Anno nuovo, nuove abitudini green: i buoni propositi tech-sostenibili per il 2026

Vivere in modo più sostenibile significa prestare attenzione alle scelte di oggi per salvaguardare la salute delle generazioni future. Ecco perché adottare pratiche di economia circolare rappresenta un passo significativo per ridurre il proprio impatto ambientale

In Europa, infatti, solo il 30%–40% dei rifiuti elettronici viene raccolto o riciclato correttamente. Il resto finisce incenerito, in discarica o trattato come rifiuto generico, immettendo nell’ambiente sostanze nocive e sprecando una grande quantità di risorse.
Swappie propone una lista di 10 pratiche semplici e concrete da utilizzare come buoni propositi green personali  per il 2026.
L’inizio dell’anno nuovo è sempre il momento giusto per trasformare le intenzioni in propositi tangibili. Anche in favore del Pianeta.

Allungare la vita ai device

Il telefono più ecologico è quello che possediamo già. Utilizzare smartphone, tablet e laptop finché funzionano, allungandone il ciclo di vita, può fare un’enorme differenza per l’ambiente. Ma quando siamo costretti a cambiarli è opportuno considerare i telefoni ricondizionati, che riducono drasticamente le emissioni di carbonio, evitando la produzione di un nuovo dispositivo.

Quanto ai vecchi device, venderli è meglio che conservarli nei cassetti di casa. Oltre a ottenere un ritorno economico, proporli a refurbisher certificati mantiene in circolazione materiali preziosi e previene la produzione di rifiuti elettronici. 
Inoltre, acquistare accessori come cavi, cover e caricabatterie di qualità fa sì che siano durevoli nel tempo, e di conseguenza, più sostenibili.

Ottimizzare la ricarica

E se lo spazio di archiviazione nel cloud richiede enormi quantità di energia per i server, eliminare file inutilizzati, foto duplicate e vecchi backup può essere un ottimo modo per iniziare l’anno al meglio. Un cloud più pulito equivale a un utilizzo di energia minore. 

Ma anche rendere più efficienti le proprie abitudini di ricarica aiuta l’ambiente. Mettere in carica i device durante le ore di minor consumo, scollegare i dispositivi una volta completata la ricarica ed evitare la ricarica notturna sono piccoli accorgimenti che riducono il consumo energetico e lo stato di degrado della batteria.
Ugualmente, quando si tratta di regali la sostenibilità può diventare un’abitudine: second hand e tecnologia di seconda mano possono essere ottime idee regalo.

Scegliere un dispositivo ricondizionato

Buttare i device oramai inservibili, ma riciclando e smaltendo responsabilmente è fondamentale. I rifiuti elettronici non devono mai finire nei bidoni domestici. Per assicurarsi che i materiali vengano recuperati e smaltiti in modo sicuro, è necessario recarsi nei punti di raccolta dedicati o affidarsi a programmi di ritiro certificati.

Per qualsiasi categoria di prodotto, poi, a partire dalla tecnologia, è importante preferire aziende e brand che adottino pratiche di sostenibilità trasparenti.
E se si è in procinto di cambiare lo smartphone, una soluzione è quella di dare in permuta il vecchio device e scegliere un dispositivo ricondizionato. Così è possibile dare un contributo attivo alla riduzione dei rifiuti elettronici risparmiando denaro.

Pubblicato
Categorie: Consigli

Giovani single: l’identikit di chi non vuole trovare l’anima gemella

Troppo istruiti, maschi o ancora conviventi con i genitori: sono questi i profili di chi fatica di più a trovare l’anima gemella. Uomini, persone con un livello di istruzione elevato, chi presenta un livello inferiore di benessere o chi vive da solo o con i genitori ha in media maggiori probabilità di rimanere single più a lungo.

Lo ha scoperto un team di ricerca guidato dall’Università di Zurigo (UZH), che ha studiato in che modo la condizione di single a lungo termine influisca sul benessere delle persone di età compresa tra 16 e 29 anni.
E i ricercatori hanno rilevato come la solitudine e i livelli di depressione si sviluppino maggiormente nel corso dell’età adulta tra i giovani single abituali rispetto a chi ha formato una coppia.

Col tempo meno soddisfatti e più soli 

I media descrivono la condizione di single come un’espressione dello stile di vita, dell’autodeterminazione e dell’emancipazione, con espressioni come “partnership”, “vita da soli”, “sologamia” e “singleness”. Allo stesso tempo, sempre più giovani adulti scelgono di non impegnarsi in una relazione sentimentale stabile.

Lo studio suggerisce che nel tempo i giovani adulti che rimangono single per un periodo prolungato sperimentano un maggiore declino della soddisfazione di vita e un crescente senso di solitudine. Questi deficit di benessere diventano più pronunciati verso la fine dei trent’anni, che è anche il momento in cui i sintomi della depressione aumentano.

La solitudine prolungata si auto alimenta

Il team di ricerca ha poi esaminato come la prima relazione sentimentale dei giovani influenzi il loro benessere nel tempo. Appena i giovani iniziano la loro prima relazione il benessere psicofisico subisce un miglioramento immediato e significativo, si sentono meno soli e aumenta la soddisfazione per la vita. Nessun effetto simile è stato osservato, tuttavia, per quanto riguarda i sintomi depressivi.

La sfida maggiore, sottolineano i ricercatori, è che la solitudine prolungata rischia di diventare “auto-alimentante”.
Un basso livello di benessere rende meno propensi a mettersi in gioco, rendendo più difficile trovare un partner proprio quando il desiderio di stabilità aumenta. 

I sintomi depressivi iniziano alla fine dei 20 anni

Secondo il coautore della ricerca, Michael Kramer, il benessere dei single e di chi è in coppia è simile durante l’adolescenza, riporta AGI, ma le strade divergono drasticamente verso la fine dei vent’anni.
“I giovani adulti che restano single per un periodo prolungato sperimentano un calo della soddisfazione e un aumento del senso di solitudine”, spiega. Questi sintomi tendono a peggiorare intorno ai 30 anni, quando possono manifestarsi anche segnali depressivi.

“I nostri risultati dimostrano che restare single a lungo nella prima età adulta comporta rischi moderati per il benessere emotivo”, aggiunge Kramer, suggerendo che i fattori sociodemografici e psicologici pesino molto più del semplice “caso” nell’incontro con l’anima gemella.

Pubblicato
Categorie: Società

Consumi online: il prezzo è il fattore determinante per l’acquisto di abbigliamento

Nel 2024, il 77% degli utenti Internet europei ha acquistato beni o servizi online. Nel 2010 erano il 53%.Gli utenti UE identificano la convenienza e l’accessibilità come le ragioni principali per cui acquistano online.

Se il successo dell’e-commerce si deve soprattutto al risparmio, di tempo e denaro, secondo la ricerca Value of e-commerce for Eu consumers, condotta da Copenhagen economics per Shein, nell’abbigliamento lo shopping online consente ai consumatori di ottimizzare il proprio potere d’acquisto.
Il prezzo è infatti considerato la priorità assoluta per i consumatori che acquistano nuovi vestiti, offline e online.

Una priorità degli utenti italiani: spendere meno per vestiti e accessori

La ricerca di Shein evidenzia che la sensibilità al prezzo non è solo una necessità per chi ha redditi bassi, pari al 56% del campione, ma una scelta consapevole, anche per le fasce di reddito medio e medio-alto (44%).

La ricerca sottolinea, inoltre, come l’attenzione al prezzo rappresenti una tendenza inter-generazionale, con i giovani che rappresentano solo il 27% del campione, mentre il 73% appartiene a fasce d’età mature, dimostrando che non si tratta di un comportamento esclusivamente giovanile, ma di una priorità diffusa tra i consumatori italiani, indipendentemente dall’età.
Le famiglie che scelgono di acquistare sulle piattaforme di e-commerce risparmiano in media circa il 13% della spesa mensile per abbigliamento e calzature.

Nell’intera UE risparmiati 22 miliardi di euro 

A livello aggregato, questo si traduce in un potenziale risparmio annuo di 1,7 miliardi di euro per i consumatori italiani e 22 miliardi di euro nell’intera Unione europea.

“Abbiamo analizzato ciò che i consumatori italiani intervistati apprezzano maggiormente dell’e-commerce -s piega Henrik Ballebye Okholm di Copenhagen economics -. Il prezzo emerge come il fattore più menzionato, in modo trasversale rispetto a reddito ed età, ma lo shopping online risponde anche ad altre esigenze concrete, come una gamma più ampia di stili e taglie, aspetto particolarmente rilevante per le comunità rurali dove l’accesso ai negozi fisici è più limitato”.

L’e-commerce rende la moda più inclusiva e accessibile

“In Shein – aggiunge Leonard Lin, presidente Shein per l’Emea e global head of public affairs, riporta Adnkronos – ci impegniamo a rendere la moda accessibile e conveniente per tutti. Il nostro modello on-demand ci consente di rispondere rapidamente alle preferenze dei consumatori, alle tendenze e ai diversi stili. Questo studio conferma ciò che possiamo osservare ogni giorno: i consumatori apprezzano la varietà, la praticità e la convenienza economica. Grazie all’e-commerce e a un approccio guidato dalla domanda, vogliamo contribuire a rendere la moda più inclusiva e accessibile per tutti i consumatori italiani”.

Imprenditrici: le italiane sono le più numerose d’Europa

Lo segnala l’Ufficio studi della CGIA: nel 2024 la platea italiana delle partite Iva in capo alle donne raggiunge 1.621.800 unità, il 16% delle donne occupate, il più elevato della UE a 27.
Seguono Francia (1.531.700), Germania (222.300) e Spagna (1.136.000).
Un record importante che però non cancella il primato negativo riconducibile al nostro tasso di occupazione femminile, che rimane ancora il più basso in tutta la UE.

In Italia la crescita delle imprese guidate da donne prosegue anche nei primi 9 mesi del 2025. Sebbene in termini assoluti le donne imprenditrici siano meno della metà degli uomini, la variazione percentuale registrata è più che doppia rispetto al dato riferito all’imprenditoria maschile (+1,1%).

Sette su dieci guidano un’impresa di servizi o commerciale

In Italia il 71% delle imprese guidate da donne riguarda i servizi/commercio.
Il settore con il maggior numero di aziende capitanate da una imprenditrice è il commercio, con 288.411 attività. Seguono l’agricoltura (186.781), altri servizi (136.173), e alloggio/ristorazione (120.744).

Il basso tasso di occupazione femminile è principalmente attribuibile all’elevato carico di lavoro domestico. L’imprenditoria femminile potrebbe rappresentare una chiave per incrementare l’occupazione. Infatti, le donne che fanno impresa tendono ad assumere altre donne in misura significativamente maggiore rispetto ai loro colleghi maschi.

L’autoimpiego come strumento per tornare nel mercato del lavoro

Sono almeno due fattori che motivano le donne a intraprendere un percorso imprenditoriale. Il primo è correlato alla condizione socio-economica: situazioni di disoccupazione, tradizioni familiari o la presenza di incentivi economici inducono a considerare l’imprenditorialità come necessità.

Il secondo fattore è motivazionale, e concerne ragioni intrinseche che spingono le donne ad abbracciare tale opportunità.
Grazie all’autoimprenditorialità, le donne possono gestire con maggiore flessibilità gli impegni lavorativi con quelli familiari.
L’autoimpiego si è affermato come uno degli strumenti più efficaci per
riconquistare protagonismo nella propria vita professionale e realizzare obiettivi e aspirazioni per ottenere risultati economici gratificanti e maggiore indipendenza.

Le imprese rosa sono soprattutto al Sud

Analizzando la distribuzione geografia delle imprese guidate da donne, la ripartizione con il numero più alto risulta il Mezzogiorno, che al 30 settembre di quest’anno, ne conta 415.242.
Seguono il Nord-Ovest, con 280.121, il Centro, con 245.165 e il Nord Est, con 209.602. Se, invece, si calcola l’incidenza delle imprese femminili sul totale imprese è sempre il Sud a segnare la quota più elevata, il 24,3%.

A livello regionale, il più alto numero di attività guidate da donne è in Lombardia, con 162.190 aziende. Seguono la Campania, con 119.137 e il Lazio, con 112.200. Misurando onvece l’incidenza delle imprese femminili sul totale aziende, il dato più elevato è riconducibile al Molise, con il 27,7%.
Seguono la Basilicata, con il 27,3%, l’Abruzzo, con il 25,9% e l’Umbria, con il 25,3%.

Pubblicato
Categorie: Società

Dazi USA e sviluppo: export ed economia nel 59° Rapporto Censis 

Nel 2926 le variazioni tendenziali dell’export italiano verso gli Usa hanno registrato un andamento anomalo e discontinuo, passando dal -9,6% di febbraio 2025 al +41,2% di marzo, per poi alternare cali e rimbalzi fino al picco di luglio (+24,1%) e al crollo di agosto (-21,2%).
Questi gli effetti immediati dell’incertezza provocata dai dazi Usa sul commercio italo-americano.

Più che la domanda effettiva, a guidare le scelte delle imprese è stato l’effetto-attesa, con spedizioni anticipate per eludere l’impatto delle tariffe. Lo evidenzia il capitolo del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025, dedicato a “I soggetti economici dello sviluppo”.

Intanto la forbice si allarga

Tra il primo trimestre 2011 e il primo trimestre 2025 la ricchezza delle famiglie italiane è diminuita in termini reali dell’8,5%.
Dividendo gli italiani per decili di ricchezza detenuta, il 50% delle famiglie più povere ha visto diminuire la propria ricchezza del 23,2%, le famiglie distribuite tra il sesto e l’ottavo decile hanno subito una riduzione del patrimonio iniziale tra il 35,3% e il 24,3%, mentre il 10% delle famiglie più ricche ha visto aumentare la propria ricchezza del 5,9%. 

All’inizio del 2025, il 60% della ricchezza nazionale è posseduto da 2,6 milioni di famiglie appartenenti al decimo decile. Di più: il 48% della ricchezza è in mano al 5% di quelle più abbienti (1,3 milioni).
La quota di ricchezza detenuta dalle famiglie alla base della piramide patrimoniale (13 milioni) è scesa dall’8,7% del 2011 al 7,3% del 2025.

Più robot che addetti

L’Italia risulta al sesto posto nel mondo per numero di robot industriali installati nel 2023, con più di 10.000 nuove installazioni. Pur incomparabile con le 276.000 nuove installazioni cinesi, il dato ha portato l’Italia alla quattordicesima posizione tra le economie mondiali per intensità di automazione, con una quantità di robot installati per numero di addetti superiore alla media europea, statunitense e asiatica.
Tra il 1995 e il 2022 nel settore automotive sono cresciuti in termini reali sia produzione (+61,4%) sia valore aggiunto (+17,2%), a fronte di una riduzione costante della forza lavoro (da 207.000 addetti a 163.000, -21,3%).

Questa combinazione mostra come un aumento della produttività sia reso possibile dalla maggiore automazione dei processi produttivi. Tuttavia, se nello stesso periodo il valore aggiunto per occupato è lievitato del 48,8%, i salari sono aumentati solo del 9,3%.

Neanche i titolari stranieri compensano l’invecchiamento dell’imprenditorialità italiana

Dal 2004 al 2024 il numero dei titolari d’impresa in Italia è diminuito da 3.428.000 a 2.844.000 (-585.000 unità, -17,0%).
In particolare, i titolari d’impresa fino a 29 anni oggi sono 153.425 (-46,0% rispetto al 2004), rappresentando così il 5,4% del totale. Nel 2004 pesava per l’8,3%.

Fino al 2016 gli imprenditori con età compresa tra 30-49 anni erano maggioritari (50,6% nel 2008), mentre adesso sono il 40,7%. Nel frattempo, gli imprenditori over50 sono arrivati a rappresentare il 10,0% del totale (8,1% nel 2004).
Non basta più nemmeno il contributo dei titolari stranieri (461.000, 16,2% del totale) a compensare la deriva di invecchiamento della classe imprenditoriale italiana.

Pubblicato
Categorie: Società

ChatGpt ed e-commerce: con Shopping research la conversazione personalizza l’acquisto

Il roll-out di Shopping research è partito su mobile e via web per gli utenti iscritti ai piani Free, Go, Plus e Pro di ChatGpt. Durante le festività il suo utilizzo sarà praticamente illimitato, in modo da accompagnare gli utenti durante uno dei periodi di shopping più intensi dell’anno.

L’ultima funzionalità implementata dal chatbot di OpenAI, la ricerca sugli acquisti, è una sorta di guida personalizzata all’acquisto, ed è in arrivo proprio a ridosso del Black Friday e del Natale.
Shopping research di ChatGpt “trasforma la scoperta del prodotto in una conversazione – spiega OpenAI -, ponendo domande per capire cosa interessa, estraendo dettagli e proponendo opzioni per perfezionare i risultati”. 

Decine di siti setacciati in pochi istanti

Dopo aver inserito la descrizione di cosa si sta cercando Shopping research setaccia al posto nostro decine di siti.
Per semplici domande sugli acquisti la risposta è rapida, mentre per una risposta più documentata Shopping research impiega alcuni minuti. 

Una volta dato l’input la funzione cerca su Internet informazioni aggiornate come prezzo, disponibilità, recensioni, specifiche e immagini, restituendo le opzioni man mano che procede.
L’utente può interagire contrassegnando gli articoli suggeriti con ‘Non interessato’ oppure con ‘mostra altri simili’. La funzione restituisce un riassunto e un confronto degli articoli. E se si desidera effettuare un acquisto è possibile cliccare sul sito del rivenditore.

Mai più ore di letture, comparazioni e confronti tecnici

L’idea di OpenAI è semplice: invece di aprire decine di schede del browser, leggere recensioni sparse e perdersi tra opinioni discordanti, basta descrivere ciò che si sta cercando e lasciare che sia ChatGPT a fare tutto il lavoro al posto dell’utente.

La nuova funzione infatti trasforma il tempo perso per fare acquisti online in un dialogo efficiente e più immediato.
ChatGPT fa domande mirate per capire gusti, budget, priorità e contesto d’uso, poi avvia ricerche approfondite sul web per proporre una guida d’acquisto personalizzata. Il processo è pensato soprattutto per le categorie più complesse, dai prodotti tech alle soluzioni per la casa, dall’outdoor ai cosmetici, dove orientarsi richiede spesso ore di letture, comparazioni e confronti tecnici.

Addio ai motori di ricerca tradizionali?

ChatGPT presenterà i migliori prodotti disponibili, le differenze reali e non banali tra un modello e l’altro, oltre a pro e contro per prendere decisioni consapevoli.
La funzione è già integrata anche in ChatGPT Pulse (per utenti Pro), dove il modello può proporre proattivamente guide personalizzate basate sulle conversazioni precedenti. In pratica, una sorta di suggeritore intelligente che conosce i gusti dell’utente e anticipa le sue esigenze.

L’obiettivo è sostituire l’esperienza dispersiva dei motori di ricerca tradizionali, riferisce tecnoAndroid.it, con una selezione curata, strutturata e leggibile in pochi minuti.
In futuro sarà possibile acquistare determinati prodotti persino tramite Instant Checkout, semplificando ulteriormente il processo. OpenAI punta infatti a rendere l’esperienza d’acquisto più rilevante, personalizzata e meno dispersiva.

Filiera Software: previsto rallentamento ma il settore rimane solido

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Software & Digital Native Innovation del Politecnico di Milano: pur confermando una solida traiettoria di sviluppo, dopo anni di crescita a doppia cifra sostenuti da forti incentivi pubblici e da una digitalizzazione diffusa nel post-pandemia, la filiera del software in Italia mostra un rallentamento.

Si tratta di una dinamica meno brillante rispetto al recente passato, ma che conferma la rilevanza strutturale di un settore che rappresenta una componente cruciale dell’economia digitale del Paese.
In dettaglio, il fatturato complessivo generato dalle oltre 25.900 aziende attive nel comparto software in Italia nel 2024 ha raggiunto quota 66,7 miliardi di euro, con una crescita del +8,3% rispetto al 2023. La previsione per il 2025 è del +5,2%, pari a un fatturato di 70,1 miliardi.

Le big 30 crescono meno delle aziende più piccole

Il rallentamento colpisce alcune grandi realtà del settore, ma le realtà di dimensione più contenuta crescono. Tanto che tale riduzione della crescita è particolarmente visibile nelle 30 aziende più grandi del comparto, che da sole generano il 28% del fatturato totale, ma che hanno registrato una crescita media del +5,5%.

Tra queste, le realtà internazionali con un’offerta ibrida tra hardware e software hanno evidenziato performance più contenute, o addirittura contrazioni del fatturato. Al contrario, si evidenziano segnali di dinamismo tra le aziende italiane più agili, che stanno consolidando la propria offerta attraverso acquisizioni mirate.
Oltre le top 30, il comparto continua infatti a mostrare segnali di vitalità, con tassi di crescita a doppia cifra tra le aziende di dimensioni medio-piccole.

Si ridefiniscono gli equilibri di mercato dei Servizi

In generale, l’intero comparto dei servizi legati al software (system integrator e società di consulenza) ha rallentato in modo marcato: la crescita è passata dal +19,4% del 2023 al +8,1% del 2024.

A influire è stata la peculiarità del sistema lavorativo italiano, dove l’ingresso delle software house in segmenti di servizio, e il contatto diretto con il cliente tramite l’erogazione di servizi progettuali, sta modificando gli equilibri di mercato, erodendo spazio competitivo ai grandi system integrator o le società di consulenza digitale. Soprattutto nel target di clienti più piccoli.

In attesa di nuovi incentivi

Risulta poi importante considerare il rallentamento alla luce delle politiche pubbliche degli ultimi anni. Gli incentivi del piano Transizione 4.0 per la componente immateriale del software sono terminati il 1° gennaio 2025 e non sono ancora sufficientemente rimpiazzati dal piano Transizione 5.0.

“In un contesto dettato da una sempre maggiore attenzione verso la sovranità del dato, l’industria del software è un elemento altamente strategico per il Paese -. dichiara Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio -. Oggi, grazie agli investimenti infrastrutturali in corso si stanno creando le basi per un ecosistema digitale più robusto, ma serve un salto di qualità: costruire un’industria del software ‘sopra’ queste infrastrutture, capace di produrre valore, occupazione e innovazione”.

Eco-ansia: giovani preoccupati per il Pianeta, ma ignorano il riciclo

L’impegno della ‘Generazione Green’ parte da un presupposto: quasi tre giovani su quattro (74%) si dicono preoccupati per la dispersione delle plastiche nell’ambiente. E un ulteriore 21%, pur non allarmato ai massimi livelli, riconosce la necessità di impegnarsi per limitare il fenomeno.
Solo il 5%, dunque, pare immune dalla ‘eco-ansia’ nei confronti di polimeri e affini.

Tuttavia, il passaggio dalla teoria alla pratica resta complesso.
Quando si parla di conoscenza delle regole base del riciclo le certezze vacillano: 1 giovane su 5 (20%) non possiede informazioni sufficienti per differenziare correttamente, mentre oltre la metà (55%) è ‘solo parzialmente sicuro’ delle proprie scelte.
Emerge dall’indagine condotta da Skuola.net in collaborazione con COREPLA (Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica). 

Solo il 25% si sente davvero competente in materia

In ogni caso, la consapevolezza che il problema esista c’è, e si traduce in un’ampia diffusione di approcci virtuosi.
Il 90% dei giovani effettua spesso o sempre la raccolta differenziata e circa la metà presta attenzione alla sostenibilità del packaging quando fa acquisti.

Quanto alle plastiche, la maggioranza sembra avere interiorizzato alcune regole fondamentali. Il 70% sa che bottiglie e flaconi vanno svuotati, schiacciati e conferiti nella plastica, mentre l’80% è consapevole che prima di buttare un vasetto di yogurt nella plastica bisogna togliere la linguetta.
Tuttavia, solo il 39% sa che il polistirolo deve essere gettato nel bidone della plastica, mentre il 40% lo smaltisce nell’indifferenziato.

Impegno diffuso, ma la conoscenza è ancora carente

Ancora più alto è il tasso di errore se si tratta di giocattoli in plastica: solamente il 35% ritiene di doverli buttare nella raccolta generica, mentre per le confezioni multistrato o con etichette composte da materiali diversi oltre 4 su 10 ammettono di andare in confusione quando arriva il momento di smaltire.

Per fortuna, curiosità e voglia di saperne di più non mancano. L’80% dei giovani si informa autonomamente su ambiente e riciclo, soprattutto su social network (24%), siti web/portali di informazione (18%), scuola e università (14%) e famiglia (12%). Si ritagliano una quota di audience anche gli influencer specializzati in tematiche ambientali (7%).

Il luogo ideale per imparare a proteggere l’ambiente è la scuola 

Sono numeri che confermano come i canali digitali rappresentino il principale strumento di aggiornamento per le nuove generazioni. Ma anche quanto il rischio di imprecisioni o informazioni incomplete resti alto.

Forse anche per questo cresce la richiesta di una formazione più solida e continuativa. Oltre un quinto dei giovani intervistati (22%) considera la scuola il luogo ideale per imparare a proteggere l’ambiente, più di campagne online (17%) o iniziative promosse da radio e tv (16%).
Da qui l’importanza di continuare con progetti di sensibilizzazione, a scuola e nei luoghi di aggregazione online, per consolidare la transizione verso una cittadinanza più sostenibile e responsabile.

Pubblicato
Categorie: Società

Aumenta il consumo del suolo: quasi 80 Kmq in un anno, +15,6%

Nel 2024 sono stati consumati 83,7 chilometri quadrati di suolo, il +15,6% rispetto all’anno precedente. Il consumo netto è stato pari a 78,5 chilometri quadrati, il peggior saldo degli ultimi dodici anni.
Lo attesta il rapporto Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici di Ispra e Snpa.

“Consumare suolo non significa soltanto deturpare il paesaggio, ma distruggere una risorsa indispensabile alla vita  – commenta Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia -. Il suolo è una risorsa non rinnovabile, scarsa e non esiste tecnologia che possa sostituire i suoi servizi ecosistemici. È l’elemento fondamentale del ciclo vitale sulla Terra. Fornisce materie prime, biomassa e il cibo necessario alla sopravvivenza dell’uomo e di tutte le altre specie viventi”.

Nuove cause si sommano a quelle tradizionali

Ma in Italia il consumo di suolo non accenna a rallentare, e rappresentando un pericolo concreto per il nostro futuro. A fare le spese sono infatti le aree più accessibili e anche le più fertili. “Senza suolo non c’è agricoltura e senza agricoltura non c’è cibo”, sottolinea Nappini .

Preoccupa, in particolar modo, il consumo di suolo agricolo. Ogni anno nuove cause di consumo si sommano a quelle tradizionali. Nel 2024 il rapporto ne individua tre, le aree destinate alla logistica, i data center e i pannelli fotovoltaici a terra.
Questi ultimi impattano in modo sensibile. In un anno hanno coperto 1.702 nuovi ettari, di cui l’80% su superfici precedentemente utilizzate a fini agricoli.

Un impatto economico e ambientale significativo

I pannelli fotovoltaici a terra sono un trend in forte crescita. Gli impianti di questo tipo sono aumentati di oltre venti volte nel giro di quattro anni.
Non va dimenticato che il consumo di suolo, sommato all’abbandono delle aree interne, oltre a provocare danni all’agricoltura e al tanto sbandierato Made in Italy, ha impatti economici e ambientali significativi.

Ad esempio, aumenta il rischio idrogeologico (alluvioni, frane) i cui danni annuali complessivi raggiungono 3,3 miliardi di euro (dal 2010 a oggi la spesa è triplicata), più di un sesto della manovra in discussione al parlamento.

In Italia le coperture artificiali occupano quasi il doppio della media europea

“O oggi le coperture artificiali occupano il 7,17% del territorio italiano, quasi il doppio della media europea – aggiunge Nappini -. Non è affatto poco, se pensiamo che solo il 23,2% dell’intero territorio nazionale è pianeggiante e che oltre un terzo è montano. Ci sono regioni, la Lombardia, il Veneto e la Campania, dove più di un decimo del suolo è già consumato”.

Il Regolamento europeo sul ripristino della natura impone però l’azzeramento della perdita netta di aree verdi urbane entro il 2030 e la Strategia del suolo per il 2030 adottata dalla Commissione Europea nel 2021 stabiliva l’obiettivo per tutti i Paesi membri di non consumare suolo entro il 2050. Allo stato attuale questi target sono irraggiungibili.

Pubblicato
Categorie: Società

Smartphone, un compagno di vita a cui affidare ricordi ed emozioni

Offre conforto nei momenti di solitudine e custodisce i ricordi più intimi e preziosi. Lo smartphone per gli italiani sembra essere diventato un vero e proprio compagno di vita, o una specie di “seconda pelle”. 
Da una ricerca di Swappie in collaborazione con SWG emerge il legame affettivo con il proprio dispositivo mobile. Il 70% degli italiani considera infatti lo smartphone un alleato per combattere la noia e intrattenersi, scoprire cose nuove e rilassarsi. E per il 56% è un mezzo di conforto per affrontare momenti di solitudine.

Insomma, il telefono cellulare non è più un semplice strumento tecnologico, ma un’estensione della propria identità e un supporto per affrontare piccole e grandi fragilità. Una presenza discreta ma costante, a cui molti dedicano cure e attenzioni. Proprio come si farebbe con una persona cara o un oggetto di valore.

Un legame che va oltre la funzionalità

Questa relazione si riflette anche nei comportamenti quotidiani. Il 71% lo porta con sé da una stanza all’altra, il 45% lo pulisce prima di appoggiarlo e il 34% prova un senso di sicurezza semplicemente avendolo sott’occhio. 
Ma lo smartphone diventa anche un rifugio sicuro, un luogo dove poter archiviare ricordi, emozioni e tappe significative della vita.

Per circa 1 italiano su 2 episodi importanti come viaggi, relazioni, sfide personali o momenti di crescita sono legati al dispositivo posseduto in quel periodo.
Il legame è particolarmente forte tra i più giovani (18-34 anni), che lo considerano un vero e proprio scrigno digitale dove custodire frammenti di vita.

Difficile separarsi

Anche l’idea di separarsi da un vecchio telefono non è semplice. Solo 2 italiani su 5 riescono a passare da un dispositivo all’altro con disinvoltura, mentre il 27% teme di perdere qualcosa di importante, il 13% vive il cambio con malinconia, e il 21% vive il momento del cambio come un gesto simbolico, legato a una svolta o a un nuovo inizio.

Anche per questo, sono quasi 8 su 10 gli italiani che conservano i vecchi telefoni nei cassetti, un’abitudine motivata da ragioni pratiche (precauzione o sicurezza dei dati), ma anche da un senso di attaccamento emotivo. Per molti, infatti, “lasciare andare” un vecchio smartphone è un gesto quasi intimo. E per il 49% degli intervistati prova disagio nel vedere il proprio vecchio telefono nelle mani di qualcun altro. 

e-waste, la sfida è ancora aperta

Quando arriva il momento di vendere o donare il proprio dispositivo la fiducia diventa un aspetto fondamentale. Il 60% degli italiani cerca un interlocutore affidabile, in grado di tutelare la privacy e il legame affettivo con il dispositivo che si è creato nel tempo.

Accanto all’aspetto emotivo, cresce anche l’attenzione verso l’impatto ambientale della tecnologia. Il 73% è consapevole dell’importanza di contrastare gli effetti di uno scorretto smaltimento dei rifiuti elettronici. Tuttavia, solo 1 intervistato su 4 afferma di aver davvero a cuore la questione. L’e-waste è percepito come un’emergenza seria ma ancora sottovalutata, soprattutto dagli over55.

Pubblicato
Categorie: Società