Com’è cambiato l’approccio degli italiani verso la salute?

Non è certo un segreto che negli ultimi anni la crisi causata dalla pandemia abbia profondamente influenzato i bisogni e l’approccio degli italiani riguardo salute e benessere. Questo cambiamento ha avuto ripercussioni anche sulle strutture sanitarie, che hanno dovuto affrontare le nuove esigenze degli utenti e adattarsi a uno scenario in continua trasformazione.

Offerta e domanda, l’evoluzione è guidata dalla tecnologia  

Si è svolto di recente un evento sul tema, About Health, organizzato dallo Studio Legale Delli Ponti, dalla web agency Noetica e dalla società di ricerche Nomisma. Obiettivo dell’iniziativa è stato quello di analizzare le evoluzioni nel settore salute e di esplorare le opportunità offerte da tecnologie, canali di comunicazione innovativi e strategie di digital marketing. Una prima indagine di Nomisma, rivolta alle realtà operanti nei settori health, socio-assistenziale, salute e benessere, ha evidenziato le esigenze di promozione delle imprese, l’uso di strategie di comunicazione e strumenti di digital marketing per raggiungere i potenziali pazienti. La seconda indagine ha coinvolto la popolazione italiana per approfondire l’interesse verso i temi della salute e del benessere, e per capire come gli italiani cercano informazioni e scelgono le prestazioni, i professionisti e le strutture sanitarie.

L’importanza della rete

Oggi, la rete gioca un ruolo sempre più rilevante: il 42% degli italiani cerca informazioni sulla salute su siti web specializzati, mentre il 38% utilizza Google. Tuttavia, il medico di base resta una figura centrale, coinvolta dal 56% degli italiani che cercano informazioni sulla salute. Google viene utilizzato principalmente per trovare risposte rapide e chiare su disturbi o sintomi (52%), strutture, prestazioni o servizi (44%) e informazioni sulla prevenzione (32%). Tra i contenuti più apprezzati online, ci sono le interviste agli specialisti (58%) e gli articoli di approfondimento su blog e siti specializzati (53%).

La scelta delle strutture sanitarie

Per individuare le strutture sanitarie, gli italiani si affidano principalmente a Google (47%), ma il canale preferito si conferma il passaparola (55%). Le esperienze degli altri giocano un ruolo cruciale nelle decisioni, con il 69% degli italiani che considera fondamentali le recensioni dei clienti. I principali driver di scelta sono le agevolazioni economiche (88%), la possibilità di consultare referti online (76%) e di prenotare visite sul sito della struttura (73%), oltre a un servizio clienti rapido e soddisfacente (73%).

Dopo la prestazione, cosa desiderano gli utenti?

Una volta scelta la struttura, quasi 4 italiani su 10 preferiscono prenotare direttamente online, anche se il canale telefonico resta il più utilizzato (67%). Dopo la prestazione medica, 3 italiani su 5 preferiscono rimanere in contatto con la struttura tramite e-mail e newsletter (78%). Inoltre, il 60% degli italiani lascia recensioni, siano esse positive o negative, sulle esperienze sanitarie vissute.

La sicurezza dei dati sanitari

Infine, la sicurezza dei dati sanitari è motivo di preoccupazione per l’83% degli italiani, che richiedono chiarezza sulle modalità di trattamento dei dati. Trattamenti non corretti e violazioni possono compromettere il rapporto di fiducia con le strutture sanitarie, con quasi 3 italiani su 10 che eviterebbero di tornare in strutture che hanno subito violazioni di dati.

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In Valle d’Aosta le case sono più… green

Obiettivo: ridurre in maniera netta il consumo energetico e le emissioni di gas inquinanti riconducibili a case e palazzi entro il 2035, per realizzare immobili a zero emissioni entro il 2050. È quanto ha deciso il Consiglio dei ministri europei di Economia e Finanze, che lo scorso 12 aprile ha dato il via libera all’Ecofin, la direttiva sulla prestazione energetica degli immobili in Europa.

Tra le regioni italiane è la Valle d’Aosta a detenere il primato per numero di case green. Secondo i dati raccolti dal Sistema Informativo sugli Attestati di Prestazione Energetica (Siape), la Valle d’Aosta vanta un punteggio di 8,4 su 10: è prima per l’elevato numero di attestati di prestazione energetica APE (22,1%), il 14,3% in più di attestati rispetto alla media italiana, e per l’indice di consumo medio di energia rinnovabile (40,8 kWh/m 2 anno).

Sul podio anche Trentino-Alto Adige, Lombardia e Basilicata (a parimerito)

La classifica nazionale prende in considerazione variabili come gli APE green, che come ricorda la guida di Acea Energia, devono contenere la classificazione energetica degli immobili, le emissioni di CO2 e gli indici di consumo medio di energia rinnovabile (EP gl,ren) e non rinnovabile (EP gl,nren). 
In ogni caso, la medaglia d’argento va al Trentino-Alto Adige, con uno score di 7,9 punti.

Al terzo posto la Lombardia, che però è seconda per numero di attestati di prestazione energetica (20,7%), e la Basilicata, quarta per APE (18,6%) e per l’impiego medio di energia rinnovabile (25,9 kWh/m 2 anno), che totalizzano entrambe un punteggio di 7,6 su 10.

La top 10 dell’energia rinnovabile da Nord a Sud

Fuori dal podio le Marche (6,4) e il Friuli Venezia-Giulia (6), seguite a pari merito dall’Abruzzo (5,8), caratterizzato da basse emissioni di CO 2 e da un uso ridotto di energie non rinnovabili, e il Veneto (5,8), penalizzato da un basso utilizzo di energia rinnovabile.

La classifica prosegue con Piemonte (5,4) e Toscana (5). Al nono posto, entrambe con un punteggio di 4,9, Puglia e Umbria. La prima, grazie al rilascio di basse quantità di CO2, la seconda per l’alto valore di consumo medio di energia rinnovabile.
Chiude la top 10 la Sicilia (4,7), prima per emissioni ridotte di anidride carbonica.

Meno virtuose Lazio e Molise

Tra le regioni meno virtuose, riferisce Askanews, con margini di miglioramento, la Calabria (4,4), l’Emilia-Romagna (4,1, prima per utilizzo di energia non rinnovabile, con 240,7 kWh/m 2 anno, superiore alla media annuale italiana di 203,7 kWh/m 2 ), il Molise (3,8) e il Lazio (3,1), sulle quali pesa un numero estremamente ridotto di APE green rilasciati.

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Lavoro: come cambia l’interazione professionale al tempo del Metaverso?

Una ricerca pubblicata sulla rivista Scientific Reports ha messo a confronto l’impatto psicologico di tre contesti di interazione professionale (videoconferenza online, riunione in presenza e in una realtà virtuale tridimensionale) per verificare gli effetti sulla mente delle persone.
Lo studio è stato condotto su 60 individui da Nicola De Pisapia, docente di Psicobiologia e Psicologia fisiologica al dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’università di Trento. 

I partecipanti sono stati suddivisi in gruppi riuniti rispettivamente in una sala meeting, su una piattaforma online e con la realtà virtuale.
In ognuna di queste condizioni il gruppo ha dovuto lavorare in team per discutere possibili soluzioni di un problema, mentre un osservatore nascosto misurava diversi aspetti del loro modo di interagire.

La presenza facilita il coinvolgimento

Al termine delle riunioni ai partecipanti sono stati sottoposti diversi questionari per raccogliere elementi riferiti alla capacità creativa di elaborare idee innovative, al grado di coinvolgimento nell’attività richiesta, all’eventuale stress provocato dall’uso del visore durante l’immersione nella situazione virtuale.

In sintesi, i test hanno dimostrato che le riunioni in presenza facilitano più delle altre modalità il coinvolgimento dei partecipanti, che riescono così a sviluppare valide idee.
Il lato negativo è che fanno registrare una prevalenza di emozioni negative e stress. Soprattutto, se nel gruppo sono presenti superiori, poiché si percepisce il rapporto di gerarchia. Inoltre, emerge la competitività.

Pro e contro di RV e videoconferenza

La realtà virtuale si è rivelata quasi simile a quella fisica per quanto riguarda la partecipazione e la sensazione di ‘immersione’.
Gli individui tra loro collaborano attivamente, come se indossare un visore ed essere nascosti dietro un avatar faccia sentire protetti, liberi di esprimersi, maggiormente coinvolti e creativi.
Oggi i visori però non sono ancora perfettamente ergonomici, quindi risultano pesanti, ingombranti e provocano stanchezza.

Quanto alla videoconferenza, è anch’essa un’efficace modalità di lavoro, seppur con forti limiti comunicativi.
Nel corso della riunione le persone si focalizzano sull’argomento da discutere, parlano senza sovrapporsi e il livello di tensione è moderato, ma si annoiano facilmente. 

L’avatar in riunione presto non sarà fantascienza

In pratica, ambienti diversi hanno conseguenze diverse sulla performance lavorativa, riferisce AGI.
“La realtà virtuale – sottolinea De Pisapia – può essere applicata anche ad altre situazioni, come la scuola. Le aspettative sono che diventerà sempre più presente. Ecco perché bisogna conoscerla bene per poterci convivere. Quando i visori saranno più piccoli e leggeri, tutti potremo andare nel metaverso, ma consapevoli di quello che fanno”.

Insomma, immaginare di incontrare i colleghi e le colleghe di lavoro nel ‘metaverso’ per una riunione, magari in un ambiente che simuli una spiaggia caraibica, semplicemente indossando un visore, tra qualche anno potrebbe non essere più fantascienza.

PNRR: “poca trasparenza” su spesa e avanzamento dei progetti

A oltre cinque mesi dall’approvazione del ‘nuovo PNRR’ non esiste ancora un quadro finanziario aggiornato sulle misure del piano, né sono disponibili le informazioni sullo stato di avanzamento dei singoli progetti, in particolare, su quanto è stato speso fino a oggi.

L’allarme PNRR è stato lanciato dall’Osservatorio civico PNRR, insieme a più di 300 organizzazioni della società civile riunite nella campagna ‘Dati Bene Comune’, che stanno chiedendo maggiore trasparenza e accesso pubblico alle informazioni fin dall’avvio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. 

Il Piano è stato modificato, ma..

Per questo motivo, come riporta AcrtionAid, la Fondazione Openpolis, il 17 aprile, ha inoltrato al Governo un’ulteriore richiesta di accesso generalizzato agli atti (Foia), la quarta in due anni, con oggetto i dati del PNRR.

Lo stesso Osservatorio civico ha inviato una lettera sul tema alla ‘Cabina di regia’ del Governo sul PNRR.
Con la revisione approvata dalle istituzioni europee nel dicembre scorso, il piano di investimenti, pari a circa 194 miliardi di euro, è stato sostanzialmente modificato, tanto che oggi è lo stesso Governo a parlare di un ‘nuovo PNRR’.

…siamo di fronte a un vuoto informativo

Tuttavia, l’esecutivo non ha ancora messo a disposizione le informazioni relative agli importi delle centinaia di misure indirizzate ad ambiti fondamentali, come sanità, scuola, transizione ecologica o digitale.

In questo modo, “è praticamente impossibile analizzare il piano” per misurare la riuscita degli investimenti e verificare l’utilizzo di risorse pubbliche di tale portata. Per non parlare del raggiungimento delle priorità trasversali sull’eliminazione dei divari di genere, generazionali e territoriali.
Siamo di fronte a un grave vuoto informativo e a una mancanza di trasparenza inaccettabile, che impedisce una soddisfacente attività di monitoraggio civico, da parte della società civile, degli addetti ai lavori e dei media.

…che lascia l’Italia in una condizione di incertezza

Insomma, tutto ciò lascia le comunità, le amministrazioni locali e le imprese in una condizione di grave incertezza.

Con l’ultima richiesta di accesso agli atti si richiede nuovamente (come era stato fatto attraverso un Foia lo scorso febbraio) lo stato di avanzamento dei singoli interventi e la spesa effettivamente sostenuta. Nonostante le rassicurazioni pubblicate dal Governo su Italia Domani, a oggi queste informazioni non sono ancora pubbliche.

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Apple: arriva una svolta epocale per le riparazioni degli iPhone?

Una novità che dovrebbe migliorare l’accesso a riparazioni sicure, ma a costi contenuti. A  partire da quest’anno, Apple renderà disponibili ai possessori di iPhone che necessitano di riparazioni parti usate selezionate per alcuni modelli. Apple ha infatti annunciato una svolta significativa nella sua politica di riparazione degli iPhone, introducendo la possibilità dell’uso di componenti di seconda mano. 

La mossa di Apple rappresenta sicuramente un passo avanti per l’azienda nel campo della sostenibilità e dell’autonomia degli utenti. Anche perché queste riparazioni potranno essere eseguite sia da utenti competenti sia da terzi indipendenti.
E tra i primi componenti che saranno messi a disposizione ci saranno i sensori biometrici per il Face ID (riconoscimento facciale attraverso uno scanner 3d) e il Touch ID (riconoscimento tramite lettore di impronte digitali).

Ogni iPhone conserverà un registro completo di tutte le riparazioni effettuate

In ogni caso, la politica di Apple, finalizzata a verificare l’autenticità delle parti e la cronologia dell’hardware, resterà in vigore. Tanto che ogni dispositivo conserverà un registro completo delle riparazioni effettuate, indicando se sono state usate parti nuove o di seconda mano. 

In un ulteriore sforzo per semplificare il processo di riparazione, Apple ha anche annunciato un’ulteriore novità: coloro che riparano i dispositivi non dovranno più fornire i numeri di serie quando ordinano le parti di ricambio, a meno che non si tratti di sostituire la scheda madre.

Il problema dello smaltimento dei rifiuti elettronici

Il programma di auto-riparazione di Apple è stato lanciato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2022, per poi espandersi in vari altri Paesi nel mondo.
Con il recente aggiornamento dell’11 aprile, il programma ora supporta 40 prodotti Apple in 33 Paesi e altri territori.

L’introduzione di questa politica avviene in un momento in cui le autorità di alcuni tra i mercati principali di Apple hanno espresso critiche aperte verso le politiche dei produttori di dispositivi riguardo alle riparazioni. Soprattutto in riferimento al problema dello smaltimento dei rifiuti elettronici, che ogni anno si accumulano in quantità enormi.

Anche altri produttori hanno lanciato schemi di riparazione simili

Seguendo una tendenza che sembra orientata a prolungare la vita utile dei dispositivi, riporta Adnkronos, anche altri produttori come Samsung e Google hanno lanciato schemi di riparazione simili.

Si tratta di un cambio di passo per l’industria dell’elettronica di consumo, che ora sembra voler adottare pratiche più sostenibili e più orientate al consumatore.

Rate mutui a tasso variabile sotto pressione: +36%

Secondo l’analisi condotta da CRIF sull’impatto dell’innalzamento dei tassi sui mutui, elaborata sul patrimonio informativo del Sistema di Informazioni Creditizie EURISC, il 26% dei mutui ipotecari attivi a gennaio 2022 era a tasso variabile. La crescita dei tassi, rispetto ai minimi di metà 2022, ha comportato un aumento della rata per i mutui a tasso variabile mediamente del +36% rispetto ai minimi di metà 2022.

L’analisi registra che il trend di crescita dei tassi ha significato un incremento del +25% sul livello complessivo di indebitamento di chi ha sottoscritto un mutuo a tasso variabile negli ultimi 5 anni.
Insomma, l’aumento dei tassi di interesse, la risposta della BCE per contrastare l’inflazione, ha generato non poche conseguenze per privati e ditte individuali che in questi anni hanno sottoscritto mutui a tasso variabile.

Un picco del +49%

L’effetto più tangibile dell’innalzamento dei tassi è sulla rata media, con un picco del +49% per i mutui erogati negli ultimi 5 anni.
Di fatto, per i mutui a tasso variabile sottoscritti negli ultimi 5 anni, l’esposizione residua a fine 2023 è aumentata del 25%. E la tensione finanziaria di oltre 15 punti percentuali per le fasce medio-alte.

La principale evidenza emersa dall’analisi CRIF è infatti l’aumento dell’esposizione finanziaria dei mutuatari, nonostante le 24 rate pagate nel periodo fra gennaio 2022 e dicembre 2023.

Peggiora il rapporto rata-reddito

In parallelo, l’aumento delle rate mensili ha prodotto un peggioramento significativo del rapporto rata-reddito, in media di 8 punti percentuali dai minimi di metà 2022. Inoltre, per i mutui erogati negli ultimi 5 anni tale peggioramento ha raggiunto i 10 punti percentuali.
Nonostante l’aumento dei tassi di interesse, i soggetti con mutui a tasso variabile non hanno mostrato un incremento nel tasso di insolvenza.

L’analisi dell’indice di tensione finanziaria, costruito da CRIF per identificare casi di eccessivo indebitamento e prevenire situazioni di dissesto, mostra invece un peggioramento.
In questo caso, i soggetti con mutui a tasso variabile mostrano un aumento della tensione finanziaria, con uno spostamento di oltre 15 punti percentuali dalle classi di livello basso e medio-basso a quelle di livello medio-alto e alto.

“Non c’è stato un incremento significativo nel tasso di insolvenza”

“Le dinamiche di crescita dei tassi di interesse hanno portato nell’ultimo biennio a un significativo impatto sui mutuatari a tasso variabile – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF -. Tuttavia, nonostante questi impatti, i dati evidenziano che non c’è stato un incremento significativo nel tasso di insolvenza, sebbene si sia osservato un aumento della tensione finanziaria.

Le prospettive di un possibile abbassamento dei tassi a giugno 2024 fanno sperare per un sollievo ai mutuatari, riducendo la pressione e contribuendo a stabilizzare la situazione finanziaria. In ogni caso, è fondamentale, nell’attuale contesto macroeconomico e geopolitico di incertezza, rimanere vigili per affrontare le sfide che lo scenario potrebbe presentare”.

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Anche il Food diventa tech: il 2024 sarà l’anno dell’AI al ristorante

Il 2023 della ristorazione verrà ricordato come l’anno della diffusione capillare dell’AI. Quattro ristoratori su 10 ne hanno fatto uso in maniera costante, e per il 2024 il 73% dichiara di volerne implementare o potenziare l’uso per proporre contenuti sempre più calibrati sul gusto dei clienti. Come? Tramite l’uso di chatbot e strumenti generativi di foto e video. 

Insomma, dalla robotica alle automazioni di ordini e prenotazioni, dai software gestionali alle strategie di comunicazione e marketing, nel 2023 si consolida l’impiego di tecnologie in sala e in cucina.
A quanto emerge dalla ricerca ‘Tecnologia in Ristorazione – Scenari e Opportunità’, effettuata dall’Osservatorio Ristorazione, per un ristoratore su due questi strumenti consentono di far risparmiare allo staff fino a 20 ore di lavoro a settimana.

Dalla sala alla cucina l’innovazione è al servizio della ristorazione

L’84% dei ristoratori utilizza strumenti tecnologici in sala, in prevalenza gestionali di cassa, prenotazioni e ordini. Il 9% utilizza sistemi di self order, tra totem e menu digitali integrati con la cassa, che consentono di risolvere il problema del reperimento di personale ai tavoli.
Solo l’1% dispone di robot di sala.

I ristoratori che utilizzano tecnologia in cucina rappresentano il 77% e fanno ricorso a supporti in grado di elevare la qualità della produzione.
Tra gli impieghi, spopolano i software per la gestione del magazzino e il calcolo del food cost, sistemi di ricezione e gestione delle comande, e per il 16%, l’utilizzo di robotica da cucina.
Anche in questo caso, l’impatto principale è sul lavoro più operativo, senza sacrificare a creatività degli chef.

Anche la comunicazione con i clienti diventa digitale

All’esterno del ristorante, il 95% mette in moto azioni di marketing digitale nei confronti del mondo esterno.
Sul podio degli strumenti più utilizzati, social media (91%), piattaforme per le prenotazioni (73%) e WhatsApp Business (60%).
Molto utilizzati anche i software per l’email marketing (49%) e le piattaforme di intermediazione (The Fork, Just Eat, Deliveroo e affini, 24%).

Il 12% dichiara inoltre di utilizzare e-commerce per vendere i propri prodotti, l’8% di declinare la comunicazione in prodotti editoriali come podcast e web-radio, e il 6% di fare ricorso ai canali Telegram per aggiornare i propri clienti.

Intelligenza artificiale per tutti gli usi

Il 78% dei ristoratori nel 2023 ha fatto uso dell’AI per velocizzare o migliorare la stesura di testi, come contenuti social, e-mail e app di messaggistica. Ampio impiego (tra 23% e 35%), anche per l’elaborazione di piani editoriali, traduzioni, descrizioni dei piatti, stesura di procedure interne, ricerca di informazioni e dati.

Alla domanda sulle previsioni di utilizzo dell’AI nel 2024, riporta Adnkronos, la percentuale relativa alla stesura di testi per comunicare verso l’esterno cala al 54%, mentre crescono notevolmente l’analisi di dati (dal 13 al 40%), la produzione di idee creative (37%, 53%), la generazione di foto e video (36%, 47%) e la ricerca di spunti per le ricette (23%, 33%).

Cos’è la nuova tendenza del #nospendchallenge?

La società si trasforma rapidamente e oggi uno degli imperativi principali è risparmiare. Risparmiare in tutti i sensi, e non solo in merito all’aspetto economico. L’attenzione alle spese, infatti, ha riverberi in moltissimi ambiti: il desiderio di condurre una vita senza sprechi, in perfetto stile minimal, fa bene al budget ma anche all’ambiente.

In questo contesto nasce la #nospendchallenge, ovvero la sfida a non acquistare nulla che non sia strettamente necessario. Obiettivo dichiarato è non spendere, non solo per motivi economici, ma anche per ridurre l’impatto ambientale.

Una sfida che richiede disciplina

Nella teoria la sfida è semplice, ma nella messa in pratica richiede un certo rigore, per non dire una buona disciplina. L’idea è di astenersi dall’acquisto di qualsiasi cosa non essenziale per un periodo predeterminato, che può variare da una settimana a un anno. Le spese essenziali, come mutuo, bollette, cibo e medicinali, sono ovviamente escluse dalla challenge.

Cosa non ci serve?

Per affrontare e superare la #nospendchallenge arrivano anche i consigli degli esperti. La prima dritta è quella di identificare in anticipo le cose a cui non si vuole rinunciare e limitarsi a spendere solo per esse. Con questo presupposto, possono rimanere escusi dalla lista della spesa tantissimi beni e servizi:  basta all’acquisto di libri, vestiti, pranzi e cene fuori casa, junk food, cosmetici, bevande non essenziali, elettronica, media in streaming, prodotti per la pulizia, complementi d’arredo e altro.

Una scelta che fa bene al Pianeta

Il motivo principale dietro la sfida, riferisce Adnkronos, è ridurre il gigantesco impatto ambientale che hanno gli acquisti compulsivi. La sovraproduzione, alimentata dal fast fashion e da simboli di status, ha portato a un aumento dei costi ecologici legati ai trasporti e ai resi. Il prezzo ambientale di tutto ciò? Completamente fuori controllo e non più sostenibile.

La Generazione Z, particolarmente sensibile alle questioni ambientali, è stata tra le prime ad abbracciare la sfida. Il boom dello shopping online, spinto anche dalla pandemia e dai lockdown, ha comportato un elevato costo ambientale, legato soprattutto agli imballaggi e alle emissioni generate dal trasporto dei prodotti. Nell’e-commerce, anche la pratica dei resi online è particolarmente onerosa in termini di prezzo ambientale, dato che risulta cinque volte superiore rispetto a quella che si registra nei negozi fisici.

Basta acquisti compulsivi 

La #nospendchallenge mira a spezzare il circolo vizioso dell’acquisto compulsivo, promuovendo l’economia circolare e la creatività nel riutilizzo degli oggetti già posseduti. Si tratta di un approccio utile anche per far sviluppare tra i giovani una certa consapevolezza finanziaria. Le nuove generazioni, infatti, spesso non valutano attentamente quanto denaro hanno a disposizione prima di effettuare acquisti. In conclusione, la sfida dimostra che è possibile vivere con meno, contribuendo positivamente all’ambiente, al portafoglio e probabilmente anche alla salute mentale. 

Risorse naturali e innovazione: il boom delle rinnovabili in Piemonte

Il Piemonte, e la città di Torino in particolare, sta vivendo un autentico boom nel settore delle energie rinnovabili.

La regione, ricca di risorse naturali e caratterizzata da uno splendido patrimonio paesaggistico, si sta rapidamente trasformando in archetipo dell’innovazione energetica in Italia, e di seguito analizzeremo i dettagli di questo fenomeno.

Il contesto ambientale

Il Piemonte è caratterizzato da una straordinaria ricchezza paesaggistica. Montagne imponenti, valli verdi e fiumi creano un ambiente ideale per la produzione di energia pulita.

L’energia eolica trova la sua naturale collocazione nelle zone montuose, dove i venti possono raggiungere velocità considerevoli.

Il sole, invece, splende generosamente sulle colline e sulle pianure, offrendo un’enorme potenziale per l’energia solare da sfruttare anche in città, come è stato fatto di recente con l’aeroporto di Caselle.

Inoltre, grazie ai numerosi corsi d’acqua che attraversano la regione, l’energia idroelettrica rappresenta un’altra risorsa di grande importanza, tanto che il Piemonte vanta la presenza di ben 930 centrali idroelettriche: il numero più alto nel nostro paese.

Torino: il centro dell’innovazione energetica

Torino sta dimostrando di essere una vera e propria avanguardia dell’innovazione energetica in Italia.

La città è impegnata nell’implementazione di nuovi progetti e politiche sostenibili per ridurre l’impatto ambientale e promuovere l’uso delle energie rinnovabili.

Grazie alla sua tradizione industriale, Torino è oggi diventata un laboratorio per la sperimentazione di nuove soluzioni a livello energetico.

Le iniziative urbane sostenibili messe in atto riguardano il miglioramento dell’efficienza energetica negli edifici, l’incremento del fotovoltaico Torino sui tetti degli edifici pubblici e privati e la promozione della mobilità sostenibile, con l’implementazione di reti di trasporto pubblico efficienti o l’incoraggiamento all’uso di mezzi di trasporto ecologici come le biciclette.

Inoltre, la città sta sviluppando progetti di riqualificazione urbana che prevedono soluzioni innovative che mirano a ridurre l’impatto ambientale e promuovere la sostenibilità.

Ruolo dell’industria e dell’università

L’industria e l’università svolgono un ruolo fondamentale nell’innovazione e nello sviluppo di tecnologie sostenibili in Piemonte e a Torino in particolare.

Numerose aziende locali si sono infatti impegnate nella produzione di componenti per impianti di energia rinnovabile come turbine eoliche e pannelli solari.

Queste imprese stanno contribuendo alla crescita economica della regione e all’occupazione, offrendo nuove opportunità di lavoro.

Inoltre, l’università svolge un ruolo di primo piano nella ricerca e nello sviluppo di tecnologie innovative nel settore delle energie rinnovabili.

Infatti, i dipartimenti scientifici e tecnologici delle università del Piemonte collaborano con l’industria e le istituzioni locali per promuovere la ricerca applicata e lo sviluppo di soluzioni sostenibili.

Questa sinergia tra mondo accademico, industriale e istituzionale sta portando a importanti scoperte e innovazioni nel campo delle energie rinnovabili.

Impatti socio-economici

L’interesse verso le fonti energetiche rinnovabili nel Piemonte ha avuto numerosi impatti positivi sia sul piano economico che su quello sociale.

Dal punto di vista economico, l’industria delle energie rinnovabili sta vivendo una crescita significativa, creando anche nuovi posti di lavoro e stimolando la creazione di imprese innovative.

Dal punto di vista sociale, l’adozione delle energie rinnovabili ha rappresentato numerosi benefici per la comunità. La riduzione delle emissioni di gas a effetto serra ha migliorato la qualità dell’aria, contribuendo a migliore la salute pubblica e a una diminuzione delle malattie respiratorie.

Inoltre, l’uso delle energie rinnovabili ha ridotto l’impatto ambientale complessivo, preservando gli ecosistemi locali e proteggendo la biodiversità.

Sfide e futuro

Nonostante i risultati positivi finora ottenuti nel settore delle energie rinnovabili nel Piemonte e a Torino, ci sono ancora alcune sfide da affrontare.

Una delle principali sfide è rappresentata dalle condizioni meteorologiche che influiscono sulla produttività delle fonti energetiche rinnovabili, come l’energia solare e quella eolica.

È necessario sviluppare soluzioni di stoccaggio dell’energia e migliorare la gestione delle reti elettriche per garantire una fornitura energetica continua e affidabile.

Inoltre, è fondamentale continuare con gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo di tecnologie sostenibili per superare le sfide tecniche e migliorare l’efficienza degli impianti.

Per quanto riguarda il futuro, il Piemonte e la città di Torino hanno grandi ambizioni nel campo delle energie rinnovabili. L’obiettivo è quello di continuare a crescere nel settore e diventare un punto di riferimento per l’intero paese.

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“Non siamo sfaticati”: perchè la GenZ rifiuta gli stereotipi legati al lavoro? 

Lo confermano i risultati dell’ultima ricerca di Zelo sulla GenZ e il mondo del lavoro: i nativi digitali rigettano alcuni stereotipi che li accompagnano nel mondo del lavoro, e non vogliono essere definiti una generazione ‘sfaticata’.

Ma se da una parte vogliono essere protagonisti del loro futuro e ceo dei loro sogni, magari essere a capo di un’azienda tutta loro, quando si tratta di doversi prendere le responsabilità affermano di volerle condividere con il team. O non volersele ‘accollare’ perché generano ansia (60%).
E ancora, se il 41% dei GenZ preferirebbe lavorare in una grande azienda, le multinazionali piene di superuomini e superdonne ‘sempre performanti’ li intimoriscono. Questo perché i ragazzi Z vivono nella costante paura del fallimento e del timore del giudizio.

Per i nativi digitali i feedback non sono un plus

Abituati alla gratificazione immediata dei social, per loro i feedback non sono un plus, ma l’ossessione che li guida nei progetti e nelle loro giornate lavorative. Il feedback deve avere con sé un suggerimento o esempio concreto (38%), e un riscontro negativo li porta a dubitare di sé stessi (37%).

La GenZ ha anche bisogno di leader che sappiano motivare e ‘parlino bene di loro’ con gli altri. Non stupisce quindi che affermino di sentirsi gratificati se ricevono complimenti dal capo o i colleghi (60%) o premi in denaro (37%).
Il lavoro ideale? Non è scandito da regole, ma da obiettivi chiari (42%), meglio se nelle prime fasi di onboarding c’è un tutor dedicato (49%. 

Il falso mito dello smart working

Anche sul posto di lavoro, poi, sono alla ricerca di nuovi amici con cui magari fare i Be Real durante la giornata e con cui andare agli eventi post lavoro per placare la Fomo (Fear of Missing Out), la paura e l’ansia sociale di essere esclusi da esperienze ed eventi.

E anche lo smart working si rivela un ‘falso mito’ per attrarre la GenZ, visto che il 39% non lo ritiene fondamentale se il lavoro piace. Al contrario, un 14% pensa che il lavoro da remoto sia ‘indispensabile’ proprio per limitare quell’ansia sociale che questa generazione vive costantemente.
A fronte di una generazione ‘emotiva’, profondamente diversa da quelle che l’hanno preceduta, anche gli Hr devono rivedere i loro modelli operativi.

“Sembrare seri” oggi non convince più

Occorre infatti che gli ultimi vent’anni sono gli unici in cui hanno vissuto i ragazzi della GenZ e sono anche quelli in cui si è alleggerito sensibilmente il livello di formalità in ogni ambito della vita.

Ad esempio, ‘dare del lei’ è diventato demodé, le chat hanno preso il posto delle panchine e i grandi must di eleganza sono diventati pezzi iconici per le feste in maschera.
La recruting journey va ripensata: dal linguaggio ai cerimoniali di accoglienza, dai job title all’iter di selezione, tutto quello che si fa per ‘sembrare seri’ oggi non convince più.

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