Consumo di vino e nuove generazioni: che rapporto c’è oggi?

Fiore all’occhiello dell’agroalimentare tricolore, il vino fatica a conquistare il palato e il cuore dei giovani. Da diverso tempo infatti il settore vitivinicolo osserva con una certa preoccupazione il crescente disamore delle nuove generazioni verso il vino.

A fronte di consumi in calo tra i più giovani, attratti da alternative più moderne o considerate più salutari, emerge il timore che manchi il ricambio tra i consumatori. Un cambiamento che potrebbe avere ripercussioni importanti su tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione.

I giovani oggi: meno vino, più consapevolezza

Le analisi condotte da Nomisma Wine Monitor evidenziano un contesto socioeconomico molto diverso rispetto a quello vissuto da chi aveva vent’anni trent’anni fa. I giovani d’oggi, in particolare quelli tra i 18 e i 25 anni, bevono vino in modo occasionale, spesso in occasione di eventi sociali o aperitivi. Spumanti e bianchi fermi sono le tipologie più apprezzate, mentre i vini rosati restano in secondo piano.

Ma la vera novità è nei criteri di scelta: tra i driver principali compaiono l’attenzione alla salute, la sostenibilità ambientale e la provenienza etica del prodotto. Allo stesso tempo, il budget limitato e la scarsa conoscenza dei territori vitivinicoli influiscono sul comportamento d’acquisto.

Una popolazione che invecchia: quale futuro per il vino?

Il calo della natalità e l’aumento dell’età media sono realtà davanti agli occhi di tutti. Secondo Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor, entro il 2050 un terzo degli italiani avrà più di 65 anni. Un dato che lascia prevedere forti cambiamenti nelle abitudini di consumo, anche nel comparto enologico.

I baby boomer, oggi over 60, rappresentano ancora uno zoccolo duro tra i consumatori. Bevono prevalentemente durante i pasti, acquistano con attenzione al territorio d’origine e tendono a preferire vini fermi. La sensibilità verso le tematiche green resta invece limitata.

Un consumo che cambia con l’età

Confrontando le varie fasce generazionali, emerge un dato interessante: molte abitudini dei più anziani vengono progressivamente adottate anche da chi invecchia.

La frequenza del consumo cresce con l’età, così come l’interesse per l’origine geografica. Al contrario, l’attenzione alla sostenibilità diminuisce.

Benessere e nuovi trend:  il vino dealcolato

Tuttavia, un fattore comune sta rivoluzionando il consumo trasversalmente: la crescente attenzione alla salute. Questo approccio, sempre più diffuso, alimenta la domanda di vini a basso tenore alcolico o senza alcol.

Un trend destinato a incidere profondamente sulla produzione e sul marketing del vino nei prossimi anni.

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L’Intelligenza Artificiale Generativa disegna i futuri alternativi

La seconda edizione dell’Osservatorio FUTURES | Sense Making by System Thinking del Politecnico di Milano ha esplorato l’approccio pionieristico alla creazione del futuro nell’era delle tecnologie generative, identificando i futuri “distanti” nei processi aziendali di produzione e assorbimento della conoscenza nel 2035.

Nel 2035, nell’era delle tecnologie generative, cambierà profondamente il modo di imparare, riflettere e immaginare delle persone. E tra i nuovi profili professionali identificati negli 8 futuri alternativi descritti dall’Osservatorio, emergono gli “antroscienziati”, profili ibridi tra l’intuizione e la progettazione organizzativa.

Antroscienziati, symfoodist  ed empathitect

Gli antroscienziati indagheranno il modo in cui individui, culture e società interagiscono con le tecnologie, gli ambienti e le organizzazioni, per tradurre comportamenti, valori e motivazioni umani in idee per l’innovazione, le politiche 
Un altro profilo è quello dei “symfoodist”, ricercatori con competenze transdisciplinari che uniscono scienza alimentare, psicologia sensoriale ed etica con la conoscenza dell’AI, per progettare sistemi nutrizionali in grado di attivare il flusso creativo, il recupero psicologico e l’allineamento metabolico con i ritmi circadiani e cognitivi.

E ancora, tra i profili degli 8 futuri alternativi rientrano gli “empathitect”, facilitatori di ecosistemi umani, che progetteranno architetture emozionali per comunità e organizzazioni, creando ambienti in cui le persone possono esprimere il loro potenziale in armonia con i ritmi collettivi.

Nella nuova era creatività umana e tecnologia intelligente convergono

Nell’attività di ricerca scientifica, il manifesto sul futuro ‘distante’, dal titolo “Tecnologie generative come motore di decostruzione cognitiva” immagina una nuova era di produzione di conoscenza in cui creatività umana e tecnologia intelligente convergono per espandere i limiti della comprensione e dell’innovazione.
Nella ricerca le tecnologie generative saranno motori di decostruzione cognitiva, consentendo ai ricercatori di concettualizzare sistemi alternativi.

Ma nel futuro distante si rifiuta l’idea che le tecnologie generative siano partner autonomi che prendono decisioni indipendenti. Infatti, non generano intrinsecamente soluzioni accessibili o inclusive: devono essere guidate intenzionalmente per farlo. E si rifiuta anche la visione delle tecnologie generative come semplici amplificatori della cognizione umana.

Ricercatori più intuitivi e più consapevoli dei propri pregiudizi

L’AI ha il potenziale di migliorare la percezione dei segnali corporei interni, aiutando i ricercatori a diventare più consapevoli dei propri pregiudizi, rafforzare il ragionamento intuitivo e sviluppare una visione più profonda del mondo.

“In contesti fortemente volatili, incerti, complessi e ambigui come quelli della società moderna è richiesto a leader, innovatori e organizzazioni di progettare con responsabilità e proattività futuri desiderabili – afferma Claudio Dell’Era, Direttore dell’Osservatorio –. Con dinamiche di mercato volatili e incertezze geopolitiche, le previsioni diventano sempre più difficili e le organizzazioni oggi si trovano in difficoltà nel decidere quali iniziative perseguire e come allocare le risorse in modo efficace. Padroneggiare la creazione del futuro diventa una capacità sempre più critica”.

Italiani e web: disinformazione e odio colpiscono un cittadino su due

Con la diffusone costante dei mezzi digitali, crescono inevitabilmente anche i rischi connessi all’uso della rete. Secondo il nuovo rapporto dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), oltre la metà della popolazione italiana ha avuto esperienze dirette con contenuti online dannosi, come fake news, incitamento all’odio o revenge porn.

L’indagine, condotta su un campione rappresentativo di oltre 7.000 persone dai 6 anni in su, scatta la fotografia di un paese connesso, ma ancora poco preparato.

C’è preoccupazione, ma non se ne parla  

Più di otto italiani su dieci si dichiarano preoccupati per i contenuti pericolosi presenti in rete. Eppure, il 44% della popolazione non sente il bisogno di cercare supporto o consigli per usare i media in modo più consapevole.

I giovani sotto i 18 anni mostrano una maggiore propensione a parlarne: si rivolgono in primo luogo ai genitori, poi agli insegnanti o ai coetanei.

Sempre connessi, ma senza strumenti

La quasi totalità degli italiani (90%) accede a Internet ogni giorno, e quasi la metà trascorre online più di quattro ore al giorno.

La competenza nel decifrare i meccanismi dietro ai contenuti digitali è però scarsa: il 64,6% non comprende il funzionamento degli algoritmi che personalizzano ciò che vediamo online. Solo il 7% dimostra una buona alfabetizzazione digitale.

Famiglie più attente, ma con approcci diversi

L’educazione digitale parte anche in casa. Otto famiglie su dieci impongono regole ai figli sull’uso dei media. Alcuni genitori impongono limiti di orario, altri utilizzano sistemi di controllo parentale.

I genitori più istruiti e over 45 preferiscono il dialogo e il monitoraggio; quelli più giovani tendono a ricorrere a divieti più rigidi.

Come reagiamo ai contenuti rischiosi?

Quando si imbattono in contenuti inappropriati, oltre l’80% degli italiani adotta qualche forma di reazione: evitare la fonte, cambiare canale o piattaforma. Solo un terzo verifica l’attendibilità delle notizie.

L’istruzione gioca un ruolo importante: chi ha un titolo di studio più alto tende a essere più attivo nella verifica e nella segnalazione.

Tanta connessione, poca consapevolezza

Il rapporto AGCOM evidenzia un forte divario tra accesso e competenze. L’Italia è online, ma spesso senza bussola.
Serve investire in alfabetizzazione digitale, partendo da scuola, famiglie e istituzioni, per rendere la rete un ambiente più sicuro per tutti.

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Sanità digitale nel mirino: aumenta il rischio di cyberattacchi

Il sistema sanitario italiano sta affrontando un periodo delicato sul fronte della sicurezza informatica. L’adozione crescente di tecnologie digitali, l’uso di dispositivi medici connessi e il ricorso a fornitori esterni hanno ampliato i punti di accesso per potenziali attacchi. Secondo le analisi contenute nel Rapporto Clusit 2025, nel corso del 2024 si sono registrati 810 attacchi informatici nel comparto sanitario a livello globale, con un incremento del 30% rispetto all’anno precedente.

In Italia, numerosi episodi hanno avuto un impatto rilevante, con almeno 13 casi documentati pubblicamente come attacchi di entità elevata. L’interesse crescente dei cybercriminali per questo settore è legato alla possibilità di ottenere dati sanitari sensibili, altamente richiesti nel mercato nero digitale, e alle debolezze infrastrutturali presenti in molte strutture.

Oltre il 70% delle strutture colpite nell’ultimo anno

Un’indagine condotta da Censuswide per Kaspersky, che ha coinvolto dirigenti di aziende sanitarie italiane con oltre 1.000 dipendenti, ha rivelato che il 73% degli intervistati ha subito almeno un episodio di sicurezza informatica negli ultimi dodici mesi. Il 24% ha riportato attacchi di grave entità, spesso accompagnati da interruzioni dei servizi essenziali.

In media, ogni organizzazione ha vissuto due blocchi operativi all’anno, e nel 63% dei casi questi episodi si sono ripetuti più volte, compromettendo la regolarità delle prestazioni sanitarie. Il 66% dei centri sanitari ha inoltre segnalato tentativi di sottrazione di dati riservati, con un’accelerazione degli attacchi rilevata negli ultimi mesi.

Le forme di attacco più frequenti

Tra i pericoli più diffusi spicca il ransomware, indicato come minaccia principale dal 31% dei responsabili intervistati. Questo tipo di malware blocca l’accesso ai sistemi finché non viene pagato un riscatto. Altri rischi segnalati includono le intrusioni fisiche all’interno delle strutture (23%) e le minacce provenienti dall’interno, come comportamenti scorretti o disattenzioni da parte del personale (22%).

Seguono gli accessi non autorizzati ai sistemi, gli attacchi ai fornitori e la mancanza di controllo sui dispositivi digitali, che mostrano quanto sia complesso mantenere un’adeguata supervisione delle tecnologie adottate.

Le conseguenze: dalla perdita economica al danno reputazionale

Le ripercussioni di un attacco informatico non si fermano alla perdita di dati o al blocco dei servizi. Le strutture sanitarie temono in particolare sanzioni legate alla mancata conformità alle normative europee sulla privacy, come il GDPR, oltre a danni reputazionali e perdite economiche. Il 76% degli intervistati ha citato proprio il rischio di penalità legali tra le maggiori preoccupazioni.

Preoccupano inoltre l’interruzione delle cure, il deterioramento della fiducia pubblica e l’integrità dei dati clinici, fondamentali per garantire la qualità delle terapie.

Cosa ostacola la protezione dei sistemi?

Uno dei problemi più ricorrenti è la difficoltà di tradurre il rischio informatico in parametri concreti. Questo impedisce di pianificare investimenti e strategie adeguate. A ciò si aggiungono la mancanza di personale formato, l’evoluzione continua delle minacce e la complessità tecnica del linguaggio utilizzato nel settore della sicurezza.

Il 87% dei dirigenti ha inoltre espresso preoccupazione per la fragilità della propria rete di fornitori, e cita criticità come la presenza di dispositivi non aggiornati, punti di accesso fisici deboli e una catena di fornitura difficile da gestire.

Uno scenario in continua evoluzione

Guardando al futuro, le principali aree di rischio restano il ransomware e la sicurezza dei partner esterni. In parallelo, emergono nuove sfide legate all’uso dell’intelligenza artificiale e alla crescente diffusione di dispositivi connessi. Anche l’adattamento alle normative rappresenta un impegno per i responsabili della sicurezza digitale .

Come sottolineato da Cesare D’Angelo, responsabile per l’Italia di Kaspersky, è necessario un cambio di approccio: la protezione informatica deve essere parte integrante della gestione strategica delle strutture sanitarie, comprese la cultura della sicurezza e la formazione del personale.

Shopping e ristorazione di prossimità ri-conquistano gli italiani

Secondo una ricerca condotta da BVA Doxa per American Express, il 94% degli italiani ritiene che le piccole attività commerciali e di ristorazione siano fondamentali per preservare l’identità e la cultura del proprio quartiere.
È un dato che racconta un cambiamento nelle abitudini di consumo e una rinnovata attenzione verso il tessuto economico locale.

Nell’epoca della globalizzazione e del commercio digitale, i piccoli negozi e i ristoranti locali stanno vivendo una rinascita. Tanto che lo shopping di prossimità è tornata a essere un’abitudine sempre più diffusa.
Il 79% degli italiani effettua acquisti nei negozi di prossimità almeno una volta alla settimana, e uno su cinque  tre o più volte a settimana.

Una tendenza più marcata nelle grandi città

La tendenza di tornare a fare shopping negli esercizi commerciali del proprio quartiere è ancora più marcata nelle grandi città, dove la percentuale degli italiani sale al 29%.
E non si tratta di una moda passeggera. Il 45% degli italiani negli ultimi due anni ha infatti aumentato i propri acquisti nei piccoli esercizi, con punte del 54% nella fascia di età tra 18 e 34 anni.

Del resto anche in viaggio l’attenzione al commercio locale non cala. Quasi la metà degli intervistati (48%) dichiara di voler sostenere i piccoli negozi anche quando si trova in un’altra città.
I canali di scoperta? Vicinanza fisica (70%), passaparola (65%), social media (26%).

Osterie e trattorie regine di pranzi e cene del fine settimana 

Quanto al comportamento degli italiani rispetto alla ristorazione informale, come le trattorie e le osterie, il 63% dei consumatori pranza o cena in un ristorante informale almeno una volta al mese, soprattutto durante il weekend.

In particolare, il 41% sceglie il sabato sera, mentre il 21% opta per il pranzo della domenica.
Tra i criteri più importanti nella scelta di questi locali ci sono il consiglio di amici e familiari (55%), ma anche la presenza di opzioni di pagamento digitale (74%) e le promozioni legate alla propria carta di pagamento (78%).

L’intramontabile qualità della cucina romana

“La ristorazione informale è un punto di riferimento per la comunità e promuove il patrimonio enogastronomico italiano – dichiara Luca Staglianò, vicepresidente di American Express Italia -. In American Express ci impegniamo a sostenere il turismo e le economie locali attraverso iniziative mirate che valorizzano le piccole attività di quartiere, dalle trattorie alle osterie che animano i centri urbani fino a quelle realtà che portano lo spirito del Made in Italy nel mondo Siamo da anni al fianco dei piccoli esercenti locali in tutta Italia, che rappresentano non solo la spina dorsale dell’economia, ma sono anche custodi della cultura e della tradizione del territori”.

E tra le cucine regionali più amate quella romana continua a primeggiare. Chi sceglie di mangiare in una trattoria romana lo fa soprattutto per due motivi, l’autenticità dei piatti (52%) e la qualità degli ingredienti (49%).

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Vivere in città: quanto costa mantenere una casa nel 2025?

Quanto costa oggi vivere in una casa di proprietà in Italia? Secondo un’indagine condotta da Facile.it e Mutui.it, la spesa mensile media per una famiglia si aggira intorno ai 1.298 euro, pari a oltre 15.500 euro all’anno. Tanto, anzi tantissimo.

L’analisi, che prende in esame dieci capoluoghi rappresentativi del Paese, rivela forti disparità territoriali: il Nord è decisamente più caro rispetto al Sud e alle Isole.

Milano la più cara, Palermo la più economica 

Non sorprende più di tanto scoprire che la città con i costi più alti è Milano, dove mantenere un’abitazione può superare i 2.000 euro mensili. Segue poi Roma con circa 1.750 euro. All’altro estremo della classifica, Palermo si conferma la città più economica con una spesa annua che non raggiunge i 9.000 euro.

Lo studio ha simulato le spese per un appartamento di 100 mq situato in zona semicentrale. I costi includono mutuo (tasso fisso al 3,3% su 25 anni), utenze domestiche, spese condominiali, manutenzione, acqua e tassa sui rifiuti (Tari). Le quotazioni immobiliari sono state calcolate in base ai dati OMI dell’Agenzia delle Entrate.

Il mutuo è la voce che incide di più

Il peso maggiore sul bilancio è dato dalla rata mensile del mutuo, che rappresenta tra il 75% e l’86% del totale delle spese.

A Milano, il costo di un immobile si aggira sui 465.000 euro, con una rata che sfiora i 1.750 euro mensili. A Roma si parla di circa 1.500 euro, mentre a Palermo si scende sotto i 500 euro.

Bollette e spese fisse, “pesano” di più al Nord

Anche per le utenze (gas, luce, acqua), le spese condominiali e la manutenzione ordinaria, il divario geografico è evidente. Al Nord si paga fino al 48% in più rispetto al Sud. A Milano si toccano i 300 euro mensili, mentre a Cagliari ne bastano 175.
Clima più favorevole e consumi più contenuti aiutano il Mezzogiorno a risparmiare un bel po’.

Tari, decisamente più salata al Sud

Curiosamente, è al Sud che si registrano i costi più alti per la tassa sui rifiuti. Genova è l’unica città del Nord a posizionarsi in cima con 501 euro, seguita da Napoli (482), Cagliari (465) e Bari (426). Milano resta sotto i 400 euro, mentre Bologna chiude la classifica con soli 287 euro.

Insomma, la conclusione è che per risparmiare può essere utile fare un’attenta valutazione anche della città in cui vivere!

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Società: gli italiani tra speranze locali e inquietudini globali

Come percepiscono la propria vita, il contesto in cui vivono, il proprio Paese e il mondo in generale gli italiani?
Esaminando il periodo da marzo 2024 a marzo 2025 Human Highway rileva un quadro complesso, con segnali di tenuta a livello individuale e nazionale, ma una crescente preoccupazione verso ciò che accade oltre confine.

Pensando alla propria casa, gli italiani esprimono un giudizio nettamente positivo (+0,29), segno che lo spazio domestico continua a rappresentare un punto di stabilità e sicurezza.
La valutazione scende leggermente quando si guarda al vicinato (-0,09), per poi peggiorare in modo marcato a livello nazionale (-0,27) e raggiungere il punto più basso nella percezione del mondo (-0,33).

Chi si preoccupa di più? Donne e over55

In sintesi, più ci si allontana dalla sfera personale, più il giudizio diventa negativo, fino a toccare livelli di preoccupazione rispetto al contesto globale.
Analizzando nel dettaglio chi esprime maggiore preoccupazione per lo stato del mondo, emergono due gruppi particolarmente sensibili, le donne e le persone tra 55 e 64 anni.

Le prime mostrano una percezione più negativa rispetto agli uomini, probabilmente per una maggiore esposizione emotiva o una più acuta consapevolezza delle dinamiche sociali e ambientali. Allo stesso modo, per la fascia d’età tra 55 e 64 anni è possibile che in questa fase della vita spesso accompagnata da riflessioni sul futuro dei figli, sul contesto economico o sulla propria sicurezza, si percepiscano con maggiore intensità i segnali di instabilità globale.

Felicità domestica: figli e reddito, con un limite

L’analisi dei livelli di felicità mostra che la presenza di figli ha un impatto positivo sul benessere percepito. Ma solo fino a un certo punto.
Oltre la soglia dei tre figli la felicità tende a diminuire, segno che la gestione familiare può diventare più complessa e stressante.

Allo stesso modo, il reddito è correlato positivamente alla felicità, ma anche qui superata una certa soglia ulteriori incrementi economici non sembrano tradursi in maggiore soddisfazione personale.
E se il periodo natalizio porta un aumento della felicità percepita, con l’arrivo di gennaio il morale scende rapidamente.

Le risorse culturali e psicologiche aiutano a interpretare la complessità

La ‘ripresa’ dopo le feste sembra avere un impatto psicologico marcato. Stessa dinamica nel corso della settimana, con grande entusiasmo il sabato e malinconia la domenica.
Nel complesso, gli italiani mantengono una certa solidità nel rapporto con la propria vita e con il Paese, ma si sentono sempre più inquieti rispetto al mondo. Il malessere non nasce tanto da ciò che vivono direttamente, quanto da ciò che vedono accadere altrove.

È un campanello d’allarme che segnala la necessità, forse, di risorse culturali e psicologiche per interpretare meglio la complessità del presente senza sentirsi travolti.

Paure e sicurezza: italiani più timorosi a uscire di casa

È quanto conferma il 1° Rapporto Univ-Censis dal titolo ‘La sicurezza fuori casa’: la paura sta condizionando la vita degli italiani, al punto che quasi 4 cittadini su 10, il 38,1%, rinuncia a uscire di casa per timore che possa capitare qualcosa di grave. E la quota più elevata è tra i giovani (52,1%).

Di fronte alla crisi permanente e ai rischi incombenti, il 94,2% degli italiani afferma che almeno quando si trova fuori casa vorrebbe sentirsi tranquillo, e l’89,3% al riparo dalla criminalità.
Inoltre, il 75,8% degli italiani, che sale all’81,8% tra le donne, afferma che negli ultimi 5 anni girare per strada è diventato più pericoloso. E il 67,3% delle donne ha paura quando torna a casa di sera o di notte. Ad avere più paura infatti sono le donne, i giovani, e chi vive nelle grandi realtà urbane.

In crescita i reati che colpiscono le donne

Esiste una serie di reati che colpisce maggiormente le donne. Tra questi, le violenze sessuali, che nel 2024 sono state 6.587, +34,9% negli ultimi cinque anni.
Del resto, il 25,6% delle donne intervistate sostiene di aver subito almeno una molestia sessuale, il 23,1% uno scippo o un borseggio, e il 29,5% è stata seguita da uno sconosciuto.

Nel 2024 in Italia sono stati denunciati 2.388.716 reati, +3,8% rispetto al 2019 e +2,0% rispetto allo scorso anno.
Siamo però ancora molto lontani dai 2.812.936 reati del 2014, ed è ancora presto per dire se questa crescita è solo una piega congiunturale o se rappresenta il segnale di un vero e proprio cambio di ciclo.

Roma guida la classifica della criminalità

Nel 2024 le rapine sono state 28.631, di cui 16.510 in pubblica via, +24,1% rispetto al 2019.
I borseggi sono stati 140.690, +2,6%, mentre gli scippi, 13.474, +7,9%.

Roma guida la classifica delle province e città metropolitane, con 271.033 reati denunciati nel 2024, l’11,3% del totale Italia, seguita da Milano (226.230 reati, 9,5%), Napoli (132.809) e Torino (128.919).
Se si considera l’incidenza dei reati sulla popolazione, la provincia che presenta il valore più alto è Milano, dove nel 2024 si sono consumati 69,7 reati ogni 1.000 abitanti.

Al secondo posto Firenze (65,3) e al terzo Roma (64,1).

Lo Stato da solo non ce la può fare. Servono le risorse private 
Le risorse statali destinate a garantire l’ordine pubblico si integrano con quelle private attraverso un’offerta che nel tempo ha aumentato i propri ambiti di intervento e i propri standard qualitativi.

Gli stessi italiani sono convinti (65,1%) che lo Stato da solo non ce la può fare a presidiare tutte le aree e i luoghi essenziali per la vita delle persone, e riconoscono il ruolo e il valore sociale della sicurezza privata.

Per il 74,4% della popolazione gli operatori della sicurezza sono indispensabili per assicurare la sicurezza del territorio. E quasi 8 milioni di italiani, il 15,4% del totale, ha fatto ricorso a un operatore poiché in una situazione di pericolo.
Non solo: il 73,3% pensa che gli ambiti di intervento della vigilanza privata si dovrebbero ampliare. 

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Prestiti: segnali di ripresa nel 2025, salgono richieste e importi

Il primo trimestre del 2025 segna una svolta positiva per il mercato del credito alle famiglie italiane. Secondo i dati del Barometro CRIF (Fonte: EURISC, Sistema di Informazioni Creditizie), le domande di prestiti sono in aumento del 3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Probabilmente questo fenomeno si deve anche a un certo sentimento di ottimismo, che invita a fare progetti nel medio termine.

Cresce l’importo medio richiesto: record degli ultimi dieci anni

Accanto all’aumento delle richieste, cresce anche l’importo medio domandato: 10.161 euro, con una variazione positiva dell’8,3% rispetto al 2024. Questo dato rappresenta il valore più elevato registrato dal 2015 a oggi.

Il rialzo degli importi è legato, in parte, all’effetto dell’inflazione che ha fatto lievitare il costo della vita e delle spese quotidiane.

Boom dei prestiti personali, calo dei finanziamenti finalizzati

Il Barometro CRIF evidenzia un forte incremento dei prestiti personali, che crescono del 15,9% nel primo trimestre. Al contrario, i finanziamenti finalizzati – legati all’acquisto di beni e servizi specifici – subiscono una riduzione dell’8,6%.
Guardando agli importi, i prestiti finalizzati registrano un aumento del 9,6% (7.518 euro medi), mentre quelli personali salgono più moderatamente (+2,4%), con una media di 12.495 euro.

Come osserva Simone Capecchi, Executive Director di CRIF, “la ritrovata fiducia si accompagna a una maggiore prudenza: i consumatori pianificano nuove spese, ma rimangono attenti alla sostenibilità del debito”.

Mini cifre e maxi dilazioni: le ultime tendenze

Il 45,1% delle domande riguarda finanziamenti inferiori a 5.000 euro, confermando la preferenza per piccoli importi. Si afferma sempre di più la modalità “Buy Now, Pay Later”, con cui anche acquisti minimi vengono rateizzati: il 61% dei prestiti richiesti riguarda somme comprese tra 0 e 150 euro.

Anche la durata dei rimborsi si allunga: un prestito su tre prevede piani superiori a 60 mesi.

Chi sono i richiedenti? Soprattutto le persone della fascia 45-54 anni

A livello anagrafico, sono soprattutto gli italiani tra i 45 e i 54 anni a chiedere finanziamenti, rappresentando il 23,3% delle richieste. Seguono i 35-44enni, con una quota del 20,5%.

La ripartenza dei prestiti sembra così trainata dalle generazioni più mature, che si dimostrano pronte a investire nei propri progetti.

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Droni: il mercato vola trainato dalla tecnologia 

In Italia, il comparto professionale dei droni continua a crescere. Tanto che nel 2024 ha toccato un valore di 160 milioni di euro, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente.
A guidare questa evoluzione è l’applicazione dei droni in settori strategici come la sicurezza, la logistica, la sanità e l’ambiente.

Secondo l’Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata del Politecnico di Milano, l’80% degli operatori si aspetta un’ulteriore espansione entro il 2027.

Le aziende italiane oggi sono 657

In Italia, le aziende attive nel settore sono 657, un numero in lieve calo rispetto al 2023. Il mercato mostra una naturale selezione: ogni anno chiude circa il 5% delle imprese, per lo più realtà giovani o di piccole dimensioni, mentre le nuove aperture si attestano al 2%.

Il fenomeno evidenzia un processo di consolidamento del settore, che si sta strutturando su basi più solide e professionali.

Oltre 1.800 progetti nel mondo: solo il 16% è operativo

Tra il 2019 e il 2024 sono stati censiti 1.882 progetti legati all’uso dei droni a livello globale. Tuttavia, solo il 16% è oggi attivo, segno che molte applicazioni sono ancora in fase sperimentale.

In Italia, gli esperti sottolineano la necessità di accelerare la transizione verso modelli operativi, integrando i droni nei piani di sviluppo urbano e industriale.

Tre livelli di maturità per le applicazioni dei droni

L’analisi dell’Osservatorio ha classificato 15 casi d’uso in tre stadi di sviluppo. In fase iniziale è il trasporto di passeggeri tramite droni, che ha ancora un livello di maturità basso (1,6 su 4), frenato da carenze normative e culturali.
In evoluzione sono il trasporto merci, le applicazioni agricole e la manutenzione infrastrutturale: queste mostrano un punteggio medio di 2,2. In questi casi, il nodo principale resta quello normativo.
Infine in consolidamento: ispezioni, sicurezza, ricerca e soccorso e rilievi ambientali sono le aree più mature (2,7 su 4), anche se restano sfide legate alla scalabilità economica, accettazione sociale e infrastrutture.

Il futuro? Una filiera nazionale integrata

Come ha sottolineato Marco Lovera, responsabile scientifico dell’Osservatorio, è arrivato il momento di costruire una vera filiera nazionale, capace di tradurre le sperimentazioni in progetti concreti e diffusi. Anche Paola Olivares, direttrice dell’Osservatorio, ha ribadito il ruolo centrale dell’Italia, forte di competenze tecnologiche e normative, nel guidare questa trasformazione.