Il digitale fa bene alla lettura. Lo dicono gli italiani 

Che sia in formato cartaceo, in digitale o un audiolibro gli italiani abituati a leggere libri sono il 49,6% della popolazione. E se la propensione maggiore è ancora per ‘la carta’ (43%) rispetto ai formati digitali (22,3%) e gli audiolibri (11%), quattro italiani su dieci leggono libri su due o più formati.
Inoltre, un lettore italiano su due dichiara di leggere di più grazie alle librerie online. E per sette italiani su dieci il web facilita la scoperta di nuovi titoli e autori.

È quanto emerge dal report NetRetail Books, lo studio su abitudini di lettura e acquisti digitali di libri degli italiani, realizzato da Netcomm, il Consorzio per il Commercio Digitale Italiano, con il supporto di Amazon, e presentato alla Nuvola dell’Eur alla manifestazione Più libri più liberi.

I lettori forti sono over65 e under25

Inoltre, due lettori su tre pensano che i negozi online e le librerie fisiche siano complementari, ma la quota di lettori è decisamente più elevata tra le donne (55% vs 44,2% uomini), e le fasce d’età con maggiore propensione alla lettura sono rappresentate dagli over 65 (53,8% di lettori) e gli under 25 (52,4%).

In particolare, in queste due fasce sono presenti i cosiddetti lettori forti, ovvero quelli che leggono più di 11 libri in un anno, corrispondenti all’8% della popolazione.
Inoltre, i lettori che più si affidano ai canali online per informazioni di lettura sono di età compresa tra 25 e 44 anni.

L’e-commerce aiuta a scoprire le novità

In particolare, chi ha tra 24 e 34 anni indica come primo touchpoint i suggerimenti trasmessi da booktoker e influencer, mentre chi ha tra 35 e 44 usa più i motori di ricerca per scoprire nuovi titoli e autori.

La rilevanza dell’e-commerce per la scoperta di novità editoriali cresce con la propensione alla lettura. Per i lettori forti è il secondo touchpoint (28,8%) dopo le raccomandazioni di amici e conoscenti (44,2%), ma prima dei contenuti social di influencer e BookTokers (25,2%), vetrine (25,2%) e recensioni online (24,5%).
Ma anche per il 37,1% di lettori che acquistano solo in negozi fisici i canali online rappresentano un punto di riferimento importante per la scelta del libro.

Meglio acquistare online o in libreria?

In generale, per il 63,7% dei lettori italiani i negozi online sono complementari alle librerie, ma più il lettore è forte più è propenso a utilizzare formati diversi.
Tra coloro che usano un solo tipo di formato, quelli che leggono solo eBook leggono più frequentemente, a conferma che il canale digitale supporta la domanda di lettura dei lettori forti.

Ma più le persone leggono più acquistano libri differenziando i canali (online e offline). Infatti, oltre il 70% dei lettori forti ha un approccio multicanale all’acquisto, e negli ultimi 12 mesi quasi il 60% degli acquirenti ha acquistato sia in negozio sia online. Il 46,4% della popolazione online, invece, ha acquistato almeno un libro in un negozio fisico e il 46,8% almeno un libro online.

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Benessere Psicologico: nelle aziende il 76% ha sperimentato il burnout

Emerge dalla ricerca BVA Doxa commissionata da Mindwork: il 76% dei lavoratori e lavoratrici ha sperimentato almeno un sintomo del burnout, il 14% in più rispetto al 2022.
Il sintomo più diffuso, tra sensazione di sfinimento, calo dell’efficienza lavorativa, aumento del distacco mentale, cinismo rispetto al lavoro, è la sensazione di sfinimento, mentre per la GenZ, nello specifico white collar, è più frequente il calo dell’efficienza lavorativa (56%).

Ad avere ricevuto l’effettiva diagnosi di burnout è una persona su 5.
Tuttavia, è diffusa la difficoltà ad assentarsi dal lavoro per prendersi cura di sé, specialmente tra i e le blue collar. Solo il 19% ha effettuato più di 5 giorni di assenza dal lavoro a causa di questo fenomeno. La percentuale sale invece per white collar (55%) e dirigenti (62%).

Quando lavorare fa male

Il 58% di chi sperimenta malessere psicologico nella propria vita personale vive la stessa condizione anche al lavoro e viceversa. In particolare, una persona su 2 dichiara soffre di ansia e insonnia per motivi legati al lavoro.
Inoltre, una persona su 2 sperimenta condizioni di stress elevato. Un dato ancora più critico per i e le dirigenti (61%).
Purtroppo, sempre in continuità con i dati 2022, l’ambiente di lavoro si conferma come meno adatto a esprimere il proprio malessere rispetto al contesto familiare (41%).
Più della metà degli intervistati afferma di aver lasciato il lavoro per motivi di malessere emotivo a esso correlato (54%), fenomeno in evidenza per Gen Z e Millennials, in cui la percentuale aumenta rispettivamente del 66% e del 59%.

L’impresa dovrebbe promuovere il benessere psicologico

Oltre 9 persone su 10 ritengono quindi essenziale la promozione del benessere psicologico da parte dell’azienda (96%), ma nel 67% delle organizzazioni italiane il servizio di supporto psicologico non è presente.
Dove disponibile, viene valutato positivamente dal 51% dei lavoratori e delle lavoratrici appartenenti alla categoria blue collar.
In notevole crescita anche la quota di persone che valuterebbero positivamente la messa a disposizione del servizio di supporto psicologico (73%), più precisamente relativamente ai white collar (76%) e blue collar (79%).

Manca supporto per chi ha figli

Dato indicativo quello riguardante i e le caregiver, il cui 88% dichiara che questo ruolo ha un impatto considerevole sul proprio benessere psicologico. Sei su 10 dichiarano la necessità di supporto da parte dell’impresa nella gestione del proprio ruolo (59%), sebbene solo il 20% lo riceva.
Allo stesso modo, per l’89% di lavoratori e lavoratrici con figli il ruolo genitoriale ha un impatto significativo sul proprio benessere psicologico.
Più precisamente, 1 genitore su 2 riferisce il bisogno di supporto da parte dell’azienda nella gestione dei propri figli (48%).
Tuttavia, solo il 25% ritiene di riceverlo.

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Generazione Z: i giovani e il sogno della casa di proprietà

I ragazzi della Generazione Z, ovvero i nati fra gli anni 90 e i primi 2000, hanno ancora il mito della casa di proprietà. Lo rivela una recente indagine condotta dal Gruppo Gabetti in collaborazione con la società di ricerche Toluna. Si scopre così che il 38% dei giovani tra i 20 e i 30 anni ha l’intenzione di acquistare un’abitazione nei prossimi cinque anni. 

Acquisto o affitto?

All’interno della Gen Z, circa il 40% dei giovani desidera possedere una casa, mentre il 27% preferisce l’affitto. In generale, il potenziale acquirente “tipo” ha tra i 25 e i 30 anni, un lavoro stabile e convive già.
Al contrario, chi opta per l’affitto tende ad avere un’età inferiore (20-24 anni), studia ancora e vive con i genitori o coinquilini.

Come si ricerca la casa perfetta

La maggior parte dei giovani ha già iniziato a cercare la sua futura dimora. Il 47% degli appartenenti alla Generazione Z controlla le offerte online, il 40% condivide i propri progetti e desideri con amici e parenti, mentre il 38% si concentra soprattutto sulle possibilità di spendere meno.  In questo contesto, i canali digitali giocano un ruolo predominante nella ricerca della proprietà ideale.

Il 65% degli intervistati utilizza siti web o app specializzate, canali digitali di agenzie immobiliari, blog e gruppi sui social. Il 60% si affida ai consigli e alle raccomandazioni di amici e familiari, mentre il 46% si basa sui canali tradizionali, come agenzie immobiliari, pubblicità, annunci e cartelloni.

Il ruolo delle agenzie immobiliari

Nel caso delle agenzie immobiliari, lo studio ha dimostrato che esse sono fondamentali, soprattutto per chi ci ha già avuto a che fare (52% contro il 35%). Le agenzie rappresentano il canale principale per l’ingresso nel mercato immobiliare, specialmente tra i giovani interessati all’acquisto rispetto a coloro che preferiscono l’affitto (38% e 32% rispettivamente).
La percezione dell’agente immobiliare è quindi più che positiva, anche perchè i giovani acquirenti riconoscono ai professionisti il ruolo di facilitatori nel processo d’acquisto, prestando particolare attenzione agli aspetti burocratici e all’assistenza legale.

La necessità di rapporti reali 

Nonostante il canale digitale sia solitamente considerato più rapido e agevole per le operazioni immobiliari, la maggioranza dei giovani (60%) ha espresso il desiderio di avere un contatto diretto con un agente esperto.
I potenziali acquirenti cercano una relazione con un professionista serio, affidabile, empatico e in grado di comprendere le loro esigenze.

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Imprese familiari: formazione necessaria per rimanere sul mercato

Sette imprese familiari su dieci stanno investendo in formazione nel periodo compreso tra il 2022 e il 2024, e hanno già fatto altrettanto nel triennio precedente alla pandemia. Questo impegno mira a sviluppare le competenze dei dipendenti e ad affrontare con successo le sfide dei cambiamenti in corso. Tra i giovani imprenditori, la propensione a investire nel capitale umano è particolarmente elevata, con il 73% di loro che sta dedicando risorse alla formazione. Al contrario, le donne alla guida di aziende (66%) e le piccole imprese (65%) faticano di più a investire in formazione, anche se avrebbero maggiormente bisogno di sviluppare le competenze dei loro dipendenti per affrontare le sfide del cambiamento. Tuttavia, in generale, la percentuale di imprese familiari che investono in formazione sia nel periodo 2017-2019 che nel 2022-2024 è inferiore rispetto alle imprese non familiari (rispettivamente il 69% contro il 77%).

Un’analisi su 4.000 aziende

Questi dati emergono dal rapporto “Strategie e politiche di formazione nelle imprese familiari”, condotto da ASFOR, il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e la CUOA Business School su un campione di 4.000 imprese, di cui 3.000 nel settore manifatturiero e 1.000 nei servizi, con un numero di dipendenti compreso tra 5 e 499. Il rapporto comprende anche l’analisi di 10 casi di successo di imprese familiari e è stato presentato a Roma nell’ambito dell’evento “Il capitale umano e strategie nelle imprese familiari” in collaborazione con Unioncamere. Il presidente del Centro Studi Tagliacarne, Giuseppe Molinari, sottolinea l’importanza dell’investimento nel capitale umano per sostenere la crescita delle imprese familiari, che costituiscono l’89% del tessuto produttivo italiano. La formazione può contribuire ad aumentare le competenze necessarie per gestire i cambiamenti e l’innovazione.

Investimenti per migliorare competenze esistenti e nuove

Il rapporto rivela che il 66% delle imprese familiari ha investito o continuerà a investire nella formazione per migliorare le competenze tecniche e professionali esistenti (up-skilling), mentre il 52% punterà allo sviluppo di nuove competenze tecniche e professionali (re-skilling). Solo il 35% delle imprese sta programmando corsi per migliorare la responsabilizzazione, l’intraprendenza e l’innovazione delle risorse umane (intrapreneurship), e solo il 25% intende migliorare le competenze manageriali per gestire nuovi modelli di business. Tuttavia, il livello di istruzione dell’imprenditore sembra influenzare la propensione all’investimento in formazione, con il 78% delle imprese guidate da laureati che investono in formazione.

L’80% delle imprese si autofinanzia 

Per finanziare i percorsi formativi, l’80% delle imprese familiari si affida all’autofinanziamento, mentre solo il 29% utilizza i fondi regionali e il 23% i fondi interprofessionali.
Tuttavia, nel Mezzogiorno e tra gli imprenditori under 35, c’è una maggiore consapevolezza dell’importanza di investire nella formazione orientata al cambiamento. Queste imprese mostrano un interesse maggiore nell’intrapreneurship e nella formazione manageriale per nuovi modelli di business rispetto alle imprese del Centro-Nord.

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Nei primi 6 mesi del 2023 sono 200mila le offerte di lavoro

Sono quasi 200.000 le offerte da parte delle aziende italiane nel primo semestre dell’anno. A rilevarlo è InfoJobs, che ha realizzato il nuovo Osservatorio InfoJobs sul mercato del lavoro – Primo semestre 2023. Il mondo del lavoro si conferma quindi dinamico e propositivo. A crescere e a evolvere è anche il modo in cui le aziende cercano nuove risorse, con modalità sempre più legate alla ricerca proattiva e alla consultazione dei cv che i candidati caricano in piattaforma.
In cima alla classifica delle regioni con maggior numero di offerte di lavoro svetta ancora una volta la Lombardia (31%), e confermate anche le medaglie d’argento per l’Emilia-Romagna (18%) e il bronzo per il Veneto (13,5%). Il Piemonte (9%) è stabile al quarto posto, mentre il Lazio è al quinto (6,2%).

Ricerche sempre più mirate

In generale, nei primi sei mesi dell’anno in corso, InfoJobs ha registrato un atteggiamento delle aziende sempre più propenso alla ricerca mirata di candidati in database, tanto che sono stati oltre 60.000 i cv scaricati (+23,7% vs 2022) e di conseguenza i professionisti contattati direttamente dalle aziende dopo avere consultato la piattaforma scaricando i cv.
Una soluzione che attesta un crescente entusiasmo, perché scelta dal +10,8% delle aziende rispetto allo stesso periodo dell’anno passato.

Milano resta in testa a livello nazionale

Nel primo semestre 2023 sono state oltre 1.600.000 le ricerche da parte delle aziende di professionisti, a prescindere dagli annunci pubblicati. Tra le categorie professionali che hanno ricevuto maggior interesse da parte delle aziende al primo posto, come nel 2022, Operai, Produzione, Qualità (16,4%), seguita da Amministrazione, Contabilità, Segreteria (7,5%), Acquisti, Logistica, Magazzino (6,2%), Commercio al dettaglio, Gdo, Retail (5,1%), Informatica, It e Telecomunicazioni (4,7%).
A livello nazionale, dal punto di vista delle province Milano resta in testa (11,4%), Roma supera Torino (al terzo posto con il 5% del totale nazionale) e si posiziona al secondo posto (5,3%).
A emergere nella top 10 tra le province in crescita rispetto al 2022 è Treviso, che conquista l’ottavo posto (+3,4%) e raccoglie il 3% delle offerte nazionali.

Le professioni più cercate

La categoria professionale più cercata si conferma quella che racchiude Operai, Produzione, Qualità (30,5%), seguita da Acquisti, Logistica, Magazzino (9%) a pari merito con Commercio al dettaglio, Gdo, Retail, Amministrazione Contabilità Segreteria (8,5%) al terzo posto.
Chiudono la top 5 Turismo e Ristorazione (5,9%), che denota la crescita maggiore (+7,5% rispetto al 2022). Le categorie professionali si rispecchiano anche nel dettaglio delle professioni più cercate su InfoJobs in questi primi sei mesi dell’anno, che sono Magazziniere, Addetto vendita, Agente di commercio, Manutentore elettromeccanico, Operatore della produzione alimentare, Specialista di back office, Addetto pulizia camere, Operatore di macchine cnc, Addetto alla fatturazione e Assistente amministrativo.

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Perchè un italiano su tre pagherebbe di più per acquisti sostenibili?

Un terzo degli italiani è pronto a pagare di più se il prodotto o il servizio acquistato è sostenibile. Il 31% è infatti disposto a fare acquisti sostenibili, anche se questo ha un impatto sulle finanze.
Inoltre, il 46% accetterebbe di scendere a compromessi sul proprio stile di vita a beneficio dell’ambiente. Ad esempio, consumando meno energia, mangiando meno carne o limitando la plastica monouso. È quanto emerge da un sondaggio realizzato da Ipsos per l’edizione 2023 del Salone della Csr e dell’innovazione sociale, condotto a maggio 2023 su un campione di 1000 persone over 16.

La transizione ecologica ha un costo

I dati del sondaggio mettono in evidenza una novità importante: ormai è chiaro ai cittadini che la transizione sostenibile ha un costo, e che perseguirla richiede e richiederà la sottrazione di risorse ad altri ambiti, o aumentare il prelievo fiscale, se non addirittura entrambi.
Oggi, a 11 anni dalla prima edizione del Salone, gli italiani sono pronti alla sfida e lo dimostrano nel quotidiano. L’89% delle famiglie si impegna nella raccolta differenziata, l’88% nel risparmio energetico, l’87% nel ridurre il consumo idrico. E il 60% acquista prodotti biologici, pur con un’ampia forbice tra chi lo fa abitualmente (19%) e chi ‘abbastanza’ (41%).
Il quadro è identico nella scelta dei prodotti del marcato equo e solidale, che si attesta al 56% delle preferenze, con il 17% di consumatori abituali e il 39% che diversifica maggiormente l’acquisto.

Ma i benefici supereranno largamente i disagi

“Quello che non cambia, invece, è la consapevolezza che abitare il cambiamento è impegnativo e richiede di uscire dalle proprie abitudini – commenta Andrea Alemanno, Principal di Ipsos Strategy3 -. Molti si sentono pronti a ‘traslocare’, ma questa disposizione ideale è frenata dalle conseguenze negative, se comparate con un effetto non altrettanto certo. Infatti per il 58% degli italiani sarà impossibile realizzare transizioni energetiche, ambientali, digitali e sociali senza avere ripercussioni negative su alcuni membri o settori della società. Quasi la metà (45%) si attende ripercussioni limitate e gestibili, e solo il 18% ritiene che i benefici supereranno largamente i disagi. Accelerare questa fase di trasformazione è fondamentale”.

Un Salone dedicato all’innovazione sociale

Il programma 2023 del Salone della Csr è articolato in 12 aree tematiche che toccheranno diversi ambiti, dalla gestione sostenibile della casa all’innovazione nell’agrifood, dall’energia alla comunicazione e dalla finanza alla cultura.
Un tema centrale sarà la valutazione degli impatti generati: anche per questo il Salone promuove la seconda edizione del Premio Impatto. Dopo il successo del 2022, riferisce Adnkronos, l’augurio è di poter contare sulla partecipazione di un numero sempre maggiore di imprese e associazioni non profit, che raccontino perché è importante misurare il valore creato dalle proprie attività.

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Il settore della Blue Economy vale 143 miliardi di euro

Il settore della Blue Economy in Italia è in rapida crescita, come evidenziato nell’XI Rapporto sull’Economia del Mare dell’Osservatorio Nazionale sull’Economia del Mare (OsserMare) di Informare con il Centro Studi Tagliacarne – Unioncamere. Attualmente, ci sono 228.000 imprese che operano nella Blue Economy, che danno lavoro a quasi 914.000 persone e generano un valore aggiunto di 52,4 miliardi di euro. Se si considera l’intera filiera diretta e indiretta, il valore totale arriva a 142,7 miliardi di euro.
Il rapporto evidenzia anche la crescita significativa del settore. Tra il 2022 e il 2021, il numero di imprese nel sistema marittimo è aumentato dell’1,6%. Le esportazioni sono cresciute del 37%, mentre il valore diretto prodotto è aumentato del 9,2% tra il 2021 e il 2020. Questi dati testimoniano la vitalità e la resilienza della Blue Economy italiana.
Antonello Testa, coordinatore nazionale di OsserMare, sottolinea l’importanza di conoscere i valori economici aggiornati dell’Economia del Mare per definire la strategia marittima del paese. Il Rapporto Nazionale sull’Economia del Mare fornisce uno strumento evoluto per monitorare le dinamiche di questo macrosettore.

Un comparto che vince in resilienza

Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Tagliarne, commenta sottolineando che la Blue Economy ha dimostrato di essere leader in termini di resilienza e sviluppo in Italia. Nonostante l’impatto negativo della pandemia, il settore ha mostrato una crescita del valore aggiunto del 9,2% nel 2021, contribuendo a recuperare quasi interamente le perdite del 2020. Si prevede un ulteriore sviluppo nel 2022, soprattutto nei settori della cantieristica e della logistica. Nel dettaglio, le attività di alloggio e ristorazione sono state il principale motore di crescita dell’economia blu, registrando un aumento del 22,1% tra il 2021 e il 2020. La filiera della cantieristica ha segnato un aumento del 11,7%, seguita dalla filiera ittica con un aumento dell’8%. Anche gli altri settori, come le attività sportive e ricreative, la movimentazione di merci e passeggeri via mare e le attività di ricerca, regolamentazione e tutela ambientale, hanno mostrato dinamiche positive.

La maggior parte della ricchezza proviene dal Centro Sud

La maggior parte della ricchezza prodotta dalla Blue Economy proviene dal Centro e dal Sud Italia, che insieme contribuiscono al 61% del valore del settore nel 2021. La Liguria ha un ruolo di primo piano, rappresentando l’11% del valore prodotto dall’economia del mare a livello regionale.
La cantieristica si conferma il settore trainante delle esportazioni, registrando una crescita del 40,7% nel 2022 rispetto all’anno precedente. Il saldo commerciale è diventato positivo, con un avanzo di 1,9 miliardi di euro nel 2022, grazie a una riduzione significativa delle importazioni.

Il 10% delle aziende è guidato da giovani

Dal punto di vista imprenditoriale, quasi il 10% delle aziende nella Blue Economy è guidato da giovani under 35, mentre oltre il 20% è guidato da donne. La maggior parte delle attività imprenditoriali nel settore si concentra nel Mezzogiorno e nel Centro Italia. La regione con il maggior numero di aziende blu è il Lazio, seguito da Campania e Sicilia. La Liguria, invece, ha il peso maggiore in termini di incidenza delle imprese del mare sul totale del sistema imprenditoriale regionale.

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I genitori italiani dedicano più tempo a figli e famiglia 

Lo conferma un sondaggio condotto da Novakid: sono i genitori italiani quelli che passano più tempo in famiglia. Nel nostro Paese infatti si passa più tempo insieme ai figli rispetto a Spagna, Francia, Germania, Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Circa il 32% dei genitori italiani dichiara infatti di passare con i figli più di 4 ore al giorno durante la settimana. Percentuale che corrisponde, ad esempio, solo al 18% dei francesi. E nel fine settimana il tempo passato con i figli aumenta: il sabato e la domenica sono oltre il 77% i genitori italiani che passano almeno 4 ore al giorno con i figli, e oltre il 29% dedica alla famiglia anche più di 6 ore al giorno. Molto più di quanto rilevato in Spagna (21%), Germania (26,1%) e Francia (10%). Nonostante questo, molti genitori italiani pensano che non sia abbastanza, e si sentono in colpa.

Giocare, cucinare e guardare film o cartoni

Cosa fanno in Italia genitori e figli quando sono insieme? Principalmente giocano (59%), cucinano e preparano dolci (36%), guardano film o cartoni animati in TV (50%).
Non sembra essere molto diffusa la lettura, scelta solo dal 16,3% dagli italiani, mentre è molto più popolare in Turchia (42%) o in Francia (30,1%). In coda alla lista delle attività scelte per il tempo libero, vedere amici o familiari (10%).
I compiti, naturalmente, assorbono parte del tempo libero delle famiglie. E se l’85% dei genitori italiani dedica al massimo un’ora e mezza al giorno a questa attività, in Francia, Spagna e Germania la percentuale è più alta.

Le attività del tempo libero vanno pianificate

Organizzare il tempo libero con i bambini richiede pianificazione? A quanto pare si, perché solo l’11% dei genitori italiani dichiara di non programmare il tempo libero. Percentuale che scende al 7,3% in Spagna e al 7% in Germania. E chi decide cosa si fa durante il fine settimana o nel pomeriggio libero? In molti casi sono i bambini stessi a scegliere cosa fare, tanto che il 50% dei genitori in Italia dichiara di chiedere ai figli cosa preferiscono fare. Percentuale che sale al 64% in Francia e al 66,5% in Germania. Dopo i figli, la seconda opzione è quella di consultarsi con il partner (43,3%).

Il senso di colpa per non stare insieme abbastanza

Le idee su cosa fare nel fine settimana con i bambini arrivano anche dai social media (36,7%) e dalle newsletter a cui i genitori sono iscritti (14,7%), oppure da amici o altri genitori con figli che propongono attività da fare insieme (14,7%).
Ma la maggioranza dei genitori di tutti i paesi prova una sorta di ‘senso di colpa genitoriale’ per non condividere abbastanza tempo con i propri bambini. In Italia la percentuale è il 72%, mentre negli altri paesi si va dal 54% dei genitori spagnoli a oltre il 76% in Francia. Al contrario, in Italia la percentuale di genitori che ritengono di passare abbastanza tempo con i figli è il 15,3%.

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Entro il 2027 andranno in pensione 2,7 milioni di italiani 

Sono 2,7 milioni gli occupati che nei prossimi 5 anni andranno in pensione per aver raggiunto il limite di età. Secondo le stima dell’Ufficio studi della CGIA, che ha elaborato i dati del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal, con la legislazione vigente tra il 2023 e il 2027 quasi il 12% degli italiani lascerà definitivamente il posto di lavoro.  Nel periodo considerato, il mercato del lavoro italiano richiederà in totale 3,8 milioni di addetti, di cui 2,7 milioni (il 71,7%) in sostituzione delle persone destinate ad andare in pensione, e più di un milione di nuovi ingressi (il 28,3%) legati alla crescita economica prevista in questo quinquennio.  La metà degli addetti che nei prossimi anni scivolerà verso la quiescenza, poco meno di 1,4 milioni, riguarderà i dipendenti privati, oltre 670mila il pubblico impiego, e altrettanti i lavoratori autonomi.

Le posizioni e i settori interessati “dall’esodo”

Tuttavia, se si calcola l’incidenza della domanda sostitutiva sul totale del fabbisogno occupazionale nelle tre posizioni professionali principali (dipendenti privati, dipendenti pubblici e indipendenti), il valore più elevato, pari al 91,6% del totale, riguarderà il pubblico impiego. Quanto alle filiere produttive/economiche più interessate dall’esodo degli occupati verso la pensione, in termini assoluti sono la Sanità (331.500 addetti), le attività immobiliari, noleggio/leasing, vigilanza/investigazione, altri servizi pubblici e privati (come pulizia, giardinaggio e PA esclusa sanità, assistenza sociale e istruzione), che contano 419.800, e commercio e turismo (484.500).

Il Made in Italy perderà una quota significativa di maestranze

Se, anche in questo caso, si misura l’incidenza della domanda sostitutiva sul fabbisogno occupazionale, i settori che entro i prossimi 5 anni si troveranno maggiormente in difficoltà saranno la Moda (91,9%), l’Agroalimentare (93,4%) e il Legnoarredo (93,5 %). Insomma, i principali settori del nostro Made in Italy rischiano di non poter più contare su una quota importante di maestranze di qualità e di elevata esperienza. Di fatto, il progressivo invecchiamento della popolazione italiana sta provocando un grosso problema al mondo produttivo.

Ma la difficoltà di reperimento è già un problema

Da tempo, ormai, gli imprenditori, anche del Sud, denunciano la difficoltà di trovare sul mercato del lavoro sia personale altamente qualificato sia figure professionali di basso profilo. Se per i primi le difficoltà di reperimento sono strutturali, a causa del disallineamento tra scuola e mondo del lavoro in alcune aree del Paese, per le seconde si tratta di opportunità di lavoro che spesso i nostri giovani rifiutano di accettare, e solo in parte vengono ‘coperte’ dagli stranieri. Una situazione che nei prossimi anni è destinata a peggiorare. In primo luogo, per gli effetti della denatalità, e in secondo per la cronica difficoltà a incrociare la domanda e l’offerta di lavoro.

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La capacità di spesa degli italiani scende del 54%

Un clima di incertezza che si riflette direttamente sui consumatori, che iniziano ad avvertire in modo intenso la diminuzione del loro potere d’acquisto. Pandemia, conflitto russo-ucraino, impennata dei costi dell’energia e rialzo dell’inflazione sono i fattori che recentemente hanno colpito gli ecosistemi economici, produttivi e sociali. Tanto che in un solo anno la capacità di spesa degli italiani risulta infatti più che dimezzata, scendendo al -54%, e il 26% delle famiglie teme di non arrivare alla fine del mese. Un dato confermato anche dall’ultima rilevazione Istat, che vede le vendite al dettaglio diminuire dello 0,8% in volume.
Si tratta di alcune evidenze emerse dall’Osservatorio Changing World di Nomisma, che consente di interpretare e anticipare i cambiamenti sociali in corso, e di indagare aspettative, valori, bisogni e modelli di acquisto dei cittadini.

Non basta adottare strategie di risparmio 

Nell’ultimo anno l’88% delle famiglie ha adottato opportune strategie di risparmio per far fronte al rincaro dell’energia e all’aumento generale dei costi. Nonostante questo, il 14% degli intervistati ritiene di guadagnare meno di quanto avrebbe bisogno per sostenere le spese necessarie.
Peraltro, il 25% delle famiglie si ritrova a spendere tutto quello che guadagna solo per far fronte alle spese strettamente necessarie, come utenze, imprevisti che riguardano la propria abitazione, alimentazione, senza potersi permettere altro.

L’economia è condizionata dall’incertezza 

Solo un italiano su due spende meno di quello che guadagna, riuscendo così a risparmiare qualcosa senza dover fare troppe rinunce. E a guidare la ricerca del risparmio è soprattutto l’incertezza, che condiziona pesantemente questa fase del ciclo economico. Il 38% di chi risparmia lo fa proprio perché il futuro sembra essere troppo incerto, mentre il 23% mette soldi da parte per affrontare con tranquillità eventuali spese impreviste.
Dai risultati della ricerca emerge che negli ultimi 12 mesi la capacità di risparmio sia diminuita o molto diminuita per il 54% degli italiani.

Una quotidianità profondamente modificata

Ma guardando al futuro le prospettive non sembrano migliori. Non solo le famiglie temono di non riuscire a risparmiare, ma il 26% di esse teme di non riuscire ad arrivare alla fine del mese. E pensare al risparmio familiare o capire come poter risparmiare parte del reddito è motivo di ansia e stress per un italiano su due.
“L’attuale periodo storico e gli avvenimenti degli ultimi tre anni hanno modificato e continuano a modificare profondamente la quotidianità degli italiani – evidenzia Valentina Quaglietti di Nomisma, come riporta Adnkronos -. Se da un lato abbiamo preso coscienza del fatto che si è delineato un new normal che nulla ha a che vedere con il pre-pandemia, dall’altro si è diffusa anche la consapevolezza che sarà sempre più ricorrente il verificarsi di nuove normalità”.

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