Quando sostituire la caldaia?

La caldaia, uno dei più importanti dispositivi di casa, come ogni altro apparecchio ha un ciclo di vita ben definito.

Trattandosi tra l’altro di un dispositivo particolarmente soggetto ad usura e all’azione del caldo e del freddo, dato che spesso è posizionata in zona esterna, non è raro che si usuri e si danneggi. Per questo di tanto in tanto è normale chiedersi quando arrivi il momento di sostituirla.

Prima di pensare a questo, va comunque ricordato che è bene far effettuare un intervento di manutenzione periodica alla propria caldaia almeno una volta l’anno, così da assicurarsi che tutto sia in ordine dal punto di vista della sicurezza ma anche per quel che riguarda l’efficienza del dispositivo e dunque i consumi.

Una regolare manutenzione inoltre, allunga i tempi di vita della caldaia. Ci sono comunque dei segnali che ci lasciano intuire sia più o meno arrivato il momento di cominciare a pensare alla sostituzione caldaia. Vediamo di seguito quali sono.

La caldaia diventata rumorosa

Uno dei primi segnali di anzianità della nostra caldaia è l’aumento del rumore che essa produce.

Questi rumori sono il più delle volte riconducibili ad un sottile sibilìo oppure a dei piccoli colpi come se fossero delle piccole esplosioni.

Questi suoni possono indicare un tipo di anomalia alla pompa o la rottura di valvole o altri elementi.

Chiaramente in questo caso è bene chiamare un tecnico, ma bisogna considerare che l’importo relativo alla riparazione della caldaia renderebbe in realtà più conveniente acquistarne una nuova.

I termosifoni non si riscaldano bene

Il fatto che termosifoni non si riscaldino bene, o non lo facciano rapidamente, può essere il segno che la caldaia cominci a non funzionare più bene come prima. Le moderne caldaie infatti fanno in modo che i termosifoni si riscaldino molto più rapidamente.

Quindi quando i termosifoni appaiono tiepidi anche dopo diversi minuti e quando il tempo necessario a riscaldarsi completamente diventa troppo, arriva il momento di cominciare a pensare di sostituire la caldaia e acquistarne una più efficiente.

La caldaia emana un odore sgradevole

Se la caldaia emana un odore alquanto sgradevole, che possa sembrare gas o meno, si tratta di un’anomalia che richiede con una certa urgenza l’ispezione da parte di un tecnico qualificato.

Possono infatti esserci dei problemi di combustione o un’eventuale perdita del pericoloso monossido di carbonio.

Anche una produzione eccessiva di condensa può lasciare intendere che la caldaia non stia funzionando bene, così come quelle classiche macchioline di fuliggine abbastanza scura che si formano proprio sopra la caldaia.

Ad ogni modo per tutte queste eventualità è bene contattare direttamente un tecnico.

Ci sono perdite d’acqua sotto la caldaia

Nel caso in cui tu dovessi riscontrare delle perdite d’acqua sotto la caldaia, fai bene a cercare di individuare rapidamente da dove partono esattamente le gocce.

Potrebbe infatti non trattarsi del normale sfiato della caldaia ma eventualmente di un raccordo danneggiato o altro pezzo che necessita di essere sostituito.

L’acqua infatti può causare ossidazione e corrosione dei materiali che incontra, ragion per cui è bene individuare rapidamente la perdita e ripararla.

Nel caso di caldaia piuttosto vecchia che ha anche altri problemi, puoi considerare direttamente di sostituirla.

Ecco dunque i motivi per i quali fai bene a considerare di sostituire la tua caldaia con una nuova che sia più efficiente, più moderna ma soprattutto più sicura.

Per quel che riguarda la nuova caldaia da acquistare, considera che le moderne caldaie a condensazione sono molto più efficienti delle vecchie caldaie a gas e ti consentono di avere anche un interessante risparmio in bolletta.

Come progettare un salone da parrucchiere?

Progettare un salone da parrucchiera è un delicato equilibrio di aspetti tecnici e decorativi di fondamentale importanza per il successo di un’attività.

Soprattutto nel caso di una parrucchiera, l’immagine che vogliamo dare dei locali è fondamentale dato che contribuisce in maniera decisiva alla percezione che i clienti si faranno dell’attività.

Dunque bisogna prestare grande cura a tutti quegli aspetti che riguardano il design e l’architettura, ma anche gli allestimenti più funzionali e gli arredi che garantiscono sempre una piacevole permanenza.

Ecco il motivo per il quale quando si va a progettare un salone da parrucchiera bisogna tener conto di tutti questi elementi per avere la certezza di offrire veramente il meglio alle clienti e partire con il piede giusto.

La pianificazione degli spazi

Solitamente la pianificazione degli spazi è la prima cosa da gestire dopo aver individuato i locali.

Bisogna riuscire ad immaginare in anticipo le aree in cui sarà necessario avere campo libero per poter lavorare bene e quella in cui prevedere la reception nonché la zona cassa, la zona dedicata al lavaggio e al taglio dei capelli ed infine quella destinata all’area per il relax nell’attesa di essere serviti.

La zona di ingresso deve sempre essere ampia, luminosa e sgombera da qualsiasi arredo: essa non deve Infatti dare l’impressione di essere una zona buia e confusionaria ma al contrario infondere benessere e senso di ampiezza.

La zona in cui avviene il lavoro vero e proprio deve prevedere invece un minimo di due mobili lavatesta ed eventuali mobili a parete in cui riporre shampoo e lozioni, nonché asciugamani e altre attrezzature.

Per quel che riguarda la zona in cui avviene il taglio dei capelli bisogna fare in modo da pensarla in maniera tale che questa riceva quanta più luce naturale è possibile.

Inoltre l’illuminazione artificiale non deve essere diretta ma al contrario essere diffusa, arrivando prevalentemente dall’alto. In questa maniera eviteremo di creare delle ombre che impediscono di percepire bene i dettagli.

Arredi e attrezzature

Elementi d’arredo vanno selezionati appositamente per riuscire ad infondere nel cliente quella sensazione di benessere e relax di cui avverte il bisogno quando riceve questo tipo di servizio.

È meglio per questo prevedere delle comode poltrone e divanetti per l’attesa, con un tavolino per poggiare gli oggetti. Anche il bancone che ospita la cassa va considerato come un importante mobile che concorre a creare il design individuato.

Possiamo abbinare al nostro bancone anche dei piccoli espositori in cui mostrare dei prodotti che i clienti possono decidere di acquistare. È importante scegliere con cura anche le varie forniture per parrucchieri quali spazzole, phon, sterilizzatori, poltrone e caschi da parrucchiere, ad esempio.

Si tratta infatti di elementi che concorrono a creare nel cliente quella piacevole sensazione di sapere di essere serviti con le migliori risorse a disposizione, facendo così in modo che l’esperienza percepita possa essere sempre la migliore possibile.

In breve

Dunque tenendo conto di tutti questi fattori sarà possibile riuscire a progettare adeguatamente il proprio salone da parrucchiere, facendo in modo che tutto possa essere organizzato nel migliore dei modi e con grande cura dei dettagli.

Ricorda sempre che gli elementi che concorrono a rendere unica un’esperienza all’interno di un salone sono tanti e che è bene curarli tutti se desideriamo fare in modo che i clienti tornino ad usufruire dei nostri servizi anche in futuro.

Perché l’acqua del rubinetto è torbida?

Perché l’acqua che esce dal rubinetto di casa sembra essere torbida?

Delle volte sembra proprio che l’acqua che fuoriesce dal rubinetto di casa abbia un colore poco invitante che nulla ha a che fare con la limpidezza che ci aspetteremmo da un’acqua che desideriamo bere o utilizzare per scopi alimentari.

Quando abbiamo anche il semplice sospetto che l’acqua di casa non sia propriamente pura e sicura, facciamo bene a smettere per il momento di berla e procedere con delle analisi per poter capire se questa sia buona o meno.

Una analisi empirica

La prima cosa che possiamo fare per accertarci che l’acqua cui abbiamo accesso dal rubinetto di casa sia effettivamente buona da bere è quella di osservarla attentamente.

Delle volte infatti, l’acqua può sembrare torbida per un semplice motivo: la pressione con cui l’acqua esce dal rubinetto può infatti agitarla in maniera tale da farla apparire torbida, ma si tratta soltanto di un fenomeno che nulla ha a che vedere con la salubrità dell’acqua.

Per potercene assicurare, è sufficiente riempire un bicchiere di vetro d’acqua e lasciarla decantare qualche secondo dopo aver riempito il bicchiere. Se essa permane ad essere torbida dopo qualche secondo, probabilmente ci sarà qualche elemento o sostanza a renderla tale.

Se invece dopo qualche secondo l’acqua torna ad essere perfettamente trasparente e non si vede alcun tipo di elemento o residuo in sospensione, Ciò significa che l’acqua sembrava essere torbida appunto soltanto a causa della pressione del getto.

E se l’acqua ha un colore che tende al rosso?

Nel caso in cui l’acqua del rubinetto abbia un colore che tende al rossastro, questo può essere un indicatore della presenza di ferro.

Il più delle volte in questo caso il responsabile è la rete idrica e dunque le tubature, che possono essere vetuste e dunque ossidate. Questo tipo di fenomeno si verifica principalmente nel tratto finale delle tubature, ovvero quello che arriva fino al rubinetto di casa.

Ad ogni modo, se l’acqua dovesse avere un colore rossastro, presumibilmente il motivo sarà questo. Dunque in questo caso bisogna contattare l’acquedotto per accertarsi che il problema non sia lungo tutto il percorso che porta l’acqua fino all’edificio.

Se invece venisse appurato che il problema è relativo soltanto all’ultimo tratto, in questo caso è il condominio a dover provvedere a sostituire le tubature.

È un problema avere un acqua troppo ricca di calcare?

Quello della presenza eccessiva di calcare nell’acqua è un problema riguarda buona parte del nostro paese. Bisogna dire da questo punto di vista che se l’acqua è più dura perché vi è una grande presenza di carbonati di magnesio e calcio, non c’è alcun tipo di pericolo per la nostra salute.

L’unico problema in questo caso potrebbe essere che le tubature potrebbero tendere a formare più frequentemente delle incrostazioni. Inoltre potrebbero macchiarsi più rapidamente anche lavelli e piatti doccia, per cui se l’acqua che arriva al rubinetto di casa presenta troppo calcare non vi sono dei pericoli per la salute ma bisogna considerare che potrebbero esserci dei problemi a lungo termine con quel che riguarda alcuni complementi di casa.

Come è possibile migliorare la qualità dell’acqua?

Se l’acqua che arriva al rubinetto di casa è troppo torbida, la soluzione immediata, efficace e risolutiva è quella di montare il miglior depuratore acqua.

Grazie a questo dispositivo infatti, è possibile andare ad eliminare dall’acqua qualsiasi sostanza o elemento nocivo che ne pregiudica la qualità e la salubrità. si tratta di dispositivi facili da installare e che non necessitano di alcuna manutenzione se non il cambio periodico dei filtri.

Adottando un depuratore d’acqua efficiente è possibile risolvere il problema ed avere tutta la certezza di poter bere tranquillamente in famiglia l’acqua del rubinetto di casa.

Come misurare il livello di silenziosità di un condizionatore d’aria?

Se stai pensando di acquistare un nuovo condizionatore d’aria, sicuramente la potenza ed il livello di efficienza energetica sono dei fattori importanti da considerare. Assieme a questi però, va anche considerata la rumorosità.

Più un condizionatore d’aria è silenzioso infatti, migliore è il comfort percepito e soprattutto è possibile adoperarlo anche in camera da letto durante la notte senza che per questo il nostro sonno venga disturbato.

Quali sono i condizionatori d’aria più silenziosi?

Sicuramente, i condizionatori d’aria più silenziosi sono quelli che hanno un livello di rumorosità inferiore ai 45 decibel, ed in particolar modo quelli che sono sotto i 30 decibel vengono considerati i più silenziosi in assoluto.

Per poter capire quanti decibel abbia il condizionatore d’aria che si sta esaminando, è sufficiente leggere la scheda tecnica o direttamente l’indicazione della rumorosità espressa in decibel che si trova sulla confezione stessa. Tra tutti, i condizionatori Daikin sono riconosciuti tra i più silenziosi in assoluto.

Come norma generale, bisogna ricordare che i condizionatori d’aria portatili sono più rumorosi di quelli fissi. Infatti, il motore dei condizionatori portatili è decisamente più rumoroso dei modelli che si fissano a parete, anche perché questo si trova all’interno del dispositivo stesso e non viene invece fissato all’esterno dell’edificio come avviene per le unità dei condizionatori portatili.

Sicuramente, la silenziosità di un condizionatore d’aria dipende anche dalle caratteristiche di progettazione del dispositivo e dagli split interni, così come dalle ventole ed all’eventuale presenza della tecnologia inverter la quale è decisamente utile a rendere il dispositivo assolutamente silenzioso.

La tecnologia inverter

La tecnologia inverter infatti, evita che il dispositivo debba continuamente accendersi e spegnersi andando a disturbare tutte le persone che si trovano nei pressi di casa nostra inclusi i nostri vicini, dato che in sua assenza l’unità esterna va ad accendersi continuamente (si per raggiungere la temperatura desiderata e si spegne dopo averla raggiunta) e questo può essere fastidioso soprattutto di notte.

Meglio dunque scegliere un climatizzatore moderno e dotato di tecnologia inverter, ossia di quelli fissi (con il motore che viene piazzato all’esterno) e con un livello di rumorosità che sia al di sotto dei 45 decibel.

Asciugamani Elettrici Mediclinics

Spesso i dettagli sono in grado di fare la differenza e al tempo stesso la fortuna di una attività commerciale di qualsiasi tipo. La cura per i particolari e l’attenzione verso qualsiasi aspetto legato al benessere dell’utente, in particolar modo alla sua piacevole esperienza all’interno della nostra struttura o dei nostri locali, sono in grado di far percepire agli ospiti la nostra attività come più confortevole  rispetto altre dello stesso tipo. Una delle cose più fastidiose ad esempio, quando ci si trova nei servizi igienici, è il constatare che dopo essersi lavate le mani sarà necessario asciugarle con dei fazzoletti o tovagliette di spugna. I fazzoletti ad esempio, non asciugano del tutto le mani e lasciano quei fastidiosi piccoli residui di carta sulla pelle. Gli asciugamani di spugna invece asciugano meglio le mani ma rischiano di essere poco igienici, dato che batteri e sporcizia possono depositarsi su di essi prima che qualcuno li utilizzi.

Esiste invece una soluzione pratica e assolutamente igienica, che garantisce una perfetta asciugatura delle mani sia dal punto di vista del tatto che dell’igiene: stiamo parlando degli asciugamani elettrici Mediclinics, ovvero asciugamani di ultima generazione perfetti per essere impiegati all’interno di strutture ricettive di ogni tipo ma anche ristoranti, attività commerciali e aziende. Questi veri e propri gioielli della tecnologia sono in grado di asciugare perfettamente le mani nell’arco di 10 – 15 secondi, hanno un sistema ad imbuto che consente di raccogliere le gocce d’acqua e una tecnologia che consente di risparmiare energia. È la soluzione perfetta per te che sei così attento alle necessità dei tuoi clienti e vuoi offrire loro sempre il massimo del benessere, potendo ovviamente contare su un prodotto come questo che rispetta pienamente tutte le normative europee in tema di sicurezza. Per un preventivo o richiesta di informazioni puoi contattare il recapito telefonico 0264672220.

L’AI e la banca digitale del futuro

L’AI e la banca digitale del futuro

Dalla digital transformation alla digital coopetition la meta per le banche italiane è la speedboat bank, e il processo verso cui stanno transitando le banche italiane ha come volano primario l’AI. Secondo la ricerca Dalla digital transformation alla digital coopetition di Excellence Consulting sono pochi i clienti bancari che si ritengono soddisfatti dei servizi digitali della propria banca. Per l’implementazione di servizi finanziari innovativi, la quasi totalità dei clienti crede che l’AI potrebbe essere determinante, e più della metà considera importante la costruzione di ecosistemi di servizi in partnership con altre fintech, mentre per il 25% sarà decisiva la tokenizzazione degli asset finanziari.

Puntare su applicazioni di core banking di nuova generazione

Le banche tradizionali dopo un decennio di investimenti in digital transformation, soprattutto tramite applicazioni digitali che simulano processi analogici, sono spesso deluse dai risultati ottenuti. In Italia poi numerose banche condividono i loro sistemi di core banking gestiti da aziende consortili. La tendenza del top management, più che costruire la strategia digitale in partnership con i fornitori dei sistemi centrali, è lanciare nuove banche digitali appoggiandosi su piattaforme di mercato innovative, e su di esse costruire il futuro. Questo, puntando su applicazioni di core banking di nuova generazione, con l’obiettivo di convertire successivamente gli attuali sistemi legacy.

Verso la speedboat bank

Negli Usa queste banche sono chiamate speedboat bank. La loro offerta, sviluppata inizialmente per servire una nicchia di clienti, successivamente potrà essere estesa a fette sempre più larghe di clientela, finché la nuova banca digitale diventerà l’organizzazione prevalente all’interno dell’organizzazione della banca tradizionale. Sebbene il 56,6% degli intervistati da Excellence Consulting affermi che le banche digitali abbiano raggiunto un buon livello di digitalizzazione, solamente il 20% degli over 30 e nessuno degli under 30 è pienamente soddisfatto dai servizi digitali ricevuti. C’è quindi un margine di crescita e intervento, in particolare circa la fascia di popolazione più giovane. Emerge quindi l’importanza dell’AI per tratteggiare le caratteristiche della banca digitale del terzo millennio. Il 92% degli intervistati reputa infatti l’AI determinante per l’implementazione di servizi finanziari innovativi. E per il 51% sarà molto importante che tali banche sappiano costruire modelli di offerta basati su ecosistemi di servizi che prevedano anche la partnership con altre fintech.

L’alba di una nuova fase di digitalizzazione

“Possiamo considerarci all’alba di una nuova fase di digitalizzazione dell’industria bancaria – dichiara Maurizio Primanni, ceo Excellence Consulting -. Abbiamo oramai superato la fase della digital transformation e stiamo entrando a pieno titolo in una nuova fase di mercato, che possiamo definire di digital coopetition, in cui operatori tradizionali e innovativi si confronteranno, ma spesso anche collaboreranno, per lo sviluppo di nuovi servizi finanziari digitali. L’utilizzazione sistematica delle tecniche di data science & analytics e dell’AI permetterà alle banche digitali di nuova generazione di superare il limite di un approccio commerciale troppo passivo, per potere proporsi alla loro clientela target in modo sempre più proattivo, con chatbot e avatar che proporranno ai clienti soluzioni personalizzate”.

In Italia aumentano le imprese agricole guidate da giovani

In Italia aumentano le imprese agricole guidate da giovani

I giovani imprenditori italiani stanno scoprendo, o meglio riscoprendo, l’agricoltura. Tanto che aumentano gli investimenti in questo senso e le opportunità di avere supporto per realizzare nuove imprese. La percezione di come stia evolvendo questo settore proviene dalla V edizione della Banca nazionale delle Terre Agricole. Venendo ai numeri, lo stock di aziende agricole a conduzione giovanile iscritto ai registri camerali è passato dalle 52.388 nel 2016 alle 56.172 di fine 2021, con un picco nel 2018 dove si è superato il numero di 57.600. 

Crescono le aziende “under”

Mediamente nel periodo considerato si è registrata una crescita dello stock di aziende ‘giovani’ dello 0,4% annuo, sintesi dell’ottimo andamento del 2017 e 2018 (rispettivamente +5,6% e +4,1%). Lo rileva l’Ismea nel fare il punto con l’Adnkronos, sottolineando però che nello stesso arco temporale, invece, il numero complessivo di aziende agricole si è ridotto a un ritmo dello 0,7% all’anno, portando la quota di imprese condotte da giovani al 7,7% rispetto al 6,9% del 2016. Per quanto riguarda le aggiudicazioni della Banca delle Terre Agricole, rileva ancora l’Ismea, ben il 75% di queste viene effettuata a favore di giovani agricoltori. La Banca nazionale delle Terre Agricole è uno strumento che pur non essendo rivolto esclusivamente ai giovani, vede un’alta partecipazione da parte degli under 41, grazie alla possibilità a loro riservata di pagare il prezzo del terreno ratealmente, per un periodo massimo di 30 anni. Finora ha rimesso in circolo 349 terreni per un totale di oltre 13 mila ettari aggiudicati.

I numeri della Banca nazionale delle Terre Agricole nel 2022

L’ultima edizione della Banca delle Terre Agricole è stata costituita da oltre 19.487 ettari per un totale di 801 aziende agricole potenziali. Il valore a base d’asta complessivo del lotto raggiunge oltre 283 milioni di euro. I terreni di questo quinto lotto sono attualmente destinati a seminativi per quasi la metà degli ettari disponibili accanto a un 22% costituito da prati e pascoli, e a un 30% suddiviso tra boschi, uliveti, agrumeti, vigneti e frutteti. La Sicilia da sola concentra il 33% delle superfici complessive. Seguono Sardegna e Basilicata con il 12% degli ettari, Toscana (11%), Puglia (9%), Calabria (6%), Emilia Romagna (5%) e Lazio (4%). Il restante 8% è distribuito nelle altre Regioni. Per quanto concerne le assegnazioni, è interessante notare che il fatto che degli 801 terreni in vendita, 380 sono al primo tentativo di vendita, 267 al secondo tentativo, 60 al terzo e 94 al quarto. Ad eccezione dei terreni al quarto incanto, ciascun tentativo di vendita si tiene ad un prezzo base ridotto di un quarto rispetto al valore fissato per il tentativo precedente. In questo caso, sono ammesse solamente offerte libere in rialzo rispetto al valore a base d’asta.

Calano di numero, ma non trovano lavoro: è il “paradosso giovani”

Calano di numero, ma non trovano lavoro: è il “paradosso giovani”

Senza un dialogo strutturale fra scuola e imprese e nuove politiche di accompagnamento nelle fasi di transizione, non si riuscirà a garantire alle nuove generazioni un’offerta di lavoro non precario. E nonostante i giovani italiani continuino a diminuire numericamente, non riescono a trovare lavoro: è il cosiddetto ‘paradosso giovani’. È quanto emerge da un dibattito relativo all’ultimo numero dell’Osservatorio Cida-Adapt dedicato al lavoro giovanile. “L’Osservatorio trimestrale sul mondo del lavoro – spiega Mario Mantovani, presidente di Cida, confederazione dei dirigenti pubblici e privati – nasce dall’esigenza di una lettura non convenzionale dei dati statistici per avere una visione delle dinamiche occupazionali più aderente alla realtà e fornire ai manager uno strumento utile ai loro processi decisionali e organizzativi”.

Dal 2010 al 2020 circa un milione in meno di 25-34enni

“In 10 anni, dal 2010 al 2020, la coorte dei 25-34enni è diminuita di circa un milione di unità – ribadisce Mantovani -. Una tendenza che non sembra arrestarsi e che, comunque, può essere invertita solo in un lungo arco di tempo. Normalmente, meno giovani domandano lavoro, più dovrebbe essere facile trovarlo. È qui che troviamo il ‘paradosso’ del lavoro giovanile, visto che il nostro tasso di occupazione in quella fascia d’età è troppo basso nel confronto con i partner europei: insomma i giovani diminuiscono, ma l’attuale mercato del lavoro non riesce ad assorbirli. Lavoro giovanile scarso e anche caratterizzato da un’alta incidenza di contratti a termine che tende a renderlo sostanzialmente precario e poco pagato”.

Dati realistici su disoccupazione e precariato

“I dati – aggiunge Mantovani – una volta ‘spacchettati’ e analizzati mostrano, ad esempio, la scarsa affidabilità delle ‘medie’ statistiche, poco adatte a leggere una realtà molto differenziata sul territorio. Nell’Osservatorio ci si è concentrati sulla fascia d’età 25-34 anni, perché in quella precedente, 15-24 anni, l’incidenza di chi studia è troppo alta per poterne ricavare dati realistici su disoccupazione e precariato”.

I numeri indicano le strade da seguire

“Come Cida – sottolinea Mantovani – esortiamo il decisore politico a intervenire su queste basi, su questi dati rappresentativi di una realtà che spesso sfugge a un’analisi superficiale. I numeri indicano le strade da seguire: riallacciando il dialogo fra scuola e lavoro, gestendo le fasi di transizione, investendo sulla formazione continua che deve accompagnare tutto l’arco della vita lavorativa. Come manager, siamo consapevoli di quanto sia importante la qualità del lavoro che va perseguita investendo sulle risorse umane e che va adeguatamente retribuita. Anche quello delle retribuzioni, infatti, è un tema che va messo al centro di quel ‘patto sociale’ proposto dal Governo: l’Italia non può essere un Paese ‘low cost’ con lavoro poco qualificato, sostanzialmente privo di formazione, distante dal mondo dell’università e della ricerca e poco retribuito”.

Aumentano i prezzi all’ingrosso. I dati lombardi

Aumentano i prezzi all’ingrosso. I dati lombardi

I prezzi dell’agroalimentare, dei materiali da costruzione e dell’energia stanno toccando soglie decisamente elevate, che pesano sulle tasche delle famiglie e delle imprese. Per quanto riguarda l’agroalimentare, il settore dei cereali, in particolare frumento, mais, soia e oli vegetali, ha subito un forte rincaro a partire dallo scoppio della guerra tra Ucraina e Russia, con conseguenze sui settori dell’hospitality e ristorazione, già gravati dal caro energia. Identificare le cause per il caro vita odierno è un’operazione complessa, ma necessaria. Di fatto, il 2022 si sta confermando come un anno di forte inflazione, dovuta a una combinazione di fattori, tra i quali i più recenti eventi geopolitici.

Il mercato dei cereali e dell’energia influenza anche quello del latte

Il mercato dei cereali e dell’energia influenza anche quello del latte, che proviene da un periodo di grande difficoltà a causa del Covid-19. Gli allevatori sono costretti a diminuire il numero di mucche da produzione, e di conseguenza, la quantità di latte sul mercato, da qui il rincaro di latte spot e formaggi. Aumenti anche nel settore della carta e dei materiali per l’edilizia, che forti di una rapida ripresa post Covid-19 non hanno potuto soddisfare con la propria offerta l’abbondante domanda di beni. I prezzi sono lievitati a causa della scarsità di materie prime, e alcuni sostengono, spinti da un ulteriore speculazione dei soggetti intermediari. 

La mancanza di materie prime ha fatto lievitare le importazioni dal Far East

“La mancanza di materie prime ha fatto lievitare le importazioni dal Far East, Cina, Malesia, Indonesia, a causa dei costi di nolo e forti speculazioni – dichiara Alberto Zanotti, vicepresidente della Commissione Prezzi per le materie prime per saponeria, raffineria e stearineria -. Gli effetti sono devastanti per le nostre industrie”. 
Davanti a tempi tanto incerti per le imprese diventa quindi indispensabile stare al passo con i prezzi.
Secondo alcune variazioni dei prezzi all’ingrosso monitorate dalla CCIAA di Milano Monza Brianza Lodi, per il mais nazionale ad aprile 2022 la quota è pari a 382 euro a tonnellata contro i 292 euro di febbraio 2022 (pre-guerra). Vertiginoso aumento anche per gli oli vegetali: se da settembre a dicembre 2021 si era verificato un aumento di 30 euro/t, da dicembre 2021 ad aprile 2022 l’aumento è stato di 460 euro/t.

Grande rincaro per la carta e i materiali da costruzione

Il latte spot invece in un anno è passato dal prezzo alla tonnellata di 315 euro ad aprile 2021 a 525 euro/t oggi. Grande rincaro annuale anche per il Cartone in fogli, che subisce un aumento del 68% dal 2021, e per la Carta per fotocopiatrici, che segue con un +23% nello stesso periodo. E ancora, per i materiali da costruzione, un aumento annuale del 50% per il polietilene reticolato espanso, un’isolante acustico, mentre i rottami di metallo e acciaio balzano al 75% in più in un anno.

Le autostrade italiane? “Bocciate” dai viaggiatori

Le autostrade italiane? “Bocciate” dai viaggiatori

Gli italiani sono severi nel giudizio nel confronto delle autostrade italiane. Lo rivela un recentissimo report di SWG, che evidenzia come i nostri connazionali siano generalmente poco contenti del principale servizio di mobilità del Paese, criticandone vari aspetti, dal costo dei pedaggi alla manutenzione del manto stradale, e promuovendo – seppur con voti non proprio eccelsi – i limiti di velocità attualmente in vigore e il sistema di controllo della velocità. L’altro aspetto interessante è che i giudizi, raccolti fra chi utilizza la rete autostradale italiana almeno una volta l’anno, non sono molto omogenei fra le diverse aree geografiche del Paese.

Oltre 6 italiani su 10 sono critici

Le percentuali raggiunte da chi si dice poco contento sono decisamente importanti: il 63% degli italiani si dichiara insoddisfatto con una votazione media pari a 5,7 su una scala da 1 a 10. Tale insoddisfazione emerge soprattutto nelle isole, dove il giudizio medio scende a 5,1, ma anche nel Nord-ovest, 5,5. Va un po’ meglio al Sud, dove il punteggio sale a 5,8, e al Centro, con una valutazione che arriva a 5,9. La sufficienza piena si registra solo nell’area del Nord Est, dove chi utilizza l’autostrada almeno una volta all’anno assegna una valutazione pari a 6,1. In particolare, l’aspetto più criticato è il costo dei pedaggi, che registra un voto medio pari a 3,7 con l’88% degli automobilisti che dà un giudizio negativo. Giudizi nettamente negativi anche per la percorribilità e la manutenzione delle infrastrutture autostradali. Giudizi ancora sotto la sufficienza anche per modernità (5,2) e sicurezza (5,5). Raggiungono invece la sufficienza la distribuzione delle stazioni di rifornimento e di servizio, la segnaletica e la copertura del territorio (carente però nelle Isole). 

I limiti di velocità? Sì, approvati

In termini di velocità, più della metà degli italiani ritiene che i limiti imposti in autostrada siano adeguati. A pensarla così sono soprattutto i più giovani, mentre il 42% degli uomini considera necessario un aumento dei limiti. Anche per quanto riguarda i sistemi di controllo della velocità quali autovelox e tutor, una parte consistente degli utenti delle autostrade crede che siano distribuiti correttamente. Meno di 1 rispondente su 3 ritiene che siano troppi, mentre solo il 22% li considera insufficienti, percentuale che però sale al 38% nelle isole. Insomma, la morale sembra essere una: seppur con qualche giudizio positivo, le autostrade ne devono ancora fare di strada per piacere davvero ai propri utenti.

Il carrello della spesa è tricolore, e ha le bollicine

Il carrello della spesa è tricolore, e ha le bollicine

La sovranità alimentare guadagna spazio nel carrello della spesa. Ormai un prodotto alimentare su quattro acquistato nei supermercati o ipermercati nazionali è connotato in etichetta come italiano. Si tratta di oltre 22mila referenze, che in un anno hanno aumentato le vendite del +1,8%, incassando oltre 8,7 miliardi di euro. E sono soprattutto vini e spumanti a trainare l’aumento delle vendite, a partire dalle bottiglie Docg. Lo rivela la decima edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, che ha analizzato le informazioni riportate sulle confezioni di oltre 125mila prodotti di largo consumo.

Un diffuso ‘segnale’ di identità
La bandiera italiana è il più diffuso ‘segnale’ di identità nazionale: presente sulle etichette di 13.266 prodotti alimentari, per un giro d’affari complessivo che sfiora i 5 miliardi di euro (+0,2%), ha visto aumentare le vendite soprattutto di pizze surgelate, patatine, arrosti affettati e bevande a base di tè.
Birre, arrosti affettati, ricotta, acqua minerale naturale e pomodori trainano invece le vendite dei 6.688 prodotti alimentari che si dichiarano in etichetta ‘100% italiano’, e che hanno realizzato 3,5 miliardi di euro di giro d’affari (-0,3%). Le 6.945 referenze alimentari che vengono presentate in etichetta con il claim ‘prodotto in Italia’ hanno, invece, realizzato 1,5 miliardi di euro. Le performance migliori? Quelle del pesce preparato panato surgelato e i secondi piatti surgelati.

Vini Docg: +17,1%
Ma a brillare è stata soprattutto la Docg, trainata dalla domanda di prosecco, vini e spumante classico. In un anno, gli 877 vini a Denominazione di origine controllata e garantita hanno aumentato il giro d’affari del +17,1%, superando 273 milioni di euro.  Vini e spumanti hanno determinato l’aumento delle vendite dei 1.861 prodotti Doc (+9,1%, oltre 466 milioni di euro), e quelle dei 793 prodotti Igt, che hanno incassato oltre 163 milioni di euro (+3,0%). Speck e bresaola affettati, patate, cipolle rosse e piadina sono stati invece i prodotti più performanti tra i 1.083 contrassegnati Igp, arrivati a oltre 432 milioni di euro di vendite (+3,8%).

Tipicità territoriali: +5,4%
Il valore dell’italianità alimentare è sempre più spesso declinato in tipicità territoriale e comunicato in etichetta specificando il nome della regione da cui il prodotto proviene. Nei 12 mesi le vendite di questi 9.429 prodotti registrano un +5,4% e superano i 2,6 miliardi di euro, portando così i prodotti alimentari connotati come regionali a generare l’8,2% del fatturato di tutto il mondo alimentare rilevato, rappresentando il 10,8% delle referenze totali. Nella classifica delle regioni più segnalate sulle etichette quella con il maggior numero di prodotti a scaffale è il Piemonte, seguita da Toscana e Sicilia. La regione con il maggior giro d’affari in GDO resta il Trentino-Alto Adige, davanti a Sicilia, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto. Mentre Lazio (+17%), Puglia (+16,6%) e Veneto (+15,5%) sono le tre regioni che hanno registrato i maggiori tassi di crescita annui delle vendite.

Il 94% degli europei non sa quanta plastica c’è nei vestiti

Il 94% degli europei non sa quanta plastica c’è nei vestiti

Il tema della sostenibilità legata all’abbigliamento è uno degli aspetti più ‘misconosciuti’ dai consumatori. Tanto che il 94% degli europei non sa quanta plastica sia contenuta nei vestiti che indossa. È quanto è emerso dal nuovo rapporto di Electrolux, l’azienda produttrice di elettrodomestici, dal titolo The Truth About Laundry – Microplastic Edition, che ha coinvolto 15.000 adulti in quindici mercati europei. Chiamati a rispondere a un test sulle fibre, il 68% degli europei non sapeva infatti che il nylon è una fibra di plastica, e il 62% che il poliestere, la fibra più usata al mondo, è anch’essa plastica.
Parte del problema, secondo Sarah Schaefer, Electrolux VP Sustainability (Europe), è proprio la mancanza di consapevolezza del significato di ‘sintetico’.

Cosa significa ‘materiale sintetico’?

“Siamo diventati così abituati alla frase ‘materiale sintetico’ che la maggior parte di noi ha perso di vista il fatto che la maggioranza di questi materiali sintetici sono in realtà plastica – ha affermato Sarah Schaefer -. La nostra ricerca mostra che c’è un urgente bisogno di aiutare le persone a capire di più sui materiali che stanno acquistando e su come prendersene cura al meglio, oltre a incoraggiare il maggior numero di persone possibile ad adottare pratiche di lavaggio più rispettose dell’ambiente – ha continuato Schaefer -. Facendo una serie di piccoli passi, tra cui l’installazione di un Filtro per le Microplastiche, ognuno di noi può ridurre l’impatto ambientale dei prodotti tessili”.

Un filtro per non disperdere le microplastiche con i lavaggi in lavatrice

Electrolux, infatti, ha lanciato sul mercato un nuovo Filtro per le Microplastiche, che aiuta a prevenire il rilascio di fibre di microplastica dai tessuti lavati in lavatrice. Con questo dispositivo è possibile evitare il rilascio di microplastiche nell’ambiente in una quantità che può raggiungere fino a due sacchetti di plastica all’anno per famiglia. Di fatto, il nuovo Filtro per le Microplastiche può catturare fino al 90% delle fibre di microplastica, ovvero più grandi di 45 micron, rilasciate dagli indumenti sintetici durante il lavaggio.

Nel mare mezzo milione di tonnellate di microfibre di plastica all’anno 

Ma quanto pesa sull’ambiente il rilascio di microplastiche dagli indumenti sintetici? In pratica, riporta Adnkronos, ogni anno con il lavaggio dei tessuti circa mezzo milione di tonnellate di microfibre di plastica vengono rilasciate in mare. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), questa quantità equivale alla dispersione in mare di tre miliardi di magliette in poliestere ogni anno.

Scarsità dell’acqua: gli italiani sono più consapevoli  

Scarsità dell’acqua: gli italiani sono più consapevoli 	 

Il 22 marzo cade la Giornata Mondiale dell’Acqua, e in occasione dell’evento mondiale Ipsos ha realizzato un’indagine per Finish al fine di comprendere la consapevolezza degli italiani in merito al problema della scarsità di acqua, le percezioni relative al proprio consumo di acqua e i principali comportamenti sostenibili per ridurne lo spreco. E dall’indagine Ipsos, sembra aumentare, soprattutto tra i giovani, la presa di coscienza sul problema della scarsità di acqua, mentre diminuisce la quota di quanti ritengono che la disponibilità d’acqua non sia un problema attuale. Ma soltanto 1 italiano su 2 è cosciente del maggior consumo personale rispetto agli altri Paesi europei. 

Dati leggermente più incoraggianti rispetto a un anno fa

Dall’indagine Ipsos emerge che rispetto all’anno scorso è aumentata tra gli italiani la consapevolezza relativa al problema della scarsità dell’acqua: il 25% tra gli adulti (+4% vs 2021) e il 31% tra i giovani (+15% vs 2021). Inoltre, diminuisce anche la quota di quanti ritengono che la disponibilità d’acqua non sia un problema attuale, passata dal 9% nel 2021 al 7% nel 2022, oppure che sia un problema solamente di specifiche aree e in specifici momenti dell’anno (68% nel 2022 vs 70% nel 2021). Al tempo stesso, nonostante i dati leggermente più incoraggianti rispetto a quanto rilevato l’anno scorso, gli italiani rimangono tra i più spreconi d’Europa.

In Italia si consumano 220 litri al giorno

Infatti solo 1 italiano su 2 è cosciente del maggior consumo personale rispetto agli altri Paesi europei (220 litri in Italia vs 165 litri di media europea), ma anche questo dato è in crescita, passando dal 48% del 2019 al 54% del 2022. Inoltre, il 68% ritiene che il consumo per famiglia sia inferiore ai 100 litri giornalieri (vs i 500 litri reali). Tra i principali comportamenti virtuosi, messi in campo dagli italiani per ridurre il proprio impatto su consumo e spreco di acqua, rientrano chiudere il rubinetto quando non necessario e utilizzare la lavastoviglie solo a pieno carico (73%), preferire la doccia alla vasca (67%) e fare docce più brevi (49%).

È ancora la meno controllata dagli italiani

Relativamente ai consumi, dai risultati dell’indagine Ipsos l’acqua si dimostra ancora la meno controllata dagli italiani, con un trend in linea con gli anni passati: il 40% degli intervistati dichiara di controllare sempre il consumo di energia elettrica, il 38% quello di gas e soltanto il 32% si preoccupa del consumo di acqua. In ogni caso, secondo la scala del World Resources Institute, entro il 2040, l’Italia sarà in una situazione critica di stress idrico, e in merito a questa previsione, il 76% dei cittadini ritiene il dato veritiero, mentre per il 17% dei giovani si tratta di dati infondati.