Giovani single: l’identikit di chi non vuole trovare l’anima gemella

Troppo istruiti, maschi o ancora conviventi con i genitori: sono questi i profili di chi fatica di più a trovare l’anima gemella. Uomini, persone con un livello di istruzione elevato, chi presenta un livello inferiore di benessere o chi vive da solo o con i genitori ha in media maggiori probabilità di rimanere single più a lungo.

Lo ha scoperto un team di ricerca guidato dall’Università di Zurigo (UZH), che ha studiato in che modo la condizione di single a lungo termine influisca sul benessere delle persone di età compresa tra 16 e 29 anni.
E i ricercatori hanno rilevato come la solitudine e i livelli di depressione si sviluppino maggiormente nel corso dell’età adulta tra i giovani single abituali rispetto a chi ha formato una coppia.

Col tempo meno soddisfatti e più soli 

I media descrivono la condizione di single come un’espressione dello stile di vita, dell’autodeterminazione e dell’emancipazione, con espressioni come “partnership”, “vita da soli”, “sologamia” e “singleness”. Allo stesso tempo, sempre più giovani adulti scelgono di non impegnarsi in una relazione sentimentale stabile.

Lo studio suggerisce che nel tempo i giovani adulti che rimangono single per un periodo prolungato sperimentano un maggiore declino della soddisfazione di vita e un crescente senso di solitudine. Questi deficit di benessere diventano più pronunciati verso la fine dei trent’anni, che è anche il momento in cui i sintomi della depressione aumentano.

La solitudine prolungata si auto alimenta

Il team di ricerca ha poi esaminato come la prima relazione sentimentale dei giovani influenzi il loro benessere nel tempo. Appena i giovani iniziano la loro prima relazione il benessere psicofisico subisce un miglioramento immediato e significativo, si sentono meno soli e aumenta la soddisfazione per la vita. Nessun effetto simile è stato osservato, tuttavia, per quanto riguarda i sintomi depressivi.

La sfida maggiore, sottolineano i ricercatori, è che la solitudine prolungata rischia di diventare “auto-alimentante”.
Un basso livello di benessere rende meno propensi a mettersi in gioco, rendendo più difficile trovare un partner proprio quando il desiderio di stabilità aumenta. 

I sintomi depressivi iniziano alla fine dei 20 anni

Secondo il coautore della ricerca, Michael Kramer, il benessere dei single e di chi è in coppia è simile durante l’adolescenza, riporta AGI, ma le strade divergono drasticamente verso la fine dei vent’anni.
“I giovani adulti che restano single per un periodo prolungato sperimentano un calo della soddisfazione e un aumento del senso di solitudine”, spiega. Questi sintomi tendono a peggiorare intorno ai 30 anni, quando possono manifestarsi anche segnali depressivi.

“I nostri risultati dimostrano che restare single a lungo nella prima età adulta comporta rischi moderati per il benessere emotivo”, aggiunge Kramer, suggerendo che i fattori sociodemografici e psicologici pesino molto più del semplice “caso” nell’incontro con l’anima gemella.