambio di un riconoscimento del suo valore in qualche forma.

È fondamentale che un prodotto sia autentico e legittimo

Ma anche sapere che un prodotto è autentico e legittimo è fondamentale per i consumatori, che considerano l’autenticazione il servizio di sostenibilità più utile in assoluto quando si collegano a un prodotto connesso. Questi nuovi comportamenti dall’impronta ‘green’ possono essere sfruttati in maniera lungimirante dai brand per creare una relazione nuova, vera e reciprocamente proficua con i clienti. Ad esempio, i servizi che estendono la vita del prodotto possono ridurre lo spreco, nonché la produzione di articoli non indispensabili: come quelli di cura e di riparazione, richiesti da più del 40% dei consumatori. Perché i servizi che abilitano la circolarità aiutano a ridurre i rifiuti e l’impiego di materie prime.

I brand devono superare i confini dello storytelling “green”

Per massimizzare sostenibilità e rilevanza, i brand devono quindi superare i confini dello storytelling, offrire esperienze che vadano oltre ‘il racconto delle iniziative green’, e riconoscere il ruolo fondamentale che i consumatori devono giocare per ridurre l’impatto sociale e ambientale dell’industria fashion. I brand che mancheranno di intraprendere i passi giusti verso la sostenibilità, e che non sapranno creare una connessione diretta e duratura con i loro clienti, rischiano di vedersi puniti dai consumatori, oltre che dagli enti regolatori europei e americani.

Reddito di Cittadinanza: un bilancio del primo triennio

Reddito di Cittadinanza: un bilancio del primo triennio

Secondo i dati del Coordinamento generale statistico INPS in tre anni oltre 2 milioni di nuclei familiari, circa 4,65 milioni di persone, hanno ricevuto il pagamento di almeno una mensilità del Reddito di Cittadinanza, e il totale erogato al 17 gennaio 2022 corrisponde a quasi 20 miliardi di euro.
Numeri che mostrano la validità di questo strumento di sostegno, ma che raccontano anche di tante persone in difficoltà economica. Il Reddito di Cittadinanza è infatti una forma di sostegno economico finalizzato al reinserimento lavorativo e all’inclusione sociale, istituito con decreto legge nel gennaio 2019 e diventato operativo dal 6 marzo dello stesso anno. Qualora il nucleo familiare sia composto da uno o più soggetti di età pari o superiore a 67 anni, oppure se sono presenti persone di età inferiore in condizione di disabilità grave o non autosufficienti, il Rdc diventa Pensione di Cittadinanza (Pdc).

Nei primi tre mesi dall’entrata in vigore hanno aderito 859mila famiglie

Nei primi tre mesi dall’entrata in vigore (aprile-giugno 2019) 859mila nuclei familiari hanno aderito alla misura. In seguito, circa 250mila per semestre, con picchi in corrispondenza dei momenti più critici della pandemia. Da aprile 2019 a dicembre 2021 il numero di coloro che sono entrati e usciti dalla prestazione nello stesso semestre è di 64.477 nuclei. Il 70% di coloro che hanno ricevuto il beneficio per la prima volta tra aprile-giugno 2019, risulta ancora beneficiario. Non vi sono infatti limiti di durata alla fruizione della misura, che può essere protratta nel tempo previa verifica dei requisiti ogni 18 mesi.

Il 44,7% appartiene a un nucleo di un solo componente adulto

A dicembre 2021 i nuclei familiari che hanno ricevuto Rdc o Pdc sono 1.375.728. Il 44,7% appartiene a un nucleo di un solo componente adulto, e il 67,3% è senza minori, con leggera predominanza maschile (51,5%). Sempre a dicembre 2021, 439.737 percettori hanno ricevuto un importo medio mensile tra 400-600 euro, e quasi 300mila hanno percepito tra 600-800 euro. Nella fascia tra 800-1.000 euro spariscono i nuclei monocomponente, mentre nella fascia oltre 1.200 euro si contano 11.427 nuclei familiari, quasi tutti con almeno 4 componenti. Inoltre, delle 3.048.988 persone appartenenti ai nuclei familiari beneficiari di Rdc e Pdc a dicembre 2021, una su quattro è minorenne, e due su tre risiedono al Sud.

Agevolare il rientro nel mondo del lavoro

Uno degli aspetti più importanti del Rdc è rappresentato dalla finalità nell’agevolare il rientro nel mondo del lavoro. Dall’analisi sui primi tre anni della misura, emerge come su una percentuale di 100 soggetti beneficiari di Rdc e Pdc, escludendo il 41,8% costituito da minorenni, anziani, disabili e pensionati, il 58,2% è rappresentato da ‘teoricamente occupabili’. Tra questi, il 18,7% risulta ‘ready to work’, coloro che attualmente hanno una posizione contributiva contemporanea al Rdc, il 24,9% ha una posizione contributiva precedente al 2017, e il 14,6% non è mai stato occupato.

Lavoro, orario fisso o no? Cosa vogliono gli italiani

Lavoro, orario fisso o no? Cosa vogliono gli italiani

Posto fisso si, orario fisso no. Ecco cosa chiedono i lavoratori dopo la rivoluzione messa in atto dalla pandemia e il duetto di nuove forme di lavoro, a cominciare dallo smart working. In sintesi, i dipendenti chiedono ai loro responsabili maggiore flessibilità e di dare la priorità a fattori quali la fiducia, il purpose aziendale e il benessere. Emerge da una nuova ricerca di ManpowerGroup, multinazionale specializzata nelle innovative workforce solutions, e Thrive, azienda fondata da Arianna Huffington e leader nelle soluzioni tecnologiche per il cambiamento dei comportamenti. La ricerca, denominata What workers want: dalla ricerca alla realizzazione sul lavoro, si basa su un’indagine condotta su oltre 5.000 lavoratori in cinque Paesi di cui più di un migliaio in Italia e rivela che la quasi totalità dei lavoratori italiani (96%) considera la flessibilità importante. Tuttavia, la natura di tale flessibilità varia. 

Flessibilità su misura

In questo momento la richiesta delle persone è di una flessibilità ritagliata sulle loro esigenze, con il 51% che vuole scegliere l’orario di inizio e fine lavoro e il 17% che sarebbe disposto a rinunciare a un giorno di stipendio per lavorare quattro giorni alla settimana, pur di raggiungere un migliore equilibrio tra vita privata e lavoro. I risultati indicano anche che il ruolo dei leader sta cambiando, poiché la fiducia e i valori condivisi sono sempre più importanti e i lavoratori sono disposti ad andarsene se non si sentono adeguatamente supportati.
“In questi anni sono cambiate profondamente le esigenze e le richieste delle persone nel mondo del lavoro. La pandemia ha accelerato i cambiamenti contribuendo a mettere al centro il benessere delle persone, in Italia come nel resto del mondo”, ha dichiarato Anna Gionfriddo, amministratrice delegata di ManpowerGroup Italia. “A ciò si aggiunge un fattore chiave nel mercato del lavoro odierno, ovvero la scarsità dei talenti: nel nostro Paese i datori di lavoro prevedono assunzioni in crescita del +23% per il terzo trimestre di quest’anno, ma a tale dato si contrappone una sempre maggiore difficoltà a trovare i talenti necessari, come riportano quasi tre aziende su quattro. In questo contesto, l’attenzione verso le necessità e i bisogni delle persone, fuori e dentro il luogo di lavoro, da parte dei leader d’azienda, assume una rilevanza fondamentale per trattenere i migliori talenti, attirarne di nuovi e crescere con essi”.

Il ruolo della fiducia

Un altro elemento interessante che emerge dalla ricerca è il ruolo della fiducia. Si scopre che la fiducia è un fattore chiave per una forza lavoro sana e felice. La fiducia nei colleghi è giudicata importante dall’82% dei lavoratori italiani, seconda solo all’equità della retribuzione (88%) e alla sicurezza delle condizioni di lavoro (87%), mentre la fiducia nei leader è stata giudicata un requisito necessario da più di due terzi degli intervistati (69%). Inoltre, le persone vogliono lavorare per aziende con cui condividono valori e convinzioni (69%), e il 73% cerca un significato personale nel proprio lavoro quotidiano.

Gli italiani vogliono passare meno tempo online

Gli italiani vogliono passare meno tempo online

Nonostante aumenti la domanda di connettività, contenuti tv e streaming, il 41% degli italiani è pronto a ridurre il tempo trascorso online. È quanto emerge dall’EY Decoding the digital home study, ricerca condotta su 2.500 famiglie in Italia e più di 20.000 a livello globale.
“Il tempo trascorso online si sta stabilizzando se non addirittura riducendo, a fronte di un aumento degli standard qualitativi richiesti dagli utenti in termini di servizi e contenuti”, commenta Irene Pipola, Italy TMT Leader di EY.
Inoltre, il 63% degli italiani teme un aumento dei prezzi degli abbonamenti mensili ai servizi di connettività e il 44% teme di pagare troppo per contenuti che non guarda.

Occhio al portafoglio

Per sei italiani su dieci, il prezzo è il fattore primario nella scelta di un servizio in streaming. Seguono la specificità del contenuto (41%) e l’ampiezza dell’offerta (38%). In attesa di questa maturazione qualitativa, a oggi il prezzo resta l’elemento chiave. E per battere la concorrenza, il trend è chiaro: si applicano sconti e si accorpano i servizi in pacchetti. La propensione all’acquisto dei cosiddetti bundle sta crescendo in Italia a un ritmo più sostenuto rispetto al 2021 (87% contro il 74%). Se l’attenzione alla convenienza è una costante (il 53% delle famiglie è interessato agli sconti) stanno cambiando le esigenze: circa la metà degli intervistati sarebbe infatti interessata ad acquistare, insieme alla rete fissa, servizi tv o servizi di sicurezza online e tutela della privacy.

Confusione e alta infedeltà

Ancora oggi però molte famiglie faticano però a comprendere il contenuto delle offerte e le differenze tra i servizi proposti. Sorprende che questo fenomeno riguardi soprattutto i più giovani (35% fra i 18-24 anni), che ritenngono le offerte dei servizi di telecomunicazione difficili da comprendere.
Una conferma della mancanza di chiarezza arriva anche dall’analisi delle offerte per i nuovi clienti: uno su due reputa difficile comprendere quale sia il pacchetto migliore. La confusione si traduce anche in scarsa fedeltà: circa un quarto dei clienti prevede di cambiare il proprio fornitore di servizi internet, linea mobile o video streaming e pay tv nei prossimi 12 mesi.

Privacy, benessere e sostenibilità

Quanto alla privacy, il 63% degli italiani afferma di essere estremamente prudente nel condividere informazioni personali online. Gli utenti sono preoccupati anche per l’intreccio tra tecnologie e benessere: uno su tre pensa spesso all’impatto negativo di internet sul proprio benessere psicofisico (41% tra i 18-24 anni). Emergono poi forti preoccupazioni per i contenuti illeciti. Il 61% ritiene che i governi e le autorità di regolamentazione non stiano facendo abbastanza per contrastare la diffusione di contenuti dannosi online.La platea digitale italiana, riferisce Agi, si dimostra attenta anche alla sostenibilità. Il 38% è disposto a pagare di più per prodotti sostenibili, ma il 43% ritiene che gli operatori non stiano facendo abbastanza per l’ambiente.

Social Media, la metà della popolazione del mondo li usa

Social Media, la metà della popolazione del mondo li usa

Social Media, croce e delizia delle nostre giornate. Per moltissimi di noi, infatti, i social sono la principale fonte di comunicazione, informazione, intrattenimento e pure lavoro. Fatto sta che in occasione del Social Media Day, che cade il 30 di giugno, si scopre che poco meno della popolazione mondiale li utilizza. Ma la giornata è stata anche il momento per fare il punto su questo fenomeno incredibile e ripercorrerne le tappe.

Il primo fu Friendster

Come ricorda il sito specializzato americano Mashable, che ha lanciato il Social Media Day nel lontano 2010, la prima piattaforma di social media è stata Friendster nel 2002, poi è arrivato Linkedin nel 2003 e Facebook nel 2004 che ha sbaragliato.L’aggiunta più recente all’elenco dei pesi massimi dei social media è TikTok. L’app è stata lanciata nel 2016, ricorda Ansa, ed è diventata popolare soprattutto tra i giovani grazie alle sue funzionalità di musica e video.

4,6 miliardi di persone utilizzano le piattaforme social

Secondo una statistica di SmartinsIghts oltre la metà della popolazione globale usa i social media (il 58,4%, pari a 4,62 miliardi di persone), l’utilizzo medio giornaliero è di 2 ore e 27 minuti. Queste piattaforme sono però diventate un grimaldello per i cybercriminali per risalire alle abitudini degli utenti e alle password usate. Per questo gli esperti della società di sicurezza Yoroi consigliano di limitare la condivisione di informazioni personali, usare email, login e password diverse per i differenti servizi che usiamo, costruire password lunghe, robuste e complesse senza riferimento a hobby, passioni e residenza.

Un impatto incredibile

I social media non solo connettono le persone con la famiglia e gli amici, ma per molte persone rappresentano un lavoro a tutti gli effetti. L’impatto socio-economico e culturale dei social media sulla società e sull’economia è stato impressionante e il Social Media Day riconosce questo potere. Un altro motivo per cui Mashable ha lanciato la giornata mondiale dei social è per dimostrare l’apprezzamento che queste piattaforme hanno e hanno avuto sulle comunicazioni in tutto il mondo. Nonostante tutte le preoccupazioni associate ai social media, è una dato di fatto che le piattaforme più utilizzate hanno dato voce alle persone comuni e hanno dato speso l’opportunità di informare “dal basso” l’opinione pubblica. Non è tutto negativo, quindi: e la giornata ricorda che è importante celebrare ciò che c’è di bello nell’universo social, cominciando banalmente a scoprire le potenzialità della piattaforme senza pregiudizi.

Italiani e cibo sano, sei su 10 coltivano l’orto

Italiani e cibo sano, sei su 10 coltivano l’orto

Gli italiani si scoprono fan dei prodotti di stagione: e così, nonostante gli impegni della vita quotidiana, si impegnano a cercare ingredienti sani e stagionali, anche e soprattutto da abbinare all’immancabile pasta. Per aiutare questi estimatori della vita cucina mediterranea, l’Unione Pastai Food ha realizzato la guida, scaricabile dal sito web, Pasta Quattro Stagioni, redatto dalla scrittrice green Stella Bellomo. “La pasta è il complemento perfetto per chi vuole mangiare in modo sostenibile e con ingredienti di stagione, afferma Riccardo Felicetti, Presidente dei Pastai Italiani. Abbiamo per questo deciso di condividere in questa guida le potenzialità della pasta andando oltre le soluzioni più note. Pasta Quattro Stagioni apre una porta, attuale e non scontata, su una dimensione sempre più attuale della Dieta Mediterranea, alleata del nostro benessere. Agli italiani il compito di esplorare questo “spazio” e aiutarsi con la fantasia per cucinare primi piatti sempre più vari, salutari e appetitosi”.

Uno stile di vita sostenibile

La ricerca di uno stile di vita sostenibile, rispettoso dell’ambiente e dei cicli del nostro pianeta, è un fenomeno in rapida crescita. Sei italiani su dieci coltivano l’orto – urbano, condiviso, nel terrazzo o nel giardino di casa, ma è solo una parte di un fenomeno più ampio che include il piacere di mangiare in modo semplice, di stagione, magari con gli avanzi del giorno prima, proprio come facevano le nonne. Secondo un sondaggio di We Love Pasta su un campione di cinquemila persone, l’80% mette nel carrello della spesa prodotti sostenibili, il 60% sceglie sempre frutta e verdura di stagione e il 25% prova a farlo. La pasta è perfettamente coerente con la ricerca quotidiana della naturalità: parliamo di un prodotto della terra, facile da conservare e cucinare, sempre più amato dagli italiani e amico dell’ambiente, con un impatto ecologico dal campo alla tavola minimo rispetto ad altri alimenti (meno di 1m2 globale a porzione e appena 150 grammi di CO2). E la mangiamo tutto l’anno, in media 3-5 volte a settimana.

Mangiare sano è fondamentale per la salute

Mangiare di stagione è cultura (la triade cereali-legumi-ortaggi ci ha nutrito per millenni), economia (perché acquistare una verdura nel momento di massima produzione costa di meno) e, soprattutto, benessere, perché mangiare un alimento nella sua stagione garantisce gusto e proprietà nutrizionali al top. Inoltre, un’alimentazione varia, curiosa e colorata, come quella di stagione, fa anche bene alla mente. Uno studio giapponese pubblicato su Geriatrics and Gerontology International ha dimostrato che un’alimentazione monotona, come è spesso quella degli anziani, è correlata con il declino cognitivo. La pasta è perfetta per (ri)scoprire questa varietà nel segno del gusto. Un piatto di fusilli è una scorciatoia per convincere adulti, bambini e adolescenti a mangiare più verdure, smussandone l’amaro o l’acido che le contraddistinguono in purezza.

L’AI e la banca digitale del futuro

L’AI e la banca digitale del futuro

Dalla digital transformation alla digital coopetition la meta per le banche italiane è la speedboat bank, e il processo verso cui stanno transitando le banche italiane ha come volano primario l’AI. Secondo la ricerca Dalla digital transformation alla digital coopetition di Excellence Consulting sono pochi i clienti bancari che si ritengono soddisfatti dei servizi digitali della propria banca. Per l’implementazione di servizi finanziari innovativi, la quasi totalità dei clienti crede che l’AI potrebbe essere determinante, e più della metà considera importante la costruzione di ecosistemi di servizi in partnership con altre fintech, mentre per il 25% sarà decisiva la tokenizzazione degli asset finanziari.

Puntare su applicazioni di core banking di nuova generazione

Le banche tradizionali dopo un decennio di investimenti in digital transformation, soprattutto tramite applicazioni digitali che simulano processi analogici, sono spesso deluse dai risultati ottenuti. In Italia poi numerose banche condividono i loro sistemi di core banking gestiti da aziende consortili. La tendenza del top management, più che costruire la strategia digitale in partnership con i fornitori dei sistemi centrali, è lanciare nuove banche digitali appoggiandosi su piattaforme di mercato innovative, e su di esse costruire il futuro. Questo, puntando su applicazioni di core banking di nuova generazione, con l’obiettivo di convertire successivamente gli attuali sistemi legacy.

Verso la speedboat bank

Negli Usa queste banche sono chiamate speedboat bank. La loro offerta, sviluppata inizialmente per servire una nicchia di clienti, successivamente potrà essere estesa a fette sempre più larghe di clientela, finché la nuova banca digitale diventerà l’organizzazione prevalente all’interno dell’organizzazione della banca tradizionale. Sebbene il 56,6% degli intervistati da Excellence Consulting affermi che le banche digitali abbiano raggiunto un buon livello di digitalizzazione, solamente il 20% degli over 30 e nessuno degli under 30 è pienamente soddisfatto dai servizi digitali ricevuti. C’è quindi un margine di crescita e intervento, in particolare circa la fascia di popolazione più giovane. Emerge quindi l’importanza dell’AI per tratteggiare le caratteristiche della banca digitale del terzo millennio. Il 92% degli intervistati reputa infatti l’AI determinante per l’implementazione di servizi finanziari innovativi. E per il 51% sarà molto importante che tali banche sappiano costruire modelli di offerta basati su ecosistemi di servizi che prevedano anche la partnership con altre fintech.

L’alba di una nuova fase di digitalizzazione

“Possiamo considerarci all’alba di una nuova fase di digitalizzazione dell’industria bancaria – dichiara Maurizio Primanni, ceo Excellence Consulting -. Abbiamo oramai superato la fase della digital transformation e stiamo entrando a pieno titolo in una nuova fase di mercato, che possiamo definire di digital coopetition, in cui operatori tradizionali e innovativi si confronteranno, ma spesso anche collaboreranno, per lo sviluppo di nuovi servizi finanziari digitali. L’utilizzazione sistematica delle tecniche di data science & analytics e dell’AI permetterà alle banche digitali di nuova generazione di superare il limite di un approccio commerciale troppo passivo, per potere proporsi alla loro clientela target in modo sempre più proattivo, con chatbot e avatar che proporranno ai clienti soluzioni personalizzate”.

In Italia aumentano le imprese agricole guidate da giovani

In Italia aumentano le imprese agricole guidate da giovani

I giovani imprenditori italiani stanno scoprendo, o meglio riscoprendo, l’agricoltura. Tanto che aumentano gli investimenti in questo senso e le opportunità di avere supporto per realizzare nuove imprese. La percezione di come stia evolvendo questo settore proviene dalla V edizione della Banca nazionale delle Terre Agricole. Venendo ai numeri, lo stock di aziende agricole a conduzione giovanile iscritto ai registri camerali è passato dalle 52.388 nel 2016 alle 56.172 di fine 2021, con un picco nel 2018 dove si è superato il numero di 57.600. 

Crescono le aziende “under”

Mediamente nel periodo considerato si è registrata una crescita dello stock di aziende ‘giovani’ dello 0,4% annuo, sintesi dell’ottimo andamento del 2017 e 2018 (rispettivamente +5,6% e +4,1%). Lo rileva l’Ismea nel fare il punto con l’Adnkronos, sottolineando però che nello stesso arco temporale, invece, il numero complessivo di aziende agricole si è ridotto a un ritmo dello 0,7% all’anno, portando la quota di imprese condotte da giovani al 7,7% rispetto al 6,9% del 2016. Per quanto riguarda le aggiudicazioni della Banca delle Terre Agricole, rileva ancora l’Ismea, ben il 75% di queste viene effettuata a favore di giovani agricoltori. La Banca nazionale delle Terre Agricole è uno strumento che pur non essendo rivolto esclusivamente ai giovani, vede un’alta partecipazione da parte degli under 41, grazie alla possibilità a loro riservata di pagare il prezzo del terreno ratealmente, per un periodo massimo di 30 anni. Finora ha rimesso in circolo 349 terreni per un totale di oltre 13 mila ettari aggiudicati.

I numeri della Banca nazionale delle Terre Agricole nel 2022

L’ultima edizione della Banca delle Terre Agricole è stata costituita da oltre 19.487 ettari per un totale di 801 aziende agricole potenziali. Il valore a base d’asta complessivo del lotto raggiunge oltre 283 milioni di euro. I terreni di questo quinto lotto sono attualmente destinati a seminativi per quasi la metà degli ettari disponibili accanto a un 22% costituito da prati e pascoli, e a un 30% suddiviso tra boschi, uliveti, agrumeti, vigneti e frutteti. La Sicilia da sola concentra il 33% delle superfici complessive. Seguono Sardegna e Basilicata con il 12% degli ettari, Toscana (11%), Puglia (9%), Calabria (6%), Emilia Romagna (5%) e Lazio (4%). Il restante 8% è distribuito nelle altre Regioni. Per quanto concerne le assegnazioni, è interessante notare che il fatto che degli 801 terreni in vendita, 380 sono al primo tentativo di vendita, 267 al secondo tentativo, 60 al terzo e 94 al quarto. Ad eccezione dei terreni al quarto incanto, ciascun tentativo di vendita si tiene ad un prezzo base ridotto di un quarto rispetto al valore fissato per il tentativo precedente. In questo caso, sono ammesse solamente offerte libere in rialzo rispetto al valore a base d’asta.

Calano di numero, ma non trovano lavoro: è il “paradosso giovani”

Calano di numero, ma non trovano lavoro: è il “paradosso giovani”

Senza un dialogo strutturale fra scuola e imprese e nuove politiche di accompagnamento nelle fasi di transizione, non si riuscirà a garantire alle nuove generazioni un’offerta di lavoro non precario. E nonostante i giovani italiani continuino a diminuire numericamente, non riescono a trovare lavoro: è il cosiddetto ‘paradosso giovani’. È quanto emerge da un dibattito relativo all’ultimo numero dell’Osservatorio Cida-Adapt dedicato al lavoro giovanile. “L’Osservatorio trimestrale sul mondo del lavoro – spiega Mario Mantovani, presidente di Cida, confederazione dei dirigenti pubblici e privati – nasce dall’esigenza di una lettura non convenzionale dei dati statistici per avere una visione delle dinamiche occupazionali più aderente alla realtà e fornire ai manager uno strumento utile ai loro processi decisionali e organizzativi”.

Dal 2010 al 2020 circa un milione in meno di 25-34enni

“In 10 anni, dal 2010 al 2020, la coorte dei 25-34enni è diminuita di circa un milione di unità – ribadisce Mantovani -. Una tendenza che non sembra arrestarsi e che, comunque, può essere invertita solo in un lungo arco di tempo. Normalmente, meno giovani domandano lavoro, più dovrebbe essere facile trovarlo. È qui che troviamo il ‘paradosso’ del lavoro giovanile, visto che il nostro tasso di occupazione in quella fascia d’età è troppo basso nel confronto con i partner europei: insomma i giovani diminuiscono, ma l’attuale mercato del lavoro non riesce ad assorbirli. Lavoro giovanile scarso e anche caratterizzato da un’alta incidenza di contratti a termine che tende a renderlo sostanzialmente precario e poco pagato”.

Dati realistici su disoccupazione e precariato

“I dati – aggiunge Mantovani – una volta ‘spacchettati’ e analizzati mostrano, ad esempio, la scarsa affidabilità delle ‘medie’ statistiche, poco adatte a leggere una realtà molto differenziata sul territorio. Nell’Osservatorio ci si è concentrati sulla fascia d’età 25-34 anni, perché in quella precedente, 15-24 anni, l’incidenza di chi studia è troppo alta per poterne ricavare dati realistici su disoccupazione e precariato”.

I numeri indicano le strade da seguire

“Come Cida – sottolinea Mantovani – esortiamo il decisore politico a intervenire su queste basi, su questi dati rappresentativi di una realtà che spesso sfugge a un’analisi superficiale. I numeri indicano le strade da seguire: riallacciando il dialogo fra scuola e lavoro, gestendo le fasi di transizione, investendo sulla formazione continua che deve accompagnare tutto l’arco della vita lavorativa. Come manager, siamo consapevoli di quanto sia importante la qualità del lavoro che va perseguita investendo sulle risorse umane e che va adeguatamente retribuita. Anche quello delle retribuzioni, infatti, è un tema che va messo al centro di quel ‘patto sociale’ proposto dal Governo: l’Italia non può essere un Paese ‘low cost’ con lavoro poco qualificato, sostanzialmente privo di formazione, distante dal mondo dell’università e della ricerca e poco retribuito”.