Università italiane, i nuovi ranking 

Quali sono le migliori università italiane? A questa domanda risponde il Censis, che ha appena pubblicato le classifiche degli atenei del Belpaese, diventate ormai un punto di riferimento per l’orientamento di migliaia di studenti. L’analisi si basa sulla valutazione delle università, sia statali che non statali, suddivise per dimensioni, tenendo conto di vari fattori: strutture, servizi offerti, borse di studio, internazionalizzazione, comunicazione e servizi digitali, e occupabilità.

A queste classifiche si aggiungono i ranking per le classi di laurea triennali, i corsi a ciclo unico e le lauree magistrali biennali, basati sulla progressione di carriera degli studenti e sui rapporti internazionali. In totale, si tratta di 70 graduatorie derivanti da 963 variabili,.

Immatricolazioni: trend e dati territoriali

Le immatricolazioni per l’anno accademico 2023-2024 mostrano un leggero calo del 0,2%, corrispondente a 579 studenti in meno rispetto all’anno precedente. A livello territoriale, gli atenei del Sud e delle isole (+4,2%) e del Nord-Est (+1,2%) registrano un aumento degli iscritti, mentre al Centro (-3,6%) e nel Nord-Ovest (-2,5%) si osserva una diminuzione.

Per quanto riguarda le aree disciplinari, quella sanitaria e agro-veterinaria vede il maggior incremento di nuovi iscritti (+7,0%), trainata soprattutto dai corsi medico-sanitari e farmaceutici (+10,1%) e di scienze motorie e sportive (+5,5%). Anche l’area artistica, letteraria e dell’educazione registra un lieve aumento (+0,5%), grazie soprattutto ai corsi di educazione e formazione (+5,9%). Al contrario, le aree economica, giuridica e sociale e quelle delle discipline STEM mostrano entrambe una contrazione del 2,2%.

Aumenta la presenza femminile nelle discipline scientifiche 

Un dato interessante riguarda l’aumento delle donne nelle discipline scientifiche. I nuovi iscritti maschi sono diminuiti del 1,1%, mentre le nuove iscritte sono aumentate dello 0,5%. Le studentesse sono cresciute non solo nei corsi tradizionalmente a vocazione femminile, ma anche in ambito medico-sanitario e farmaceutico (+10,0%) e nelle discipline STEM.

Ad esempio, in architettura e ingegneria civile, le nuove immatricolate sono aumentate del 6,4% mentre i nuovi immatricolati sono diminuiti del 1,9%. Nelle discipline informatiche e ICT, le donne sono cresciute del 12,5% contro un aumento dell’1,2% degli uomini.

Quali sono i migliori mega atenei statali?

Per quanto riguarda i mega atenei statali (oltre 40.000 iscritti), l’Università di Padova è al primo posto con 89,5 punti, seguita dall’Università di Bologna e dalla Sapienza di Roma. L’Università di Palermo sale al quarto posto, seguita dall’Università Statale di Milano e dall’Università di Pisa. La classifica prosegue con l’Università di Torino, l’Università di Firenze e l’Università di Napoli Federico II.

Grandi, medi e piccoli atenei statali

Tra i grandi atenei statali (20.000-40.000 iscritti), l’Università della Calabria si colloca al vertice, mentre tra i medi atenei statali (10.000-20.000 iscritti) primeggia l’Università di Trento. Nei piccoli atenei statali (fino a 10.000 iscritti), l’Università di Camerino mantiene la prima posizione, seguita dall’Università della Tuscia e dall’Università di Macerata.

Milano al primo posto nella classifica dei politecnici

Nei politecnici, il Politecnico di Milano è al primo posto, seguito dal Politecnico di Torino e dal Politecnico di Bari. Chiude la classifica lo IUAV di Venezia.

Infine, tra gli atenei non statali, la Luiss si distingue tra i grandi atenei, seguita dall’Università Bocconi e dall’Università Cattolica. Nei medi atenei non statali primeggia la Lumsa, seguita dallo Iulm e dall’Università Suor Orsola Benincasa. Tra i piccoli atenei non statali, la Libera Università di Bolzano mantiene la posizione di vertice.

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Case green: perchè gli italiani sono pronti a vendere la propria abitazione?

Quasi 2,5 milioni di italiani hanno deciso di mettere in vendita la propria abitazione per evitare futuri costi di ristrutturazione. È infatti entrata da poco in vigore la normativa UE sulle case green, e i primi effetti si fanno sentire, anche su chi vuole comprare casa.

Secondo l’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Bilendi, quasi 3 milioni di italiani in cerca di un immobile hanno cambiato i propri criteri di selezione, limitando la ricerca alle sole abitazioni efficienti (non toccate dalla direttiva UE). Una tendenza diffusa maggiormente nelle regioni del Nord-Ovest (60%, a fronte di una media nazionale del 50%).

Chi ha paura della nuova norma?

In Italia, la direttiva UE sulle case green potrebbe riguardare potenzialmente quasi 5 milioni di immobili residenziali, con spese di ristrutturazione variabili tra 20 e 55mila euro a famiglia. Cifre importanti, che fanno paura a molti italiani.

Tra chi è a conoscenza della norma, il 43% è spaventato dalla possibilità di dover far fronte a costi così importanti per ristrutturare la casa, e non sorprende vedere come in molti stiano pensando di vendere la propria piuttosto che mettere mano al portafogli.
Ma ci sono anche quasi 800mila italiani che stanno cercando di comprare una casa con basse prestazioni energetiche nella speranza di risparmiare sul prezzo d’acquisto. Una dinamica più presente nelle regioni del Centro Italia (18%, media nazionale 13%).

Il 15% fa affidamento sugli aiuti statali

Ma non tutti sono preoccupati. Il 15%, ad esempio, è fiducioso del fatto che ci saranno aiuti statali per far fronte alle spese di ristrutturazione, convinzione particolarmente diffusa tra i residenti del Centro Italia, dove la percentuale arriva a sfiorare il 18%.

Sono poi circa 2,9 milioni gli italiani che credono che la norma non diventerà mai operativa in Italia. In questo caso, la percentuale raggiunge il picco nelle regioni del Nord-Ovest (10,5%), a fronte di una media nazionale pari al 9%.

Ristrutturazione: mutuo o prestito?

Per finanziare oggi i lavori di ristrutturazione, meglio un prestito personale o un mutuo? Per importi fino a 40-50mila euro la strada percorribile è quella del prestito personale, poiché gli istituti di credito tendono a non erogare mutui di tale entità.

Ipotizzando un prestito da 35.000 euro da restituire in 10 anni, per migliorare l’efficienza energetica dell’abitazione, i migliori tassi (TAN) disponibili online partono dal 7,5%, con una rata mensile di 415 euro al mese.
Se invece l’importo è superiore a 60.000 euro, l’opzione adeguata è quella del mutuo ristrutturazione. Per un finanziamento da 60.000 euro in 20 anni, con valore dell’immobile di 200.000 euro, i migliori tassi (TAN) disponibili online partono dal 3,10%, con una rata mensile pari a 335 euro.
Valori ancora più bassi se la ristrutturazione consente di raggiungere la classe energetica A o B, così da accedere ai mutui green. In questo caso, i migliori tassi (TAN) partono dal 2,70%.

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Com’è cambiato l’approccio degli italiani verso la salute?

Non è certo un segreto che negli ultimi anni la crisi causata dalla pandemia abbia profondamente influenzato i bisogni e l’approccio degli italiani riguardo salute e benessere. Questo cambiamento ha avuto ripercussioni anche sulle strutture sanitarie, che hanno dovuto affrontare le nuove esigenze degli utenti e adattarsi a uno scenario in continua trasformazione.

Offerta e domanda, l’evoluzione è guidata dalla tecnologia  

Si è svolto di recente un evento sul tema, About Health, organizzato dallo Studio Legale Delli Ponti, dalla web agency Noetica e dalla società di ricerche Nomisma. Obiettivo dell’iniziativa è stato quello di analizzare le evoluzioni nel settore salute e di esplorare le opportunità offerte da tecnologie, canali di comunicazione innovativi e strategie di digital marketing. Una prima indagine di Nomisma, rivolta alle realtà operanti nei settori health, socio-assistenziale, salute e benessere, ha evidenziato le esigenze di promozione delle imprese, l’uso di strategie di comunicazione e strumenti di digital marketing per raggiungere i potenziali pazienti. La seconda indagine ha coinvolto la popolazione italiana per approfondire l’interesse verso i temi della salute e del benessere, e per capire come gli italiani cercano informazioni e scelgono le prestazioni, i professionisti e le strutture sanitarie.

L’importanza della rete

Oggi, la rete gioca un ruolo sempre più rilevante: il 42% degli italiani cerca informazioni sulla salute su siti web specializzati, mentre il 38% utilizza Google. Tuttavia, il medico di base resta una figura centrale, coinvolta dal 56% degli italiani che cercano informazioni sulla salute. Google viene utilizzato principalmente per trovare risposte rapide e chiare su disturbi o sintomi (52%), strutture, prestazioni o servizi (44%) e informazioni sulla prevenzione (32%). Tra i contenuti più apprezzati online, ci sono le interviste agli specialisti (58%) e gli articoli di approfondimento su blog e siti specializzati (53%).

La scelta delle strutture sanitarie

Per individuare le strutture sanitarie, gli italiani si affidano principalmente a Google (47%), ma il canale preferito si conferma il passaparola (55%). Le esperienze degli altri giocano un ruolo cruciale nelle decisioni, con il 69% degli italiani che considera fondamentali le recensioni dei clienti. I principali driver di scelta sono le agevolazioni economiche (88%), la possibilità di consultare referti online (76%) e di prenotare visite sul sito della struttura (73%), oltre a un servizio clienti rapido e soddisfacente (73%).

Dopo la prestazione, cosa desiderano gli utenti?

Una volta scelta la struttura, quasi 4 italiani su 10 preferiscono prenotare direttamente online, anche se il canale telefonico resta il più utilizzato (67%). Dopo la prestazione medica, 3 italiani su 5 preferiscono rimanere in contatto con la struttura tramite e-mail e newsletter (78%). Inoltre, il 60% degli italiani lascia recensioni, siano esse positive o negative, sulle esperienze sanitarie vissute.

La sicurezza dei dati sanitari

Infine, la sicurezza dei dati sanitari è motivo di preoccupazione per l’83% degli italiani, che richiedono chiarezza sulle modalità di trattamento dei dati. Trattamenti non corretti e violazioni possono compromettere il rapporto di fiducia con le strutture sanitarie, con quasi 3 italiani su 10 che eviterebbero di tornare in strutture che hanno subito violazioni di dati.

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In Valle d’Aosta le case sono più… green

Obiettivo: ridurre in maniera netta il consumo energetico e le emissioni di gas inquinanti riconducibili a case e palazzi entro il 2035, per realizzare immobili a zero emissioni entro il 2050. È quanto ha deciso il Consiglio dei ministri europei di Economia e Finanze, che lo scorso 12 aprile ha dato il via libera all’Ecofin, la direttiva sulla prestazione energetica degli immobili in Europa.

Tra le regioni italiane è la Valle d’Aosta a detenere il primato per numero di case green. Secondo i dati raccolti dal Sistema Informativo sugli Attestati di Prestazione Energetica (Siape), la Valle d’Aosta vanta un punteggio di 8,4 su 10: è prima per l’elevato numero di attestati di prestazione energetica APE (22,1%), il 14,3% in più di attestati rispetto alla media italiana, e per l’indice di consumo medio di energia rinnovabile (40,8 kWh/m 2 anno).

Sul podio anche Trentino-Alto Adige, Lombardia e Basilicata (a parimerito)

La classifica nazionale prende in considerazione variabili come gli APE green, che come ricorda la guida di Acea Energia, devono contenere la classificazione energetica degli immobili, le emissioni di CO2 e gli indici di consumo medio di energia rinnovabile (EP gl,ren) e non rinnovabile (EP gl,nren). 
In ogni caso, la medaglia d’argento va al Trentino-Alto Adige, con uno score di 7,9 punti.

Al terzo posto la Lombardia, che però è seconda per numero di attestati di prestazione energetica (20,7%), e la Basilicata, quarta per APE (18,6%) e per l’impiego medio di energia rinnovabile (25,9 kWh/m 2 anno), che totalizzano entrambe un punteggio di 7,6 su 10.

La top 10 dell’energia rinnovabile da Nord a Sud

Fuori dal podio le Marche (6,4) e il Friuli Venezia-Giulia (6), seguite a pari merito dall’Abruzzo (5,8), caratterizzato da basse emissioni di CO 2 e da un uso ridotto di energie non rinnovabili, e il Veneto (5,8), penalizzato da un basso utilizzo di energia rinnovabile.

La classifica prosegue con Piemonte (5,4) e Toscana (5). Al nono posto, entrambe con un punteggio di 4,9, Puglia e Umbria. La prima, grazie al rilascio di basse quantità di CO2, la seconda per l’alto valore di consumo medio di energia rinnovabile.
Chiude la top 10 la Sicilia (4,7), prima per emissioni ridotte di anidride carbonica.

Meno virtuose Lazio e Molise

Tra le regioni meno virtuose, riferisce Askanews, con margini di miglioramento, la Calabria (4,4), l’Emilia-Romagna (4,1, prima per utilizzo di energia non rinnovabile, con 240,7 kWh/m 2 anno, superiore alla media annuale italiana di 203,7 kWh/m 2 ), il Molise (3,8) e il Lazio (3,1), sulle quali pesa un numero estremamente ridotto di APE green rilasciati.

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PNRR: “poca trasparenza” su spesa e avanzamento dei progetti

A oltre cinque mesi dall’approvazione del ‘nuovo PNRR’ non esiste ancora un quadro finanziario aggiornato sulle misure del piano, né sono disponibili le informazioni sullo stato di avanzamento dei singoli progetti, in particolare, su quanto è stato speso fino a oggi.

L’allarme PNRR è stato lanciato dall’Osservatorio civico PNRR, insieme a più di 300 organizzazioni della società civile riunite nella campagna ‘Dati Bene Comune’, che stanno chiedendo maggiore trasparenza e accesso pubblico alle informazioni fin dall’avvio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. 

Il Piano è stato modificato, ma..

Per questo motivo, come riporta AcrtionAid, la Fondazione Openpolis, il 17 aprile, ha inoltrato al Governo un’ulteriore richiesta di accesso generalizzato agli atti (Foia), la quarta in due anni, con oggetto i dati del PNRR.

Lo stesso Osservatorio civico ha inviato una lettera sul tema alla ‘Cabina di regia’ del Governo sul PNRR.
Con la revisione approvata dalle istituzioni europee nel dicembre scorso, il piano di investimenti, pari a circa 194 miliardi di euro, è stato sostanzialmente modificato, tanto che oggi è lo stesso Governo a parlare di un ‘nuovo PNRR’.

…siamo di fronte a un vuoto informativo

Tuttavia, l’esecutivo non ha ancora messo a disposizione le informazioni relative agli importi delle centinaia di misure indirizzate ad ambiti fondamentali, come sanità, scuola, transizione ecologica o digitale.

In questo modo, “è praticamente impossibile analizzare il piano” per misurare la riuscita degli investimenti e verificare l’utilizzo di risorse pubbliche di tale portata. Per non parlare del raggiungimento delle priorità trasversali sull’eliminazione dei divari di genere, generazionali e territoriali.
Siamo di fronte a un grave vuoto informativo e a una mancanza di trasparenza inaccettabile, che impedisce una soddisfacente attività di monitoraggio civico, da parte della società civile, degli addetti ai lavori e dei media.

…che lascia l’Italia in una condizione di incertezza

Insomma, tutto ciò lascia le comunità, le amministrazioni locali e le imprese in una condizione di grave incertezza.

Con l’ultima richiesta di accesso agli atti si richiede nuovamente (come era stato fatto attraverso un Foia lo scorso febbraio) lo stato di avanzamento dei singoli interventi e la spesa effettivamente sostenuta. Nonostante le rassicurazioni pubblicate dal Governo su Italia Domani, a oggi queste informazioni non sono ancora pubbliche.

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Rate mutui a tasso variabile sotto pressione: +36%

Secondo l’analisi condotta da CRIF sull’impatto dell’innalzamento dei tassi sui mutui, elaborata sul patrimonio informativo del Sistema di Informazioni Creditizie EURISC, il 26% dei mutui ipotecari attivi a gennaio 2022 era a tasso variabile. La crescita dei tassi, rispetto ai minimi di metà 2022, ha comportato un aumento della rata per i mutui a tasso variabile mediamente del +36% rispetto ai minimi di metà 2022.

L’analisi registra che il trend di crescita dei tassi ha significato un incremento del +25% sul livello complessivo di indebitamento di chi ha sottoscritto un mutuo a tasso variabile negli ultimi 5 anni.
Insomma, l’aumento dei tassi di interesse, la risposta della BCE per contrastare l’inflazione, ha generato non poche conseguenze per privati e ditte individuali che in questi anni hanno sottoscritto mutui a tasso variabile.

Un picco del +49%

L’effetto più tangibile dell’innalzamento dei tassi è sulla rata media, con un picco del +49% per i mutui erogati negli ultimi 5 anni.
Di fatto, per i mutui a tasso variabile sottoscritti negli ultimi 5 anni, l’esposizione residua a fine 2023 è aumentata del 25%. E la tensione finanziaria di oltre 15 punti percentuali per le fasce medio-alte.

La principale evidenza emersa dall’analisi CRIF è infatti l’aumento dell’esposizione finanziaria dei mutuatari, nonostante le 24 rate pagate nel periodo fra gennaio 2022 e dicembre 2023.

Peggiora il rapporto rata-reddito

In parallelo, l’aumento delle rate mensili ha prodotto un peggioramento significativo del rapporto rata-reddito, in media di 8 punti percentuali dai minimi di metà 2022. Inoltre, per i mutui erogati negli ultimi 5 anni tale peggioramento ha raggiunto i 10 punti percentuali.
Nonostante l’aumento dei tassi di interesse, i soggetti con mutui a tasso variabile non hanno mostrato un incremento nel tasso di insolvenza.

L’analisi dell’indice di tensione finanziaria, costruito da CRIF per identificare casi di eccessivo indebitamento e prevenire situazioni di dissesto, mostra invece un peggioramento.
In questo caso, i soggetti con mutui a tasso variabile mostrano un aumento della tensione finanziaria, con uno spostamento di oltre 15 punti percentuali dalle classi di livello basso e medio-basso a quelle di livello medio-alto e alto.

“Non c’è stato un incremento significativo nel tasso di insolvenza”

“Le dinamiche di crescita dei tassi di interesse hanno portato nell’ultimo biennio a un significativo impatto sui mutuatari a tasso variabile – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF -. Tuttavia, nonostante questi impatti, i dati evidenziano che non c’è stato un incremento significativo nel tasso di insolvenza, sebbene si sia osservato un aumento della tensione finanziaria.

Le prospettive di un possibile abbassamento dei tassi a giugno 2024 fanno sperare per un sollievo ai mutuatari, riducendo la pressione e contribuendo a stabilizzare la situazione finanziaria. In ogni caso, è fondamentale, nell’attuale contesto macroeconomico e geopolitico di incertezza, rimanere vigili per affrontare le sfide che lo scenario potrebbe presentare”.

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“Non siamo sfaticati”: perchè la GenZ rifiuta gli stereotipi legati al lavoro? 

Lo confermano i risultati dell’ultima ricerca di Zelo sulla GenZ e il mondo del lavoro: i nativi digitali rigettano alcuni stereotipi che li accompagnano nel mondo del lavoro, e non vogliono essere definiti una generazione ‘sfaticata’.

Ma se da una parte vogliono essere protagonisti del loro futuro e ceo dei loro sogni, magari essere a capo di un’azienda tutta loro, quando si tratta di doversi prendere le responsabilità affermano di volerle condividere con il team. O non volersele ‘accollare’ perché generano ansia (60%).
E ancora, se il 41% dei GenZ preferirebbe lavorare in una grande azienda, le multinazionali piene di superuomini e superdonne ‘sempre performanti’ li intimoriscono. Questo perché i ragazzi Z vivono nella costante paura del fallimento e del timore del giudizio.

Per i nativi digitali i feedback non sono un plus

Abituati alla gratificazione immediata dei social, per loro i feedback non sono un plus, ma l’ossessione che li guida nei progetti e nelle loro giornate lavorative. Il feedback deve avere con sé un suggerimento o esempio concreto (38%), e un riscontro negativo li porta a dubitare di sé stessi (37%).

La GenZ ha anche bisogno di leader che sappiano motivare e ‘parlino bene di loro’ con gli altri. Non stupisce quindi che affermino di sentirsi gratificati se ricevono complimenti dal capo o i colleghi (60%) o premi in denaro (37%).
Il lavoro ideale? Non è scandito da regole, ma da obiettivi chiari (42%), meglio se nelle prime fasi di onboarding c’è un tutor dedicato (49%. 

Il falso mito dello smart working

Anche sul posto di lavoro, poi, sono alla ricerca di nuovi amici con cui magari fare i Be Real durante la giornata e con cui andare agli eventi post lavoro per placare la Fomo (Fear of Missing Out), la paura e l’ansia sociale di essere esclusi da esperienze ed eventi.

E anche lo smart working si rivela un ‘falso mito’ per attrarre la GenZ, visto che il 39% non lo ritiene fondamentale se il lavoro piace. Al contrario, un 14% pensa che il lavoro da remoto sia ‘indispensabile’ proprio per limitare quell’ansia sociale che questa generazione vive costantemente.
A fronte di una generazione ‘emotiva’, profondamente diversa da quelle che l’hanno preceduta, anche gli Hr devono rivedere i loro modelli operativi.

“Sembrare seri” oggi non convince più

Occorre infatti che gli ultimi vent’anni sono gli unici in cui hanno vissuto i ragazzi della GenZ e sono anche quelli in cui si è alleggerito sensibilmente il livello di formalità in ogni ambito della vita.

Ad esempio, ‘dare del lei’ è diventato demodé, le chat hanno preso il posto delle panchine e i grandi must di eleganza sono diventati pezzi iconici per le feste in maschera.
La recruting journey va ripensata: dal linguaggio ai cerimoniali di accoglienza, dai job title all’iter di selezione, tutto quello che si fa per ‘sembrare seri’ oggi non convince più.

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Contenuti digitali: nel 2023 gli italiani hanno speso 3,6 miliardi di euro, +5%

Il mercato dei contenuti digitali si articola in due macro-componenti, la spesa degli utenti per fruire dei contenuti attraverso sottoscrizione di abbonamenti o l’acquisto di singoli contenuti, e la raccolta pubblicitaria.
E a quanto emerge dall’Osservatorio Digital Content, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano, nel 2023 la spesa dei consumatori italiani in contenuti digitali raggiunge 3,6 miliardi di euro, +5% rispetto al 2022.

A contribuire allo sviluppo, il rinnovato interesse da parte degli utenti per una vasta gamma di contenuti digitali. In particolare, l’informazione, i video di intrattenimento e i contenuti musicali.

Il 44% della spesa è per video intrattenimento

Il settore più rilevante in valore assoluto è il Video Intrattenimento che pesa il 44% della spesa totale (circa 1,6 miliardi), e cresce anno su anno del +7% in termini di spesa del consumatore e del +14% per la raccolta pubblicitaria. Influiscono sui numeri del settore l’aumento dei prezzi, i nuovi modelli di abbonamento ibridi, che includono anche annunci pubblicitari, e il potenziato contrasto alla pirateria.

Cresce (+18%) anche il settore dell’Audio Digitale (musica, audiolibri, podcast), seppur rappresenti solo il 9% del totale del mercato (circa 325 milioni).
Informazione ed eBook rimangono invece ancora poco rilevanti in termini assoluti (5% della spesa totale, 170 milioni). Mentre il Gaming, grazie alla diffusione di consolle digital only, torna a crescere (+2%) coprendo il 42% della spesa (oltre 1,5 miliardi).

Tra i più fruiti anche informazione e musica

Secondo i dati BVA Doxa, nel 2023 i contenuti più fruiti dagli utenti italiani (80%) sono informazione, video di intrattenimento e contenuti musicali, seguiti da riviste, videogiochi e podcast. Seppur eBook e audiolibri catturino l’interesse solo di circa un terzo del campione, insieme ai podcast risultano quelli con il maggiore potenziale di crescita nel prossimo futuro.
I consumatori italiani dichiarano che il tempo dedicato ai contenuti digitali rimarrà stabile nei prossimi 12 mesi.

I video di intrattenimento on-demand risultano centrali in termini di spesa, con poco meno dei due terzi di consumatori italiani che fruiscono di questo contenuto a pagamento. Nonostante la maggioranza intenda mantenere costante il budget mensile, la tendenza e di aumentare, seppur in modo contenuto, piuttosto che ridurre la spesa, specialmente nell’ambito informazione e audiolibri.

AI generativa batte metaverso

Il concetto di Web3 rende possibile lo sviluppo di nuove modalità di distribuzione e commercializzazione dei contenuti digitali. Alcuni esempi di impatti tangibili potrebbero essere la ridefinizione del concetto di proprietà digitale, una maggiore tracciabilità e trasparenza nella filiera associate all’idea di equo compenso per i differenti attori, e la creazione di mercati secondari.

L’AI generativa, nel 2023 ha avuto la sua consacrazione, e l’industria dei contenuti digitali si sta interrogando su quale sia il perimetro per il suo utilizzo. Per quanto riguarda il metaverso, si è invece assistito a una riduzione degli investimenti, anche a fronte di un cambio di focus proprio verso il tema dell’AI.

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Lavoro: come presentarsi al colloquio? I consigli degli esperti

Quando si ricerca un impiego, uno degli aspetti più importanti è il colloquio. È un momento fondamentale, che richiede tempo, preparazione e determinazione. poiché rappresenta la prima vera occasione per mettersi in luce agli occhi di un head hunter o un datore di lavoro.
Ma come presentarsi al colloquio in modo adeguato ed efficace, in modo da intercettare le esigenze e le aspettative della persona che abbiamo di fronte?

Seguendo alcuni consigli mirati si può aumentare la possibilità di successo in termini d’assunzione.
Innanzitutto, è importante cercare di conoscere l’azienda presso cui si vorrebbe lavorare. “Bisogna prendersi il tempo per fare qualche ricerca online sulla storia dell’azienda, sulle sue attività e sui prodotti che produce”, spiega Fabio Splendori, fondatore di QuoJobis. In questo modo, si dimostra di essere motivati e interessati al lavoro offerto.

Alla larga da vestiti troppo casual o sportivi

Un altro aspetto estremamente rilevante da tenere a mente è l’abbigliamento. “Può sembrare scontato o irrilevante ma la prima impressione è quella che conta – continua Splendori -. Indossare un abbigliamento curato e professionale può fare la differenza nella percezione che il datore di lavoro avrà del candidato. Non sempre è corretto giudicare il libro dalla copertina, ma viviamo in una società che dà molta importanza all’apparenza e bisogna fare i conti con questo”.

Tenersi dunque alla larga dai vestiti troppo casual o sportivi per scegliere al contrario abiti adeguati a qualunque ambiente di lavoro e in sintonia con il tipo di lavoro che si sta cercando. “C’è anche da dire che la cosa più importante è sentirsi a proprio agio – aggiunge Splendori -, e un recruiter lo percepisce”.

Il valore della puntualità

“Ricordarsi inoltre di essere puntuali è un dettaglio che preferiamo sempre far presente – consiglia l’esperto -. Arrivare con un leggero anticipo al colloquio mostra la propria puntualità e impegno verso il lavoro e ribadisce la volontà di rispettare gli impegni presi”.
Da tenere a mente anche che, al contrario, arrivare con largo anticipo può creare imbarazzo e problemi all’ambiente di lavoro che in quel momento sta accogliendo il candidato per il colloquio.

Utile poi ribadire che durante il colloquio bisogna sempre cercare di mostrare sicurezza e determinazione. “Non si deve avere paura di dire ciò che si pensa e di rispondere alle domande in modo chiaro e preciso – puntualizza -. Evitare di essere troppo reticente o modesto, potrebbe essere un errore”.

Mantenere sempre un atteggiamento positivo ed educato

Insomma, puntualità, presentabilità, sicurezza, gestione dell’ansia e motivazione sono le pillole per riuscire a realizzare un colloquio eccellente.
“Cerchiamo sempre di suggerire ai candidati di mantenere un atteggiamento positivo ed educato – sottolinea ancora l’esperto -. Mostrare gratitudine per la possibilità che viene offerta e ringraziare il proprio interlocutore per il tempo che ha dedicato al colloquio. Anche se l’incontro non va come sperato, meglio fare in modo di rimanere comunque educato e professionale: potrebbero ricordarsi di te proprio per queste qualità”.

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I giovani cercano un lavoro smart e sostenibile. Con più tempo libero

Oltre a carriera e aspetti economici per le nuove generazioni gli aspetti più importanti dell’attività lavorativa sono flessibilità di orari, smartworking, welfare aziendale, possibilità di conciliare i tempi di vita-lavoro e sostenibilità. 
Insomma, il lavoro ideale per i giovani deve garantire il work-life balance declinabile nella possibilità di lavorare da remoto e uno stipendio adeguato. Non solo alle competenze, ma anche coerente con il costo della vita.

Dalle survey del centro ricerche Aidp (Associazione italiana direzione personale) emerge che le dimissioni volontarie hanno riguardato nel 70% dei casi giovani tra 26 e 35 anni. E le motivazioni sono state proprio migliori condizioni di lavoro in termini di flessibilità di orari e modalità di lavoro.

Il lavoro ideale è un’eredità della pandemia

La pandemia ha innescato una sorta di ‘rivoluzione’ nella concezione del lavoro. Riscoprire l’importanza di coltivare relazioni e passioni, anche al di là della vocazione professionale, è un’eredità della pandemia.
“Il tema della conciliazione di tempi ed esigenze tra vita e lavoro è sempre più al centro dell’attenzione, non solo dei giovani”, spiega all’Adnkronos/Labitalia Rosario Rasizza, presidente Assosomm e ad Openjobmetis.

Ma il lavoro ideale per i giovani deve anche garantire “un ambiente di lavoro aperto alle novità, quindi innovativo, tecnologico, in cui i giovani possano sentirsi liberi di esprimere le loro idee senza timore e in cui possano apportare, in maniera pragmatica, un valore aggiunto”, conferma Matilde Marandola, presidente nazionale Aidp.

Più inclusività e responsabilità sociale

Dal canto loro, le aziende mostrano disponibilità nei confronti delle esigenze dei giovani. All’interno delle organizzazioni oggi si ascolta di più.
“Si stanno affermando forme di lavoro sempre più inclusive, socialmente responsabili e sostenibili – continua Marandola -. Gli Hr oggi sono più aperti al dialogo e all’ascolto e credo che questo cambiamento rappresenti, in un’ottica sia sociale sia lavorativa, un’importante svolta”.

E per Rasizza, le aziende “si stanno sempre più allineando, come dimostrano le richieste da parte delle nostre aziende clienti che spesso ci chiedono consulenza in tal senso. Qualche volta, rileviamo qualche resistenza nel prendere in considerazione misure più flessibili e inclusive, ma la strada è ormai segnata lungo questo trend”.

“Oggi sono i candidati a fare un colloquio alle aziende”

“Potremmo quasi dire – sottolinea Rasizza – che oggi sono i candidati, e ancor più se parliamo di giovani, a fare un colloquio ai loro potenziali datori di lavoro. È un segno dei tempi, da non far coincidere necessariamente con una scarsa disponibilità all’impegno e al sacrifico. Per contro, mi piacerebbe vedere una maggiore disponibilità di chi entra nel mercato del lavoro a prendere in considerazione opportunità magari non perfettamente in linea con i propri studi o i propri sogni: a volte, serve un po’ di coraggio e di apertura mentale nel costruirsi esperienze che saranno comunque in grado di fortificare hard e soft skill”.

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