Cicloturismo: nel 2025 è al femminile e rigenerativo

Oggi la bicicletta è il simbolo di un modo di viaggiare che pone al centro il percorso, il rispetto per l’ambiente e il piacere di rallentare per apprezzare ogni dettaglio. Il cicloturismo non è più solo una semplice modalità di viaggio, ma un vero e proprio stile di vita che attrae un pubblico sempre più vasto e diversificato. 
Bikenomist ha evidenziato i 3 trend del cicloturismo nel 2025, e che riflettono un’attenzione crescente verso sostenibilità, avventura e autenticità.

Quello più evidente è il ruolo delle donne nel mondo delle due ruote,  in particolare, le donne over 50.
Nei prossimi anni, queste viaggiatrici rappresenteranno una delle fasce di età più dinamiche, attratte da esperienze avventurose e autentiche, a contatto con la natura e le comunità. La bicicletta diventa per loro uno strumento per abbracciare nuove sfide, conoscere persone e vivere un viaggio oltre la semplice vacanza. 

Desiderio di autenticità e interazione con le comunità locali

Il cicloturismo si inserisce perfettamente nel contesto del turismo rigenerativo, abbracciando un concetto di viaggio che valorizza le connessioni autentiche con le comunità locali, e promuove uno sviluppo sostenibile dei territori attraversati. Sempre più destinazioni stanno cambiando approccio, passando dalla progettazione di servizi esclusivamente dedicati ai turisti a soluzioni che siano vantaggiose anche per i residenti.

Questo segna un distacco dal passato, quando l’attenzione era focalizzata sul soddisfare le esigenze dei visitatori, spesso creando infrastrutture e servizi stagionali che lasciavano pochi benefici alle comunità locali.
Il cicloturismo, invece, offre un modello di viaggio che si integra armoniosamente con il tessuto sociale delle destinazioni, favorendo il rispetto delle risorse locali.

Libertà e spirito d’avventura

Tra le modalità di cicloturismo in maggiore espansione, il gravel si conferma come uno dei protagonisti del futuro. Questo stile di ciclismo offre un’esperienza versatile, accessibile e avventurosa.

Nato dall’idea di combinare la velocità della bici da strada con la capacità di affrontare terreni sconnessi, il gravel non è solo una pratica sportiva, ma un vero e proprio stile di viaggio.
Ogni itinerario gravel permette di esplorare nuovi territori, lontano dai circuiti turistici tradizionali, regalando ai viaggiatori un forte senso di libertà.

Un settore in forte crescita

Secondo il rapporto ‘Viaggiare con la bici 2024’ di ISNART e Legambiente, nel 2023 le presenze cicloturistiche in Italia sono state 56,8 milioni, il 6,7% del totale. L’impatto economico generato ha superato oltre 5,5 miliardi di euro, +35% rispetto al 2022 e +19% rispetto al 2019.

Il cicloturista medio spende circa 95 euro al giorno in beni e servizi, una cifra che sale a 104,5 euro per i turisti stranieri, valori superiori rispetto alla spesa media giornaliera (59,6 euro) dei turisti in generale.
Sono dati che sottolineano il contributo del cicloturismo alla rivitalizzazione economica di molte aree interne del Paese, spesso lontane dai tradizionali flussi turistici.

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Acqua, focus sulla gestione idrica dal 2020 al 2024

Lo rileva il focus Istat sulla gestione idrica delle acque in Italia tra il 2020 e il 2024: nel 2022 i gestori dei servizi idrici per uso civile erano 2.110, per l’82,4% Comuni/enti locali (enti in economia) e per il 17,6% gestori specializzati. Questi ultimi hanno svolto almeno uno dei servizi idrici pubblici, come prelievo di acqua per uso potabile, distribuzione dell’acqua potabile, fognatura, depurazione delle acque reflue urbane. Quattro enti specializzati su 10 si sono occupati dell’intera filiera, dal prelievo alla depurazione.

A seguito della riforma che nel 1994 ha introdotto il servizio idrico integrato, il numero dei gestori è diminuito progressivamente.
Secondo il focus Istat, condotto in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, celebrata il 22 marzo, rispetto al 2020 la riduzione è di 281 gestori, dovuta ai cambiamenti nella gestione soprattutto nelle province di Como, Varese e Rieti.

Persiste la frammentazione nella gestione del servizio

L’attuazione della riforma è tuttavia ancora incompleta, e persiste una significativa frammentazione nella gestione del servizio idrico, soprattutto in Calabria, Campania, Molise, Sicilia, Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e nelle province autonome di Bolzano/Bozen e Trento.
Nel triennio 2022-2024 sono però emersi importanti segnali di integrazione gestionale.

Nel 2022, il prelievo di acqua per uso potabile è gestito da 1.492 enti (-127 vs 2020): nel 79,4% dei casi si tratta di gestori in economia (1.184 enti) e nel restante 20,6% di gestori specializzati (308).
Calabria (262) e Sicilia (248) sono i territori con il maggior numero di operatori attivi nell’ambito del prelievo idropotabile. Di contro, sempre nel 2022, il numero minore di gestori (4) è in Umbria e Basilicata.

Gli enti specializzati dominano il prelievo idropotabile

Benché in numero nettamente inferiore, gli enti gestori specializzati dominano il prelievo idropotabile, poiché operano su ampie aree e su fonti di approvvigionamento rilevanti.

Nel 2022, dei 9,14 miliardi di metri cubi di acqua prelevata per uso potabile i 308 gestori specializzati hanno prelevato il 91% del totale (8,3 miliardi di mq), testimonianza del progressivo processo di accentramento nella gestione del servizio. I 1.184 gestori in economia sono invece responsabili del prelievo del 9% (812 milioni di mq), quasi interamente derivati da fonti sotterranee.

Nel distretto idrografico dell’Appennino settentrionale i prelievi sono gestiti quasi esclusivamente da enti specializzati, che coprono il 99% del volume, lasciando solo l’1% alla gestione in economia.

Dall’approvvigionamento alla distribuzione: un panorama diversificato

Il panorama dei gestori delle fonti di approvvigionamento per uso potabile evidenzia una marcata diversificazione a livello locale.
La maggior parte dei gestori che si occupa dell’approvvigionamento gestisce anche la distribuzione comunale dell’acqua (1.437, oltre il 95% degli enti).

A questi enti si affiancano operatori che nel ciclo potabile si occupano esclusivamente del prelievo.
Accanto ai gestori di sovra-ambito e ai grossisti di acqua per uso potabile, che movimentano volumi significativi destinati ai gestori di rete, operano infatti anche piccole gestioni che amministrano fonti idriche più limitate, poi convogliate alla distribuzione.

Spesa: aumentano i prodotti con i claim sostenibili

Lo rivela il monitoraggio condotto dall’Osservatorio Immagino di GS1 Italy: sono saliti a quota 117mila i prodotti confezionati venduti in supermercati e ipermercati italiani con almeno un’informazione relativa all’impegno per la sostenibilità sulle etichette, intesa nella triplice declinazione di ambientale, sociale e benessere animale.

Questi prodotti rappresentano l’84,8% delle referenze e sviluppano il 92,9% delle vendite in valore dell’ampio paniere monitorato dall’Osservatorio.
Complessivamente, nel canale super e ipermercati i prodotti ‘sostenibili’ negli ultimi 12 mesi hanno sviluppato vendite per 44,4 miliardi di euro, in crescita annua di +3,6% a valore e in calo di -1,6% a volume. Dati che evidenziano un andamento leggermente migliore per il paniere di prodotti che riuniscono i claim della sostenibilità sociale.

La sostenibilità ambientale in etichette

Fra le tre aree identificate dall’Osservatorio a prevalere è quella della sostenibilità ambientale, riferita al prodotto o al packaging, che compare sulle etichette di 116.950 prodotti (44,3 miliardi di euro di vendite, +3,6% a valore, -1,6% volume).
Le informazioni più diffuse attraverso le etichette sono relative a indicazioni pratiche (uso/conservazione del prodotto, raccolta differenziata del packaging), individuate sul 77,9% dei prodotti (43 miliardi di euro di sell-out).
Al secondo posto, i claim relativi alle caratteristiche ambientali (monocriterion), come riciclabilità del pack, formulazione speciale degli ingredienti, riduzione del contenuto di plastica o biodegradabilità.

Sono aspetti evidenziati sul 67,1% dei prodotti (40,2 miliardi di vendite, 10,2 miliardi sell-out.) per oltre 20mila referenze (14,9%).
Questi prodotti sfruttano le etichette per comunicare informazioni relative alle modalità green di produzione e approvvigionamento, come l’adozione di disciplinari di filiera oppure le certificazioni di sostenibilità.

Green, ecologico o circolare

I claim generici di sostenibilità (green, ecologico o circolare) rappresentano un altro fenomeno significativo nella comunicazione on-pack dei prodotti di largo consumo.
L’Osservatorio li ha rilevati sulle etichette di 9.799 prodotti (7,1%), che hanno raggiunto un giro d’affari di quasi 5,4 miliardi di euro.

Pari a 1,7 miliardi di euro è invece il sell-out dei 2.263 prodotti che riportano in etichetta un claim o un riferimento all’approccio green del loro ciclo di vita/impronta ambientale. Come i programmi di valutazione, le certificazioni di eccellenza ambientale, e i marchi basati su studi LCA e impronta ambientale.

Sostenibilità sociale e benessere animale

Nella graduatoria per numero di prodotti e per valore delle vendite la sostenibilità sociale si colloca al secondo posto, dietro quella ambientale, con 11.990 referenze che presentano sulle etichette una certificazione etica. Nell’arco di 12 mesi, nel canale supermercati e ipermercati questo paniere ha mostrato una sostanziale stabilità delle vendite in volume (-0,1%) e una crescita di +4,5% di quelle a valore (6,3 miliardi).
Solo il 2,0% dei prodotti rilevati presenta in etichetta una certificazione relativa all’impegno per il benessere animale, o dichiara l’adesione a programmi dedicati.

Si tratta di 2.762 referenze, che hanno ottenuto 1,4 miliardi di euro di sell-out, per vendite salite del +2,0% a valore, e calate del -5,6% a volume.

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Cybersecurity: il mercato cresce del +15%. Ma le minacce di più

In Italia, nell’ultimo anno, il 73% delle grandi imprese ha subito almeno un attacco informatico, e le organizzazioni stanno cercando di rafforzare la propria cybersicurezza.
Cresce del 15%, infatti, il mercato italiano della cybersecurity, che nel 2024 raggiunge il valore di 2,48 miliardi di euro. E si prevede un ulteriore aumento nel 2025. Per il 57% delle grandi organizzazioni la sicurezza informatica è una priorità di investimento nel digitale, e il 60% è intenzionato ad aumentare la spesa.

Al contempo, l’Italia è ancora all’ultimo posto tra i membri del G7 nel rapporto tra spesa in cybersecurity e PIL.
Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano.

Il 58% delle grandi imprese ha un CISO

Contestualmente all’aumento degli attacchi informatici, alimentati da tecnologie potenziate dall’AI, il panorama della cybersecurity in Italia e nel mondo è in rapida evoluzione.

Cresce il numero degli specialisti interni alle aziende dedicati alla cybersecurity, e oggi il 58% delle grandi imprese dispone di un Chief Information Security Officer (CISO), profilo sempre più business-oriented attento a identificare e gestire i rischi. Sussistono però diverse lacune nei processi di gestione del rischio cyber.

Mentre esplodono le minacce, non si diffonde infatti alla stessa velocità la capacità di gestirle, e si amplia il divario tra organizzazioni mature e non. Ancora poche imprese mostrano un approccio proattivo ai rischi cyber.

Il “cyber divide” tra organizzazioni è sempre più evidente

“Il mercato della Cybersecurity in Italia continua a crescere – conferma Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio -. Nonostante questo segnale incoraggiante il ‘cyber divide’ tra organizzazioni mature e non è sempre più evidente, rappresentando una criticità silenziosa: la protezione rischia di rimanere un ‘privilegio’ per poche organizzazioni. È essenziale che le istituzioni locali e internazionali continuino a lavorare per abbattere le barriere che impediscono l’introduzione di tecnologie e competenze. Nonostante l’aumento degli investimenti, infatti, ancora oggi la cybersecurity viene vista in molte realtà come un’attività onerosa, e c’è il rischio che sia compromessa la capacità di resilienza e risposta alle minacce. Inoltre il progresso dell’AI generativa rischia di creare nuove vulnerabilità e un’ulteriore intensificazione degli attacchi”.

“La cybersecurity diventerà un pilastro della competitività economica e dell’equilibrio politico sociale” 

“Il panorama delle minacce informatiche si conferma allarmante: nel 2024 sono stati registrati 3.541 incidenti cyber gravi di dominio pubblico a livello globale, di cui circa il 10% in Italia, ma la capacità di gestire efficacemente i rischi cyber moderni non si sta diffondendo alla stessa velocità. Di certo, si evidenzia una crescente centralità della cybersecurity nelle priorità aziendali e istituzionali – afferma Gabriele Faggioli, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Ma persone con scarsa alfabetizzazione digitale possono essere sempre più vittima di disinformazione, frodi online e violazioni della privacy. La cybersecurity si appresta a diventare un pilastro della competitività economica e dell’equilibrio sociale e politico”.

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Credito alle imprese: importi erogati +2,4%, ma preoccupano i tassi di default

In un contesto caratterizzato da una progressiva riduzione dei tassi di interesse da parte della BCE, nei primi 9 mesi del 2024 l’andamento del credito erogato alle imprese resta sostanzialmente stabile in termini di numero di finanziamenti (+0,9%). Rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente, mostra però una lieve crescita in termini di importi (+2,4%)

Quanto al tasso di default delle società di capitali, a fine 2024 si stima un leggero incremento, con il valore assestato intorno al 2,9% (2,46% giugno 2024).
Sono alcune evidenze emerse dall’ultimo Osservatorio sulle Imprese realizzato da CRIF, elaborato su dati del patrimonio informativo del Sistema di Informazioni Creditizie EURISC.

Rischiosità per forme societarie

Analizzando le forme di finanziamento rateali, rispetto al corrispondente periodo del 2023, si evidenzia una crescita degli importi erogati alle imprese più marcata (+4,6% vs +2,4% complessivo), sostenuta, in particolare, dall’andamento dei mutui chirografari e prestiti (+9,1%).
In merito alla rischiosità delle imprese italiane, nella prima parte del 2024 ha continuato ad attestarsi su livelli coerenti a quelli di fine 2023.

In particolare, il tasso di default medio a giugno 2024 è stato pari al 2,3%, con le ditte individuali al 2,4%, le società di persone al 1,6% e le società di capitali al 2,5%.

Uno scenario economico domestico fragile

Ciò nonostante, per le società di capitali si stima un incremento leggero a fine 2024, che dovrebbe essere più marcato nel 2025.
In previsione, tale crescita della rischiosità creditizia sarà influenzata dal permanere di un contesto di instabilità a livello globale, che continuerà a risentire degli effetti delle tensioni geopolitiche che stanno interessando diverse aree del mondo (Medio Oriente, Ucraina, ecc.) e dalle scelte politiche ed economiche da parte di USA, Cina ed Europa.

A ciò si aggiunge uno scenario economico domestico fragile, con settori rilevanti che stanno mostrando segni di vulnerabilità, quali ad esempio il settore Tessile e l’Automotive.

Ma c’è qualche segnale positivo

“La progressiva riduzione dei tassi di interesse e un livello accettabile di inflazione rappresentano segnali positivi per le imprese italiane. Questi dovrebbero favorire una progressiva crescita della domanda di credito anche nel corso del 2025 – afferma Luca D’Amico, CEO di CRIF Ratings -. Tuttavia, il fragile contesto economico e geopolitico ha influenzato e continuerà a influenzare la rischiosità delle aziende italiane. Per il tasso di default medio delle società di capitali si prevede una crescita maggiore nel corso di quest’anno, con la stima che si attesti al 3,5% per la fine del 2025”.

Crisi d’impresa: la Lombardia sceglie sempre di più la Composizione Negoziata

Nel 2024 si è registrato un forte aumento delle istanze di Composizione Negoziata della crisi d’impresa. In Lombardia, il numero di richieste depositate presso la Camera Arbitrale di Milano è cresciuto dell’87% rispetto all’anno precedente, passando da 138 a 258.

A livello nazionale, l’incremento è stato dell’83%, con 1.089 istanze nel 2024 contro le 594 del 2023.

Il bilancio a livello nazionale e regionale

Dall’avvio del servizio, il 15 novembre 2021, fino al 31 dicembre 2024, in Italia sono state presentate 2.221 istanze, di cui il 23% provenienti dalla Lombardia. Questo dato conferma il ruolo centrale della regione nel panorama nazionale.

“La Composizione Negoziata è uno strumento fondamentale per le imprese in difficoltà, offrendo un’opportunità concreta per prevenire il default e favorire la continuità aziendale” ha dichiarato Rinaldo Sali, Vicedirettore Generale della Camera Arbitrale di Milano. L’ente gestisce il 23% delle istanze italiane e coordina il 18,8% degli esperti nazionali dedicati al servizio.

Identikit delle imprese lombarde coinvolte

Le aziende che ricorrono alla procedura sono in gran parte Società a Responsabilità Limitata (70,7%). Per quanto riguarda il fatturato, il 30% rientra nella fascia tra 1 e 5 milioni di euro, mentre il 22% supera i 10 milioni.

Dal punto di vista settoriale, l’industria è il comparto più rappresentato con il 18% delle istanze, seguita da servizi e commercio (14%), edilizia (10%) e immobiliare (7%). Horeca, agroalimentare, editoria, ICT e tessile-abbigliamento si attestano al 4%, mentre logistica e holding raggiungono il 3%.

Come si può tutelare l’occupazione 

Nel 2024, 38 imprese lombarde hanno concluso con successo la procedura, preservando 2.164 posti di lavoro. Le istanze si concentrano soprattutto nella provincia di Milano, che raccoglie il 55% delle richieste lombarde e il 13% di quelle nazionali. Brescia segue con il 13%, mentre Cremona-Mantova-Pavia raggiunge il 9%.

Molte imprese chiedono misure protettive per tutelarsi dalle azioni dei creditori durante le trattative. In Italia, il 78% delle istanze contiene questa richiesta, percentuale che in Lombardia si attesta al 75%.
Un elemento chiave della procedura è la figura dell’esperto, che assiste l’imprenditore nel dialogo con i creditori. In Italia ci sono 4.434 esperti, di cui 837 in Lombardia. La maggioranza (78,9%) è composta da commercialisti, seguiti da avvocati (18,8%).

In Lombardia il tasso di successo più alto 

Dal 2021 al 2024, in Italia 233 imprese hanno concluso positivamente la Composizione Negoziata, di cui 69 in Lombardia, pari al 29,6% del totale nazionale. Il tasso di successo regionale è del 24%, superiore alla media nazionale del 19%.

La Composizione Negoziata si conferma uno strumento prezioso per il risanamento aziendale e la stabilità economica del Paese, con la Lombardia in prima linea nella gestione delle crisi d’impresa.

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PNRR: un’opportunità unica per la digitalizzazione made in Italy 

L’Italia si trova in una fase cruciale per l’attuazione dell’Agenda Digitale. Grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), il nostro Paese ha accesso a risorse senza precedenti per la trasformazione digitale: 47 miliardi di euro tra il 2021 e giugno 2026, corrispondenti al 37% dei finanziamenti europei dedicati alla digitalizzazione nel programma Next Generation EU. Questo importo supera di gran lunga quello di altri Paesi: la Spagna ha previsto 20 miliardi di euro, la Germania 13, la Francia 9 e ben 19 Stati membri meno di 2 miliardi.

L’Italia ha gestito finora questi investimenti con efficacia, avendo già raggiunto il 53% degli obiettivi e delle milestone concordate con l’Unione Europea. Tuttavia, ora inizia la fase più complessa, in cui il successo del piano dovrà tradursi in benefici tangibili per l’economia e la società. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Agenda Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, i prossimi anni saranno decisivi per garantire la continuità degli investimenti e il pieno sfruttamento delle risorse.

Il ruolo strategico della Pubblica Amministrazione

La Pubblica Amministrazione (PA) è al centro della trasformazione digitale del Paese. Più del 60% delle risorse del PNRR destinate alla digitalizzazione, inclusi il 33% della Missione 1, sono indirizzate alla PA centrale, locale e alle imprese pubbliche. Finora, i progressi sono stati molti, ma la sfida principale sarà garantire che gli investimenti e le riforme producano risultati concreti, come la semplificazione dei processi amministrativi e l’aumento dell’efficienza.

Entro la fine del 2024, l’Italia dovrà rispettare target fondamentali, tra cui la riduzione delle cause pendenti nei tribunali ordinari (-65%) e nelle corti d’appello civili (-55%), oltre a migliorare i tempi di gestione delle gare pubbliche.

L’Italia tra innovazione e ritardi

Secondo gli indicatori della Digital Decade 2030 della Commissione Europea, il Paese mostra sì importanti progressi, ma permangono alcune criticità. Le infrastrutture digitali hanno registrato miglioramenti: il 60% delle famiglie dispone di una connessione a banda larga di almeno 100 Mbps, superando Francia (51%) e Germania (39%), ma restiamo indietro rispetto alla Spagna (88%). Siamo invece in linea con la media europea per la connettività a 1 Gbps e lo sviluppo del 5G.

Nel settore delle imprese, il 70% delle PMI italiane ha un livello digitale di base, un dato leggermente superiore alla media UE (69%). Tuttavia, siamo ancora indietro nell’adozione di tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale e i big data. Per quanto riguarda le competenze digitali, solo il 46% degli italiani tra i 16 e i 74 anni ha conoscenze informatiche di base, ben al di sotto della media europea del 54%. Il divario è ancora più evidente nel settore ICT, con solo l’1,5% dei laureati italiani specializzati in questo ambito, contro il 4,2% della media UE.

Due velocità fra Nord e Sud del Paese

L’Italia ha fatto progressi nei servizi pubblici digitali, con ottimi risultati nella disponibilità di open data e nell’interazione online con la PA (76% degli italiani contro il 74% della media UE). Tuttavia, persistono difficoltà nella digitalizzazione dei moduli di eGovernment e nella trasparenza dei servizi.

Le disparità regionali restano un problema: le regioni del Centro-Nord mostrano livelli di digitalizzazione superiori rispetto a quelle del Mezzogiorno, evidenziando la necessità di strategie differenziate e mirate.

Il futuro della digitalizzazione

L’Italia sta adottando il modello “Government as a Platform” per rendere più accessibili e interoperabili i servizi pubblici digitali. Iniziative come l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR), il Fascicolo Sanitario Elettronico, SPID e l’App IO stanno contribuendo a una maggiore efficienza amministrativa.

Tuttavia, per garantire un futuro sostenibile alla digitalizzazione, è essenziale pianificare oltre il 2026, coordinando il PNRR con altri piani strategici e accelerando la spesa dei fondi disponibili.

Politica industriale: cosa prevede il primo disegno di legge sulle PMI?

Il 14 gennaio è stato approvato dal Consiglio dei ministri il primo disegno di Legge annuale sulle Pmi.
Il provvedimento introduce misure strategiche per rafforzare le micro, piccole e medie imprese italiane incentivando l’aggregazione, l’innovazione del sistema produttivo e l’accesso al credito.

In particolare, alle filiere del comparto Moda sono destinati fino a 100 milioni di euro per i ‘Mini Contratti di Sviluppo’, finalizzati a sostenere programmi di investimento di importo non inferiore a 3 milioni di euro e non superiore a 20 milioni. Sono state anche introdotte le ‘Centrali consortili’, nuovi enti giuridici che mirano a rafforzare la competitività e l’innovazione attraverso modelli di cooperazione efficienti e solidali.

Si tratta di “Una svolta strategica per la politica industriale del nostro Paese”, ha commentato Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy promotore della misura.

Favorire l’accesso al credito

Per favorire l’accesso al credito, il disegno di legge attribuisce al Governo una delega per il riordino normativo della disciplina dei Confidi. Obiettivo, semplificare e riorganizzare le regole che disciplinano questo strumento.
Sono inoltre previste misure per ridurre i costi di istruttoria nella valutazione del merito creditizio delle imprese e interventi volti a favorire l’integrazione tra consorzi, consentendo di partecipare ad altri enti senza modificare il proprio oggetto sociale.

Sono poi introdotti incentivi fiscali per le imprese che aderiscono a un contratto di ‘rete soggetto’, permettendo la sospensione d’imposta sulla quota di utili destinata a investimenti previsti dal programma comune di rete. L’agevolazione, finanziata fino a 45 milioni di euro nel 2027-2029, riguarda gli utili realizzati nel 2026-2028, destinati al fondo patrimoniale comune o al patrimonio dedicato all’affare.

Incrementare l’occupazione giovanile

Al fine di incrementare l’occupazione giovanile, il Ddl contiene una disposizione sulla ‘staffetta generazionale’ nelle imprese, che mira a liberare in anticipo nuovi posti di lavoro mediante un sistema di pensionamento flessibile, che consenta al lavoratore anziano migliore conciliazione vita/lavoro, e al contempo, attui il trasferimento delle competenze professionali a favore di giovani assunti in parziale sostituzione.

Viene quindi introdotto, per le imprese fino a 50 dipendenti, un sistema di trasferimento generazionale con part-time incentivato per l’accompagnamento alla pensione e assunzioni agevolate di giovani under35 per il passaggio di know-how. Il neoassunto potrà sostituire integralmente la posizione del lavoratore anziano una volta cessato il rapporto di lavoro.

Aggiornata la normativa sulle startup

Per garantire una concorrenza leale ed equa nel mercato della ristorazione e del turismo il Ddl prevede l’obbligo di verificare l’attendibilità della recensione, assicurandosi che sia realmente scritta da chi ha effettivamente usufruito del servizio o acquistato il prodotto recensito.

E a tredici anni dal primo Startup Act, il Ddl delega al Governo l’adozione di un decreto legislativo per la redazione di un testo unico in materia di startup, incubatori e Pmi innovative.
L’obiettivo è coordinare le norme vigenti, apportando modifiche per migliorarne la coerenza giuridica, logica e funzionale, e abrogare le disposizioni obsolete o prive di contenuto normativo.

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Giubileo: l’inerzia sulle sfide globali costa il 63% del PIL

A quanto ammonta la stima del costo annuo dell’inazione rispetto alle grandi questioni socio-economiche del tempo attuale, come il cambiamento climatico, l’invecchiamento della popolazione, la polarizzazione della ricchezza? Circa 66 mila miliardi di dollari, circa il 63% del Pil globale.

È quanto emerge dalla ricerca di Deloitte dal titolo ‘Globalizzare la solidarietà’, che sarà presentata nel corso dell’evento ‘Giubileo 2025 – 100 giorni all’apertura della Porta Santa’ presso la sede di Deloitte a Roma.
Dalla ricerca Deloitte, emergono tre macro temi. E il primo riguarda proprio il costo economico sociale delle grandi sfide di oggi.

Il prezzo del non-intervento grava sulla collettività

“Cambiamento climatico, invecchiamento della popolazione, polarizzazione della ricchezza, guerre e instabilità politica, pandemie e crisi sanitarie, povertà e analfabetismo, fame nel mondo, discriminazioni e migrazioni forzate – spiega una nota – sono problematiche sociali che oltre ai risvolti etici comportano costi enormi per l’umanità. L’impatto sull’economia in termini di costi di queste grandi problematiche mondiali, infatti, è pari a circa 66 mila miliardi di dollari all’anno, equivalenti a circa il 63% del Pil mondiale. Non intervenire equivale ad arrecare un costo per la collettività di circa 1,1 milioni di miliardi di dollari nei prossimi 30 anni”.

Un mondo sempre più complesso alimenta la sfiducia

“Dall’indagine demoscopica condotta in Italia, Francia, Germania, Spagna, UK e USA – si legge ancora – emerge che oggi circa 8 persone su 10 (91% nel caso dell’Italia) pensano che la nostra epoca sia caratterizzata da una maggiore complessità rispetto al passato. Rispetto alle sfide del nostro tempo, meno di una persona su due ritiene che si stia facendo il possibile a livello internazionale per porre rimedio. A fare da contraltare a questo percepito, però, c’è anche la convinzione del 65% secondo cui la situazione è ancora recuperabile”.

Guerre e instabilità politica sono tra le maggiori preoccupazioni

“Interrogati sulle grandi sfide del nostro tempo – continua la nota -, gli italiani pensano che le più preoccupanti siano ‘guerra e instabilità politica’ (92%), ‘povertà’ (93%) e ‘migrazioni forzate’. Anche negli altri Paesi emerge grande preoccupazione per la guerra e l’instabilità politica, un tema considerato prioritario dall’83% delle persone in UK, dall’84% dei francesi, dal 91% degli spagnoli, dall’82% dei tedeschi e dall’86% degli statunitensi. Quanto alla ‘fiducia in un mondo migliore’, riporta Ansa, emerge una significativa tendenza per cui questa diminuisce all’aumentare dell’età, con una quota di ‘ottimisti’ pari al 63% tra la GenZ, 53% tra i Millennial, 38% tra i Gen X e 29% tra i Baby Boomer”.

Artigianato: in 10 anni meno imprese “autoctone” +20,3% quelle guidate da stranieri

Emerge da uno studio Unioncamere e InfoCamere: in dieci anni le imprese individuali artigiane con titolare nato in Italia arretrano del 14,6%, corrispondente a una riduzione assoluta di133,242 unità.
Di contro, gli imprenditori stranieri che svolgono attività artigiane sono cresciuti del 20%, e a settembre 2024 sono poco più di 200mila.

La metà proviene da soli quattro paesi di origine, il 60% opera nelle costruzioni e quasi la metà opera nel triangolo Lombardia-Emilia Romagna-Toscana. 

Un movimento in progressiva espansione, quello dell’imprenditoria immigrata che ha scelto l’artigianato, il cui dinamismo (+33.847 imprese nel decennio) non basta a contrastare la riduzione in atto da tempo della componente autoctona del comparto.
Sommando le due dinamiche, il bilancio complessivo del comparto artigiano nel decennio segna un deficit di 99.395 imprese.

Parte strutturale del tessuto produttivo locale

Sempre nel periodo esaminato, la percentuale di titolari stranieri nelle imprese artigiane passa dal 15,5% al 20,5%, evidenziando una trasformazione del settore, dove nuove competenze e culture si integrano con la tradizione italiana, alle prese con un difficile processo di ricambio generazionale. 

Regioni come Campania, Calabria e Basilicata registrano tassi di crescita superiori al 40%, mentre in Emilia Romagna e Lombardia le imprese straniere (rispettivamente 25.993 e 45.256 unità) rappresentano oltre il 25% del totale. 

La crescita delle imprese artigiane con titolari stranieri non si limita a un semplice aumento numerico, ma abbraccia una trasformazione profonda di settori chiave.

Gli imprenditori over50 trainano la crescita

Nel settore delle costruzioni, il 29,1% delle imprese artigiane oggi è a titolarità straniera (117mila unità al 30 settembre 2024), con un incremento significativo del 13% in 10 anni, mentre nei servizi alle imprese l’aumento è del 55%, dove rappresentano il 27,8% del totale, superando quota 14mila unità.

L’analisi dell’artigianato a titolarità straniera racconta anche l’evoluzione per età e genere. Sono gli imprenditori over50 a trainare la crescita, con un incremento del 125,7% negli ultimi dieci anni, a cui si aggiunge un aumento ancora più marcato (+223,5%) tra gli over70. Anche la presenza femminile è in forte crescita: nel decennio, il rapporto donne/uomini sale complessivamente da 17,1 a 20, soprattutto nel Nord-Ovest e Nord-Est.

I settori più “presidiati”: costruzioni, ristorazione, trasporti

Questo andamento è indice non solo di una maggiore partecipazione femminile nel comparto artigiano ma, probabilmente, anche di un processo di integrazione e stabilizzazione delle donne straniere nelle economie locali, particolarmente nelle aree più sviluppate del Paese.

La presenza più solida di artigiani stranieri si registra in settori strategici come costruzioni, ristorazione e trasporti, presidiati in modo particolare da imprenditori provenienti da specifici Paesi.

Le aziende nel settore delle costruzioni, ad esempio, vedono una forte presenza di titolari romeni (27.914 unità) e albanesi (26.515), mentre nel settore dei servizi, Cina ed Egitto giocano un ruolo significativo, con un’alta concentrazione di attività nel trasporto, magazzinaggio e ristorazione. 

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