Dalla biomassa alla plastica sostenibile: il caso di una start-up italiana che convince investitori e mercati

Nel panorama europeo delle start-up green, emergono sempre più progetti che combinano tecnologia, economia circolare e potenziale di mercato. Questo articolo racconta il caso di una start-up italiana immaginaria — qui chiamata BiomaTech — che ha trasformato scarti agricoli in bioplastiche ad alte prestazioni. L’obiettivo è mostrare come innovazione e sostenibilità possano creare valore economico, attirare capitali e offrire soluzioni scalabili ai problemi ambientali.

Introduzione con contesto

La crescente attenzione verso la riduzione delle emissioni e la gestione dei rifiuti ha spinto governi e aziende a cercare materiali alternativi alla plastica tradizionale. In questo contesto, molte start-up puntano a chiudere il cerchio produttivo sfruttando scarti organici e processi chimici più puliti. BiomaTech è nata da un team di ricercatori e manager con esperienza in chimica applicata e supply chain: l’idea è semplice ma ambiziosa — convertire residui agricoli in polimeri compostabili e biodegradabili per imballaggi e componenti industriali.

Analisi con dati ed esempi

Negli ultimi due anni BiomaTech ha completato una fase pilota in una regione agricola del Nord Italia, processando circa 1.200 tonnellate di biomassa all’anno e producendo pellet di bioplastica utilizzati da piccoli produttori di packaging. Il modello operativo combina due elementi chiave: una tecnologia proprietaria di fermentazione e polimerizzazione che aumenta la resa del materiale utile del 30% rispetto a soluzioni convenzionali, e una rete locale di fornitori agricoli che riduce i costi logistici e le emissioni legate al trasporto.

Sul fronte finanziario, la start-up ha attratto investimenti seed e una prima tranche di venture capital, totalizzando circa 8-12 milioni di euro in due anni. Questi fondi sono stati destinati all’upgrade dell’impianto pilota, alla certificazione dei materiali per il mercato europeo e al lancio commerciale in nicchie B2B sensibili alla sostenibilità (alimentare, cosmetica e retail specializzato). I primi contratti commerciali hanno generato una crescita del fatturato stimata del 150% anno su anno, pur partendo da una base contenuta.

Un esempio pratico aiuta a capire la catena di valore: un produttore locale di vaschette per alimenti ha sostituito il 40% della plastica fossile con il biopolimero di BiomaTech, ottenendo un premio di mercato per il prodotto “a minor impatto ambientale” e riducendo le emissioni legate al ciclo di vita del packaging di circa il 25% per unità prodotta. Sul versante occupazionale, la start-up ha creato 35 posti di lavoro diretti nella filiera produttiva e intende raddoppiare il personale tecnico entro 18 mesi.

L’attenzione alla certificazione e alla scalabilità è stata centrale nelle trattative con investitori: BiomaTech ha puntato su standard europei di compostabilità e su audit indipendenti per dimostrare conformità e qualità. Questo approccio ha facilitato l’accesso a finanziamenti pubblici per l’innovazione e ad accordi commerciali con distributori regionali.

Implicazioni future

Il caso di BiomaTech illustra alcune implicazioni più ampie per l’ecosistema delle start-up e per le politiche industriali. Primo, l’innovazione sostenibile può essere competitiva se supportata da efficaci partnership locali: il rapporto con gli agricoltori ha ridotto i costi e migliorato la tracciabilità delle materie prime. Secondo, la certificazione e la trasparenza sono fattori decisivi per la scalabilità commerciale, soprattutto in settori regolamentati come gli imballaggi alimentari.

Guardando avanti, la sfida principale rimane la compressione dei costi per raggiungere economie di scala paragonabili alle plastiche tradizionali. Le vie possibili includono investimenti in impianti modulari dislocati vicino ai bacini di biomassa, accordi di fornitura a lungo termine con grandi buyer e ulteriori miglioramenti tecnologici per aumentare la resa e ridurre l’energia richiesta dai processi.

Infine, il ruolo delle istituzioni è cruciale: incentivi mirati, normative chiare e bandi per l’industrializzazione possono accelerare il passaggio dalle soluzioni pilota a una produzione di massa sostenibile. Per le start-up come BiomaTech, il mix efficace sarà sempre quello tra innovazione scientifica, capacità manageriale e una strategia commerciale che punti sin dall’inizio alla sostenibilità economica, non solo ambientale.

Per i lettori: seguire casi di start-up come questo offre indicazioni pratiche su dove si muovono i capitali, quali competenze saranno richieste e quali settori offrono le migliori opportunità per investimenti responsabili nell’immediato futuro.

I nuovi volti del lavoro: trend, numeri e implicazioni per chi cerca occupazione

Il mercato del lavoro sta cambiando più velocemente di quanto molti si aspettassero solo pochi anni fa. Tra digitalizzazione, transizione green e una riorganizzazione delle modalità di lavoro, emergono nuovi trend che ridisegnano domanda e offerta di competenze. Questo articolo analizza i dati recenti e offre esempi concreti per capire come orientarsi in un panorama in rapido movimento.

Negli ultimi cinque anni si è accelerata una trasformazione strutturale: lavoro ibrido e remoto si sono stabilizzati, la domande di competenze digitali è cresciuta a ritmi a doppia cifra in settori chiave, e la green economy ha aperto spazi occupazionali inediti. Secondo rilevazioni aggregate di istituti statistici europei e nazionali, il tasso di partecipazione alla forza lavoro resta vicino ai livelli pre-pandemia in molti paesi, ma la composizione dei posti di lavoro è diventata più frammentata: aumentano i contratti a termine, le occupazioni autonome e le mansioni con componente tecnologica rilevante.

Analizzando i numeri: la domanda di profili con competenze digitali (sviluppatori, data analyst, cybersecurity specialist) è cresciuta di oltre il 30% negli ultimi tre anni in Europa, mentre le professioni legate all’assistenza sanitaria e ai servizi sociali continuano a registrare una forte richiesta dovuta all’invecchiamento della popolazione. Parallelamente, la quota di lavoratori che dichiarano di effettuare attività in smart working in modo abituale si è stabilizzata tra il 15% e il 25% nelle economie avanzate, con picchi maggiori nei settori finanziario e tecnologico.

Il tema della disoccupazione giovanile rimane critico: in molte economie la fascia 15–24 anni presenta tassi significativamente superiori alla media nazionale, spesso a causa di mismatch tra formazione e fabbisogno delle imprese. Per esempio, aziende manifatturiere e digitali segnalano difficoltà a reperire tecnici specializzati e figure con competenze STEM, mentre l’offerta formativa tradizionale fatica a rinnovarsi con la stessa velocità.

Un altro indicatore importante è la crescita delle cosiddette “green jobs”: posizioni legate alla transizione energetica, all’efficienza energetica e alla gestione della circular economy. Questi ruoli richiedono competenze miste — tecniche, normative e di project management — e rappresentano una significativa opportunità di ricollocamento per lavoratori provenienti da settori in contrazione.

I casi aziendali offrono spunti pratici. Un’impresa manifatturiera medio-piccola, ad esempio, ha investito in formazione interna per riconvertire operai esperti in operatori di manutenzione avanzata per impianti automatizzati, riuscendo a colmare il gap di competenze e ridurre il ricorso a consulenze esterne. Allo stesso modo, una start-up digitale nel settore delle tecnologie pulite ha creato partnership con università per attrarre giovani laureati, offrendo percorsi di tirocinio trasformati in contratti stabili per il 40% dei partecipanti.

Per i lavoratori, le implicazioni pratiche sono chiare: aggiornamento continuo e flessibilità sono diventati requisiti essenziali. Investire in competenze digitali di base (alfabetizzazione dati, strumenti collaborativi online) e in competenze trasversali (problem solving, comunicazione, apprendimento continuo) aumenta la probabilità di occupabilità. Le imprese, dal canto loro, devono ripensare i processi di selezione e formazione, puntando su piani di upskilling e reskilling per ridurre il mismatch.

Dal punto di vista delle politiche pubbliche, le priorità sono tre: incentivare l’aggiornamento professionale con programmi mirati, facilitare la transizione verso lavori verdi tramite incentivi e formazione specializzata, e migliorare l’incontro tra domanda e offerta attraverso servizi pubblici del lavoro più dinamici e data-driven. Interventi mirati nelle regioni con tassi di disoccupazione più elevati possono contribuire a ridurre le disuguaglianze territoriali.

Guardando avanti, è probabile che il mercato del lavoro continui a evolvere lungo tre direttrici principali: digitalizzazione crescente, spinta verso la sostenibilità e maggiore frammentazione delle forme contrattuali. Le organizzazioni che sapranno integrare formazione continua, flessibilità organizzativa e politiche di retention più sofisticate avranno un vantaggio competitivo. Per chi cerca lavoro, la strategia vincente sarà combinare competenze tecniche ricercate con capacità adattive e una forte propensione all’apprendimento.

In sintesi, il mondo del lavoro non è mai stato così ricco di opportunità e sfide insieme: chi saprà leggere i dati e trasformarli in azioni concrete — sia sul fronte delle aziende sia su quello delle politiche pubbliche — potrà trarre il massimo vantaggio dalla transizione in atto.

L’economia italiana tra rimbalzi e nodi strutturali: dove investire fiducia nel 2026

Negli ultimi anni l’economia italiana ha mostrato segnali di ripresa alternati a fragilità strutturali. La combinazione di una domanda interna timida, un mercato del lavoro in trasformazione e vincoli fiscali persistenti rende il quadro nazionale complesso ma non privo di opportunità. Questo articolo mette a fuoco i principali driver di crescita, i settori che trainano la ripresa e i rischi da monitorare nei prossimi mesi, offrendo dati, esempi concreti e scenari plausibili per decisori pubblici e investitori.

Contesto: dopo la grande turbolenza pandemica e lo shock energetico che ha seguito il conflitto in Ucraina, l’Italia ha visto una fase di recupero basata sul turismo, sull’export manifatturiero e sugli investimenti pubblici legati al PNRR. Tuttavia, la crescita è stata contenuta rispetto alla media europea a causa di problemi strutturali di produttività, invecchiamento demografico e un debito pubblico elevato che limita lo spazio fiscale. Il 2024 e parte del 2025 hanno confermato una tendenza di fondo: l’economia avanza, ma a ritmi insufficienti per ridurre significativamente le vulnerabilità accumulate nel tempo.

Analisi con dati ed esempi: sul fronte della domanda estera, le imprese italiane continuano a trovare mercati forti per i beni di alta gamma: moda, beni di lusso, agroalimentare e macchinari specializzati hanno mostrato una resilienza superiore rispetto ai comparti più commodity-intensive. Le PMI italiane, cuore pulsante della manifattura, beneficiano ancora del “made in Italy” ma soffrono per i costi dell’energia e per il ritardo digitale. Le statistiche riportano che una quota consistente delle imprese ha incrementato investimenti in tecnologie digitali e in sostenibilità, spinte anche dagli incentivi del PNRR e dai crediti d’imposta per innovazione.

Sul mercato del lavoro si osserva una contraddizione: la partecipazione alla vita produttiva è aumentata, soprattutto grazie a politiche attive e a misure per favorire l’occupazione femminile, ma la qualità del lavoro e la stabilità contrattuale rimangono problematiche. Il lavoro temporaneo e il part-time involontario sono ancora diffusi in alcuni settori, mentre la carenza di competenze digitali ostacola la trasformazione produttiva di molte imprese. Esempi concreti vengono dal settore tecnologico in crescita a Milano e Torino, dove startup e spin-off universitari attirano talenti, ma segnalano difficoltà nel reperire profili senior con esperienza manageriale in ambito digitale.

Un altro fattore decisivo è la transizione energetica e la riconversione verde dell’economia. Investimenti in efficienza energetica, mobilità sostenibile e imprese green stanno diventando driver di crescita: cantieri per l’efficientamento degli edifici, impianti fotovoltaici e nuove filiere per l’economia circolare rappresentano opportunità per le imprese italiane, specie le PMI che riescono a integrarsi nelle catene globali del valore. Tuttavia, il finanziamento di questa transizione richiede una capacità di spesa pubblica e privata che il Paese deve ancora potenziare, anche attraverso una più efficiente canalizzazione dei fondi europei.

I rischi da non sottovalutare includono l’alto indebitamento pubblico, che limita la capacità di risposta a shock futuri, e la dipendenza energetica che rende l’economia vulnerabile a oscillazioni dei prezzi internazionali. Inoltre, la lenta digitalizzazione amministrativa e la burocrazia continuano a scoraggiare investimenti esteri e a rallentare l’attuazione dei progetti infrastrutturali.

Implicazioni future: nel breve termine è realistico aspettarsi una crescita moderata, trainata da export e turismo, con settori specifici (tecnologia, lusso, green) che offriranno le migliori opportunità di investimento e occupazione qualificata. Per consolidare e accelerare questo percorso, servono azioni mirate: rafforzare le politiche di formazione per colmare il gap di competenze, snellire i processi amministrativi per velocizzare l’assorbimento dei fondi europei, promuovere aggregazioni tra PMI per aumentare scala e capacità d’investimento, e sviluppare strumenti finanziari che favoriscano gli investimenti green e tecnologici.

Per imprese e investitori il consiglio pratico è di puntare su nicchie ad alto valore aggiunto, investire in digitalizzazione e sostenibilità, e cercare partnership pubblico-private per partecipare a progetti infrastrutturali. Per i policymaker, la priorità rimane creare condizioni certe per gli investimenti, mettere al centro la formazione e la transizione energetica, e utilizzare il margine fiscale residuo per interventi mirati che possano aumentare la produttività di lungo periodo.

In sintesi, l’economia italiana nel 2026 presenta un mix di opportunità reali e vincoli strutturali: la differenza la faranno le scelte di politica economica e la capacità delle imprese di innovare e aggregarsi. Chi saprà combinare visione strategica, competenze e accesso al capitale potrà trasformare i nodi in occasioni di crescita durevole.

Istat: a gennaio carrello della spesa più caro dell’1,9%

A gennaio 2026, il tasso di crescita su base annua dei prezzi del “carrello della spesa” degli italiani è pari al +1,9%, mentre l’inflazione di fondo si attesta al +1,7%.
Sulla crescita dei prezzi al consumo, evidenziano i dati Istat definitivi, pesa principalmente l’andamento dei prezzi degli Alimentari, dei Servizi relativi all’abitazione, dei Tabacchi e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona.

Nel primo mese dell’anno, le stime preliminari relative prezzi al consumo confermano un lieve aumento su base mensile e un po’ più sostenuto rispetto a gennaio 2025. In ogni caso, il livello più basso registrato da novembre 2024 (+1,3%).

Inflazione di fondo +1,7%

Più in particolare, nel mese di gennaio 2026, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra una variazione del +0,4% su base mensile e del +1,0% su base annua (da +1,2% di dicembre), confermando la stima preliminare.

La crescita tendenziale dell’indice generale si deve prevalentemente alla dinamica dei prezzi dei Beni alimentari non lavorati (+2,5%) e lavorati (+1,9%), a quella dei prezzi dei Servizi relativi all’abitazione (+4,4%), dei Tabacchi (+3,3%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+3,0%).
Nel mese di gennaio l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è pari a +1,7% e quella al netto dei soli beni energetici a +1,9%.

Beni energetici e alimentari condizionano le variazioni congiunturali positive

I prezzi dei beni registrano una variazione su base tendenziale del -0,2%, mentre i prezzi dei servizi risultano in crescita del +2,5%. Il differenziale tra i due comparti, dunque, è pari a +2,7%.
I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano dell’1,9% rispetto a un anno fa, così come quelli ad alta frequenza d’acquisto.

La variazione congiunturale dell’indice generale (+0,4%) risente principalmente dell’aumento dei prezzi degli Energetici regolamentati (+8,9%), dei Servizi relativi all’abitazione (+1,9%), degli Alimentari, non lavorati (+1,2%) e lavorati (+0,6%), degli Energetici non regolamentati (+1,1%), dei Beni durevoli (+0,8%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+0,7%).
L’unico calo su base congiunturale si registra per i prezzi dei Servizi di trasporto (-3,8%).

IPCA -1,0%, FOI +0,3% mensile

L’inflazione acquisita per il 2026 è pari a +0,4% sia per l’indice generale (a dicembre era nulla) sia per la componente di fondo (+0,2% a dicembre).
L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra una variazione pari a -1,0% su base mensile, per effetto dell’avvio dei saldi invernali di abbigliamento e calzature (non considerati per l’indice NIC), e a +1,0% su base annua (da +1,2% del mese precedente), confermando la stima preliminare.

L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra una variazione congiunturale pari a +0,3% e una tendenziale del +0,8%.

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Parchi divertimento italiani: l’impatto positivo sui territori e le famiglie

Sono i dati dell’Osservatorio Nazionale AssoParchi, condotto da AssoParchi in collaborazione con GRS Research & Strategy: nell’ultimo anno il 25% delle persone con figli ha visitato in media circa 3 volte l’anno un parco a tema o acquatico.
Il quadro è leggermente diverso per i centri di intrattenimento al coperto, che mostrano una penetrazione inferiore, ma una maggiore frequenza: circa 10 ingressi all’anno.

Cresce poi la domanda di esperienze all’insegna della condivisione, dell’autenticità e dell’arricchimento personale, insieme a una rinnovata attenzione verso il contatto con la natura e l’identità culturale. Ma sul fronte delle aspettative, il divertimento si posiziona saldamente al primo posto, accompagnato da sicurezza e comfort. 

Come intercettare una domanda latente, soprattutto dei giovani

A conferma dell’elevato potenziale di crescita del comparto, l’80% degli italiani tra 16 e 55 anni dichiara di voler vivere più spesso le esperienze ricreative offerte dai parchi. Tra i motivi che impediscono di vivere queste esperienze gli intervistati indicano la mancanza di tempo e la carenza di strutture in prossimità del luogo di residenza.

La domanda insoddisfatta risulta più elevata tra i giovani nella fascia 16-24 anni, e tra le famiglie con bambini, a dimostrazione del ruolo strategico di questi target per lo sviluppo futuro del settore.
Si rende quindi necessaria “una rete più capillare di parchi sul territorio nazionale, in grado di intercettare una domanda latente oggi frenata da limiti di accessibilità e prossimità”, commenta Maurizio Crisanti, direttore AssoParchi.

L’emozione di condividere esperienze memorabili

“Il parco divertimenti – aggiunge Crisanti – emerge sempre più come infrastruttura esperienziale irrinunciabile, in grado di completare e valorizzare l’offerta territoriale, integrando cultura, natura, tradizioni e gastronomia locale”.
Il 50% dei genitori che visitano i parchi a tema li associa a sentimenti di gioia e felicità, funzionali allo sviluppo di momenti memorabili e significativi.

L’analisi evidenzia, tuttavia, un potenziale ancora inespresso legato alla percezione del valore intrinseco dell’esperienza. Per migliorare questi risultati, i parchi dovrebbero offrire attività in grado di attivare più dimensioni contemporaneamente, combinando emozione, narrazione, identità e partecipazione condivisa. 
In particolare, le esperienze radicate nella cultura e nelle tradizioni locali sono valutate come più autentiche, mentre format ancora poco esplorati come eventi per famiglie, musical e mercati locali potrebbero intercettare una domanda latente.

Rafforzare il legame col pubblico per stimolare visite ripetute

“Non ci interessa solo sapere se le persone si sono divertite in un parco – commenta Maria Chiara Nicoletti, Regional Manager GRS Research & Strategy -. Vogliamo capire se un’esperienza ha ispirato, generato connessioni, lasciato un ricordo duraturo o contribuito alla crescita personale. Questo è il nuovo parametro di valore che stiamo introducendo”.

Le esperienze che generano un impatto emotivo, sociale e simbolico più forte sono correlate positivamente con una maggiore propensione alla visita ripetuta, una spesa ancillare più elevata e la promozione spontanea da parte dei visitatori. In questo senso, l’impatto emotivo è una leva strategica per la crescita sostenibile del settore e il rafforzamento del legame tra parchi, pubblico e territori.

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Giovani single: l’identikit di chi non vuole trovare l’anima gemella

Troppo istruiti, maschi o ancora conviventi con i genitori: sono questi i profili di chi fatica di più a trovare l’anima gemella. Uomini, persone con un livello di istruzione elevato, chi presenta un livello inferiore di benessere o chi vive da solo o con i genitori ha in media maggiori probabilità di rimanere single più a lungo.

Lo ha scoperto un team di ricerca guidato dall’Università di Zurigo (UZH), che ha studiato in che modo la condizione di single a lungo termine influisca sul benessere delle persone di età compresa tra 16 e 29 anni.
E i ricercatori hanno rilevato come la solitudine e i livelli di depressione si sviluppino maggiormente nel corso dell’età adulta tra i giovani single abituali rispetto a chi ha formato una coppia.

Col tempo meno soddisfatti e più soli 

I media descrivono la condizione di single come un’espressione dello stile di vita, dell’autodeterminazione e dell’emancipazione, con espressioni come “partnership”, “vita da soli”, “sologamia” e “singleness”. Allo stesso tempo, sempre più giovani adulti scelgono di non impegnarsi in una relazione sentimentale stabile.

Lo studio suggerisce che nel tempo i giovani adulti che rimangono single per un periodo prolungato sperimentano un maggiore declino della soddisfazione di vita e un crescente senso di solitudine. Questi deficit di benessere diventano più pronunciati verso la fine dei trent’anni, che è anche il momento in cui i sintomi della depressione aumentano.

La solitudine prolungata si auto alimenta

Il team di ricerca ha poi esaminato come la prima relazione sentimentale dei giovani influenzi il loro benessere nel tempo. Appena i giovani iniziano la loro prima relazione il benessere psicofisico subisce un miglioramento immediato e significativo, si sentono meno soli e aumenta la soddisfazione per la vita. Nessun effetto simile è stato osservato, tuttavia, per quanto riguarda i sintomi depressivi.

La sfida maggiore, sottolineano i ricercatori, è che la solitudine prolungata rischia di diventare “auto-alimentante”.
Un basso livello di benessere rende meno propensi a mettersi in gioco, rendendo più difficile trovare un partner proprio quando il desiderio di stabilità aumenta. 

I sintomi depressivi iniziano alla fine dei 20 anni

Secondo il coautore della ricerca, Michael Kramer, il benessere dei single e di chi è in coppia è simile durante l’adolescenza, riporta AGI, ma le strade divergono drasticamente verso la fine dei vent’anni.
“I giovani adulti che restano single per un periodo prolungato sperimentano un calo della soddisfazione e un aumento del senso di solitudine”, spiega. Questi sintomi tendono a peggiorare intorno ai 30 anni, quando possono manifestarsi anche segnali depressivi.

“I nostri risultati dimostrano che restare single a lungo nella prima età adulta comporta rischi moderati per il benessere emotivo”, aggiunge Kramer, suggerendo che i fattori sociodemografici e psicologici pesino molto più del semplice “caso” nell’incontro con l’anima gemella.

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Imprenditrici: le italiane sono le più numerose d’Europa

Lo segnala l’Ufficio studi della CGIA: nel 2024 la platea italiana delle partite Iva in capo alle donne raggiunge 1.621.800 unità, il 16% delle donne occupate, il più elevato della UE a 27.
Seguono Francia (1.531.700), Germania (222.300) e Spagna (1.136.000).
Un record importante che però non cancella il primato negativo riconducibile al nostro tasso di occupazione femminile, che rimane ancora il più basso in tutta la UE.

In Italia la crescita delle imprese guidate da donne prosegue anche nei primi 9 mesi del 2025. Sebbene in termini assoluti le donne imprenditrici siano meno della metà degli uomini, la variazione percentuale registrata è più che doppia rispetto al dato riferito all’imprenditoria maschile (+1,1%).

Sette su dieci guidano un’impresa di servizi o commerciale

In Italia il 71% delle imprese guidate da donne riguarda i servizi/commercio.
Il settore con il maggior numero di aziende capitanate da una imprenditrice è il commercio, con 288.411 attività. Seguono l’agricoltura (186.781), altri servizi (136.173), e alloggio/ristorazione (120.744).

Il basso tasso di occupazione femminile è principalmente attribuibile all’elevato carico di lavoro domestico. L’imprenditoria femminile potrebbe rappresentare una chiave per incrementare l’occupazione. Infatti, le donne che fanno impresa tendono ad assumere altre donne in misura significativamente maggiore rispetto ai loro colleghi maschi.

L’autoimpiego come strumento per tornare nel mercato del lavoro

Sono almeno due fattori che motivano le donne a intraprendere un percorso imprenditoriale. Il primo è correlato alla condizione socio-economica: situazioni di disoccupazione, tradizioni familiari o la presenza di incentivi economici inducono a considerare l’imprenditorialità come necessità.

Il secondo fattore è motivazionale, e concerne ragioni intrinseche che spingono le donne ad abbracciare tale opportunità.
Grazie all’autoimprenditorialità, le donne possono gestire con maggiore flessibilità gli impegni lavorativi con quelli familiari.
L’autoimpiego si è affermato come uno degli strumenti più efficaci per
riconquistare protagonismo nella propria vita professionale e realizzare obiettivi e aspirazioni per ottenere risultati economici gratificanti e maggiore indipendenza.

Le imprese rosa sono soprattutto al Sud

Analizzando la distribuzione geografia delle imprese guidate da donne, la ripartizione con il numero più alto risulta il Mezzogiorno, che al 30 settembre di quest’anno, ne conta 415.242.
Seguono il Nord-Ovest, con 280.121, il Centro, con 245.165 e il Nord Est, con 209.602. Se, invece, si calcola l’incidenza delle imprese femminili sul totale imprese è sempre il Sud a segnare la quota più elevata, il 24,3%.

A livello regionale, il più alto numero di attività guidate da donne è in Lombardia, con 162.190 aziende. Seguono la Campania, con 119.137 e il Lazio, con 112.200. Misurando onvece l’incidenza delle imprese femminili sul totale aziende, il dato più elevato è riconducibile al Molise, con il 27,7%.
Seguono la Basilicata, con il 27,3%, l’Abruzzo, con il 25,9% e l’Umbria, con il 25,3%.

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Dazi USA e sviluppo: export ed economia nel 59° Rapporto Censis 

Nel 2926 le variazioni tendenziali dell’export italiano verso gli Usa hanno registrato un andamento anomalo e discontinuo, passando dal -9,6% di febbraio 2025 al +41,2% di marzo, per poi alternare cali e rimbalzi fino al picco di luglio (+24,1%) e al crollo di agosto (-21,2%).
Questi gli effetti immediati dell’incertezza provocata dai dazi Usa sul commercio italo-americano.

Più che la domanda effettiva, a guidare le scelte delle imprese è stato l’effetto-attesa, con spedizioni anticipate per eludere l’impatto delle tariffe. Lo evidenzia il capitolo del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025, dedicato a “I soggetti economici dello sviluppo”.

Intanto la forbice si allarga

Tra il primo trimestre 2011 e il primo trimestre 2025 la ricchezza delle famiglie italiane è diminuita in termini reali dell’8,5%.
Dividendo gli italiani per decili di ricchezza detenuta, il 50% delle famiglie più povere ha visto diminuire la propria ricchezza del 23,2%, le famiglie distribuite tra il sesto e l’ottavo decile hanno subito una riduzione del patrimonio iniziale tra il 35,3% e il 24,3%, mentre il 10% delle famiglie più ricche ha visto aumentare la propria ricchezza del 5,9%. 

All’inizio del 2025, il 60% della ricchezza nazionale è posseduto da 2,6 milioni di famiglie appartenenti al decimo decile. Di più: il 48% della ricchezza è in mano al 5% di quelle più abbienti (1,3 milioni).
La quota di ricchezza detenuta dalle famiglie alla base della piramide patrimoniale (13 milioni) è scesa dall’8,7% del 2011 al 7,3% del 2025.

Più robot che addetti

L’Italia risulta al sesto posto nel mondo per numero di robot industriali installati nel 2023, con più di 10.000 nuove installazioni. Pur incomparabile con le 276.000 nuove installazioni cinesi, il dato ha portato l’Italia alla quattordicesima posizione tra le economie mondiali per intensità di automazione, con una quantità di robot installati per numero di addetti superiore alla media europea, statunitense e asiatica.
Tra il 1995 e il 2022 nel settore automotive sono cresciuti in termini reali sia produzione (+61,4%) sia valore aggiunto (+17,2%), a fronte di una riduzione costante della forza lavoro (da 207.000 addetti a 163.000, -21,3%).

Questa combinazione mostra come un aumento della produttività sia reso possibile dalla maggiore automazione dei processi produttivi. Tuttavia, se nello stesso periodo il valore aggiunto per occupato è lievitato del 48,8%, i salari sono aumentati solo del 9,3%.

Neanche i titolari stranieri compensano l’invecchiamento dell’imprenditorialità italiana

Dal 2004 al 2024 il numero dei titolari d’impresa in Italia è diminuito da 3.428.000 a 2.844.000 (-585.000 unità, -17,0%).
In particolare, i titolari d’impresa fino a 29 anni oggi sono 153.425 (-46,0% rispetto al 2004), rappresentando così il 5,4% del totale. Nel 2004 pesava per l’8,3%.

Fino al 2016 gli imprenditori con età compresa tra 30-49 anni erano maggioritari (50,6% nel 2008), mentre adesso sono il 40,7%. Nel frattempo, gli imprenditori over50 sono arrivati a rappresentare il 10,0% del totale (8,1% nel 2004).
Non basta più nemmeno il contributo dei titolari stranieri (461.000, 16,2% del totale) a compensare la deriva di invecchiamento della classe imprenditoriale italiana.

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Eco-ansia: giovani preoccupati per il Pianeta, ma ignorano il riciclo

L’impegno della ‘Generazione Green’ parte da un presupposto: quasi tre giovani su quattro (74%) si dicono preoccupati per la dispersione delle plastiche nell’ambiente. E un ulteriore 21%, pur non allarmato ai massimi livelli, riconosce la necessità di impegnarsi per limitare il fenomeno.
Solo il 5%, dunque, pare immune dalla ‘eco-ansia’ nei confronti di polimeri e affini.

Tuttavia, il passaggio dalla teoria alla pratica resta complesso.
Quando si parla di conoscenza delle regole base del riciclo le certezze vacillano: 1 giovane su 5 (20%) non possiede informazioni sufficienti per differenziare correttamente, mentre oltre la metà (55%) è ‘solo parzialmente sicuro’ delle proprie scelte.
Emerge dall’indagine condotta da Skuola.net in collaborazione con COREPLA (Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica). 

Solo il 25% si sente davvero competente in materia

In ogni caso, la consapevolezza che il problema esista c’è, e si traduce in un’ampia diffusione di approcci virtuosi.
Il 90% dei giovani effettua spesso o sempre la raccolta differenziata e circa la metà presta attenzione alla sostenibilità del packaging quando fa acquisti.

Quanto alle plastiche, la maggioranza sembra avere interiorizzato alcune regole fondamentali. Il 70% sa che bottiglie e flaconi vanno svuotati, schiacciati e conferiti nella plastica, mentre l’80% è consapevole che prima di buttare un vasetto di yogurt nella plastica bisogna togliere la linguetta.
Tuttavia, solo il 39% sa che il polistirolo deve essere gettato nel bidone della plastica, mentre il 40% lo smaltisce nell’indifferenziato.

Impegno diffuso, ma la conoscenza è ancora carente

Ancora più alto è il tasso di errore se si tratta di giocattoli in plastica: solamente il 35% ritiene di doverli buttare nella raccolta generica, mentre per le confezioni multistrato o con etichette composte da materiali diversi oltre 4 su 10 ammettono di andare in confusione quando arriva il momento di smaltire.

Per fortuna, curiosità e voglia di saperne di più non mancano. L’80% dei giovani si informa autonomamente su ambiente e riciclo, soprattutto su social network (24%), siti web/portali di informazione (18%), scuola e università (14%) e famiglia (12%). Si ritagliano una quota di audience anche gli influencer specializzati in tematiche ambientali (7%).

Il luogo ideale per imparare a proteggere l’ambiente è la scuola 

Sono numeri che confermano come i canali digitali rappresentino il principale strumento di aggiornamento per le nuove generazioni. Ma anche quanto il rischio di imprecisioni o informazioni incomplete resti alto.

Forse anche per questo cresce la richiesta di una formazione più solida e continuativa. Oltre un quinto dei giovani intervistati (22%) considera la scuola il luogo ideale per imparare a proteggere l’ambiente, più di campagne online (17%) o iniziative promosse da radio e tv (16%).
Da qui l’importanza di continuare con progetti di sensibilizzazione, a scuola e nei luoghi di aggregazione online, per consolidare la transizione verso una cittadinanza più sostenibile e responsabile.

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Aumenta il consumo del suolo: quasi 80 Kmq in un anno, +15,6%

Nel 2024 sono stati consumati 83,7 chilometri quadrati di suolo, il +15,6% rispetto all’anno precedente. Il consumo netto è stato pari a 78,5 chilometri quadrati, il peggior saldo degli ultimi dodici anni.
Lo attesta il rapporto Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici di Ispra e Snpa.

“Consumare suolo non significa soltanto deturpare il paesaggio, ma distruggere una risorsa indispensabile alla vita  – commenta Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia -. Il suolo è una risorsa non rinnovabile, scarsa e non esiste tecnologia che possa sostituire i suoi servizi ecosistemici. È l’elemento fondamentale del ciclo vitale sulla Terra. Fornisce materie prime, biomassa e il cibo necessario alla sopravvivenza dell’uomo e di tutte le altre specie viventi”.

Nuove cause si sommano a quelle tradizionali

Ma in Italia il consumo di suolo non accenna a rallentare, e rappresentando un pericolo concreto per il nostro futuro. A fare le spese sono infatti le aree più accessibili e anche le più fertili. “Senza suolo non c’è agricoltura e senza agricoltura non c’è cibo”, sottolinea Nappini .

Preoccupa, in particolar modo, il consumo di suolo agricolo. Ogni anno nuove cause di consumo si sommano a quelle tradizionali. Nel 2024 il rapporto ne individua tre, le aree destinate alla logistica, i data center e i pannelli fotovoltaici a terra.
Questi ultimi impattano in modo sensibile. In un anno hanno coperto 1.702 nuovi ettari, di cui l’80% su superfici precedentemente utilizzate a fini agricoli.

Un impatto economico e ambientale significativo

I pannelli fotovoltaici a terra sono un trend in forte crescita. Gli impianti di questo tipo sono aumentati di oltre venti volte nel giro di quattro anni.
Non va dimenticato che il consumo di suolo, sommato all’abbandono delle aree interne, oltre a provocare danni all’agricoltura e al tanto sbandierato Made in Italy, ha impatti economici e ambientali significativi.

Ad esempio, aumenta il rischio idrogeologico (alluvioni, frane) i cui danni annuali complessivi raggiungono 3,3 miliardi di euro (dal 2010 a oggi la spesa è triplicata), più di un sesto della manovra in discussione al parlamento.

In Italia le coperture artificiali occupano quasi il doppio della media europea

“O oggi le coperture artificiali occupano il 7,17% del territorio italiano, quasi il doppio della media europea – aggiunge Nappini -. Non è affatto poco, se pensiamo che solo il 23,2% dell’intero territorio nazionale è pianeggiante e che oltre un terzo è montano. Ci sono regioni, la Lombardia, il Veneto e la Campania, dove più di un decimo del suolo è già consumato”.

Il Regolamento europeo sul ripristino della natura impone però l’azzeramento della perdita netta di aree verdi urbane entro il 2030 e la Strategia del suolo per il 2030 adottata dalla Commissione Europea nel 2021 stabiliva l’obiettivo per tutti i Paesi membri di non consumare suolo entro il 2050. Allo stato attuale questi target sono irraggiungibili.

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