Società: gli italiani tra speranze locali e inquietudini globali

Come percepiscono la propria vita, il contesto in cui vivono, il proprio Paese e il mondo in generale gli italiani?
Esaminando il periodo da marzo 2024 a marzo 2025 Human Highway rileva un quadro complesso, con segnali di tenuta a livello individuale e nazionale, ma una crescente preoccupazione verso ciò che accade oltre confine.

Pensando alla propria casa, gli italiani esprimono un giudizio nettamente positivo (+0,29), segno che lo spazio domestico continua a rappresentare un punto di stabilità e sicurezza.
La valutazione scende leggermente quando si guarda al vicinato (-0,09), per poi peggiorare in modo marcato a livello nazionale (-0,27) e raggiungere il punto più basso nella percezione del mondo (-0,33).

Chi si preoccupa di più? Donne e over55

In sintesi, più ci si allontana dalla sfera personale, più il giudizio diventa negativo, fino a toccare livelli di preoccupazione rispetto al contesto globale.
Analizzando nel dettaglio chi esprime maggiore preoccupazione per lo stato del mondo, emergono due gruppi particolarmente sensibili, le donne e le persone tra 55 e 64 anni.

Le prime mostrano una percezione più negativa rispetto agli uomini, probabilmente per una maggiore esposizione emotiva o una più acuta consapevolezza delle dinamiche sociali e ambientali. Allo stesso modo, per la fascia d’età tra 55 e 64 anni è possibile che in questa fase della vita spesso accompagnata da riflessioni sul futuro dei figli, sul contesto economico o sulla propria sicurezza, si percepiscano con maggiore intensità i segnali di instabilità globale.

Felicità domestica: figli e reddito, con un limite

L’analisi dei livelli di felicità mostra che la presenza di figli ha un impatto positivo sul benessere percepito. Ma solo fino a un certo punto.
Oltre la soglia dei tre figli la felicità tende a diminuire, segno che la gestione familiare può diventare più complessa e stressante.

Allo stesso modo, il reddito è correlato positivamente alla felicità, ma anche qui superata una certa soglia ulteriori incrementi economici non sembrano tradursi in maggiore soddisfazione personale.
E se il periodo natalizio porta un aumento della felicità percepita, con l’arrivo di gennaio il morale scende rapidamente.

Le risorse culturali e psicologiche aiutano a interpretare la complessità

La ‘ripresa’ dopo le feste sembra avere un impatto psicologico marcato. Stessa dinamica nel corso della settimana, con grande entusiasmo il sabato e malinconia la domenica.
Nel complesso, gli italiani mantengono una certa solidità nel rapporto con la propria vita e con il Paese, ma si sentono sempre più inquieti rispetto al mondo. Il malessere non nasce tanto da ciò che vivono direttamente, quanto da ciò che vedono accadere altrove.

È un campanello d’allarme che segnala la necessità, forse, di risorse culturali e psicologiche per interpretare meglio la complessità del presente senza sentirsi travolti.

Paure e sicurezza: italiani più timorosi a uscire di casa

È quanto conferma il 1° Rapporto Univ-Censis dal titolo ‘La sicurezza fuori casa’: la paura sta condizionando la vita degli italiani, al punto che quasi 4 cittadini su 10, il 38,1%, rinuncia a uscire di casa per timore che possa capitare qualcosa di grave. E la quota più elevata è tra i giovani (52,1%).

Di fronte alla crisi permanente e ai rischi incombenti, il 94,2% degli italiani afferma che almeno quando si trova fuori casa vorrebbe sentirsi tranquillo, e l’89,3% al riparo dalla criminalità.
Inoltre, il 75,8% degli italiani, che sale all’81,8% tra le donne, afferma che negli ultimi 5 anni girare per strada è diventato più pericoloso. E il 67,3% delle donne ha paura quando torna a casa di sera o di notte. Ad avere più paura infatti sono le donne, i giovani, e chi vive nelle grandi realtà urbane.

In crescita i reati che colpiscono le donne

Esiste una serie di reati che colpisce maggiormente le donne. Tra questi, le violenze sessuali, che nel 2024 sono state 6.587, +34,9% negli ultimi cinque anni.
Del resto, il 25,6% delle donne intervistate sostiene di aver subito almeno una molestia sessuale, il 23,1% uno scippo o un borseggio, e il 29,5% è stata seguita da uno sconosciuto.

Nel 2024 in Italia sono stati denunciati 2.388.716 reati, +3,8% rispetto al 2019 e +2,0% rispetto allo scorso anno.
Siamo però ancora molto lontani dai 2.812.936 reati del 2014, ed è ancora presto per dire se questa crescita è solo una piega congiunturale o se rappresenta il segnale di un vero e proprio cambio di ciclo.

Roma guida la classifica della criminalità

Nel 2024 le rapine sono state 28.631, di cui 16.510 in pubblica via, +24,1% rispetto al 2019.
I borseggi sono stati 140.690, +2,6%, mentre gli scippi, 13.474, +7,9%.

Roma guida la classifica delle province e città metropolitane, con 271.033 reati denunciati nel 2024, l’11,3% del totale Italia, seguita da Milano (226.230 reati, 9,5%), Napoli (132.809) e Torino (128.919).
Se si considera l’incidenza dei reati sulla popolazione, la provincia che presenta il valore più alto è Milano, dove nel 2024 si sono consumati 69,7 reati ogni 1.000 abitanti.

Al secondo posto Firenze (65,3) e al terzo Roma (64,1).

Lo Stato da solo non ce la può fare. Servono le risorse private 
Le risorse statali destinate a garantire l’ordine pubblico si integrano con quelle private attraverso un’offerta che nel tempo ha aumentato i propri ambiti di intervento e i propri standard qualitativi.

Gli stessi italiani sono convinti (65,1%) che lo Stato da solo non ce la può fare a presidiare tutte le aree e i luoghi essenziali per la vita delle persone, e riconoscono il ruolo e il valore sociale della sicurezza privata.

Per il 74,4% della popolazione gli operatori della sicurezza sono indispensabili per assicurare la sicurezza del territorio. E quasi 8 milioni di italiani, il 15,4% del totale, ha fatto ricorso a un operatore poiché in una situazione di pericolo.
Non solo: il 73,3% pensa che gli ambiti di intervento della vigilanza privata si dovrebbero ampliare. 

Pubblicato
Categorie: Società

Prestiti: segnali di ripresa nel 2025, salgono richieste e importi

Il primo trimestre del 2025 segna una svolta positiva per il mercato del credito alle famiglie italiane. Secondo i dati del Barometro CRIF (Fonte: EURISC, Sistema di Informazioni Creditizie), le domande di prestiti sono in aumento del 3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Probabilmente questo fenomeno si deve anche a un certo sentimento di ottimismo, che invita a fare progetti nel medio termine.

Cresce l’importo medio richiesto: record degli ultimi dieci anni

Accanto all’aumento delle richieste, cresce anche l’importo medio domandato: 10.161 euro, con una variazione positiva dell’8,3% rispetto al 2024. Questo dato rappresenta il valore più elevato registrato dal 2015 a oggi.

Il rialzo degli importi è legato, in parte, all’effetto dell’inflazione che ha fatto lievitare il costo della vita e delle spese quotidiane.

Boom dei prestiti personali, calo dei finanziamenti finalizzati

Il Barometro CRIF evidenzia un forte incremento dei prestiti personali, che crescono del 15,9% nel primo trimestre. Al contrario, i finanziamenti finalizzati – legati all’acquisto di beni e servizi specifici – subiscono una riduzione dell’8,6%.
Guardando agli importi, i prestiti finalizzati registrano un aumento del 9,6% (7.518 euro medi), mentre quelli personali salgono più moderatamente (+2,4%), con una media di 12.495 euro.

Come osserva Simone Capecchi, Executive Director di CRIF, “la ritrovata fiducia si accompagna a una maggiore prudenza: i consumatori pianificano nuove spese, ma rimangono attenti alla sostenibilità del debito”.

Mini cifre e maxi dilazioni: le ultime tendenze

Il 45,1% delle domande riguarda finanziamenti inferiori a 5.000 euro, confermando la preferenza per piccoli importi. Si afferma sempre di più la modalità “Buy Now, Pay Later”, con cui anche acquisti minimi vengono rateizzati: il 61% dei prestiti richiesti riguarda somme comprese tra 0 e 150 euro.

Anche la durata dei rimborsi si allunga: un prestito su tre prevede piani superiori a 60 mesi.

Chi sono i richiedenti? Soprattutto le persone della fascia 45-54 anni

A livello anagrafico, sono soprattutto gli italiani tra i 45 e i 54 anni a chiedere finanziamenti, rappresentando il 23,3% delle richieste. Seguono i 35-44enni, con una quota del 20,5%.

La ripartenza dei prestiti sembra così trainata dalle generazioni più mature, che si dimostrano pronte a investire nei propri progetti.

Pubblicato
Categorie: Società

Droni: il mercato vola trainato dalla tecnologia 

In Italia, il comparto professionale dei droni continua a crescere. Tanto che nel 2024 ha toccato un valore di 160 milioni di euro, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente.
A guidare questa evoluzione è l’applicazione dei droni in settori strategici come la sicurezza, la logistica, la sanità e l’ambiente.

Secondo l’Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata del Politecnico di Milano, l’80% degli operatori si aspetta un’ulteriore espansione entro il 2027.

Le aziende italiane oggi sono 657

In Italia, le aziende attive nel settore sono 657, un numero in lieve calo rispetto al 2023. Il mercato mostra una naturale selezione: ogni anno chiude circa il 5% delle imprese, per lo più realtà giovani o di piccole dimensioni, mentre le nuove aperture si attestano al 2%.

Il fenomeno evidenzia un processo di consolidamento del settore, che si sta strutturando su basi più solide e professionali.

Oltre 1.800 progetti nel mondo: solo il 16% è operativo

Tra il 2019 e il 2024 sono stati censiti 1.882 progetti legati all’uso dei droni a livello globale. Tuttavia, solo il 16% è oggi attivo, segno che molte applicazioni sono ancora in fase sperimentale.

In Italia, gli esperti sottolineano la necessità di accelerare la transizione verso modelli operativi, integrando i droni nei piani di sviluppo urbano e industriale.

Tre livelli di maturità per le applicazioni dei droni

L’analisi dell’Osservatorio ha classificato 15 casi d’uso in tre stadi di sviluppo. In fase iniziale è il trasporto di passeggeri tramite droni, che ha ancora un livello di maturità basso (1,6 su 4), frenato da carenze normative e culturali.
In evoluzione sono il trasporto merci, le applicazioni agricole e la manutenzione infrastrutturale: queste mostrano un punteggio medio di 2,2. In questi casi, il nodo principale resta quello normativo.
Infine in consolidamento: ispezioni, sicurezza, ricerca e soccorso e rilievi ambientali sono le aree più mature (2,7 su 4), anche se restano sfide legate alla scalabilità economica, accettazione sociale e infrastrutture.

Il futuro? Una filiera nazionale integrata

Come ha sottolineato Marco Lovera, responsabile scientifico dell’Osservatorio, è arrivato il momento di costruire una vera filiera nazionale, capace di tradurre le sperimentazioni in progetti concreti e diffusi. Anche Paola Olivares, direttrice dell’Osservatorio, ha ribadito il ruolo centrale dell’Italia, forte di competenze tecnologiche e normative, nel guidare questa trasformazione.

Cicloturismo: nel 2025 è al femminile e rigenerativo

Oggi la bicicletta è il simbolo di un modo di viaggiare che pone al centro il percorso, il rispetto per l’ambiente e il piacere di rallentare per apprezzare ogni dettaglio. Il cicloturismo non è più solo una semplice modalità di viaggio, ma un vero e proprio stile di vita che attrae un pubblico sempre più vasto e diversificato. 
Bikenomist ha evidenziato i 3 trend del cicloturismo nel 2025, e che riflettono un’attenzione crescente verso sostenibilità, avventura e autenticità.

Quello più evidente è il ruolo delle donne nel mondo delle due ruote,  in particolare, le donne over 50.
Nei prossimi anni, queste viaggiatrici rappresenteranno una delle fasce di età più dinamiche, attratte da esperienze avventurose e autentiche, a contatto con la natura e le comunità. La bicicletta diventa per loro uno strumento per abbracciare nuove sfide, conoscere persone e vivere un viaggio oltre la semplice vacanza. 

Desiderio di autenticità e interazione con le comunità locali

Il cicloturismo si inserisce perfettamente nel contesto del turismo rigenerativo, abbracciando un concetto di viaggio che valorizza le connessioni autentiche con le comunità locali, e promuove uno sviluppo sostenibile dei territori attraversati. Sempre più destinazioni stanno cambiando approccio, passando dalla progettazione di servizi esclusivamente dedicati ai turisti a soluzioni che siano vantaggiose anche per i residenti.

Questo segna un distacco dal passato, quando l’attenzione era focalizzata sul soddisfare le esigenze dei visitatori, spesso creando infrastrutture e servizi stagionali che lasciavano pochi benefici alle comunità locali.
Il cicloturismo, invece, offre un modello di viaggio che si integra armoniosamente con il tessuto sociale delle destinazioni, favorendo il rispetto delle risorse locali.

Libertà e spirito d’avventura

Tra le modalità di cicloturismo in maggiore espansione, il gravel si conferma come uno dei protagonisti del futuro. Questo stile di ciclismo offre un’esperienza versatile, accessibile e avventurosa.

Nato dall’idea di combinare la velocità della bici da strada con la capacità di affrontare terreni sconnessi, il gravel non è solo una pratica sportiva, ma un vero e proprio stile di viaggio.
Ogni itinerario gravel permette di esplorare nuovi territori, lontano dai circuiti turistici tradizionali, regalando ai viaggiatori un forte senso di libertà.

Un settore in forte crescita

Secondo il rapporto ‘Viaggiare con la bici 2024’ di ISNART e Legambiente, nel 2023 le presenze cicloturistiche in Italia sono state 56,8 milioni, il 6,7% del totale. L’impatto economico generato ha superato oltre 5,5 miliardi di euro, +35% rispetto al 2022 e +19% rispetto al 2019.

Il cicloturista medio spende circa 95 euro al giorno in beni e servizi, una cifra che sale a 104,5 euro per i turisti stranieri, valori superiori rispetto alla spesa media giornaliera (59,6 euro) dei turisti in generale.
Sono dati che sottolineano il contributo del cicloturismo alla rivitalizzazione economica di molte aree interne del Paese, spesso lontane dai tradizionali flussi turistici.

Pubblicato
Categorie: Società

Acqua, focus sulla gestione idrica dal 2020 al 2024

Lo rileva il focus Istat sulla gestione idrica delle acque in Italia tra il 2020 e il 2024: nel 2022 i gestori dei servizi idrici per uso civile erano 2.110, per l’82,4% Comuni/enti locali (enti in economia) e per il 17,6% gestori specializzati. Questi ultimi hanno svolto almeno uno dei servizi idrici pubblici, come prelievo di acqua per uso potabile, distribuzione dell’acqua potabile, fognatura, depurazione delle acque reflue urbane. Quattro enti specializzati su 10 si sono occupati dell’intera filiera, dal prelievo alla depurazione.

A seguito della riforma che nel 1994 ha introdotto il servizio idrico integrato, il numero dei gestori è diminuito progressivamente.
Secondo il focus Istat, condotto in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, celebrata il 22 marzo, rispetto al 2020 la riduzione è di 281 gestori, dovuta ai cambiamenti nella gestione soprattutto nelle province di Como, Varese e Rieti.

Persiste la frammentazione nella gestione del servizio

L’attuazione della riforma è tuttavia ancora incompleta, e persiste una significativa frammentazione nella gestione del servizio idrico, soprattutto in Calabria, Campania, Molise, Sicilia, Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e nelle province autonome di Bolzano/Bozen e Trento.
Nel triennio 2022-2024 sono però emersi importanti segnali di integrazione gestionale.

Nel 2022, il prelievo di acqua per uso potabile è gestito da 1.492 enti (-127 vs 2020): nel 79,4% dei casi si tratta di gestori in economia (1.184 enti) e nel restante 20,6% di gestori specializzati (308).
Calabria (262) e Sicilia (248) sono i territori con il maggior numero di operatori attivi nell’ambito del prelievo idropotabile. Di contro, sempre nel 2022, il numero minore di gestori (4) è in Umbria e Basilicata.

Gli enti specializzati dominano il prelievo idropotabile

Benché in numero nettamente inferiore, gli enti gestori specializzati dominano il prelievo idropotabile, poiché operano su ampie aree e su fonti di approvvigionamento rilevanti.

Nel 2022, dei 9,14 miliardi di metri cubi di acqua prelevata per uso potabile i 308 gestori specializzati hanno prelevato il 91% del totale (8,3 miliardi di mq), testimonianza del progressivo processo di accentramento nella gestione del servizio. I 1.184 gestori in economia sono invece responsabili del prelievo del 9% (812 milioni di mq), quasi interamente derivati da fonti sotterranee.

Nel distretto idrografico dell’Appennino settentrionale i prelievi sono gestiti quasi esclusivamente da enti specializzati, che coprono il 99% del volume, lasciando solo l’1% alla gestione in economia.

Dall’approvvigionamento alla distribuzione: un panorama diversificato

Il panorama dei gestori delle fonti di approvvigionamento per uso potabile evidenzia una marcata diversificazione a livello locale.
La maggior parte dei gestori che si occupa dell’approvvigionamento gestisce anche la distribuzione comunale dell’acqua (1.437, oltre il 95% degli enti).

A questi enti si affiancano operatori che nel ciclo potabile si occupano esclusivamente del prelievo.
Accanto ai gestori di sovra-ambito e ai grossisti di acqua per uso potabile, che movimentano volumi significativi destinati ai gestori di rete, operano infatti anche piccole gestioni che amministrano fonti idriche più limitate, poi convogliate alla distribuzione.

Spesa: aumentano i prodotti con i claim sostenibili

Lo rivela il monitoraggio condotto dall’Osservatorio Immagino di GS1 Italy: sono saliti a quota 117mila i prodotti confezionati venduti in supermercati e ipermercati italiani con almeno un’informazione relativa all’impegno per la sostenibilità sulle etichette, intesa nella triplice declinazione di ambientale, sociale e benessere animale.

Questi prodotti rappresentano l’84,8% delle referenze e sviluppano il 92,9% delle vendite in valore dell’ampio paniere monitorato dall’Osservatorio.
Complessivamente, nel canale super e ipermercati i prodotti ‘sostenibili’ negli ultimi 12 mesi hanno sviluppato vendite per 44,4 miliardi di euro, in crescita annua di +3,6% a valore e in calo di -1,6% a volume. Dati che evidenziano un andamento leggermente migliore per il paniere di prodotti che riuniscono i claim della sostenibilità sociale.

La sostenibilità ambientale in etichette

Fra le tre aree identificate dall’Osservatorio a prevalere è quella della sostenibilità ambientale, riferita al prodotto o al packaging, che compare sulle etichette di 116.950 prodotti (44,3 miliardi di euro di vendite, +3,6% a valore, -1,6% volume).
Le informazioni più diffuse attraverso le etichette sono relative a indicazioni pratiche (uso/conservazione del prodotto, raccolta differenziata del packaging), individuate sul 77,9% dei prodotti (43 miliardi di euro di sell-out).
Al secondo posto, i claim relativi alle caratteristiche ambientali (monocriterion), come riciclabilità del pack, formulazione speciale degli ingredienti, riduzione del contenuto di plastica o biodegradabilità.

Sono aspetti evidenziati sul 67,1% dei prodotti (40,2 miliardi di vendite, 10,2 miliardi sell-out.) per oltre 20mila referenze (14,9%).
Questi prodotti sfruttano le etichette per comunicare informazioni relative alle modalità green di produzione e approvvigionamento, come l’adozione di disciplinari di filiera oppure le certificazioni di sostenibilità.

Green, ecologico o circolare

I claim generici di sostenibilità (green, ecologico o circolare) rappresentano un altro fenomeno significativo nella comunicazione on-pack dei prodotti di largo consumo.
L’Osservatorio li ha rilevati sulle etichette di 9.799 prodotti (7,1%), che hanno raggiunto un giro d’affari di quasi 5,4 miliardi di euro.

Pari a 1,7 miliardi di euro è invece il sell-out dei 2.263 prodotti che riportano in etichetta un claim o un riferimento all’approccio green del loro ciclo di vita/impronta ambientale. Come i programmi di valutazione, le certificazioni di eccellenza ambientale, e i marchi basati su studi LCA e impronta ambientale.

Sostenibilità sociale e benessere animale

Nella graduatoria per numero di prodotti e per valore delle vendite la sostenibilità sociale si colloca al secondo posto, dietro quella ambientale, con 11.990 referenze che presentano sulle etichette una certificazione etica. Nell’arco di 12 mesi, nel canale supermercati e ipermercati questo paniere ha mostrato una sostanziale stabilità delle vendite in volume (-0,1%) e una crescita di +4,5% di quelle a valore (6,3 miliardi).
Solo il 2,0% dei prodotti rilevati presenta in etichetta una certificazione relativa all’impegno per il benessere animale, o dichiara l’adesione a programmi dedicati.

Si tratta di 2.762 referenze, che hanno ottenuto 1,4 miliardi di euro di sell-out, per vendite salite del +2,0% a valore, e calate del -5,6% a volume.

Pubblicato
Categorie: Società

Cybersecurity: il mercato cresce del +15%. Ma le minacce di più

In Italia, nell’ultimo anno, il 73% delle grandi imprese ha subito almeno un attacco informatico, e le organizzazioni stanno cercando di rafforzare la propria cybersicurezza.
Cresce del 15%, infatti, il mercato italiano della cybersecurity, che nel 2024 raggiunge il valore di 2,48 miliardi di euro. E si prevede un ulteriore aumento nel 2025. Per il 57% delle grandi organizzazioni la sicurezza informatica è una priorità di investimento nel digitale, e il 60% è intenzionato ad aumentare la spesa.

Al contempo, l’Italia è ancora all’ultimo posto tra i membri del G7 nel rapporto tra spesa in cybersecurity e PIL.
Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano.

Il 58% delle grandi imprese ha un CISO

Contestualmente all’aumento degli attacchi informatici, alimentati da tecnologie potenziate dall’AI, il panorama della cybersecurity in Italia e nel mondo è in rapida evoluzione.

Cresce il numero degli specialisti interni alle aziende dedicati alla cybersecurity, e oggi il 58% delle grandi imprese dispone di un Chief Information Security Officer (CISO), profilo sempre più business-oriented attento a identificare e gestire i rischi. Sussistono però diverse lacune nei processi di gestione del rischio cyber.

Mentre esplodono le minacce, non si diffonde infatti alla stessa velocità la capacità di gestirle, e si amplia il divario tra organizzazioni mature e non. Ancora poche imprese mostrano un approccio proattivo ai rischi cyber.

Il “cyber divide” tra organizzazioni è sempre più evidente

“Il mercato della Cybersecurity in Italia continua a crescere – conferma Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio -. Nonostante questo segnale incoraggiante il ‘cyber divide’ tra organizzazioni mature e non è sempre più evidente, rappresentando una criticità silenziosa: la protezione rischia di rimanere un ‘privilegio’ per poche organizzazioni. È essenziale che le istituzioni locali e internazionali continuino a lavorare per abbattere le barriere che impediscono l’introduzione di tecnologie e competenze. Nonostante l’aumento degli investimenti, infatti, ancora oggi la cybersecurity viene vista in molte realtà come un’attività onerosa, e c’è il rischio che sia compromessa la capacità di resilienza e risposta alle minacce. Inoltre il progresso dell’AI generativa rischia di creare nuove vulnerabilità e un’ulteriore intensificazione degli attacchi”.

“La cybersecurity diventerà un pilastro della competitività economica e dell’equilibrio politico sociale” 

“Il panorama delle minacce informatiche si conferma allarmante: nel 2024 sono stati registrati 3.541 incidenti cyber gravi di dominio pubblico a livello globale, di cui circa il 10% in Italia, ma la capacità di gestire efficacemente i rischi cyber moderni non si sta diffondendo alla stessa velocità. Di certo, si evidenzia una crescente centralità della cybersecurity nelle priorità aziendali e istituzionali – afferma Gabriele Faggioli, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Ma persone con scarsa alfabetizzazione digitale possono essere sempre più vittima di disinformazione, frodi online e violazioni della privacy. La cybersecurity si appresta a diventare un pilastro della competitività economica e dell’equilibrio sociale e politico”.

Pubblicato
Categorie: Consigli

Credito alle imprese: importi erogati +2,4%, ma preoccupano i tassi di default

In un contesto caratterizzato da una progressiva riduzione dei tassi di interesse da parte della BCE, nei primi 9 mesi del 2024 l’andamento del credito erogato alle imprese resta sostanzialmente stabile in termini di numero di finanziamenti (+0,9%). Rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente, mostra però una lieve crescita in termini di importi (+2,4%)

Quanto al tasso di default delle società di capitali, a fine 2024 si stima un leggero incremento, con il valore assestato intorno al 2,9% (2,46% giugno 2024).
Sono alcune evidenze emerse dall’ultimo Osservatorio sulle Imprese realizzato da CRIF, elaborato su dati del patrimonio informativo del Sistema di Informazioni Creditizie EURISC.

Rischiosità per forme societarie

Analizzando le forme di finanziamento rateali, rispetto al corrispondente periodo del 2023, si evidenzia una crescita degli importi erogati alle imprese più marcata (+4,6% vs +2,4% complessivo), sostenuta, in particolare, dall’andamento dei mutui chirografari e prestiti (+9,1%).
In merito alla rischiosità delle imprese italiane, nella prima parte del 2024 ha continuato ad attestarsi su livelli coerenti a quelli di fine 2023.

In particolare, il tasso di default medio a giugno 2024 è stato pari al 2,3%, con le ditte individuali al 2,4%, le società di persone al 1,6% e le società di capitali al 2,5%.

Uno scenario economico domestico fragile

Ciò nonostante, per le società di capitali si stima un incremento leggero a fine 2024, che dovrebbe essere più marcato nel 2025.
In previsione, tale crescita della rischiosità creditizia sarà influenzata dal permanere di un contesto di instabilità a livello globale, che continuerà a risentire degli effetti delle tensioni geopolitiche che stanno interessando diverse aree del mondo (Medio Oriente, Ucraina, ecc.) e dalle scelte politiche ed economiche da parte di USA, Cina ed Europa.

A ciò si aggiunge uno scenario economico domestico fragile, con settori rilevanti che stanno mostrando segni di vulnerabilità, quali ad esempio il settore Tessile e l’Automotive.

Ma c’è qualche segnale positivo

“La progressiva riduzione dei tassi di interesse e un livello accettabile di inflazione rappresentano segnali positivi per le imprese italiane. Questi dovrebbero favorire una progressiva crescita della domanda di credito anche nel corso del 2025 – afferma Luca D’Amico, CEO di CRIF Ratings -. Tuttavia, il fragile contesto economico e geopolitico ha influenzato e continuerà a influenzare la rischiosità delle aziende italiane. Per il tasso di default medio delle società di capitali si prevede una crescita maggiore nel corso di quest’anno, con la stima che si attesti al 3,5% per la fine del 2025”.

Crisi d’impresa: la Lombardia sceglie sempre di più la Composizione Negoziata

Nel 2024 si è registrato un forte aumento delle istanze di Composizione Negoziata della crisi d’impresa. In Lombardia, il numero di richieste depositate presso la Camera Arbitrale di Milano è cresciuto dell’87% rispetto all’anno precedente, passando da 138 a 258.

A livello nazionale, l’incremento è stato dell’83%, con 1.089 istanze nel 2024 contro le 594 del 2023.

Il bilancio a livello nazionale e regionale

Dall’avvio del servizio, il 15 novembre 2021, fino al 31 dicembre 2024, in Italia sono state presentate 2.221 istanze, di cui il 23% provenienti dalla Lombardia. Questo dato conferma il ruolo centrale della regione nel panorama nazionale.

“La Composizione Negoziata è uno strumento fondamentale per le imprese in difficoltà, offrendo un’opportunità concreta per prevenire il default e favorire la continuità aziendale” ha dichiarato Rinaldo Sali, Vicedirettore Generale della Camera Arbitrale di Milano. L’ente gestisce il 23% delle istanze italiane e coordina il 18,8% degli esperti nazionali dedicati al servizio.

Identikit delle imprese lombarde coinvolte

Le aziende che ricorrono alla procedura sono in gran parte Società a Responsabilità Limitata (70,7%). Per quanto riguarda il fatturato, il 30% rientra nella fascia tra 1 e 5 milioni di euro, mentre il 22% supera i 10 milioni.

Dal punto di vista settoriale, l’industria è il comparto più rappresentato con il 18% delle istanze, seguita da servizi e commercio (14%), edilizia (10%) e immobiliare (7%). Horeca, agroalimentare, editoria, ICT e tessile-abbigliamento si attestano al 4%, mentre logistica e holding raggiungono il 3%.

Come si può tutelare l’occupazione 

Nel 2024, 38 imprese lombarde hanno concluso con successo la procedura, preservando 2.164 posti di lavoro. Le istanze si concentrano soprattutto nella provincia di Milano, che raccoglie il 55% delle richieste lombarde e il 13% di quelle nazionali. Brescia segue con il 13%, mentre Cremona-Mantova-Pavia raggiunge il 9%.

Molte imprese chiedono misure protettive per tutelarsi dalle azioni dei creditori durante le trattative. In Italia, il 78% delle istanze contiene questa richiesta, percentuale che in Lombardia si attesta al 75%.
Un elemento chiave della procedura è la figura dell’esperto, che assiste l’imprenditore nel dialogo con i creditori. In Italia ci sono 4.434 esperti, di cui 837 in Lombardia. La maggioranza (78,9%) è composta da commercialisti, seguiti da avvocati (18,8%).

In Lombardia il tasso di successo più alto 

Dal 2021 al 2024, in Italia 233 imprese hanno concluso positivamente la Composizione Negoziata, di cui 69 in Lombardia, pari al 29,6% del totale nazionale. Il tasso di successo regionale è del 24%, superiore alla media nazionale del 19%.

La Composizione Negoziata si conferma uno strumento prezioso per il risanamento aziendale e la stabilità economica del Paese, con la Lombardia in prima linea nella gestione delle crisi d’impresa.

Pubblicato
Categorie: Consigli