PNRR: un’opportunità unica per la digitalizzazione made in Italy 

L’Italia si trova in una fase cruciale per l’attuazione dell’Agenda Digitale. Grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), il nostro Paese ha accesso a risorse senza precedenti per la trasformazione digitale: 47 miliardi di euro tra il 2021 e giugno 2026, corrispondenti al 37% dei finanziamenti europei dedicati alla digitalizzazione nel programma Next Generation EU. Questo importo supera di gran lunga quello di altri Paesi: la Spagna ha previsto 20 miliardi di euro, la Germania 13, la Francia 9 e ben 19 Stati membri meno di 2 miliardi.

L’Italia ha gestito finora questi investimenti con efficacia, avendo già raggiunto il 53% degli obiettivi e delle milestone concordate con l’Unione Europea. Tuttavia, ora inizia la fase più complessa, in cui il successo del piano dovrà tradursi in benefici tangibili per l’economia e la società. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Agenda Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, i prossimi anni saranno decisivi per garantire la continuità degli investimenti e il pieno sfruttamento delle risorse.

Il ruolo strategico della Pubblica Amministrazione

La Pubblica Amministrazione (PA) è al centro della trasformazione digitale del Paese. Più del 60% delle risorse del PNRR destinate alla digitalizzazione, inclusi il 33% della Missione 1, sono indirizzate alla PA centrale, locale e alle imprese pubbliche. Finora, i progressi sono stati molti, ma la sfida principale sarà garantire che gli investimenti e le riforme producano risultati concreti, come la semplificazione dei processi amministrativi e l’aumento dell’efficienza.

Entro la fine del 2024, l’Italia dovrà rispettare target fondamentali, tra cui la riduzione delle cause pendenti nei tribunali ordinari (-65%) e nelle corti d’appello civili (-55%), oltre a migliorare i tempi di gestione delle gare pubbliche.

L’Italia tra innovazione e ritardi

Secondo gli indicatori della Digital Decade 2030 della Commissione Europea, il Paese mostra sì importanti progressi, ma permangono alcune criticità. Le infrastrutture digitali hanno registrato miglioramenti: il 60% delle famiglie dispone di una connessione a banda larga di almeno 100 Mbps, superando Francia (51%) e Germania (39%), ma restiamo indietro rispetto alla Spagna (88%). Siamo invece in linea con la media europea per la connettività a 1 Gbps e lo sviluppo del 5G.

Nel settore delle imprese, il 70% delle PMI italiane ha un livello digitale di base, un dato leggermente superiore alla media UE (69%). Tuttavia, siamo ancora indietro nell’adozione di tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale e i big data. Per quanto riguarda le competenze digitali, solo il 46% degli italiani tra i 16 e i 74 anni ha conoscenze informatiche di base, ben al di sotto della media europea del 54%. Il divario è ancora più evidente nel settore ICT, con solo l’1,5% dei laureati italiani specializzati in questo ambito, contro il 4,2% della media UE.

Due velocità fra Nord e Sud del Paese

L’Italia ha fatto progressi nei servizi pubblici digitali, con ottimi risultati nella disponibilità di open data e nell’interazione online con la PA (76% degli italiani contro il 74% della media UE). Tuttavia, persistono difficoltà nella digitalizzazione dei moduli di eGovernment e nella trasparenza dei servizi.

Le disparità regionali restano un problema: le regioni del Centro-Nord mostrano livelli di digitalizzazione superiori rispetto a quelle del Mezzogiorno, evidenziando la necessità di strategie differenziate e mirate.

Il futuro della digitalizzazione

L’Italia sta adottando il modello “Government as a Platform” per rendere più accessibili e interoperabili i servizi pubblici digitali. Iniziative come l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR), il Fascicolo Sanitario Elettronico, SPID e l’App IO stanno contribuendo a una maggiore efficienza amministrativa.

Tuttavia, per garantire un futuro sostenibile alla digitalizzazione, è essenziale pianificare oltre il 2026, coordinando il PNRR con altri piani strategici e accelerando la spesa dei fondi disponibili.

Politica industriale: cosa prevede il primo disegno di legge sulle PMI?

Il 14 gennaio è stato approvato dal Consiglio dei ministri il primo disegno di Legge annuale sulle Pmi.
Il provvedimento introduce misure strategiche per rafforzare le micro, piccole e medie imprese italiane incentivando l’aggregazione, l’innovazione del sistema produttivo e l’accesso al credito.

In particolare, alle filiere del comparto Moda sono destinati fino a 100 milioni di euro per i ‘Mini Contratti di Sviluppo’, finalizzati a sostenere programmi di investimento di importo non inferiore a 3 milioni di euro e non superiore a 20 milioni. Sono state anche introdotte le ‘Centrali consortili’, nuovi enti giuridici che mirano a rafforzare la competitività e l’innovazione attraverso modelli di cooperazione efficienti e solidali.

Si tratta di “Una svolta strategica per la politica industriale del nostro Paese”, ha commentato Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy promotore della misura.

Favorire l’accesso al credito

Per favorire l’accesso al credito, il disegno di legge attribuisce al Governo una delega per il riordino normativo della disciplina dei Confidi. Obiettivo, semplificare e riorganizzare le regole che disciplinano questo strumento.
Sono inoltre previste misure per ridurre i costi di istruttoria nella valutazione del merito creditizio delle imprese e interventi volti a favorire l’integrazione tra consorzi, consentendo di partecipare ad altri enti senza modificare il proprio oggetto sociale.

Sono poi introdotti incentivi fiscali per le imprese che aderiscono a un contratto di ‘rete soggetto’, permettendo la sospensione d’imposta sulla quota di utili destinata a investimenti previsti dal programma comune di rete. L’agevolazione, finanziata fino a 45 milioni di euro nel 2027-2029, riguarda gli utili realizzati nel 2026-2028, destinati al fondo patrimoniale comune o al patrimonio dedicato all’affare.

Incrementare l’occupazione giovanile

Al fine di incrementare l’occupazione giovanile, il Ddl contiene una disposizione sulla ‘staffetta generazionale’ nelle imprese, che mira a liberare in anticipo nuovi posti di lavoro mediante un sistema di pensionamento flessibile, che consenta al lavoratore anziano migliore conciliazione vita/lavoro, e al contempo, attui il trasferimento delle competenze professionali a favore di giovani assunti in parziale sostituzione.

Viene quindi introdotto, per le imprese fino a 50 dipendenti, un sistema di trasferimento generazionale con part-time incentivato per l’accompagnamento alla pensione e assunzioni agevolate di giovani under35 per il passaggio di know-how. Il neoassunto potrà sostituire integralmente la posizione del lavoratore anziano una volta cessato il rapporto di lavoro.

Aggiornata la normativa sulle startup

Per garantire una concorrenza leale ed equa nel mercato della ristorazione e del turismo il Ddl prevede l’obbligo di verificare l’attendibilità della recensione, assicurandosi che sia realmente scritta da chi ha effettivamente usufruito del servizio o acquistato il prodotto recensito.

E a tredici anni dal primo Startup Act, il Ddl delega al Governo l’adozione di un decreto legislativo per la redazione di un testo unico in materia di startup, incubatori e Pmi innovative.
L’obiettivo è coordinare le norme vigenti, apportando modifiche per migliorarne la coerenza giuridica, logica e funzionale, e abrogare le disposizioni obsolete o prive di contenuto normativo.

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Giubileo: l’inerzia sulle sfide globali costa il 63% del PIL

A quanto ammonta la stima del costo annuo dell’inazione rispetto alle grandi questioni socio-economiche del tempo attuale, come il cambiamento climatico, l’invecchiamento della popolazione, la polarizzazione della ricchezza? Circa 66 mila miliardi di dollari, circa il 63% del Pil globale.

È quanto emerge dalla ricerca di Deloitte dal titolo ‘Globalizzare la solidarietà’, che sarà presentata nel corso dell’evento ‘Giubileo 2025 – 100 giorni all’apertura della Porta Santa’ presso la sede di Deloitte a Roma.
Dalla ricerca Deloitte, emergono tre macro temi. E il primo riguarda proprio il costo economico sociale delle grandi sfide di oggi.

Il prezzo del non-intervento grava sulla collettività

“Cambiamento climatico, invecchiamento della popolazione, polarizzazione della ricchezza, guerre e instabilità politica, pandemie e crisi sanitarie, povertà e analfabetismo, fame nel mondo, discriminazioni e migrazioni forzate – spiega una nota – sono problematiche sociali che oltre ai risvolti etici comportano costi enormi per l’umanità. L’impatto sull’economia in termini di costi di queste grandi problematiche mondiali, infatti, è pari a circa 66 mila miliardi di dollari all’anno, equivalenti a circa il 63% del Pil mondiale. Non intervenire equivale ad arrecare un costo per la collettività di circa 1,1 milioni di miliardi di dollari nei prossimi 30 anni”.

Un mondo sempre più complesso alimenta la sfiducia

“Dall’indagine demoscopica condotta in Italia, Francia, Germania, Spagna, UK e USA – si legge ancora – emerge che oggi circa 8 persone su 10 (91% nel caso dell’Italia) pensano che la nostra epoca sia caratterizzata da una maggiore complessità rispetto al passato. Rispetto alle sfide del nostro tempo, meno di una persona su due ritiene che si stia facendo il possibile a livello internazionale per porre rimedio. A fare da contraltare a questo percepito, però, c’è anche la convinzione del 65% secondo cui la situazione è ancora recuperabile”.

Guerre e instabilità politica sono tra le maggiori preoccupazioni

“Interrogati sulle grandi sfide del nostro tempo – continua la nota -, gli italiani pensano che le più preoccupanti siano ‘guerra e instabilità politica’ (92%), ‘povertà’ (93%) e ‘migrazioni forzate’. Anche negli altri Paesi emerge grande preoccupazione per la guerra e l’instabilità politica, un tema considerato prioritario dall’83% delle persone in UK, dall’84% dei francesi, dal 91% degli spagnoli, dall’82% dei tedeschi e dall’86% degli statunitensi. Quanto alla ‘fiducia in un mondo migliore’, riporta Ansa, emerge una significativa tendenza per cui questa diminuisce all’aumentare dell’età, con una quota di ‘ottimisti’ pari al 63% tra la GenZ, 53% tra i Millennial, 38% tra i Gen X e 29% tra i Baby Boomer”.

Artigianato: in 10 anni meno imprese “autoctone” +20,3% quelle guidate da stranieri

Emerge da uno studio Unioncamere e InfoCamere: in dieci anni le imprese individuali artigiane con titolare nato in Italia arretrano del 14,6%, corrispondente a una riduzione assoluta di133,242 unità.
Di contro, gli imprenditori stranieri che svolgono attività artigiane sono cresciuti del 20%, e a settembre 2024 sono poco più di 200mila.

La metà proviene da soli quattro paesi di origine, il 60% opera nelle costruzioni e quasi la metà opera nel triangolo Lombardia-Emilia Romagna-Toscana. 

Un movimento in progressiva espansione, quello dell’imprenditoria immigrata che ha scelto l’artigianato, il cui dinamismo (+33.847 imprese nel decennio) non basta a contrastare la riduzione in atto da tempo della componente autoctona del comparto.
Sommando le due dinamiche, il bilancio complessivo del comparto artigiano nel decennio segna un deficit di 99.395 imprese.

Parte strutturale del tessuto produttivo locale

Sempre nel periodo esaminato, la percentuale di titolari stranieri nelle imprese artigiane passa dal 15,5% al 20,5%, evidenziando una trasformazione del settore, dove nuove competenze e culture si integrano con la tradizione italiana, alle prese con un difficile processo di ricambio generazionale. 

Regioni come Campania, Calabria e Basilicata registrano tassi di crescita superiori al 40%, mentre in Emilia Romagna e Lombardia le imprese straniere (rispettivamente 25.993 e 45.256 unità) rappresentano oltre il 25% del totale. 

La crescita delle imprese artigiane con titolari stranieri non si limita a un semplice aumento numerico, ma abbraccia una trasformazione profonda di settori chiave.

Gli imprenditori over50 trainano la crescita

Nel settore delle costruzioni, il 29,1% delle imprese artigiane oggi è a titolarità straniera (117mila unità al 30 settembre 2024), con un incremento significativo del 13% in 10 anni, mentre nei servizi alle imprese l’aumento è del 55%, dove rappresentano il 27,8% del totale, superando quota 14mila unità.

L’analisi dell’artigianato a titolarità straniera racconta anche l’evoluzione per età e genere. Sono gli imprenditori over50 a trainare la crescita, con un incremento del 125,7% negli ultimi dieci anni, a cui si aggiunge un aumento ancora più marcato (+223,5%) tra gli over70. Anche la presenza femminile è in forte crescita: nel decennio, il rapporto donne/uomini sale complessivamente da 17,1 a 20, soprattutto nel Nord-Ovest e Nord-Est.

I settori più “presidiati”: costruzioni, ristorazione, trasporti

Questo andamento è indice non solo di una maggiore partecipazione femminile nel comparto artigiano ma, probabilmente, anche di un processo di integrazione e stabilizzazione delle donne straniere nelle economie locali, particolarmente nelle aree più sviluppate del Paese.

La presenza più solida di artigiani stranieri si registra in settori strategici come costruzioni, ristorazione e trasporti, presidiati in modo particolare da imprenditori provenienti da specifici Paesi.

Le aziende nel settore delle costruzioni, ad esempio, vedono una forte presenza di titolari romeni (27.914 unità) e albanesi (26.515), mentre nel settore dei servizi, Cina ed Egitto giocano un ruolo significativo, con un’alta concentrazione di attività nel trasporto, magazzinaggio e ristorazione. 

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Social network: cosa si nasconde dietro l’oversharing

Cosa ci spinge a raccontare così tanto di noi sui social network? Negli ultimi anni i social hanno trasformato il modo in cui viviamo e ci relazioniamo, e l’abitudine di condividere ogni dettaglio della propria vita è una delle espressioni più emblematiche di questa trasformazione.

Come riporta Demografica/Adnkronos, secondo Marco Cacioppo, ordinario di Psicologia Dinamica presso l’Università Lumsa di Roma, è fondamentale distinguere tra un uso problematico dei social e una vera e propria dipendenza psicopatologica.
“L’oversharing è parte di una dinamica complessa ed estremamente rapida nel suo sviluppo – spiega -. L’impulso a condividere è radicato nel desiderio di essere visti e accettati. La necessità di approvazione è diventata parte integrante delle esperienze quotidiane, rendendo i social una piattaforma per validare la propria identità”.

Una questione generazionale?

La rivoluzione tecnologica offre connessione e visibilità, ma ridefinisce anche il valore delle esperienze personali. Sentirsi ‘riconosciuti’ attraverso like o commenti trasforma il modo in cui percepiamo noi stessi e le nostre esperienze.
“Con uno smartphone possiamo raccontare la nostra vita a una platea infinita, ma ciò comporta anche il rischio che un momento della nostra esistenza valga di più solo se condiviso”, aggiunge Cacioppo. 

Ed è nei giovani che l’oversharing assume caratteristiche peculiari. L’esposizione precoce alla visibilità digitale ha normalizzato l’idea che la vita privata sia anche pubblica, un ‘fenomeno culturale’ che riflette il contesto in cui adolescenti e giovani adulti sono nati e cresciuti.
Ma la dipendenza da conferme digitali può portare a conseguenze emotive significative, come insicurezze e sentimenti di inadeguatezza. Le reazioni ai like mancanti, ad esempio, possono essere percepiti come un rifiuto.

Rifugio o trappola emotiva?

“Il crescente interesse per la psicologia e la salute mentale è sicuramente positivo – prosegue Cacioppo -, ma l’idea che l’oversharing possa essere una forma di autoterapia è discutibile”. Spesso, la condivisione eccessiva è un tentativo di regolare emozioni difficili o di compensare fragilità nell’autostima, ma raramente risulta una strategia efficace. E il problema non è Internet in sé. “Condividere troppo può esporre le nostre vulnerabilità senza aiutarci realmente a elaborarle”.

La ricerca di approvazione attraverso i social può portare a dipendere sempre più da un sistema di validazione esterno, rendendo difficile un’autoregolazione emotiva autentica e autonoma.

Il limite tra condivisione sana e patologica è labile

L’oversharing può diventare un problema quando compromette le relazioni interpersonali. Se condividere online diventa più importante delle interazioni fra persone ‘presenti’ c’è un problema”. Un esempio emblematico è il fenomeno del phubbing, ovvero ignorare chi ci sta vicino per concentrarsi sullo smartphone. “È paradossale -, riflette Cacioppo -, ma ignoriamo chi c’è per rivolgerci a chi non c’è”.

Il phubbing si collega a retaggi familiari e relazionali poco coinvolgenti, che spingono gli individui a cercare connessioni emotive altrove. Questo comportamento si intreccia con l’oversharing, evidenziando come la ricerca di popolarità online spesso si sostituisca al bisogno di relazioni autentiche. Condividere ‘troppo’ può indicare una difficoltà nel costruire legami profondi e reciproci.

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Open innovation, perchè piace alle aziende italiane?

Le aziende italiane continuano a investire nell’innovazione, con l’88% delle grandi imprese che adotta pratiche di Open Innovation. Quasi la metà di queste collabora stabilmente con startup: segno evidente di un approccio sempre più orientato all’ecosistema esterno per stimolare la competitività e trovare nuove soluzioni tecnologiche.

Gli investimenti ICT e il ruolo dell’intelligenza artificiale

Nonostante il contesto economico incerto, le aziende continuano a puntare sul digitale. Nel 2025, i budget destinati all’ICT cresceranno dell’1,5%, con picchi tra le piccole (+3,7%) e medie imprese (+4%).

Le grandi organizzazioni, pur con tassi più contenuti, confermano l’importanza di soluzioni avanzate: la cybersecurity (57%) e la business intelligence sono in cima agli investimenti, mentre l’intelligenza artificiale sale al terzo posto, con il 43% delle aziende pronte a investirvi. Tra le PMI, invece, prevalgono investimenti in sicurezza informatica, cloud e tecnologie legate all’Industria 4.0.

Innovazione digitale nelle imprese: strategie e ostacoli

Il digitale è ormai parte integrante dei piani strategici delle grandi imprese italiane, ma solo il 5% lo considera la leva principale per il business. Poco più della metà delle organizzazioni ha formalizzato una strategia digitale, ma appena l’8% utilizza metriche consolidate per valutare l’impatto dell’innovazione.

La misurazione si concentra spesso su risultati economici a breve termine, mentre resta limitata l’attenzione agli effetti di lungo periodo, come lo sviluppo di competenze o l’evoluzione della cultura aziendale.

Collaborazioni esterne: il ruolo di startup, università e centri di ricerca

Le risorse esterne sono ormai fondamentali per l’innovazione. Le grandi aziende collaborano con università e centri di ricerca (31%), startup (27%) e fornitori ICT (27%). Tra le iniziative di Open Innovation, spiccano le partnership con startup innovative, che il 48% delle grandi imprese ha avviato da almeno tre anni.

Tra le PMI, invece, solo l’8% considera di avviare collaborazioni con startup. Esiste quindi una una significativa deferenza di approccio fra aziende grandi e piccole.  

Open innovation e sostenibilità

L’innovazione si intreccia sempre più spesso con la sostenibilità. Circa il 56% delle aziende collabora con università e centri di ricerca su progetti sostenibili, mentre il 46% si affida alle startup per soluzioni innovative.

Questo approccio sottolinea come l’Open Innovation stia favorendo lo sviluppo di modelli di business capaci di generare impatti positivi, sia dal punto di vista ambientale sia sociale.

Le sfide della trasformazione digitale

Nonostante i progressi, le aziende incontrano ostacoli nel coordinare l’innovazione con le esigenze delle business unit (45%) e nell’ingaggiare efficacemente i dipendenti (38%).

Per superare queste difficoltà, le organizzazioni più mature adottano iniziative di Corporate Entrepreneurship, stimolando competenze imprenditoriali e metodologie innovative attraverso percorsi pratici e formazione.

SMS: più utilizzati da imprese IT, siti e-commerce, aziende TLC

Poco utilizzati per le conversazioni con parenti, amici e colleghi, dove a farla da padrone oggi è la messaggistica istantanea, gli SMS da alcuni anni sono più popolari per l’invio di comunicazioni in ambito business, soprattutto per inviare password temporanee (OTP), gestire appuntamenti e promemoria, conferme d’ordine e spedizione, o per finalità di marketing, come campagne promozionali, flash sales, lanci di nuovi prodotti o servizi.

In particolare, quasi un SMS su tre viene inviato da parte di imprese del settore IT, oltre a siti di e-commerce, aziende nell’ambito delle telecomunicazioni, ma anche da realtà molto diverse tra loro.

Su 100 milioni di SMS quasi il 30% inoltrato da software house

In base a quanto emerge dall’indagine condotta da Skebby su un campione di 100 milioni di SMS inviati nell’ultimo anno, in Italia, il 29,5% è stato inoltrato da software house e aziende IT, soprattutto per conto di imprese clienti. Spesso, infatti, queste realtà integrano all’interno di applicativi gestionali o altre soluzioni da loro sviluppate una piattaforma per l’invio di SMS.

Dopo software house e imprese IT, al secondo posto si posizionano i siti di e-commerce e di altri servizi online (16,3%), che utilizzano questo tipo di messaggi prevalentemente per aggiornamenti su ordini e spedizioni.

Anche onlus e professionisti

Il terzo posto è occupato da società del settore delle telecomunicazioni (12%), che si avvalgono degli SMS per comunicazioni che riguardano transazioni finanziarie o per campagne promozionali.

Al quarto posto, le attività del settore retail (8,2%), seguite da studi medici e poliambulatori (4,8%), imprese che si dedicano all’erogazione e alla gestione dei servizi ai cittadini (4%), servizi finanziari (3,5%), e assicurazioni (3,2%).
A chiudere la ‘top ten’, le onlus e i professionisti, entrambi con una quota del 2,3%.

“Un posto di rilievo nell’ambito delle comunicazioni business”

“Grazie agli elevati tassi di apertura e alla minor presenza di spam rispetto ad altri canali, quali, ad esempio, le e-mail, gli SMS hanno trovato già da alcuni anni un posto di rilievo nell’ambito delle comunicazioni business – commenta Domitilla Cortelletti, marketing manager di Skebby -. L’utenza è in ogni caso piuttosto frammentata, e i settori che ne fanno ampio uso sono i più diversi, così come sono differenti le finalità di utilizzo, che vanno dalle transazioni al marketing. Il fatto che un SMS su tre sia inviato da software house e aziende IT è la dimostrazione di quanto gli SMS siano oggi spesso anche già integrati in gestionali, CRM e altre piattaforme per l’invio personalizzato di messaggi mobile”.

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Perché i social media hanno ucciso la televisione?

Sono 29 milioni gli italiani che seguono almeno un influencer sui social media, di cui circa il 50% orienta i propri acquisti in base ai consigli diffusi dai content creator. Nel 2023 l’advertising online e sui social media ha superato gli investimenti in ambito pubblicitario televisivo. In Italia sono stati investiti 10,2 miliardi di euro nella pubblicità, di cui oltre il 48% del totale destinato al digital e il 35% alla TV (fonte: Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano).

Insomma, i social network stanno diventando la nuova tv, perché si sono trasformati da network di persone a piattaforme di contenuti, show, rubriche, serie che si ripetono proprio come nel palinsesto televisivo.
La fruizione classica dei contenuti televisivi tramonta in favore di una direzione multipiattaforma e multidevice.

Nuovi potenti “consigli per gli acquisti”

Soppiantato il contenuto freddamente pubblicitario, che lavora solo sull’awareness, oggi l’utente viene convinto ad acquistare con un video esplicativo, una narrazione, un accompagnamento nell’esperienza. Secondo l’Osservatorio InSIdE, promosso da Pulse Advertising Italia, il 20% degli utenti intensivi di TikTok dichiara di aver preso in considerazione un prodotto Beauty perché raccontato da un creator, segue il 19% di prodotti Tech e il 13% di servizi di Entertainment.

In pratica, i cosidetti ‘recommendation media’ (Youtube, Meta e Tiktok) potrebbero essere paragonati alla nuova forma di televisione proprio per i contenuti che propongono, guidati dell’algoritmo che accompagna l’utente nella fruizione di un ‘palinsesto’ scelto sui suoi gusti.

Il fenomeno Social TV

Se la tv via cavo resta fonte di informazione e intrattenimento solo per un pubblico ‘anziano’ l’utente più giovane, abituato a contenuti veloci, non segue un intero programma, ma guarda solo gli highlights diffusi quasi in tempo reale. Da qui nasce il fenomeno chiamato Social TV, che riguarda tutte le interazioni scaturite dalla rete in seguito alla visione di una trasmissione o un evento televisivo.

Fenomeno cavalcato consapevolmente dalle stesse reti tv, che grazie alla presenza sui social con profili ufficiali, popolati da ‘minipillole’ dei momenti salienti della trasmissione, alimentano la notorietà di certi personaggi e del programma stesso.

“Il pubblico premia coerenza e storytelling, e se si fida, compra”

“I canali social permettono di comunicare in modo veloce e diretto, diminuendo la distanza tra utente e creator e canalizzano l’acquisto. Sui social la pubblicità funziona ed è misurabile – spiega Claudio Burchi, Executive Director di Pulse Advertising Italia -. La nostra analisi ha confermato che oggi i content creator sono un riferimento importante per i brand che investono sui social, il pubblico social premia coerenza e storytelling, e se si fida, compra. La fiducia verso il creator resta il punto chiave dell’interazione sui social e muove l’utente verso l’acquisto, con un importante incremento della percentuale degli intervistati che afferma di fidarsi dei consigli degli influencer che segue: dal 45% del 2023 al 50% di quest’anno”.

Carovita: a settembre aumentano i prezzi all’ingrosso degli alimenti freschi

L’indice dei prezzi all’ingrosso, realizzato da Unioncamere e BMTI, a settembre mostra rialzi mensili per i prodotti freschi, soprattutto, frutta e ortaggi, carni di bovino, pollame e uova.
Nel comparto ittico, invece, i prezzi all’ingrosso sono rimasti sostanzialmente stabili, mentre tra i prodotti lavorati si registra un ulteriore rincaro per burro e formaggi, e una sostanziale stabilità per olio di oliva e sfarinati di grano e riso.

Per quanto riguarda il settore ortofrutticolo, sono stati due i fattori che hanno impresso aumenti ai prezzi. Da un lato, l’abbassamento delle temperature registrato dopo la prima decade di settembre ha determinando una maggiore richiesta di prodotti autunnali. Dall’altro, diverse coltivazioni estive sono state colpite dal prolungato caldo estivo.

Zucchine +74,8%, melanzane +65%, pomodori +37%

Tra i rincari maggiori, si registra un +20% per pesche e nettarine e un +11% per le pere, con la comparsa delle varietà autunnali.
Forte incremento rispetto al mese precedente per le zucchine, che crescono del +74,8% rispetto allo scorso anno. Aumenti mensili consistenti anche per le melanzane (+65%) e i pomodori da insalata (+37%).

Tra le carni, aumentano quelle di pollo (+6,4% rispetto ad agosto e +3,4% rispetto al 2023) e tacchino (+5,2% vs settembre e +12,3% vs 2023), spinti da una domanda superiore alle disponibilità di prodotto.
Cresce poi anche la carne di bovino adulto (+4,4% rispetto ad agosto). Il comparto bovino è alle prese con una minore disponibilità di capi da ristallo, legata anche ai minori arrivi dalla Francia, elemento che imprime tensioni al mercato.

Uova più care, pesce stabile

Tra i prodotti zootecnici, aumentano del 2,2% rispetto al mese precedente i prezzi delle uova allevate a terra, sostenuti da una domanda superiore all’offerta. 

Quanto al settore ittico, non ha mostrato variazioni mensili significative a settembre. Tuttavia si è osservata una crescita delle quotazioni delle specie catturate prevalentemente con le reti da traino, sistema bloccato o limitato in molte marinerie a causa del fermo temporaneo di pesca. Tra questi, gamberi e scampi (+56% e +34,6%), dovuti anche a un aumento della richiesta.

Prezzo del burro più che raddoppiato rispetto al 2023

Tra le materie grasse derivate dal latte, si registra un ulteriore aumento mensile del prezzo all’ingrosso del burro (+15%), più che raddoppiato rispetto a un anno fa. Tali aumenti riflettono i forti rialzi dei prezzi osservati nei mercati chiave europei, come la Germania, dove il burro raggiunge livelli record a causa di una disponibilità limitata del prodotto a livello comunitario.

Aumenti ulteriori a settembre anche per i formaggi a lunga stagionatura (+1,3%), a stagionatura media (+1,4%) e in misura maggiore, per formaggi freschi e latticini (+2,9%). 
Rimane stabile l’olio d’oliva (+0,1%) in attesa delle quotazioni dei prodotti della nuova annata, che in Italia si prevede possa subire una significativa contrazione rispetto alla precedente. 

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Perché i professionisti InfoSec lasciano il lavoro? Le cause del turnover

La domanda di esperti in cybersecurity supera di gran lunga l’offerta, portando a tempi di selezione più lunghi e tassi di turnover elevati.
Le posizioni junior in questo settore vengono generalmente coperte entro sei mesi (70%) e solo il 3% delle aziende impiega più di un anno.

Al contrario, il reclutamento per le posizioni senior è molto più impegnativo. Oltre la metà delle aziende (58%) ci mette tra quattro e nove mesi per trovare candidati idonei, mentre il 36% più di nove mesi. Solo il 6% riesce a coprire queste posizioni tra uno e tre mesi.
Secondo un recente studio di Kaspersky, la crescente complessità nel panorama delle minacce informatiche, la persistente carenza di competenze e l’alto livello di stress accumulato dai professionisti della sicurezza informatica  è, rendono difficile per le aziende reclutare e trattenere gli esperti di InfoSec. Tanto che una delle principali cause di turnover è il burnout.

Insoddisfazione, frustrazione, mancanza di opportunità

Le principali ragioni per cui i professionisti InfoSec lasciano il proprio impiego sono legate a problematiche personali e lavorative. I professionisti senior citano spesso anche la necessità di sviluppo continuo delle competenze e la frustrazione per la mancanza di opportunità di lavorare con tecnologie e strumenti aggiornati.

L’insoddisfazione professionale è la causa principale delle dimissioni, con il 59% che indica la mancanza di opportunità di crescita come motivo determinante.
Anche la scarsa qualità del supporto manageriale e la monotonia lavorativa sono fattori rilevanti, causando rispettivamente l’abbandono del 50% e del 49% dei professionisti. Altri elementi che causano il turnover includono alti livelli di stress e politiche lavorative poco flessibili.

Il modo (sbagliato) di gestire i sistemi di cybersecurity

Il burnout è un problema critico per i professionisti InfoSec, ed è spesso legato al modo in cui un’azienda gestisce i propri sistemi di cybersecurity.
Il burnout non è solo il risultato di eventi stressanti o di lunghi orari di lavoro, ma uno stato di esaurimento fisico, emotivo e mentale causato da stress cronico e ripetuto.

Chi ne soffre spesso avverte che nulla funziona correttamente e che gli sforzi non portano risultati.
Questo stato, aggravato dalla monotonia lavorativa e dalla continua sorveglianza degli avvisi di sicurezza, può compromettere gravemente sia la vita personale sia quella professionale.

Considerare “normale” vivere in uno stato di stress costante

Il burnout si sviluppa in modo graduale e subdolo, ingannando spesso i professionisti, che si abituano a vivere in uno stato di stress costante, considerandolo normale. Questo rende difficile riconoscerlo e affrontarlo in modo tempestivo.
Per prevenire il burnout, le aziende devono ripensare la gestione dei team InfoSec, alleviando lo stress e offrendo supporto adeguato.

L’automazione gioca un ruolo fondamentale in questo contesto, riducendo il carico di lavoro legato ad attività ripetitive, come il monitoraggio degli avvisi, l’analisi dei log e la gestione delle minacce di basso livello.
Ciò consente ai professionisti di concentrarsi su compiti più complessi e stimolanti, migliorando così la soddisfazione lavorativa e favorendo la crescita professionale.

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