PMI ancora indietro per diversità, equità e inclusione in azienda

Sono molte le Pmi italiane che non ritengono di aver bisogno di iniziative DEI, ovvero, relative a diversità, equità e inclusione. Non individuano alcun vantaggio nell’adottarle e non hanno all’interno una figura dedicata né un budget allocato. Limitata, inoltre, è anche la presenza femminile nelle posizioni apicali dell’azienda, e scarsa la conoscenza della certificazione di genere.
A quanto emerge dalla ricerca Diversità, Equità, Inclusione nelle PMI italiane, commissionata da Valore D a Nomisma, le piccole e medie imprese hanno una concezione poco moderna rispetto ai temi di equità, inclusione e valorizzazione delle diversità. Una visione ancora acerba e prevalentemente ‘teorica’, dove l’approccio all’inclusività è spesso frutto della soggettività del singolo e della propria esperienza personale.

Una divergenza tra teoria e pratica 

Emerge quindi una divergenza tra teoria e pratica nell’affrontare le tematiche DEI. Nonostante una crescente attenzione verso gli ambiti che riguardano la sostenibilità, questa non si traduce in priorità di business per le aziende. Infatti, per il 20% delle Pmi questi aspetti rivestono un ruolo secondario e per il 21% non hanno alcun ruolo. Più in particolare, se il 59% delle Pmi adotta iniziative concrete a favore di diversità e inclusione, le dimensioni aziendali influiscono sull’approccio a questi temi. Le aziende di dimensioni più ridotte adottano nel 61% dei casi iniziative singole, mentre le medie imprese tendono ad avviare con maggiore frequenza (72%) veri e propri percorsi strategici.

La gestione delle iniziative DEI è affidata alla dirigenza aziendale

In generale le Pmi hanno difficoltà a percepire i vantaggi nel lungo periodo collegati alle iniziative DEI, considerate secondarie o non importanti dal 41% degli intervistati. Solo il 16% ha al suo interno una figura dedicata alla gestione DEI, e poco diffusi sono anche i responsabili degli aspetti di sostenibilità (35%). Nelle imprese che non hanno figure specifiche dedicate, la gestione è affidata alla dirigenza aziendale (titolare/imprenditore, AD, direttore generale, 44%) mentre per circa una PMI su tre non è prevista una delega specifica. Il 72% delle Pmi, poi, non ha attualmente, e non prevede in futuro, un budget dedicato a queste tematiche, numero che sale all’80% per quanto riguarda le piccole imprese.

Scarsa presenza femminile a livello apicale

Si evidenzia pertanto la mancanza di una visione moderna dell’inclusione e della valorizzazione delle diversità. Spesso le azioni intraprese si limitano a iniziative di welfare e conciliazione vita/lavoro, e meno di una azienda su tre fa formazione sui temi DEI o networking con altre realtà.
Quanto alla parità di genere, il 63% delle Pmi conosce l’esistenza di una certificazione, ma a oggi la quota di Pmi che ha ottenuto la certificazione è ancora minuscola (1% tra le medie imprese), anche se un’azienda su tre potrebbe richiederla già nel prossimo anno. Inoltre, il campione intervistato evidenzia una scarsa presenza femminile a livello apicale. Nel 16% delle Pmi non ci sono donne in queste posizioni, e nel 57% le donne in posizioni apicali sono meno del 25%. 

Il settore della Blue Economy vale 143 miliardi di euro

Il settore della Blue Economy in Italia è in rapida crescita, come evidenziato nell’XI Rapporto sull’Economia del Mare dell’Osservatorio Nazionale sull’Economia del Mare (OsserMare) di Informare con il Centro Studi Tagliacarne – Unioncamere. Attualmente, ci sono 228.000 imprese che operano nella Blue Economy, che danno lavoro a quasi 914.000 persone e generano un valore aggiunto di 52,4 miliardi di euro. Se si considera l’intera filiera diretta e indiretta, il valore totale arriva a 142,7 miliardi di euro.
Il rapporto evidenzia anche la crescita significativa del settore. Tra il 2022 e il 2021, il numero di imprese nel sistema marittimo è aumentato dell’1,6%. Le esportazioni sono cresciute del 37%, mentre il valore diretto prodotto è aumentato del 9,2% tra il 2021 e il 2020. Questi dati testimoniano la vitalità e la resilienza della Blue Economy italiana.
Antonello Testa, coordinatore nazionale di OsserMare, sottolinea l’importanza di conoscere i valori economici aggiornati dell’Economia del Mare per definire la strategia marittima del paese. Il Rapporto Nazionale sull’Economia del Mare fornisce uno strumento evoluto per monitorare le dinamiche di questo macrosettore.

Un comparto che vince in resilienza

Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Tagliarne, commenta sottolineando che la Blue Economy ha dimostrato di essere leader in termini di resilienza e sviluppo in Italia. Nonostante l’impatto negativo della pandemia, il settore ha mostrato una crescita del valore aggiunto del 9,2% nel 2021, contribuendo a recuperare quasi interamente le perdite del 2020. Si prevede un ulteriore sviluppo nel 2022, soprattutto nei settori della cantieristica e della logistica. Nel dettaglio, le attività di alloggio e ristorazione sono state il principale motore di crescita dell’economia blu, registrando un aumento del 22,1% tra il 2021 e il 2020. La filiera della cantieristica ha segnato un aumento del 11,7%, seguita dalla filiera ittica con un aumento dell’8%. Anche gli altri settori, come le attività sportive e ricreative, la movimentazione di merci e passeggeri via mare e le attività di ricerca, regolamentazione e tutela ambientale, hanno mostrato dinamiche positive.

La maggior parte della ricchezza proviene dal Centro Sud

La maggior parte della ricchezza prodotta dalla Blue Economy proviene dal Centro e dal Sud Italia, che insieme contribuiscono al 61% del valore del settore nel 2021. La Liguria ha un ruolo di primo piano, rappresentando l’11% del valore prodotto dall’economia del mare a livello regionale.
La cantieristica si conferma il settore trainante delle esportazioni, registrando una crescita del 40,7% nel 2022 rispetto all’anno precedente. Il saldo commerciale è diventato positivo, con un avanzo di 1,9 miliardi di euro nel 2022, grazie a una riduzione significativa delle importazioni.

Il 10% delle aziende è guidato da giovani

Dal punto di vista imprenditoriale, quasi il 10% delle aziende nella Blue Economy è guidato da giovani under 35, mentre oltre il 20% è guidato da donne. La maggior parte delle attività imprenditoriali nel settore si concentra nel Mezzogiorno e nel Centro Italia. La regione con il maggior numero di aziende blu è il Lazio, seguito da Campania e Sicilia. La Liguria, invece, ha il peso maggiore in termini di incidenza delle imprese del mare sul totale del sistema imprenditoriale regionale.

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I genitori italiani dedicano più tempo a figli e famiglia 

Lo conferma un sondaggio condotto da Novakid: sono i genitori italiani quelli che passano più tempo in famiglia. Nel nostro Paese infatti si passa più tempo insieme ai figli rispetto a Spagna, Francia, Germania, Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Circa il 32% dei genitori italiani dichiara infatti di passare con i figli più di 4 ore al giorno durante la settimana. Percentuale che corrisponde, ad esempio, solo al 18% dei francesi. E nel fine settimana il tempo passato con i figli aumenta: il sabato e la domenica sono oltre il 77% i genitori italiani che passano almeno 4 ore al giorno con i figli, e oltre il 29% dedica alla famiglia anche più di 6 ore al giorno. Molto più di quanto rilevato in Spagna (21%), Germania (26,1%) e Francia (10%). Nonostante questo, molti genitori italiani pensano che non sia abbastanza, e si sentono in colpa.

Giocare, cucinare e guardare film o cartoni

Cosa fanno in Italia genitori e figli quando sono insieme? Principalmente giocano (59%), cucinano e preparano dolci (36%), guardano film o cartoni animati in TV (50%).
Non sembra essere molto diffusa la lettura, scelta solo dal 16,3% dagli italiani, mentre è molto più popolare in Turchia (42%) o in Francia (30,1%). In coda alla lista delle attività scelte per il tempo libero, vedere amici o familiari (10%).
I compiti, naturalmente, assorbono parte del tempo libero delle famiglie. E se l’85% dei genitori italiani dedica al massimo un’ora e mezza al giorno a questa attività, in Francia, Spagna e Germania la percentuale è più alta.

Le attività del tempo libero vanno pianificate

Organizzare il tempo libero con i bambini richiede pianificazione? A quanto pare si, perché solo l’11% dei genitori italiani dichiara di non programmare il tempo libero. Percentuale che scende al 7,3% in Spagna e al 7% in Germania. E chi decide cosa si fa durante il fine settimana o nel pomeriggio libero? In molti casi sono i bambini stessi a scegliere cosa fare, tanto che il 50% dei genitori in Italia dichiara di chiedere ai figli cosa preferiscono fare. Percentuale che sale al 64% in Francia e al 66,5% in Germania. Dopo i figli, la seconda opzione è quella di consultarsi con il partner (43,3%).

Il senso di colpa per non stare insieme abbastanza

Le idee su cosa fare nel fine settimana con i bambini arrivano anche dai social media (36,7%) e dalle newsletter a cui i genitori sono iscritti (14,7%), oppure da amici o altri genitori con figli che propongono attività da fare insieme (14,7%).
Ma la maggioranza dei genitori di tutti i paesi prova una sorta di ‘senso di colpa genitoriale’ per non condividere abbastanza tempo con i propri bambini. In Italia la percentuale è il 72%, mentre negli altri paesi si va dal 54% dei genitori spagnoli a oltre il 76% in Francia. Al contrario, in Italia la percentuale di genitori che ritengono di passare abbastanza tempo con i figli è il 15,3%.

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Ue, gli italiani sono ancora fan dell’Europa?

Il 9 maggio di ogni anno si celebra la Giornata dell’Europa, che commemora la dichiarazione storica del Ministro degli Esteri francese Robert Schuman del 1950, in cui espose l’idea di una nuova forma di collaborazione politica in Europa. In Italia, nonostante la diminuzione della fiducia nei confronti dell’Unione Europea, il rapporto sembra non essere compromesso. Secondo l’ultimo sondaggio d’opinione Ipsos, la mancanza di fiducia nell’UE è un fenomeno che riguarda molti altri attori istituzionali e l’Unione Europea si colloca anzi meglio delle istituzioni nazionali. Sono di più gli italiani che ritengono l’appartenenza dell’Italia all’Unione una cosa positiva (più di 4 su 10) di quanti non ritengono vero il contrario (meno di un quarto). Tant’è che la maggioranza degli intervistati si esprimerebbe a favore di un remain nel caso di un referendum sull’uscita dell’Italia dall’UE o dall’Euro. 

Sì al progetto europeo, ma con aggiustamenti

Tuttavia, il 50% del campione si dichiara favorevole al progetto europeo, ma non a come è stato realizzato fin qui. Le istituzioni europee sono avvertite come “lontane” dal 51% degli intervistati e troppo soggette all’influenza di Francia e Germania (il 51% ritiene che solo questi due Paesi abbiano un vero potere decisionale in Europa). È però forte la convinzione che, fuori dall’Unione Europea, l’Italia conterebbe meno nel mondo (51% d’accordo Vs. 29% in disaccordo). 

Servirebbe un vero Stato federale

Secondo il sondaggio Ipsos, l’UE dovrebbe evolversi in un vero Stato federale europeo, ovvero gli “Stati Uniti d’Europa”, secondo il 54% del campione. Questo Stato federale dovrebbe mettere al centro una gestione unitaria dell’immigrazione e una comune lotta al cambiamento climatico, che sono le priorità europee indicate rispettivamente dal 31% e dal 29% degli intervistati. Nonostante l’Europa non entusiasmi molto, sembra essere indispensabile e per tornare a far sognare gli italiani dovrebbe fare molti passi avanti.

Quale sarà il futuro dell’Europa?

Guardando al futuro, tuttavia, prevale un certo scetticismo. Alla domanda di immaginare l’Unione Europea tra dieci o vent’anni gli italiani si dividono sostanzialmente in tre blocchi: il 25% ritiene che l’UE sarà più forte e solida rispetto ad oggi, una percentuale identica pensa invece che si andrà nella direzione opposta (un’Unione più debole e divisa). Il restante 50% ritiene che non ci saranno grandi cambiamenti (21%) o non ha un’opinione a riguardo (29%).

Entro il 2027 andranno in pensione 2,7 milioni di italiani 

Sono 2,7 milioni gli occupati che nei prossimi 5 anni andranno in pensione per aver raggiunto il limite di età. Secondo le stima dell’Ufficio studi della CGIA, che ha elaborato i dati del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal, con la legislazione vigente tra il 2023 e il 2027 quasi il 12% degli italiani lascerà definitivamente il posto di lavoro.  Nel periodo considerato, il mercato del lavoro italiano richiederà in totale 3,8 milioni di addetti, di cui 2,7 milioni (il 71,7%) in sostituzione delle persone destinate ad andare in pensione, e più di un milione di nuovi ingressi (il 28,3%) legati alla crescita economica prevista in questo quinquennio.  La metà degli addetti che nei prossimi anni scivolerà verso la quiescenza, poco meno di 1,4 milioni, riguarderà i dipendenti privati, oltre 670mila il pubblico impiego, e altrettanti i lavoratori autonomi.

Le posizioni e i settori interessati “dall’esodo”

Tuttavia, se si calcola l’incidenza della domanda sostitutiva sul totale del fabbisogno occupazionale nelle tre posizioni professionali principali (dipendenti privati, dipendenti pubblici e indipendenti), il valore più elevato, pari al 91,6% del totale, riguarderà il pubblico impiego. Quanto alle filiere produttive/economiche più interessate dall’esodo degli occupati verso la pensione, in termini assoluti sono la Sanità (331.500 addetti), le attività immobiliari, noleggio/leasing, vigilanza/investigazione, altri servizi pubblici e privati (come pulizia, giardinaggio e PA esclusa sanità, assistenza sociale e istruzione), che contano 419.800, e commercio e turismo (484.500).

Il Made in Italy perderà una quota significativa di maestranze

Se, anche in questo caso, si misura l’incidenza della domanda sostitutiva sul fabbisogno occupazionale, i settori che entro i prossimi 5 anni si troveranno maggiormente in difficoltà saranno la Moda (91,9%), l’Agroalimentare (93,4%) e il Legnoarredo (93,5 %). Insomma, i principali settori del nostro Made in Italy rischiano di non poter più contare su una quota importante di maestranze di qualità e di elevata esperienza. Di fatto, il progressivo invecchiamento della popolazione italiana sta provocando un grosso problema al mondo produttivo.

Ma la difficoltà di reperimento è già un problema

Da tempo, ormai, gli imprenditori, anche del Sud, denunciano la difficoltà di trovare sul mercato del lavoro sia personale altamente qualificato sia figure professionali di basso profilo. Se per i primi le difficoltà di reperimento sono strutturali, a causa del disallineamento tra scuola e mondo del lavoro in alcune aree del Paese, per le seconde si tratta di opportunità di lavoro che spesso i nostri giovani rifiutano di accettare, e solo in parte vengono ‘coperte’ dagli stranieri. Una situazione che nei prossimi anni è destinata a peggiorare. In primo luogo, per gli effetti della denatalità, e in secondo per la cronica difficoltà a incrociare la domanda e l’offerta di lavoro.

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Presto smartphone Android localizzabili anche se spenti 

Google sta sviluppando una nuova funzionalità per localizzare lo smartphone anche se è spento. Il servizio potrà creare una rete di tracciamento di dispositivi Android, e consentirebbe di individuare la posizione di uno smartphone smarrito sfruttando oltre 3 miliardi di dispositivi Android dislocati in tutto il mondo.  Secondo l’informatore Kuba Wojciechowski la funzione potrebbe chiamarsi Pixel Power-off Finder, e manterrebbe sempre abilitato il Bluetooth sul dispositivo, anche quando il telefono non è acceso, così come già accade per gli iPhone di Apple. L’azienda sta lavorando alla prossima generazione della funzione ‘Trova il mio dispositivo’ da oltre un anno, ha anticipato l’arrivo della ‘rete’ a dicembre e a gennaio ha iniziato a implementare un interruttore (‘Memorizza posizione recente’) per ‘Trova il mio dispositivo’. Che consentirà di attivare la condivisione della posizione del dispositivo.

Condividere la posizione ogni volta che la batteria scende sotto un certo livello

La funzione richiederebbe al telefono di condividere la sua posizione ogni volta che la batteria scende al di sotto di un certo livello. Questo, darebbe un vantaggio se il telefono ‘muore’ prima che ci si accorga che manca. Il codice sorgente per Android 14 iscritto al programma di accesso anticipato include un nuovo livello di astrazione hardware (hardware.google.bluetooth.power_off_finder), tuttavia, la funzionalità potrebbe richiedere un certo supporto hardware, e non è chiaro se i dispositivi Android esistenti sul mercato possono supportare tale funzione. Ma ci si aspetta che i dispositivi futuri siano dotati di hardware in grado di gestirlo. Non si sa però quando o se questa nuova funzione di tracciamento sarà disponibile.

La funzionalità ricalca quella di Apple implementata sugli iPhone

La funzionalità ricalca quindi quella che Apple ha implementato sugli iPhone, utile quando si smarrisce il telefono o viene rubato. La funzione è stata scoperta nel codice sorgente di Android 14 in fase di test, ed è probabile che venga resa disponibile intanto per i futuri modelli di smartphone Pixel, per poi arrivare su qualunque dispositivi Android. Funzionerebbe con una rete di tracciamento in maniera simile a quello che fa Apple con la funzione ‘Dov’è’, che permette ai possessori di dispositivi della Mela di comunicare con gli smartphone rubati che passano nelle loro vicinanze, e comunicare quindi la posizione al legittimo proprietario.

Tutto verrà svelato alla Google I/O?

Il tutto avverrebbe in maniera anonima e con la possibilità che la funzione possa essere disattivata dal legittimo proprietario, riporta Ansa.  Resta da capire come Google voglia sviluppare Pixel Power-off Finder dal punto di vista della privacy. Forse maggiori particolari saranno svelati alla Google I/O, la conferenza degli sviluppatori Google, che si terrà il 10 maggio.

Il mercato dell’AI oggi vale già 500 miliardi di dollari

Il futuro della robotica è rappresentato dall’Intelligenza Artificiale, che si sta sempre più affermando nel mondo del business grazie all’utilizzo della no-code Ai per supportare le decisioni aziendali. Inoltre, l’interazione dell’AI Generativa con altre tecnologie come la realtà aumentata e la computer vision è in costante crescita. Questi quattro trend emergenti rappresentano interessanti opportunità di investimento nel mercato dell’AI. Lo rivela in un report il gruppo Vedrai, specializzato in soluzioni di Intelligenza Artificiale.

Il mercato dell’Intelligenza artificiale supererà quest’anno i 500 miliardi di dollari

Negli ultimi anni, l’Intelligenza Artificiale è diventata parte integrante della società e le sue applicazioni continuano ad espandersi. Secondo il Worldwide Semiannual Artificial Intelligence Tracker, la spesa di governi e imprese per l’Intelligenza Artificiale supererà i 500 miliardi di dollari entro il 2023. Inoltre, il 51% delle aziende in tutto il mondo sta già investendo in Ai, come dimostra il Top 10 Global Consumer Trends 2023. Inoltre, nel corso del 2022, accanto alle applicazioni già diffuse dell’Intelligenza Artificiale, si è imposta l’Ai generativa dove gli investimenti hanno registrato un valore complessivo di 2,6 miliardi di dollari, secondo The state of generative Ai in 7 charts.
“Fino a qualche anno fa lavorare nell’ambito dell’Intelligenza Artificiale sembrava fantascienza, perché appariva complesso anche solo spiegare alle aziende italiane cosa fosse, mentre adesso il terreno è diventato molto più fertile e sono le stesse aziende che chiedono soluzioni che utilizzano l’Ai per rispondere concretamente ai loro bisogni” osserva Diego Maccarelli, Head of Corporate Finance di Vedrai.

I settori protagonisti dei prossimi anni  

L’interesse verso l’Intelligenza Artificiale non accenna a diminuire e diventa sempre più importante per il comparto economico. Vedrai si concentra sull’identificazione dei settori che saranno protagonisti del mercato nei prossimi anni, al fine di stimolare l’innovazione a livello di ecosistema e supportare la crescita del Gruppo attraverso acquisizioni e partnership con i migliori talenti sul mercato.
Nonostante il territorio italiano non sia il più fertile per lo sviluppo delle start up, Vedrai crede fortemente nelle competenze dei talenti locali e nella possibilità di valorizzarli in Italia. Il comparto Ai sta crescendo costantemente grazie alle aziende dotate di competenze sempre maggiori e di uno sguardo rivolto ai trend internazionali. In sintesi, Vedrai si pone come obiettivo quello di rivoluzionare il modo in cui imprenditori e manager prendono decisioni in condizioni di incertezza, studiando i mercati emergenti per alimentare la sua strategia di crescita accelerata grazie ad acquisizioni.

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ChatGPT, tutti ne parlano ma quanti lo conoscono davvero?

L’Intelligenza artificiale è il tema caldo di questo periodo, tanti che ha scalzato dalle pagine dei giornali il metaverso. E le prime “sommosse” contro questa novità arrivano anche in Italia. Di recente, ad esempio, i doppiatori hanno scioperato contro i turni massacranti e l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale come minacce per la loro occupazione. Insomma, ldivental’AI sta diventando sempre più popolare. Eppure, un’indagine condotta da The Fool, una digital intelligence company, ha rivelato che solo il 8% degli intervistati ha dichiarato di utilizzare ChatGPT, un sistema di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI. Il 48,5% degli intervistati non ha mai sentito parlare di ChatGPT, mentre il 21,4% ne ha sentito parlare ma non è sicuro di cosa sia.

Non si conosce il fenomeno, ma interessa

Nonostante ciò, il 34% degli intervistati ha mostrato un certo interesse verso ChatGPT e la maggior parte degli utilizzatori lo usa almeno una volta a settimana, se non tutti i giorni, principalmente per migliorare o integrare il lavoro già svolto, sperimentare e divertirsi o cercare informazioni e fatti. La maggior parte degli utilizzatori ha dichiarato di trovare ChatGPT utile.

Preoccupa il possibile utilizzo poco etico

Tuttavia, il 58% degli intervistati è preoccupato per l’utilizzo poco etico degli strumenti di intelligenza artificiale, come la disinformazione o l’aiuto nei compiti scolastici. Inoltre, il 41% è preoccupato per l’impatto che gli strumenti di intelligenza artificiale possono avere sugli artisti e i creativi, mentre il 40% crede che i progressi nei tool di AI possano migliorare il lavoro. Infine, il 26% degli intervistati non è preoccupato per come gli strumenti di intelligenza artificiale possano essere sviluppati.

Obiettivo miglioramento a 360 gradi

In conclusione, la ricerca ha evidenziato una bassa consapevolezza dell’esistenza di ChatGPT tra gli intervistati, ma allo stesso tempo un discreto interesse. La maggior parte degli utilizzatori lo trova utile, ma ci sono preoccupazioni sull’utilizzo etico degli strumenti di intelligenza artificiale. The Fool ritiene che sia necessario capire come funzioni ChatGPT senza vincoli etici posticci e portare educazione di qualità a più persone possibile per migliorare la vita privata e professionale.

“Serve la volontà di cambiare orizzonti”

“Serve la volontà di cambiare orizzonti, di innovare. Forse anche la voglia di superare i nostri limiti, anche con strumenti come GPT. La AI è qui per restare e la convivenza significa portare educazione di Qualità a più persone possibile, senza vivere con la preoccupazione di essere sostituiti – afferma Matteo Flora, Founder & Board Director di The Fool – La rete ci cambia e siamo noi a dover capire come usarla al meglio per migliorare la nostra vita privata e professionale. Per questo, è necessario fermarsi ad analizzare con attenzione l’utilizzo delle applicazioni tecnologiche anche in contesti inerenti alla libertà di ricerca e di opinione. Credo fortemente che capire ‘alla base’ come funzioni ChatGPT senza vincoli etici posticci sia fondamentale per tutti”.

Casa green, direttiva Ue: quali sono le intenzioni degli italiani?

La direttiva europea sulle case green sta suscitando preoccupazioni tra gli italiani. Lo ha evidenziato un’indagine commissionata da Facile.it ai centri di ricerca mUp Research e Norstat e condotto negli ultimi tempi. La maggioranza degli italiani, più della metà, non conosce la classe energetica della propria casa e 1,2 milioni di persone non sanno nemmeno cosa significa questo termine. Questi dati preoccupanti evidenziano la necessità di aumentare la consapevolezza tra gli italiani sui temi della sostenibilità energetica e della classe energetica degli edifici.

Milioni di italiani obbligati ad adeguare le abitazioni

La nuova direttiva europea obbligherà milioni di italiani a ristrutturare le proprie case per rispettare i criteri di sostenibilità. Tuttavia, pur trattandosi di un tema che riguarda la gran parte dei nostri connazionali, solo il 20% dei rispondenti ha dichiarato di essere disposto ad adeguarsi. Dall’altra parte, l’esercito di chi non ne vuole sentire parlare è infinitamente più ampio, Sono quasi 15 milioni le persone che hanno detto che sistemeranno le loro abitazioni solo se riceveranno aiuti economici dallo Stato. Si tratta di un dato che sottolinea la necessità di un intervento dello Stato per garantire che i cittadini possano adeguarsi alla direttiva senza subire un eccessivo onere economico. Un’indicazione che non deve essere sottovalutata, soprattutto alla luce delle problematiche emerse con l’ex superbonus 110%, che ha coinvolto una platea di proprietari ben inferiore rispetto a quella che sarà toccata dalla nuova direttiva europea.

Piuttosto fuorilegge

E’ interessante notare che, fra i rispondenti all’indagine, sono poco meno di 2 milioni gli italiani (4,6%) che hanno dichiarato di essere disposti a sfidare la legge e ad adeguarsi solo se vengono scoperti durante un controllo. Ancora più allarmante un altra cifra: quasi 1 milione di proprietari è disposo a vendere la propria casa e andare a vivere in affitto per evitare la spesa della ristrutturazione.Questi numeri rappresentano un problema e richiedono un’azione concreta da parte delle autorità.

Una sfida importante ma che non si può vincere da soli

In conclusione, la nuova direttiva europea rappresenta una sfida importante per l’Italia, ma può anche essere un’opportunità per migliorare la sostenibilità del parco immobiliare del Paese. È fondamentale che lo Stato intervenga per fornire sostegno economico ai cittadini e aumentare la consapevolezza sui temi della sostenibilità energetica. Per il momento, non resta che aspettare le prossime mosse.

La capacità di spesa degli italiani scende del 54%

Un clima di incertezza che si riflette direttamente sui consumatori, che iniziano ad avvertire in modo intenso la diminuzione del loro potere d’acquisto. Pandemia, conflitto russo-ucraino, impennata dei costi dell’energia e rialzo dell’inflazione sono i fattori che recentemente hanno colpito gli ecosistemi economici, produttivi e sociali. Tanto che in un solo anno la capacità di spesa degli italiani risulta infatti più che dimezzata, scendendo al -54%, e il 26% delle famiglie teme di non arrivare alla fine del mese. Un dato confermato anche dall’ultima rilevazione Istat, che vede le vendite al dettaglio diminuire dello 0,8% in volume.
Si tratta di alcune evidenze emerse dall’Osservatorio Changing World di Nomisma, che consente di interpretare e anticipare i cambiamenti sociali in corso, e di indagare aspettative, valori, bisogni e modelli di acquisto dei cittadini.

Non basta adottare strategie di risparmio 

Nell’ultimo anno l’88% delle famiglie ha adottato opportune strategie di risparmio per far fronte al rincaro dell’energia e all’aumento generale dei costi. Nonostante questo, il 14% degli intervistati ritiene di guadagnare meno di quanto avrebbe bisogno per sostenere le spese necessarie.
Peraltro, il 25% delle famiglie si ritrova a spendere tutto quello che guadagna solo per far fronte alle spese strettamente necessarie, come utenze, imprevisti che riguardano la propria abitazione, alimentazione, senza potersi permettere altro.

L’economia è condizionata dall’incertezza 

Solo un italiano su due spende meno di quello che guadagna, riuscendo così a risparmiare qualcosa senza dover fare troppe rinunce. E a guidare la ricerca del risparmio è soprattutto l’incertezza, che condiziona pesantemente questa fase del ciclo economico. Il 38% di chi risparmia lo fa proprio perché il futuro sembra essere troppo incerto, mentre il 23% mette soldi da parte per affrontare con tranquillità eventuali spese impreviste.
Dai risultati della ricerca emerge che negli ultimi 12 mesi la capacità di risparmio sia diminuita o molto diminuita per il 54% degli italiani.

Una quotidianità profondamente modificata

Ma guardando al futuro le prospettive non sembrano migliori. Non solo le famiglie temono di non riuscire a risparmiare, ma il 26% di esse teme di non riuscire ad arrivare alla fine del mese. E pensare al risparmio familiare o capire come poter risparmiare parte del reddito è motivo di ansia e stress per un italiano su due.
“L’attuale periodo storico e gli avvenimenti degli ultimi tre anni hanno modificato e continuano a modificare profondamente la quotidianità degli italiani – evidenzia Valentina Quaglietti di Nomisma, come riporta Adnkronos -. Se da un lato abbiamo preso coscienza del fatto che si è delineato un new normal che nulla ha a che vedere con il pre-pandemia, dall’altro si è diffusa anche la consapevolezza che sarà sempre più ricorrente il verificarsi di nuove normalità”.

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