Smartphone, un compagno di vita a cui affidare ricordi ed emozioni

Offre conforto nei momenti di solitudine e custodisce i ricordi più intimi e preziosi. Lo smartphone per gli italiani sembra essere diventato un vero e proprio compagno di vita, o una specie di “seconda pelle”. 
Da una ricerca di Swappie in collaborazione con SWG emerge il legame affettivo con il proprio dispositivo mobile. Il 70% degli italiani considera infatti lo smartphone un alleato per combattere la noia e intrattenersi, scoprire cose nuove e rilassarsi. E per il 56% è un mezzo di conforto per affrontare momenti di solitudine.

Insomma, il telefono cellulare non è più un semplice strumento tecnologico, ma un’estensione della propria identità e un supporto per affrontare piccole e grandi fragilità. Una presenza discreta ma costante, a cui molti dedicano cure e attenzioni. Proprio come si farebbe con una persona cara o un oggetto di valore.

Un legame che va oltre la funzionalità

Questa relazione si riflette anche nei comportamenti quotidiani. Il 71% lo porta con sé da una stanza all’altra, il 45% lo pulisce prima di appoggiarlo e il 34% prova un senso di sicurezza semplicemente avendolo sott’occhio. 
Ma lo smartphone diventa anche un rifugio sicuro, un luogo dove poter archiviare ricordi, emozioni e tappe significative della vita.

Per circa 1 italiano su 2 episodi importanti come viaggi, relazioni, sfide personali o momenti di crescita sono legati al dispositivo posseduto in quel periodo.
Il legame è particolarmente forte tra i più giovani (18-34 anni), che lo considerano un vero e proprio scrigno digitale dove custodire frammenti di vita.

Difficile separarsi

Anche l’idea di separarsi da un vecchio telefono non è semplice. Solo 2 italiani su 5 riescono a passare da un dispositivo all’altro con disinvoltura, mentre il 27% teme di perdere qualcosa di importante, il 13% vive il cambio con malinconia, e il 21% vive il momento del cambio come un gesto simbolico, legato a una svolta o a un nuovo inizio.

Anche per questo, sono quasi 8 su 10 gli italiani che conservano i vecchi telefoni nei cassetti, un’abitudine motivata da ragioni pratiche (precauzione o sicurezza dei dati), ma anche da un senso di attaccamento emotivo. Per molti, infatti, “lasciare andare” un vecchio smartphone è un gesto quasi intimo. E per il 49% degli intervistati prova disagio nel vedere il proprio vecchio telefono nelle mani di qualcun altro. 

e-waste, la sfida è ancora aperta

Quando arriva il momento di vendere o donare il proprio dispositivo la fiducia diventa un aspetto fondamentale. Il 60% degli italiani cerca un interlocutore affidabile, in grado di tutelare la privacy e il legame affettivo con il dispositivo che si è creato nel tempo.

Accanto all’aspetto emotivo, cresce anche l’attenzione verso l’impatto ambientale della tecnologia. Il 73% è consapevole dell’importanza di contrastare gli effetti di uno scorretto smaltimento dei rifiuti elettronici. Tuttavia, solo 1 intervistato su 4 afferma di aver davvero a cuore la questione. L’e-waste è percepito come un’emergenza seria ma ancora sottovalutata, soprattutto dagli over55.

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Quali sono i nuovi trend del mercato del lusso?

Il mercato del lusso in Italia sente il peso dell’incertezza economica e dei cambiamenti nei consumi, tanto che nel 2025 si prevede una contrazione del 4%. In questo scenario, capire cosa vogliono i clienti diventa ancora più importante per le aziende.
Per farlo, EY ha lanciato la prima edizione del Luxury Client Index, uno studio che ha coinvolto 1.600 consumatori aspirazionali in dieci mercati, tra cui l’Italia.

I risultati sono stati presentati a Milano durante EY Winning Back Aspirational Luxury Clients, evento in collaborazione con FSB Group, che ha riunito esperti, investitori e rappresentanti dei principali brand per discutere delle sfide e delle opportunità del settore.

Le tre aree su cui puntare

Secondo Anna Nasole, strategic & transactions fashion & luxury leader di EY Parthenon Italia, “il lusso sta cambiando: oggi i consumatori cercano qualità, autenticità, sostenibilità ed esperienze personalizzate, non solo status. I brand devono investire in innovazione dei prodotti, rafforzamento della filiera, digitalizzazione e sostenibilità come leva competitiva”.

Dopo il boom di fusioni e acquisizioni post-Covid, il settore ha rallentato a causa della debole domanda, dei cambiamenti nei mercati internazionali e dell’instabilità geopolitica. L’Italia resta centrale grazie ai suoi marchi iconici e a filiere consolidate, ma oggi servono strategie più selettive, attenzione ai nuovi trend e strumenti globali per garantire standard ambientali ed etici.

Cosa spinge gli italiani a comprare “al top”

Dallo studio emerge che per il 68% degli italiani la qualità è il fattore principale, mentre il riconoscimento sociale conta meno rispetto alla media globale (47%). Il brand guida le scelte per il 22%, e solo il 9% sceglie prodotti senza logo visibile.

Le differenze tra generazioni sono nette: la Gen Z segue influencer e celebrità (43%), mentre il 73% dei Baby Boomers punta sulla storia e sull’identità del marchio. La sostenibilità è sempre più rilevante, soprattutto per Millennial e Gen Z, che la considerano prioritaria.

Esperienze e nuovi modelli di consumo

Il negozio fisico rimane centrale per il 73% dei consumatori italiani, ma cresce l’interesse per esperienze multicanale e digitali. Tecnologie come l’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità per personalizzare gli acquisti, anche se ancora poco sfruttate.

Crescono anche second hand (un terzo dei clienti) e il noleggio (54%). Infine, per reagire al calo del 23% nelle vendite in Italia, il 22% degli intervistati suggerisce modalità di pagamento più flessibili.

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Lavoro: i professionisti credono nel potenziale dell’AI ma non rinunciano all’intuito umano

Anche in Italia l’AI è ormai una componente integrante della vita professionale. Una ricerca di LinkedIn indica un crescente ottimismo nei confronti dell’Intelligenza artificiale, ma allo stesso tempo delinea uno scenario in chiaroscuro, dove si riafferma il valore delle connessioni umane.
Se infatti più della metà dei lavoratori intervistati (54%) è convinta che l’AI migliorerà la gestione delle attività quotidiane, permane la ‘paura di essere tagliati fuori’ (34%).

Ciò riflette un’incertezza diffusa sul modo in cui l’AI potrebbe ridefinire i ruoli professionali nel prossimo futuro, e il 35% degli intervistati si dichiara impreparato a gestire tale transizione.
Inoltre, quasi la metà (47%) percepisce di non sfruttare appieno il potenziale dell’AI, un dato più evidente tra gli intervistati più giovani.

“Spetta ai leader creare un clima di fiducia intergenerazionale”

“Nel 2024 abbiamo raccontato un mondo del lavoro in trasformazione e oggi, nel 2025, siamo nel pieno di quel cambiamento – spiega Marcello Albergoni, Country Manager di LinkedIn Italia -. L’AI non è più una novità da esplorare, ma una realtà da integrare. Eppure, solo un terzo dei professionisti (35%) si sente sicuro sulle competenze da sviluppare e molti investono personalmente nella propria crescita. Questo dato rivela una grande opportunità per le aziende: promuovere una cultura di formazione continua supporta i dipendenti nella trasformazione digitale e offre strumenti per creare percorsi personalizzati e strutturati”.

Spetta quindi ai leader fare la differenza, fornendo formazione, strumenti chiari e, soprattutto, creando un clima di fiducia e collaborazione intergenerazionale.

Giovani più ottimisti ma anche più insicuri

I giovani tra 18 e 28 anni si mostrano i più ottimisti, con il 61% che vede un impatto positivo dell’AI sul lavoro quotidiano. Tuttavia, il 40% di loro ammette di non sapere quali competenze siano necessarie per rimanere competitivi.
Se tra i giovanissimi (18-24 anni) l’apprendimento di queste nuove abilità viene percepito come un secondo lavoro (44%), tra i professionisti il dato sale al 58%, evidenziando la necessità di una guida più chiara.

Nonostante l’accelerazione tecnologica per il 74% degli intervistati nessuna tecnologia potrà mai sostituire l’intuito e il giudizio delle persone. Questo sentimento si riflette nel 57% dei lavoratori, che si sente più sicuro nel prendere decisioni quando può contare sul supporto della propria rete professionale. 

Il supporto dei processi decisionali solleva preoccupazioni

Mentre l’AI è vista come uno strumento utile per la redazione di contenuti non è ancora percepita come un supporto affidabile per le scelte strategiche. Per il 40% degli intervistati il supporto dell’AI nei processi decisionali solleva preoccupazioni etiche, con un picco del 44% tra gli under25

Insomma, riferisce Adnkronos, l’introduzione accelerata dell’AI sta generando una forte pressione con la sensazione di non riuscire a staccare dal lavoro, soprattutto tra i giovani. In questo scenario, il ruolo della leadership è cruciale: il 53% dei professionisti si affida ai propri dirigenti per navigare il cambiamento.
La sfida per le aziende, dunque, non è solo fornire gli strumenti tecnici, ma creare una cultura basata sul dialogo e la trasparenza.

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Città italiane e animali domestici: ancora pochi i servizi 

In Italia prendersi cura degli animali domestici è diventato sempre più importante, soprattutto per le famiglie più fragili. Eppure i comuni non sembrano tenere il passo. Meno di quattro amministrazioni su dieci offrono servizi minimi sufficienti per cani e gatti, con grandi disparità da un territorio all’altro.

Il dato arriva dal XIV rapporto “Animali in Città” di Legambiente, presentato a Festambiente, che ha analizzato le performance dei comuni e delle ASL sul fronte pet-care. Su 734 amministrazioni che hanno risposto al questionario (meno del 10% del totale nazionale), soltanto il 39,5% ha superato la sufficienza.

Le località costiere più pet friendly

Il rapporto mette in evidenza una spaccatura netta tra comuni costieri e comuni interni. Sulle coste, ad esempio, il 36% dei comuni mette a disposizione aree libere per i cani; nell’entroterra si scende a poco più del 10%. Lo stesso vale per le pensioni per animali: disponibili nel 57% dei comuni costieri, contro appena il 21,9% di quelli interni.

Anche il tema del fine vita è spesso ignorato. Solo il 28% dei comuni sul mare e il 10% di quelli interni hanno un regolamento per la cremazione o la sepoltura degli animali, lasciando le famiglie sole in un momento molto delicato.

Botti, fuochi e altre criticità

Tra i nodi più trascurati c’è la questione dei botti e dei fuochi d’artificio, che spaventano gli animali domestici: meno di un comune su quattro sul mare e meno di uno su dieci nell’entroterra hanno deciso di limitarne l’uso.

Scarse anche le misure di supporto diretto ai cittadini: pochissimi comuni hanno uno sportello dedicato o un Garante per i diritti degli animali (meno del 9% di quelli costieri e del 5% di quelli interni), e solo una minoranza aiuta economicamente nella sterilizzazione.

Spiagge e sanità pubblica assenti

Sorprende il ritardo dei comuni costieri sulle spiagge: soltanto il 23% ha regolamenti che permettono un accesso ordinato e sicuro agli animali.
Sul fronte sanitario, la situazione è ancora più preoccupante. In tutta Italia esistono solo due ospedali veterinari pubblici, a Perugia e Napoli. Nel 2024, quasi il 75% della spesa pubblica per il settore pet-care è stata sostenuta dai comuni, mentre le ASL hanno coperto appena il 25%, nonostante il loro ruolo fondamentale nella sanità di prossimità.

Il quadro che emerge è chiaro: i cittadini chiedono più attenzione e servizi per i propri animali, ma le amministrazioni locali restano indietro, con poche buone pratiche e troppe disparità tra un comune e l’altro.

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Consumo di vino e nuove generazioni: che rapporto c’è oggi?

Fiore all’occhiello dell’agroalimentare tricolore, il vino fatica a conquistare il palato e il cuore dei giovani. Da diverso tempo infatti il settore vitivinicolo osserva con una certa preoccupazione il crescente disamore delle nuove generazioni verso il vino.

A fronte di consumi in calo tra i più giovani, attratti da alternative più moderne o considerate più salutari, emerge il timore che manchi il ricambio tra i consumatori. Un cambiamento che potrebbe avere ripercussioni importanti su tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione.

I giovani oggi: meno vino, più consapevolezza

Le analisi condotte da Nomisma Wine Monitor evidenziano un contesto socioeconomico molto diverso rispetto a quello vissuto da chi aveva vent’anni trent’anni fa. I giovani d’oggi, in particolare quelli tra i 18 e i 25 anni, bevono vino in modo occasionale, spesso in occasione di eventi sociali o aperitivi. Spumanti e bianchi fermi sono le tipologie più apprezzate, mentre i vini rosati restano in secondo piano.

Ma la vera novità è nei criteri di scelta: tra i driver principali compaiono l’attenzione alla salute, la sostenibilità ambientale e la provenienza etica del prodotto. Allo stesso tempo, il budget limitato e la scarsa conoscenza dei territori vitivinicoli influiscono sul comportamento d’acquisto.

Una popolazione che invecchia: quale futuro per il vino?

Il calo della natalità e l’aumento dell’età media sono realtà davanti agli occhi di tutti. Secondo Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor, entro il 2050 un terzo degli italiani avrà più di 65 anni. Un dato che lascia prevedere forti cambiamenti nelle abitudini di consumo, anche nel comparto enologico.

I baby boomer, oggi over 60, rappresentano ancora uno zoccolo duro tra i consumatori. Bevono prevalentemente durante i pasti, acquistano con attenzione al territorio d’origine e tendono a preferire vini fermi. La sensibilità verso le tematiche green resta invece limitata.

Un consumo che cambia con l’età

Confrontando le varie fasce generazionali, emerge un dato interessante: molte abitudini dei più anziani vengono progressivamente adottate anche da chi invecchia.

La frequenza del consumo cresce con l’età, così come l’interesse per l’origine geografica. Al contrario, l’attenzione alla sostenibilità diminuisce.

Benessere e nuovi trend:  il vino dealcolato

Tuttavia, un fattore comune sta rivoluzionando il consumo trasversalmente: la crescente attenzione alla salute. Questo approccio, sempre più diffuso, alimenta la domanda di vini a basso tenore alcolico o senza alcol.

Un trend destinato a incidere profondamente sulla produzione e sul marketing del vino nei prossimi anni.

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Italiani e web: disinformazione e odio colpiscono un cittadino su due

Con la diffusone costante dei mezzi digitali, crescono inevitabilmente anche i rischi connessi all’uso della rete. Secondo il nuovo rapporto dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), oltre la metà della popolazione italiana ha avuto esperienze dirette con contenuti online dannosi, come fake news, incitamento all’odio o revenge porn.

L’indagine, condotta su un campione rappresentativo di oltre 7.000 persone dai 6 anni in su, scatta la fotografia di un paese connesso, ma ancora poco preparato.

C’è preoccupazione, ma non se ne parla  

Più di otto italiani su dieci si dichiarano preoccupati per i contenuti pericolosi presenti in rete. Eppure, il 44% della popolazione non sente il bisogno di cercare supporto o consigli per usare i media in modo più consapevole.

I giovani sotto i 18 anni mostrano una maggiore propensione a parlarne: si rivolgono in primo luogo ai genitori, poi agli insegnanti o ai coetanei.

Sempre connessi, ma senza strumenti

La quasi totalità degli italiani (90%) accede a Internet ogni giorno, e quasi la metà trascorre online più di quattro ore al giorno.

La competenza nel decifrare i meccanismi dietro ai contenuti digitali è però scarsa: il 64,6% non comprende il funzionamento degli algoritmi che personalizzano ciò che vediamo online. Solo il 7% dimostra una buona alfabetizzazione digitale.

Famiglie più attente, ma con approcci diversi

L’educazione digitale parte anche in casa. Otto famiglie su dieci impongono regole ai figli sull’uso dei media. Alcuni genitori impongono limiti di orario, altri utilizzano sistemi di controllo parentale.

I genitori più istruiti e over 45 preferiscono il dialogo e il monitoraggio; quelli più giovani tendono a ricorrere a divieti più rigidi.

Come reagiamo ai contenuti rischiosi?

Quando si imbattono in contenuti inappropriati, oltre l’80% degli italiani adotta qualche forma di reazione: evitare la fonte, cambiare canale o piattaforma. Solo un terzo verifica l’attendibilità delle notizie.

L’istruzione gioca un ruolo importante: chi ha un titolo di studio più alto tende a essere più attivo nella verifica e nella segnalazione.

Tanta connessione, poca consapevolezza

Il rapporto AGCOM evidenzia un forte divario tra accesso e competenze. L’Italia è online, ma spesso senza bussola.
Serve investire in alfabetizzazione digitale, partendo da scuola, famiglie e istituzioni, per rendere la rete un ambiente più sicuro per tutti.

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Shopping e ristorazione di prossimità ri-conquistano gli italiani

Secondo una ricerca condotta da BVA Doxa per American Express, il 94% degli italiani ritiene che le piccole attività commerciali e di ristorazione siano fondamentali per preservare l’identità e la cultura del proprio quartiere.
È un dato che racconta un cambiamento nelle abitudini di consumo e una rinnovata attenzione verso il tessuto economico locale.

Nell’epoca della globalizzazione e del commercio digitale, i piccoli negozi e i ristoranti locali stanno vivendo una rinascita. Tanto che lo shopping di prossimità è tornata a essere un’abitudine sempre più diffusa.
Il 79% degli italiani effettua acquisti nei negozi di prossimità almeno una volta alla settimana, e uno su cinque  tre o più volte a settimana.

Una tendenza più marcata nelle grandi città

La tendenza di tornare a fare shopping negli esercizi commerciali del proprio quartiere è ancora più marcata nelle grandi città, dove la percentuale degli italiani sale al 29%.
E non si tratta di una moda passeggera. Il 45% degli italiani negli ultimi due anni ha infatti aumentato i propri acquisti nei piccoli esercizi, con punte del 54% nella fascia di età tra 18 e 34 anni.

Del resto anche in viaggio l’attenzione al commercio locale non cala. Quasi la metà degli intervistati (48%) dichiara di voler sostenere i piccoli negozi anche quando si trova in un’altra città.
I canali di scoperta? Vicinanza fisica (70%), passaparola (65%), social media (26%).

Osterie e trattorie regine di pranzi e cene del fine settimana 

Quanto al comportamento degli italiani rispetto alla ristorazione informale, come le trattorie e le osterie, il 63% dei consumatori pranza o cena in un ristorante informale almeno una volta al mese, soprattutto durante il weekend.

In particolare, il 41% sceglie il sabato sera, mentre il 21% opta per il pranzo della domenica.
Tra i criteri più importanti nella scelta di questi locali ci sono il consiglio di amici e familiari (55%), ma anche la presenza di opzioni di pagamento digitale (74%) e le promozioni legate alla propria carta di pagamento (78%).

L’intramontabile qualità della cucina romana

“La ristorazione informale è un punto di riferimento per la comunità e promuove il patrimonio enogastronomico italiano – dichiara Luca Staglianò, vicepresidente di American Express Italia -. In American Express ci impegniamo a sostenere il turismo e le economie locali attraverso iniziative mirate che valorizzano le piccole attività di quartiere, dalle trattorie alle osterie che animano i centri urbani fino a quelle realtà che portano lo spirito del Made in Italy nel mondo Siamo da anni al fianco dei piccoli esercenti locali in tutta Italia, che rappresentano non solo la spina dorsale dell’economia, ma sono anche custodi della cultura e della tradizione del territori”.

E tra le cucine regionali più amate quella romana continua a primeggiare. Chi sceglie di mangiare in una trattoria romana lo fa soprattutto per due motivi, l’autenticità dei piatti (52%) e la qualità degli ingredienti (49%).

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Vivere in città: quanto costa mantenere una casa nel 2025?

Quanto costa oggi vivere in una casa di proprietà in Italia? Secondo un’indagine condotta da Facile.it e Mutui.it, la spesa mensile media per una famiglia si aggira intorno ai 1.298 euro, pari a oltre 15.500 euro all’anno. Tanto, anzi tantissimo.

L’analisi, che prende in esame dieci capoluoghi rappresentativi del Paese, rivela forti disparità territoriali: il Nord è decisamente più caro rispetto al Sud e alle Isole.

Milano la più cara, Palermo la più economica 

Non sorprende più di tanto scoprire che la città con i costi più alti è Milano, dove mantenere un’abitazione può superare i 2.000 euro mensili. Segue poi Roma con circa 1.750 euro. All’altro estremo della classifica, Palermo si conferma la città più economica con una spesa annua che non raggiunge i 9.000 euro.

Lo studio ha simulato le spese per un appartamento di 100 mq situato in zona semicentrale. I costi includono mutuo (tasso fisso al 3,3% su 25 anni), utenze domestiche, spese condominiali, manutenzione, acqua e tassa sui rifiuti (Tari). Le quotazioni immobiliari sono state calcolate in base ai dati OMI dell’Agenzia delle Entrate.

Il mutuo è la voce che incide di più

Il peso maggiore sul bilancio è dato dalla rata mensile del mutuo, che rappresenta tra il 75% e l’86% del totale delle spese.

A Milano, il costo di un immobile si aggira sui 465.000 euro, con una rata che sfiora i 1.750 euro mensili. A Roma si parla di circa 1.500 euro, mentre a Palermo si scende sotto i 500 euro.

Bollette e spese fisse, “pesano” di più al Nord

Anche per le utenze (gas, luce, acqua), le spese condominiali e la manutenzione ordinaria, il divario geografico è evidente. Al Nord si paga fino al 48% in più rispetto al Sud. A Milano si toccano i 300 euro mensili, mentre a Cagliari ne bastano 175.
Clima più favorevole e consumi più contenuti aiutano il Mezzogiorno a risparmiare un bel po’.

Tari, decisamente più salata al Sud

Curiosamente, è al Sud che si registrano i costi più alti per la tassa sui rifiuti. Genova è l’unica città del Nord a posizionarsi in cima con 501 euro, seguita da Napoli (482), Cagliari (465) e Bari (426). Milano resta sotto i 400 euro, mentre Bologna chiude la classifica con soli 287 euro.

Insomma, la conclusione è che per risparmiare può essere utile fare un’attenta valutazione anche della città in cui vivere!

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Paure e sicurezza: italiani più timorosi a uscire di casa

È quanto conferma il 1° Rapporto Univ-Censis dal titolo ‘La sicurezza fuori casa’: la paura sta condizionando la vita degli italiani, al punto che quasi 4 cittadini su 10, il 38,1%, rinuncia a uscire di casa per timore che possa capitare qualcosa di grave. E la quota più elevata è tra i giovani (52,1%).

Di fronte alla crisi permanente e ai rischi incombenti, il 94,2% degli italiani afferma che almeno quando si trova fuori casa vorrebbe sentirsi tranquillo, e l’89,3% al riparo dalla criminalità.
Inoltre, il 75,8% degli italiani, che sale all’81,8% tra le donne, afferma che negli ultimi 5 anni girare per strada è diventato più pericoloso. E il 67,3% delle donne ha paura quando torna a casa di sera o di notte. Ad avere più paura infatti sono le donne, i giovani, e chi vive nelle grandi realtà urbane.

In crescita i reati che colpiscono le donne

Esiste una serie di reati che colpisce maggiormente le donne. Tra questi, le violenze sessuali, che nel 2024 sono state 6.587, +34,9% negli ultimi cinque anni.
Del resto, il 25,6% delle donne intervistate sostiene di aver subito almeno una molestia sessuale, il 23,1% uno scippo o un borseggio, e il 29,5% è stata seguita da uno sconosciuto.

Nel 2024 in Italia sono stati denunciati 2.388.716 reati, +3,8% rispetto al 2019 e +2,0% rispetto allo scorso anno.
Siamo però ancora molto lontani dai 2.812.936 reati del 2014, ed è ancora presto per dire se questa crescita è solo una piega congiunturale o se rappresenta il segnale di un vero e proprio cambio di ciclo.

Roma guida la classifica della criminalità

Nel 2024 le rapine sono state 28.631, di cui 16.510 in pubblica via, +24,1% rispetto al 2019.
I borseggi sono stati 140.690, +2,6%, mentre gli scippi, 13.474, +7,9%.

Roma guida la classifica delle province e città metropolitane, con 271.033 reati denunciati nel 2024, l’11,3% del totale Italia, seguita da Milano (226.230 reati, 9,5%), Napoli (132.809) e Torino (128.919).
Se si considera l’incidenza dei reati sulla popolazione, la provincia che presenta il valore più alto è Milano, dove nel 2024 si sono consumati 69,7 reati ogni 1.000 abitanti.

Al secondo posto Firenze (65,3) e al terzo Roma (64,1).

Lo Stato da solo non ce la può fare. Servono le risorse private 
Le risorse statali destinate a garantire l’ordine pubblico si integrano con quelle private attraverso un’offerta che nel tempo ha aumentato i propri ambiti di intervento e i propri standard qualitativi.

Gli stessi italiani sono convinti (65,1%) che lo Stato da solo non ce la può fare a presidiare tutte le aree e i luoghi essenziali per la vita delle persone, e riconoscono il ruolo e il valore sociale della sicurezza privata.

Per il 74,4% della popolazione gli operatori della sicurezza sono indispensabili per assicurare la sicurezza del territorio. E quasi 8 milioni di italiani, il 15,4% del totale, ha fatto ricorso a un operatore poiché in una situazione di pericolo.
Non solo: il 73,3% pensa che gli ambiti di intervento della vigilanza privata si dovrebbero ampliare. 

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Prestiti: segnali di ripresa nel 2025, salgono richieste e importi

Il primo trimestre del 2025 segna una svolta positiva per il mercato del credito alle famiglie italiane. Secondo i dati del Barometro CRIF (Fonte: EURISC, Sistema di Informazioni Creditizie), le domande di prestiti sono in aumento del 3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Probabilmente questo fenomeno si deve anche a un certo sentimento di ottimismo, che invita a fare progetti nel medio termine.

Cresce l’importo medio richiesto: record degli ultimi dieci anni

Accanto all’aumento delle richieste, cresce anche l’importo medio domandato: 10.161 euro, con una variazione positiva dell’8,3% rispetto al 2024. Questo dato rappresenta il valore più elevato registrato dal 2015 a oggi.

Il rialzo degli importi è legato, in parte, all’effetto dell’inflazione che ha fatto lievitare il costo della vita e delle spese quotidiane.

Boom dei prestiti personali, calo dei finanziamenti finalizzati

Il Barometro CRIF evidenzia un forte incremento dei prestiti personali, che crescono del 15,9% nel primo trimestre. Al contrario, i finanziamenti finalizzati – legati all’acquisto di beni e servizi specifici – subiscono una riduzione dell’8,6%.
Guardando agli importi, i prestiti finalizzati registrano un aumento del 9,6% (7.518 euro medi), mentre quelli personali salgono più moderatamente (+2,4%), con una media di 12.495 euro.

Come osserva Simone Capecchi, Executive Director di CRIF, “la ritrovata fiducia si accompagna a una maggiore prudenza: i consumatori pianificano nuove spese, ma rimangono attenti alla sostenibilità del debito”.

Mini cifre e maxi dilazioni: le ultime tendenze

Il 45,1% delle domande riguarda finanziamenti inferiori a 5.000 euro, confermando la preferenza per piccoli importi. Si afferma sempre di più la modalità “Buy Now, Pay Later”, con cui anche acquisti minimi vengono rateizzati: il 61% dei prestiti richiesti riguarda somme comprese tra 0 e 150 euro.

Anche la durata dei rimborsi si allunga: un prestito su tre prevede piani superiori a 60 mesi.

Chi sono i richiedenti? Soprattutto le persone della fascia 45-54 anni

A livello anagrafico, sono soprattutto gli italiani tra i 45 e i 54 anni a chiedere finanziamenti, rappresentando il 23,3% delle richieste. Seguono i 35-44enni, con una quota del 20,5%.

La ripartenza dei prestiti sembra così trainata dalle generazioni più mature, che si dimostrano pronte a investire nei propri progetti.

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