Social network: cosa si nasconde dietro l’oversharing

Cosa ci spinge a raccontare così tanto di noi sui social network? Negli ultimi anni i social hanno trasformato il modo in cui viviamo e ci relazioniamo, e l’abitudine di condividere ogni dettaglio della propria vita è una delle espressioni più emblematiche di questa trasformazione.

Come riporta Demografica/Adnkronos, secondo Marco Cacioppo, ordinario di Psicologia Dinamica presso l’Università Lumsa di Roma, è fondamentale distinguere tra un uso problematico dei social e una vera e propria dipendenza psicopatologica.
“L’oversharing è parte di una dinamica complessa ed estremamente rapida nel suo sviluppo – spiega -. L’impulso a condividere è radicato nel desiderio di essere visti e accettati. La necessità di approvazione è diventata parte integrante delle esperienze quotidiane, rendendo i social una piattaforma per validare la propria identità”.

Una questione generazionale?

La rivoluzione tecnologica offre connessione e visibilità, ma ridefinisce anche il valore delle esperienze personali. Sentirsi ‘riconosciuti’ attraverso like o commenti trasforma il modo in cui percepiamo noi stessi e le nostre esperienze.
“Con uno smartphone possiamo raccontare la nostra vita a una platea infinita, ma ciò comporta anche il rischio che un momento della nostra esistenza valga di più solo se condiviso”, aggiunge Cacioppo. 

Ed è nei giovani che l’oversharing assume caratteristiche peculiari. L’esposizione precoce alla visibilità digitale ha normalizzato l’idea che la vita privata sia anche pubblica, un ‘fenomeno culturale’ che riflette il contesto in cui adolescenti e giovani adulti sono nati e cresciuti.
Ma la dipendenza da conferme digitali può portare a conseguenze emotive significative, come insicurezze e sentimenti di inadeguatezza. Le reazioni ai like mancanti, ad esempio, possono essere percepiti come un rifiuto.

Rifugio o trappola emotiva?

“Il crescente interesse per la psicologia e la salute mentale è sicuramente positivo – prosegue Cacioppo -, ma l’idea che l’oversharing possa essere una forma di autoterapia è discutibile”. Spesso, la condivisione eccessiva è un tentativo di regolare emozioni difficili o di compensare fragilità nell’autostima, ma raramente risulta una strategia efficace. E il problema non è Internet in sé. “Condividere troppo può esporre le nostre vulnerabilità senza aiutarci realmente a elaborarle”.

La ricerca di approvazione attraverso i social può portare a dipendere sempre più da un sistema di validazione esterno, rendendo difficile un’autoregolazione emotiva autentica e autonoma.

Il limite tra condivisione sana e patologica è labile

L’oversharing può diventare un problema quando compromette le relazioni interpersonali. Se condividere online diventa più importante delle interazioni fra persone ‘presenti’ c’è un problema”. Un esempio emblematico è il fenomeno del phubbing, ovvero ignorare chi ci sta vicino per concentrarsi sullo smartphone. “È paradossale -, riflette Cacioppo -, ma ignoriamo chi c’è per rivolgerci a chi non c’è”.

Il phubbing si collega a retaggi familiari e relazionali poco coinvolgenti, che spingono gli individui a cercare connessioni emotive altrove. Questo comportamento si intreccia con l’oversharing, evidenziando come la ricerca di popolarità online spesso si sostituisca al bisogno di relazioni autentiche. Condividere ‘troppo’ può indicare una difficoltà nel costruire legami profondi e reciproci.

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Open innovation, perchè piace alle aziende italiane?

Le aziende italiane continuano a investire nell’innovazione, con l’88% delle grandi imprese che adotta pratiche di Open Innovation. Quasi la metà di queste collabora stabilmente con startup: segno evidente di un approccio sempre più orientato all’ecosistema esterno per stimolare la competitività e trovare nuove soluzioni tecnologiche.

Gli investimenti ICT e il ruolo dell’intelligenza artificiale

Nonostante il contesto economico incerto, le aziende continuano a puntare sul digitale. Nel 2025, i budget destinati all’ICT cresceranno dell’1,5%, con picchi tra le piccole (+3,7%) e medie imprese (+4%).

Le grandi organizzazioni, pur con tassi più contenuti, confermano l’importanza di soluzioni avanzate: la cybersecurity (57%) e la business intelligence sono in cima agli investimenti, mentre l’intelligenza artificiale sale al terzo posto, con il 43% delle aziende pronte a investirvi. Tra le PMI, invece, prevalgono investimenti in sicurezza informatica, cloud e tecnologie legate all’Industria 4.0.

Innovazione digitale nelle imprese: strategie e ostacoli

Il digitale è ormai parte integrante dei piani strategici delle grandi imprese italiane, ma solo il 5% lo considera la leva principale per il business. Poco più della metà delle organizzazioni ha formalizzato una strategia digitale, ma appena l’8% utilizza metriche consolidate per valutare l’impatto dell’innovazione.

La misurazione si concentra spesso su risultati economici a breve termine, mentre resta limitata l’attenzione agli effetti di lungo periodo, come lo sviluppo di competenze o l’evoluzione della cultura aziendale.

Collaborazioni esterne: il ruolo di startup, università e centri di ricerca

Le risorse esterne sono ormai fondamentali per l’innovazione. Le grandi aziende collaborano con università e centri di ricerca (31%), startup (27%) e fornitori ICT (27%). Tra le iniziative di Open Innovation, spiccano le partnership con startup innovative, che il 48% delle grandi imprese ha avviato da almeno tre anni.

Tra le PMI, invece, solo l’8% considera di avviare collaborazioni con startup. Esiste quindi una una significativa deferenza di approccio fra aziende grandi e piccole.  

Open innovation e sostenibilità

L’innovazione si intreccia sempre più spesso con la sostenibilità. Circa il 56% delle aziende collabora con università e centri di ricerca su progetti sostenibili, mentre il 46% si affida alle startup per soluzioni innovative.

Questo approccio sottolinea come l’Open Innovation stia favorendo lo sviluppo di modelli di business capaci di generare impatti positivi, sia dal punto di vista ambientale sia sociale.

Le sfide della trasformazione digitale

Nonostante i progressi, le aziende incontrano ostacoli nel coordinare l’innovazione con le esigenze delle business unit (45%) e nell’ingaggiare efficacemente i dipendenti (38%).

Per superare queste difficoltà, le organizzazioni più mature adottano iniziative di Corporate Entrepreneurship, stimolando competenze imprenditoriali e metodologie innovative attraverso percorsi pratici e formazione.

SMS: più utilizzati da imprese IT, siti e-commerce, aziende TLC

Poco utilizzati per le conversazioni con parenti, amici e colleghi, dove a farla da padrone oggi è la messaggistica istantanea, gli SMS da alcuni anni sono più popolari per l’invio di comunicazioni in ambito business, soprattutto per inviare password temporanee (OTP), gestire appuntamenti e promemoria, conferme d’ordine e spedizione, o per finalità di marketing, come campagne promozionali, flash sales, lanci di nuovi prodotti o servizi.

In particolare, quasi un SMS su tre viene inviato da parte di imprese del settore IT, oltre a siti di e-commerce, aziende nell’ambito delle telecomunicazioni, ma anche da realtà molto diverse tra loro.

Su 100 milioni di SMS quasi il 30% inoltrato da software house

In base a quanto emerge dall’indagine condotta da Skebby su un campione di 100 milioni di SMS inviati nell’ultimo anno, in Italia, il 29,5% è stato inoltrato da software house e aziende IT, soprattutto per conto di imprese clienti. Spesso, infatti, queste realtà integrano all’interno di applicativi gestionali o altre soluzioni da loro sviluppate una piattaforma per l’invio di SMS.

Dopo software house e imprese IT, al secondo posto si posizionano i siti di e-commerce e di altri servizi online (16,3%), che utilizzano questo tipo di messaggi prevalentemente per aggiornamenti su ordini e spedizioni.

Anche onlus e professionisti

Il terzo posto è occupato da società del settore delle telecomunicazioni (12%), che si avvalgono degli SMS per comunicazioni che riguardano transazioni finanziarie o per campagne promozionali.

Al quarto posto, le attività del settore retail (8,2%), seguite da studi medici e poliambulatori (4,8%), imprese che si dedicano all’erogazione e alla gestione dei servizi ai cittadini (4%), servizi finanziari (3,5%), e assicurazioni (3,2%).
A chiudere la ‘top ten’, le onlus e i professionisti, entrambi con una quota del 2,3%.

“Un posto di rilievo nell’ambito delle comunicazioni business”

“Grazie agli elevati tassi di apertura e alla minor presenza di spam rispetto ad altri canali, quali, ad esempio, le e-mail, gli SMS hanno trovato già da alcuni anni un posto di rilievo nell’ambito delle comunicazioni business – commenta Domitilla Cortelletti, marketing manager di Skebby -. L’utenza è in ogni caso piuttosto frammentata, e i settori che ne fanno ampio uso sono i più diversi, così come sono differenti le finalità di utilizzo, che vanno dalle transazioni al marketing. Il fatto che un SMS su tre sia inviato da software house e aziende IT è la dimostrazione di quanto gli SMS siano oggi spesso anche già integrati in gestionali, CRM e altre piattaforme per l’invio personalizzato di messaggi mobile”.

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Perché i social media hanno ucciso la televisione?

Sono 29 milioni gli italiani che seguono almeno un influencer sui social media, di cui circa il 50% orienta i propri acquisti in base ai consigli diffusi dai content creator. Nel 2023 l’advertising online e sui social media ha superato gli investimenti in ambito pubblicitario televisivo. In Italia sono stati investiti 10,2 miliardi di euro nella pubblicità, di cui oltre il 48% del totale destinato al digital e il 35% alla TV (fonte: Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano).

Insomma, i social network stanno diventando la nuova tv, perché si sono trasformati da network di persone a piattaforme di contenuti, show, rubriche, serie che si ripetono proprio come nel palinsesto televisivo.
La fruizione classica dei contenuti televisivi tramonta in favore di una direzione multipiattaforma e multidevice.

Nuovi potenti “consigli per gli acquisti”

Soppiantato il contenuto freddamente pubblicitario, che lavora solo sull’awareness, oggi l’utente viene convinto ad acquistare con un video esplicativo, una narrazione, un accompagnamento nell’esperienza. Secondo l’Osservatorio InSIdE, promosso da Pulse Advertising Italia, il 20% degli utenti intensivi di TikTok dichiara di aver preso in considerazione un prodotto Beauty perché raccontato da un creator, segue il 19% di prodotti Tech e il 13% di servizi di Entertainment.

In pratica, i cosidetti ‘recommendation media’ (Youtube, Meta e Tiktok) potrebbero essere paragonati alla nuova forma di televisione proprio per i contenuti che propongono, guidati dell’algoritmo che accompagna l’utente nella fruizione di un ‘palinsesto’ scelto sui suoi gusti.

Il fenomeno Social TV

Se la tv via cavo resta fonte di informazione e intrattenimento solo per un pubblico ‘anziano’ l’utente più giovane, abituato a contenuti veloci, non segue un intero programma, ma guarda solo gli highlights diffusi quasi in tempo reale. Da qui nasce il fenomeno chiamato Social TV, che riguarda tutte le interazioni scaturite dalla rete in seguito alla visione di una trasmissione o un evento televisivo.

Fenomeno cavalcato consapevolmente dalle stesse reti tv, che grazie alla presenza sui social con profili ufficiali, popolati da ‘minipillole’ dei momenti salienti della trasmissione, alimentano la notorietà di certi personaggi e del programma stesso.

“Il pubblico premia coerenza e storytelling, e se si fida, compra”

“I canali social permettono di comunicare in modo veloce e diretto, diminuendo la distanza tra utente e creator e canalizzano l’acquisto. Sui social la pubblicità funziona ed è misurabile – spiega Claudio Burchi, Executive Director di Pulse Advertising Italia -. La nostra analisi ha confermato che oggi i content creator sono un riferimento importante per i brand che investono sui social, il pubblico social premia coerenza e storytelling, e se si fida, compra. La fiducia verso il creator resta il punto chiave dell’interazione sui social e muove l’utente verso l’acquisto, con un importante incremento della percentuale degli intervistati che afferma di fidarsi dei consigli degli influencer che segue: dal 45% del 2023 al 50% di quest’anno”.

Carovita: a settembre aumentano i prezzi all’ingrosso degli alimenti freschi

L’indice dei prezzi all’ingrosso, realizzato da Unioncamere e BMTI, a settembre mostra rialzi mensili per i prodotti freschi, soprattutto, frutta e ortaggi, carni di bovino, pollame e uova.
Nel comparto ittico, invece, i prezzi all’ingrosso sono rimasti sostanzialmente stabili, mentre tra i prodotti lavorati si registra un ulteriore rincaro per burro e formaggi, e una sostanziale stabilità per olio di oliva e sfarinati di grano e riso.

Per quanto riguarda il settore ortofrutticolo, sono stati due i fattori che hanno impresso aumenti ai prezzi. Da un lato, l’abbassamento delle temperature registrato dopo la prima decade di settembre ha determinando una maggiore richiesta di prodotti autunnali. Dall’altro, diverse coltivazioni estive sono state colpite dal prolungato caldo estivo.

Zucchine +74,8%, melanzane +65%, pomodori +37%

Tra i rincari maggiori, si registra un +20% per pesche e nettarine e un +11% per le pere, con la comparsa delle varietà autunnali.
Forte incremento rispetto al mese precedente per le zucchine, che crescono del +74,8% rispetto allo scorso anno. Aumenti mensili consistenti anche per le melanzane (+65%) e i pomodori da insalata (+37%).

Tra le carni, aumentano quelle di pollo (+6,4% rispetto ad agosto e +3,4% rispetto al 2023) e tacchino (+5,2% vs settembre e +12,3% vs 2023), spinti da una domanda superiore alle disponibilità di prodotto.
Cresce poi anche la carne di bovino adulto (+4,4% rispetto ad agosto). Il comparto bovino è alle prese con una minore disponibilità di capi da ristallo, legata anche ai minori arrivi dalla Francia, elemento che imprime tensioni al mercato.

Uova più care, pesce stabile

Tra i prodotti zootecnici, aumentano del 2,2% rispetto al mese precedente i prezzi delle uova allevate a terra, sostenuti da una domanda superiore all’offerta. 

Quanto al settore ittico, non ha mostrato variazioni mensili significative a settembre. Tuttavia si è osservata una crescita delle quotazioni delle specie catturate prevalentemente con le reti da traino, sistema bloccato o limitato in molte marinerie a causa del fermo temporaneo di pesca. Tra questi, gamberi e scampi (+56% e +34,6%), dovuti anche a un aumento della richiesta.

Prezzo del burro più che raddoppiato rispetto al 2023

Tra le materie grasse derivate dal latte, si registra un ulteriore aumento mensile del prezzo all’ingrosso del burro (+15%), più che raddoppiato rispetto a un anno fa. Tali aumenti riflettono i forti rialzi dei prezzi osservati nei mercati chiave europei, come la Germania, dove il burro raggiunge livelli record a causa di una disponibilità limitata del prodotto a livello comunitario.

Aumenti ulteriori a settembre anche per i formaggi a lunga stagionatura (+1,3%), a stagionatura media (+1,4%) e in misura maggiore, per formaggi freschi e latticini (+2,9%). 
Rimane stabile l’olio d’oliva (+0,1%) in attesa delle quotazioni dei prodotti della nuova annata, che in Italia si prevede possa subire una significativa contrazione rispetto alla precedente. 

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Perché i professionisti InfoSec lasciano il lavoro? Le cause del turnover

La domanda di esperti in cybersecurity supera di gran lunga l’offerta, portando a tempi di selezione più lunghi e tassi di turnover elevati.
Le posizioni junior in questo settore vengono generalmente coperte entro sei mesi (70%) e solo il 3% delle aziende impiega più di un anno.

Al contrario, il reclutamento per le posizioni senior è molto più impegnativo. Oltre la metà delle aziende (58%) ci mette tra quattro e nove mesi per trovare candidati idonei, mentre il 36% più di nove mesi. Solo il 6% riesce a coprire queste posizioni tra uno e tre mesi.
Secondo un recente studio di Kaspersky, la crescente complessità nel panorama delle minacce informatiche, la persistente carenza di competenze e l’alto livello di stress accumulato dai professionisti della sicurezza informatica  è, rendono difficile per le aziende reclutare e trattenere gli esperti di InfoSec. Tanto che una delle principali cause di turnover è il burnout.

Insoddisfazione, frustrazione, mancanza di opportunità

Le principali ragioni per cui i professionisti InfoSec lasciano il proprio impiego sono legate a problematiche personali e lavorative. I professionisti senior citano spesso anche la necessità di sviluppo continuo delle competenze e la frustrazione per la mancanza di opportunità di lavorare con tecnologie e strumenti aggiornati.

L’insoddisfazione professionale è la causa principale delle dimissioni, con il 59% che indica la mancanza di opportunità di crescita come motivo determinante.
Anche la scarsa qualità del supporto manageriale e la monotonia lavorativa sono fattori rilevanti, causando rispettivamente l’abbandono del 50% e del 49% dei professionisti. Altri elementi che causano il turnover includono alti livelli di stress e politiche lavorative poco flessibili.

Il modo (sbagliato) di gestire i sistemi di cybersecurity

Il burnout è un problema critico per i professionisti InfoSec, ed è spesso legato al modo in cui un’azienda gestisce i propri sistemi di cybersecurity.
Il burnout non è solo il risultato di eventi stressanti o di lunghi orari di lavoro, ma uno stato di esaurimento fisico, emotivo e mentale causato da stress cronico e ripetuto.

Chi ne soffre spesso avverte che nulla funziona correttamente e che gli sforzi non portano risultati.
Questo stato, aggravato dalla monotonia lavorativa e dalla continua sorveglianza degli avvisi di sicurezza, può compromettere gravemente sia la vita personale sia quella professionale.

Considerare “normale” vivere in uno stato di stress costante

Il burnout si sviluppa in modo graduale e subdolo, ingannando spesso i professionisti, che si abituano a vivere in uno stato di stress costante, considerandolo normale. Questo rende difficile riconoscerlo e affrontarlo in modo tempestivo.
Per prevenire il burnout, le aziende devono ripensare la gestione dei team InfoSec, alleviando lo stress e offrendo supporto adeguato.

L’automazione gioca un ruolo fondamentale in questo contesto, riducendo il carico di lavoro legato ad attività ripetitive, come il monitoraggio degli avvisi, l’analisi dei log e la gestione delle minacce di basso livello.
Ciò consente ai professionisti di concentrarsi su compiti più complessi e stimolanti, migliorando così la soddisfazione lavorativa e favorendo la crescita professionale.

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Cloud: l’Intelligenza artificiale fa correre il mercato. In Italia +24%

I dati della quattordicesima edizione dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, parlano chiaro. Grazie all’Intelligenza artificiale, nel 2024 il mercato del Cloud italiano cresce del +24% rispetto al 2023, raggoungendo un valore di 6,8 miliardi di euro. Si tratta dell’incremento più alto registrato negli ultimi 6 anni, superiore anche a quello del 2020 caratterizzato dai lockdown, quando aveva toccato il +20%.

“All’interno delle grandi organizzazioni italiane l’87% delle soluzioni con funzionalità di AI sfrutta modelli di servizio in Cloud – afferma Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio -. La nuvola si conferma dunque un pilastro imprescindibile per il percorso di digitalizzazione delle imprese del nostro Paese e consentirà di rispondere all’enorme domanda di servizi connessi all’AI”.

Public & Hybrid Cloud, +30%

Anche nel 2024 è il Public & Hybrid Cloud a evidenziare la dinamica di crescita più significativa (4,8 miliardi di euro, +30%). In questo comparto, gli Infrastructure As-A-Service (IaaS, 2,1 miliardi, +42%) sorpassano i servizi Software (SaaS), posizionandosi per la prima volta come componente principale nel mix complessivo (44%).

A guidare, sono i servizi infrastrutturali di computazione, con un forte incremento registrato nella spesa delle Virtual Machine per ambienti di sviluppo, test e produzione, che riflette come le aziende scelgano il cloud come infrastruttura su cui sperimentare, e poi costruire, le applicazioni, soprattutto quelle più innovative.

Il Virtual & Hosted Private Cloud, cioè i servizi infrastrutturali residenti presso fornitori esterni, raggiunge invece 1,139 miliardi (+10%), mentre la Data Center Automation, ossia la modernizzazione delle infrastrutture on-premises, cresce del +9% (817 milioni).

Platform-as-Service, +23%

Segno più anche per il Platform-as-Service (PaaS), che registra una crescita del +23% (845 milioni), spinto dall’utilizzo di componenti di AI quali, ad esempio, gli LLM messi a disposizione tramite API.

Crescita superiore alla media anche per la spesa in Serverless Computing per una maggiore efficienza nella gestione dei sistemi informativi. Quanto al SaaS, registra +21% (1,8 miliardi). Una dinamica di crescita ancora una volta legata alla possibilità di accedere a tecnologie di AI, sia con l’acquisto di software pronti all’uso sia con l’integrazione di funzionalità AI nelle piattaforme di gestione documentale e collaboration.

Pmi meno investire dall’hype generativo

Nel 2024, meno investite dall’hype generativo, le Pmi, per le quali l’adozione del Cloud rimane stabile (67%), ma cresce la spesa in Public e Hybrid Cloud (+21%, 581 milioni).
Al contrario, l’84% delle grandi imprese ha migrato in cloud la totalità dei dati critici legati alle attività di core business (32%) o una parte (52%). Il livello di fiducia da parte delle aziende si evince dalla propensione pressoché nulla a far ricorso alla cosiddetta ‘repatriation’, il trasferimento di dati e applicazioni dal cloud pubblico a sistemi on-premise o privati (2%).

Il 58% delle grandi organizzazioni, però, riscontra difficoltà nel governare la spesa dei servizi. Resta centrale anche il tema delle competenze (il 54% non dispone di skill adeguate) e della gestione della sicurezza (43%).

Fra due anni il 50% dei notebook avrà l’Intelligenza artificiale

Entro il 2026 il settore dei computer dotati di hardware e software di Intelligenza artificiale crescerà quasi del 100% (99,8%). E se alla fine del prossimo anno, il numero di spedizioni di computer portatili con l’AI arriverà a oltre 100 milioni, entro il 2024 saranno poco più di 40 milioni. 

Secondo gli analisti di Gartner, fra due anni il 51% di tutti i notebook acquistati al mondo sarà con l’Intelligenza artificiale.
Stando all’agenzia, quindi, un portatile su due spedito rientrerà nella cosiddetta categoria degli ‘AI Pc’, ovvero, i computer di nuova generazione.

II boom farà decrescere velocemente il segmento dei pc tradizionali 

Come ha spiegato in una nota ufficiale Ranjit Atwal, senior director analyst di Gartner, il boom farà decrescere velocemente il segmento dei computer tradizionali, notoriamente nelle mani della piattaforma x86 di Intel.

“I dispositivi AI basati su chip di Arm prenderanno quota – ha sottolineato Ranjit Atwal -. I primi però non scompariranno, con un consolidamento nel settore dei prodotti per uso aziendale”.

I desktop sono destinati a scomparire?

Quanto alla categoria dei computer desktop, i cosiddetti pc ‘fissi’, a fine 2023 sono stati solo 1,3 milioni quelli spediti con funzionalità di nuova generazione. A fine 2024, il numero raggiungerà i 2,5 milioni, per superare gli 11,8 milioni il prossimo anno. 
In ogni caso, in una finestra di riferimento non così lontana, è probabile che i computer desktop perderanno sempre più interesse, a vantaggio dei più versatili notebook.

“La domanda sarà presto: ‘quale’ PC AI acquistare, e non, ‘se’ comprarne uno -. ha aggiunto Ranjit Atwal -. È tuttavia improbabile che persone e aziende paghino un extra per le funzionalità di Intelligenza artificiale. Piuttosto, acquisteranno questi dispositivi perché sarà l’unica scelta per un ambiente di elaborazione sicuro e privato”.

Aspettando Apple Intelligence a bordo dei Mac

In attesa di vedere Apple Intelligence a bordo dei Mac, l’altra faccia della medaglia, Windows, ha già un vasto parco macchine di computer abilitati all’Intelligenza artificiale.

La certificazione Copilot+ Pc, riporta Ansa, identifica infatti i prodotti che montano, oltre a il processore (Cpu) e unità grafica (Gpu) anche una parte hardware specifica per i calcoli di Intelligenza artificiale, la neural processing unit (Npu).
Ed è proprio sull’unità ‘neurale’ che si sta giocando una nuova battaglia per il dominio del mercato da parte dei fornitori, da Intel a Qualcomm e Nvidia.

Instagram: arrivano gli account per teenager. Più limitazioni, filtri e parental control

Proteggere gli adolescenti dalle insidie del web è la motivazione alla base dell’ultima novità di Meta in fatto di tutela dei minori. La società ha infatti annunciato l’introduzione su Instagram degli account per teenager. Nelle intenzioni del gruppo, si tratta di “una nuova esperienza per gli adolescenti, guidata dai loro genitori”.

Con un limite di tempo all’utilizzo dell’app, restrizioni sui messaggi, e filtri per parole e frasi offensive, Instagram mette in campo una serie di nuove impostazioni per rendere il social un luogo più sicuro per i minorenni.
“Gli account per teenager – spiega il gruppo – hanno impostazioni di protezione integrate che limitano chi può contattare gli adolescenti e i contenuti che possono visualizzare”.

Una risposta alla preoccupazione dei genitori

Con chi parlano gli adolescenti sui social? Quanto tempo passano su Instagram? Quali contenuti guardano? Sono queste le domande che spesso si pongono i genitori. E le nuove impostazioni di Instagram vogliono rispondere alle preoccupazioni degli adulti in merito alla vita online dei loro figli.

In pratica, entro gennaio 2025 gli account degli adolescenti di tutto il mondo cambieranno. I primi ad affrontare il cambiamento saranno i teenager di Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia, i cui account verranno automaticamente trasformati entro 60 giorni dall’annuncio.
In seguito, Meta passerà all’Unione Europea, intervenendo sugli account dei teeneger europei nei prossimi mesi di quest’anno.

Per gli under16 profili “privati” di default

Di fatto, una volta attivato l’account per adolescenti saranno impostate automaticamente determinate limitazioni per i ragazzi con meno di 16 anni, e solo i genitori potranno scegliere se modificarle per renderle meno rigide.

A cominciare dalla privacy degli account: i profili degli under 16 saranno ‘privati’ di default. I teenager dovranno accettare i nuovi follower, e solo chi li segue potrà vedere i loro contenuti e interagire con loro.
Lo stesso vale per i messaggi privati, che subiranno alcune limitazioni. I teenager potranno infatti ricevere messaggi soltanto da chi seguono o dalle persone con cui sono già in contatto.

Regole più restrittive e disattivazione automatica dopo le 22 

Anche le interazioni saranno limitate. I teenager potranno essere taggati e menzionati solo dalle persone che seguono. Inoltre, i commenti e le richieste di messaggi privati che contengano parole o frasi offensive verranno filtrati.

Non scamperanno alle nuove regole nemmeno le sezioni ‘Cerca’ e ‘Reels’. In questo caso, i teenager saranno automaticamente inseriti nelle impostazioni più restrittive del content control, quello che limita i contenuti sensibili.

Quanto al tempo concesso per l’uso dell’app, i ragazzi riceveranno una notifica con l’invito a uscire da Instagram dopo 60 minuti di utilizzo quotidiano. E sarà attivata la modalità di sospensione automatica fra le ore 22 e le 7, con la disattivazione delle notifiche e l’invio di risposte automatiche ai messaggi in ‘Direct’.

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Mare: sulle coste italiane un illecito ambientale ogni 119 metri

A delineare lo scenario relativo alle illegalità ambientali su coste e mari italiani è il report Mare Monstrum 2024, presentato da Legambiente alla vigilia del 14° anniversario dell’uccisione del sindaco pescatore Angelo Vassallo a Pollica (SA). 
Nel 2023 sono stati 22.956 i reati accertati da forze dell’ordine e Capitanerie di porto, +29,7% rispetto al 2022. I più diffusi sono il ciclo illegale del cemento (10.257 reati, +11,2% vs 2022), quello dei rifiuti e il mare inquinato (6.372, +59,3%) e la pesca illegale (4.268 illeciti penali, +11,3%).

Ma c’è anche la violazione delle normative che regolano la nautica da diporto: 2.059 illeciti penali accertati nel 2023, + 230% rispetto al 2022. 
In pratica, insieme alle violazioni amministrative, la media del numero di illegalità ambientali sui nostri litorali è di 8,4 illeciti per km di costa. Uno ogni 119 metri.

Nel 2023 sono 25.545 le persone denunciate, +43%

Se sono 25.545 le persone denunciate nel 2023 (+43% vs 2022) cresce, però, l’efficacia dell’azione repressiva, come dimostra il numero di persone arrestate (204, +98,1%) e quello dei sequestri, pari a 4.026 (+22,8%).

Un reato su due (50,3%) si concentra in Campania (3.095 illeciti penali), Sicilia (3.061), Puglia (3.016) e Calabria (2.371), che guidano nell’ordine, come numeri assoluti, la classifica regionale, seguite da Lazio (1.529 reati) e Toscana (1.516).
La regione delle Marche è, invece, la prima come numero di illeciti complessivi per km di costa (38,9), seguita da Friuli-Venezia Giulia (31,9) e Basilicata (30,9).

“Una miriade di abusi edilizi continua a sfregiare l’Italia”

“Il ciclo illegale del cemento rappresenta la quota più significativa dei reati ambientali analizzati anche in questa edizione di Mare Monstrum, a causa, principalmente, della miriade di abusi edilizi che continuano a sfregiare l’Italia – commenta Enrico Fontana, responsabile Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente -. Un fenomeno devastante per lo sviluppo sociale, ambientale ed economico dell’intero Paese, che colpisce principalmente il Sud, in particolare le regioni a tradizionale insediamento mafioso, e le aree costiere, le perle estive del Belpaese, e su cui bisogna intervenire con una mano decisa e con abbattimenti non più rimandabili. L’abusivismo edilizio lungo le coste, inoltre, fa da moltiplicatore dei fenomeni d’inquinamento, a causa degli scarichi diretti in mare degli immobili costruiti illegalmente”.

Legambiente: 10 proposte ai decisori politici

“La nostra associazione, da sempre impegnata in attività di monitoraggio e di volontariato, come quelle svolte grazie a Goletta verde, alle indagini Beach litter e alla campagna ‘Spiagge e fondali puliti’, avanza dieci proposte a Parlamento e Governo per tutelare in maniera più efficace lo straordinario patrimonio ambientale marino del Belpaese – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente -. Bisogna potenziare l’attività di demolizione degli immobili abusivi, e non prevedendo nuovi condoni, ammodernare e completare il sistema di fognature e depuratori, potenziare l’economia circolare e prevedere sanzioni più severe per la pesca illegale”.

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