Le opinioni sul Covid all’inizio del 2022

Con il 1° aggiornamento del 2022 torna il consueto monitoraggio di Ipsos riguardo le opinioni degli italiani in merito all’emergenza Coronavirus. E dalle risposte risulta che oggi, per 1 italiano su 5, il peggio della crisi deve ancora arrivare. In tutti gli ambiti testati da Ipsos, individuale, familiare, locale, nazionale e mondiale, la minaccia percepita nelle ultime due settimane, di fatto, sale ancora. Questo perché a ridosso delle festività natalizie la curva dei contagi in Italia si è impennata, e molti italiani sono risultati positivi proprio durante le vacanze di Natale 2021. Il livello di allarme risulta quindi ancora molto alto nell’opinione pubblica, nonostante qualche esperto inizi a parlare diendemizzazione del virus, specie in relazione alla variante Omicron.

Per il 20% il peggio deve ancora arrivare

Secondo il sondaggio Ipsos la quota di intervistati che ritiene ‘il peggio passato’ scende al 24% (-6), mentre per il 20% (+2) ‘il peggio deve arrivare’,e per il 37% (+10) siamo all’apice dell’emergenza.
La previsione che nelle prossime settimane i contagi possano aumentare oltrepassa l’80% delle risposte, e l’orizzonte temporale in cui si colloca la previsione della fine di ogni preoccupazione tocca un nuovo massimo dall’inizio della pandemia: 19,5 mesi da oggi.
Risalgono poi ulteriormente quanti oggi si sentono più minacciati dai rischi sanitari della pandemia (63%, +6), rispetto ai rischi economici connessi (25% -1).

In leggero calo i giudizi positivi sulla campagna vaccinale

Solo il 17% degli intervistati dichiara di non conoscere direttamente nessuno che abbia contratto il virus: il 9% ammette di essersi infettato, per il 15% si è contagiato almeno uno dei propri conviventi, e per il 27% uno degli amici più stretti. Quanto ai giudizi positivi sulla campagna vaccinale scendono di un paio di punti (64%, -2), ma restano prevalenti rispetto alle critiche (20%). Il 90,5% dichiara di aver ricevuto almeno una dose di vaccino, e il 50% la dose booster.
Tra i non vaccinati, invece, al netto degli esentati, il numero dei dubbiosi circa l’utilità/sicurezza del vaccino e dei no vax si equivale, ed è pari al 40% in entrambi i casi. 

Italiani favorevoli al Super Green Pass

Tra i vaccinati, il 50% si dichiara convinto della propria scelta, mentre quasi 1 persona su 6 è stata costretta dall’obbligatorietà del Green Pass. In particolare: il 29% mantiene qualche dubbio, il 6% ammette di averlo fatto solo per poter mantenere la socialità, o per poter andare al lavoro (9%). In ogni caso, l’89% dichiara di avere un Green Pass valido, ottenuto quasi sempre grazie alle vaccinazioni. Quanto alle modifiche al Super Green Pass introdotte con il decreto del 7 gennaio, raccolgono il 70% di opinioni favorevoli e il 24% contrarie. Anche rispetto all’obbligo vaccinale per gli over 50 si allarga la platea dei favorevoli, e molti vorrebbero generalizzarlo all’intera popolazione. Sale anche il favore al vaccino ai bambini di fascia di età 5-11 anni (57%, +6), ma non tra quanti hanno bambini in quella fascia di età (49% favorevoli, 41% contrari).

Pubblicato
Categorie: Società

Previsioni dei consumi 2022: italiani in bilico, ma pronti al salto

Gli italiani sono in bilico, pronti al grande salto verso un futuro a cui la pandemia sembra aver dato inizio, ma allo stesso tempo ancora trattenuti dalle incognite del momento. Secondo due survey dell’Ufficio Studi Coop condotte a dicembre 2021, la prima in collaborazione con Nomisma, e la seconda sulla community di esperti del sito italiani.coop, un italiano su 3 sceglie di associare al 2022 la ‘speranza’, e per il nuovo anno auspica ‘ripresa’ (16%) e ‘cambiamento’ (15%), ma è il ‘timore’ la parola chiave, che raddoppia le citazioni rispetto alla rilevazione dello scorso anno. Preoccupati per l’ambiente e confidenti nelle opportunità della tecnologia, gli italiani guardano al nuovo anno ripromettendosi di prendersi cura di sé (57%), cercare un nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata (56%) e uscire dalla pandemia con l’ambizione di rivedere le priorità (55%), magari costruendosi una nuova vita (21%).

Cosa tiene in ostaggio i consumi delle famiglie

Sul fronte macroeconomico, invece, per il 2022 a preoccupare un manager su due sono soprattutto l’instabilità politica (con gli effetti sul Pnrr) e la crescita dei prezzi, stimata al 2,9% dal panel di esperti. Proprio la dinamica inflattiva peraltro, insieme all’affanno del mercato del lavoro e alle incertezze della pandemia, tiene in ostaggio i consumi delle famiglie e costringe il budget nei confini delle spese obbligate (utenze e salute, soprattutto).

L’epicentro della prossima crescita dei prezzi riguarderà il carrello della spesa

Ma l’epicentro della prossima crescita dei prezzi riguarderà il carrello della spesa. Infatti, i manager della filiera alimentare stimano un incremento medio dei prezzi alimentari superiore ai 3,5 punti percentuali, con una ondata inflattiva che per il 63% del campione riguarderà sicuramente tutto il 2022. Tra promozioni, ricerca di punti vendita, canali più convenienti e riduzione degli sprechi molti italiani fronteggeranno il carovita con un diffuso downgrading del carrello, soprattutto al Sud e nella lower class. Ma per i manager della filiera, il 61% degli intervistati, il 2022 sarà soprattutto l’anno della marca del distributore, la soluzione per permettere acquisti con il migliore rapporto tra qualità e prezzo.

Una fiducia quasi cieca nella tecnologia

Consapevoli dell’emergenza (78%) e pronti all’azione (97%), per contrastare il climate change gli italiani sono però ancora alla ricerca di soluzioni pratiche per rendere più sostenibile la vita quotidiana: acquistano lampadine a basso consumo, ma non sanno come sostituire lavastoviglie e lavatrici. Proiettandosi in avanti nel tempo gli italiani manifestano una fiducia quasi cieca nella tecnologia. Così, quasi 9 italiani su 10 si vedono nello spazio entro il 2050, e 6 su 10, se potessero, manderebbero già oggi cartoline dalla Luna, riferisce Askanews. Entro il 2030 la realtà virtuale farà parte della quotidianità per il 57% degli intervistati, nello stesso periodo per 4 italiani su 10 la carne sintetica sarà consuetudine sulle nostre tavole, e sulle nostre strade circoleranno auto a guida autonoma per un intervistato su tre (37%).

Pubblicato
Categorie: Società

Perché l’acqua del rubinetto è torbida?

Perché l’acqua che esce dal rubinetto di casa sembra essere torbida?

Delle volte sembra proprio che l’acqua che fuoriesce dal rubinetto di casa abbia un colore poco invitante che nulla ha a che fare con la limpidezza che ci aspetteremmo da un’acqua che desideriamo bere o utilizzare per scopi alimentari.

Quando abbiamo anche il semplice sospetto che l’acqua di casa non sia propriamente pura e sicura, facciamo bene a smettere per il momento di berla e procedere con delle analisi per poter capire se questa sia buona o meno.

Una analisi empirica

La prima cosa che possiamo fare per accertarci che l’acqua cui abbiamo accesso dal rubinetto di casa sia effettivamente buona da bere è quella di osservarla attentamente.

Delle volte infatti, l’acqua può sembrare torbida per un semplice motivo: la pressione con cui l’acqua esce dal rubinetto può infatti agitarla in maniera tale da farla apparire torbida, ma si tratta soltanto di un fenomeno che nulla ha a che vedere con la salubrità dell’acqua.

Per potercene assicurare, è sufficiente riempire un bicchiere di vetro d’acqua e lasciarla decantare qualche secondo dopo aver riempito il bicchiere. Se essa permane ad essere torbida dopo qualche secondo, probabilmente ci sarà qualche elemento o sostanza a renderla tale.

Se invece dopo qualche secondo l’acqua torna ad essere perfettamente trasparente e non si vede alcun tipo di elemento o residuo in sospensione, Ciò significa che l’acqua sembrava essere torbida appunto soltanto a causa della pressione del getto.

E se l’acqua ha un colore che tende al rosso?

Nel caso in cui l’acqua del rubinetto abbia un colore che tende al rossastro, questo può essere un indicatore della presenza di ferro.

Il più delle volte in questo caso il responsabile è la rete idrica e dunque le tubature, che possono essere vetuste e dunque ossidate. Questo tipo di fenomeno si verifica principalmente nel tratto finale delle tubature, ovvero quello che arriva fino al rubinetto di casa.

Ad ogni modo, se l’acqua dovesse avere un colore rossastro, presumibilmente il motivo sarà questo. Dunque in questo caso bisogna contattare l’acquedotto per accertarsi che il problema non sia lungo tutto il percorso che porta l’acqua fino all’edificio.

Se invece venisse appurato che il problema è relativo soltanto all’ultimo tratto, in questo caso è il condominio a dover provvedere a sostituire le tubature.

È un problema avere un acqua troppo ricca di calcare?

Quello della presenza eccessiva di calcare nell’acqua è un problema riguarda buona parte del nostro paese. Bisogna dire da questo punto di vista che se l’acqua è più dura perché vi è una grande presenza di carbonati di magnesio e calcio, non c’è alcun tipo di pericolo per la nostra salute.

L’unico problema in questo caso potrebbe essere che le tubature potrebbero tendere a formare più frequentemente delle incrostazioni. Inoltre potrebbero macchiarsi più rapidamente anche lavelli e piatti doccia, per cui se l’acqua che arriva al rubinetto di casa presenta troppo calcare non vi sono dei pericoli per la salute ma bisogna considerare che potrebbero esserci dei problemi a lungo termine con quel che riguarda alcuni complementi di casa.

Come è possibile migliorare la qualità dell’acqua?

Se l’acqua che arriva al rubinetto di casa è troppo torbida, la soluzione immediata, efficace e risolutiva è quella di montare il miglior depuratore acqua.

Grazie a questo dispositivo infatti, è possibile andare ad eliminare dall’acqua qualsiasi sostanza o elemento nocivo che ne pregiudica la qualità e la salubrità. si tratta di dispositivi facili da installare e che non necessitano di alcuna manutenzione se non il cambio periodico dei filtri.

Adottando un depuratore d’acqua efficiente è possibile risolvere il problema ed avere tutta la certezza di poter bere tranquillamente in famiglia l’acqua del rubinetto di casa.

Articolo in evidenza

Pubblicato
Categorie: Consigli

Cambiamento climatico e aumento dei prezzi, come bilanciare le due esigenze

Il cambiamento climatico è una preoccupazione per la maggior parte degli italiani, ma moltissimi nostri connazionali temono anche che le politiche verdi possano portare a un aumento dei prezzi. Quali sono le soluzioni possibili, dunque? Alcune indicazioni arrivano dal recente Osservatorio sulla sostenibilità realizzato dal Censis in collaborazione con Assogestioni, l’associazione italiana delle società di gestione del risparmio.

Quasi l’80% degli italiani ha paura del cambiamento climatico

Il 79,9% degli italiani ha paura del cambiamento climatico, soprattutto se la temperatura della terra dovesse aumentare di oltre 1,5 gradi, percentuale che raggiunge l’83,8% nel nord-est e l’82,7% tra le donne. La sostenibilità è quindi un tema sentito e condiviso, ma se il prezzo di acquisto di energia, beni e servizi dovesse aumentare, sarebbero da preferire altre soluzioni. Di fronte a questa scenario, il 73,9% degli italiani ha affermato che sarebbe necessario trovare altri modi per fermare il riscaldamento globale così come l’inquinamento. Di questa percentuale, il 69,5% delle persone che la pensa così vive nel nord-ovest, il 73,9% nel nord-est, il 79,4% nel centro e il 74,1% nel sud.
Il calo del potere d’acquisto e l’aumento dell’inflazione in cambio di politiche più green rappresentano uno spettro inquietante per gli italiani. La paura del cambiamento climatico non basta a promuovere scelte che possano ridurre il benessere personale. Sebbene i combustibili fossili siano “colpevoli”, come si sa, non piacciono nemmeno le alternative verdi che potrebbero far lievitare i prezzi. Inoltre, il 44% degli italiani si oppone a pratiche che portano a ulteriori disuguaglianze sociali in nome dello sviluppo sostenibile. 

I problemi dell’informazione

Oltre alle preoccupazioni legate al rischio di aumenti, tante persone dichiarano di avere poche notizie precise sull’argomento. Il 74,6% degli italiani ritiene che ci sia troppa confusione tra riscaldamento globale e sostenibilità. Se ne discute molto, ma la l’eccesso di informazioni crea un rumore di fondo che non è utile per la comprensione della materia. Solo il 26,2% delle persone ha affermato di sapere esattamente cosa significasse sviluppo sostenibile e il 60,8% ne aveva un’ampia conoscenza.

La finanza si tinge di green

Gli intervistati hanno affermato che anche la finanza è uno dei modi per liberarsi dallo stallo tra sostenibilità e inflazione. Il 76,6% degli intervistati ritiene che la finanza giocherà un ruolo importante perché il collasso dell’ambiente rappresenta una minaccia per gli investimenti stessi. Ecco perchè gli investimenti sostenibili ESG (Environmental, Social and Governance) sono molto importanti. Ma anche in questo caso il 64,4% degli italiani ha affermato di saperne poco o nulla, mentre il 63,4% delle persone ne ha solo sentito parlare. Tuttavia, l’utilizzo di una parte dei 1.600 miliardi di euro delle famiglie depositati sui conti correnti (un aumento del 5% rispetto allo scorso anno) per l’acquisto di prodotti finanziari ESG potrebbe svolgere un ruolo straordinario nel promuovere la trasformazione ecologica. 

Pubblicato
Categorie: Società

Black Friday 2021, la tecnologia di consumo non rallenta la sua corsa

Nella settimana del Black Friday 2021, dal 22 al 28 novembre, il mercato italiano del tech di consumo ha registrato un risultato a valore positivo del 6% in più rispetto allo stesso periodo del 2020. Secondo le rilevazioni effettuate da GfK sul Panel Weekly le vendite dei Technical Consumer Goods mostrano un trend positivo le categorie più importanti del mercato, tra cui TV, PC, Smartphone, Tablet, Frigoriferi, Lavatrici, Aspirapolvere, e Stampanti. Nelle settimane precedenti il Black Friday l’anticipo delle promozioni non ha frenato la crescita dei mercati della Tecnologia, che segna un incremento nelle vendite del +116%. 

Molti retailer ed e-tailer hanno giocato d’anticipo

Per questo perimetro di prodotti durante la settimana del Black Friday 2021 è stato generato un controvalore pari a 492 milioni di euro. Come avvenuto negli ultimi anni, molti retailer ed e-tailer hanno giocato d’anticipo, e le promozioni sono iniziate fin dall’inizio di novembre, con importanti campagne pubblicitarie a sostegno.
Questo ha portato a un trend positivo anche nelle settimane precedenti a quella del Black Friday. Ma è la domanda di Tecnologia a sostenere la performance della settimana più importante dell’anno. Rispetto al valore della settimana media riferita all’ultimo anno, la settimana del Black Friday 2021 ha fatto registrare un incremento delle vendite del +116%.

Performance migliori, fatturato, e crescite più rilevanti

I comparti che hanno ottenuto la migliore performance sono il Grande Elettrodomestico (+16%), seguito dall’Informatica e Ufficio (+5%), dall’Elettronica di Consumo (+4%), e dal Piccolo Elettrodomestico (+4%). I prodotti più importanti in termini di fatturato si confermano gli Smartphone (124 milioni di euro), le TV (107 milioni) spinti anche dal Bonus Rottamazione legato allo Switch-off, e i PC Portatili (53 milioni). Le categorie che hanno mostrato le crescite più rilevanti, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, sono i Condizionatori (+44%), i Core Wearables (+41%), le Asciugatrici (+32%) e Sistemi Audio (+23%), trainati dagli Assistenti Vocali.

Le vendite online hanno contribuito per il 32,7%

Anche l’impatto delle attività promozionali nella settimana del Black Friday è tornato a crescere rispetto agli ultimi anni, arrivando al 46% dei volumi venduti con un taglio prezzo di almeno il 15%. Ma si conferma anche l’approccio omnichannel degli italiani, già adottato dall’inizio dello scorso anno, che ha contribuito alla crescita del canale online (+1%), e ancor più del canale tradizionale (+9%). Di fatto, per la settimana del Black Friday le vendite online contribuiscono al 32,7% del fatturato di tutte le vendite di prodotti Tech. Sarà quindi importante continuare a monitorare la crescita dei prodotti tecnologici anche per gli acquisti di Natale, alla luce dei fenomeni di ‘shortage’ che stanno influenzando i mercati, e alle difficoltà nel reperimento delle materie prime da parte dei produttori.

Il futuro del lavoro: ibrido, con un mix di presenza e remote working

Il lavoro a distanza? Resisterà anche nell’immediato futuro, seppur con delle differenze rispetto a oggi. Resta comunque il fatto che la pandemia da Covid-19 ha completamente rivoluzionalo le modalità di lavoro, costringendo aziende e dipendenti a mettere in atto tutta una serie di strategie per poter continuare con operatività e l’attività professionale. E tali scelte – a cominciare dal remote working – si sono rivelate vincenti, dato che sono destinate a rimanere anche entro l’arco temporale dei prossimi due anni. Per dare un ulteriore dato, le stime prevedono che solo 2 dipendenti si 5, in Italia, ritorneranno stabilmente ed esclusivamente in presenza.

Il futuro sarà ibrido

Le previsioni sono evidenziate da un’anticipazione dei risultati della ricerca Benefit Trends Survey 2021-2022 condotta da Willis Towers Watson su un campione di aziende attive nel nostro Paese e rappresentanti circa 155.000 lavoratori. Quello che emerge con forza è che non si tornerà più indietro: nel prossimo biennio si prevede che solo il 42% dei dipendenti lavorerà in azienda, circa la metà del periodo pre-Covid (ma comunque in aumento rispetto alla situazione attuale, dove a recarsi sul posto di lavoro è appena il 32%). Sempre in base ai risultati dell’indagine ripresa da Italpress, la modalità ibrida, ovvero sia da remoto sia in presenza, tra due anni resterà comunque più diffusa di quella completamente a distanza, sebbene quest’ultima abbia registrato, l’anno scorso, una maggiore crescita proporzionale. Nel 2019 infatti la stragrande maggioranza dei dipendenti, l’82%, lavorava in ufficio. Erano solo il 12% i lavoratori che si alternavano tra casa e ufficio e il 6% quelli in remoto: oggi invece sono rispettivamente il 31% e il 38%, con un evidente balzo di crescita in entrambe le categorie.

La nuova normalità
Anche gli accordi di lavoro futuri rifletteranno la nuova normalità, col 26% delle aziende che si attende che i dipendenti lavoreranno in alternanza paritetica tra luogo di lavoro e da remoto, il 33% più da casa che non da ufficio e il 41% all’opposto. Sta cominciando però un riassestamento della percentuale di dipendenti che lavorano solo da remoto (tra due anni scenderanno dal 38% al 23%), mentre stanno aumentando di contro quelli che lavorano in presenza (tra due anni saliranno dal 32% al 42%) e in modalità ibrida (dal 31% al 35%).
Sette aziende su dieci (71%), inoltre, progettano oggi di consentire un pieno ritorno in ufficio su base volontaria entro la fine dell’anno, mentre il 47% non sono ancora sicure di quando termineranno i protocolli anti-COVID e solo un 10% prevede di fermarli prima del 2022.

Pubblicato
Categorie: Società

Le performance economiche delle startup e Pmi innovative Ict

La ricerca ‘Startup e Pmi innovative ict: performance economica’ di Anitec-Assinform e InfoCamere mostra l’elevata capacità di resilienza delle startup e Pmi innovative Ict italiane, evidenziandone i punti di forza: l’attitudine al digitale e allo smart working, la velocità e flessibilità nell’adattarsi ai cambiamenti del mercato, e l’ottimo livello di competenze tecniche e informatiche. Dalla ricerca emerge inoltre come a inizio ottobre 2021 il numero di startup e Pmi innovative del settore Ict iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese continui a crescere, arrivando a 7.749, il 16,3% in più rispetto a fine febbraio 2021, per una quota costante del 49% del totale. Questo, nonostante la crisi da Covid-19. Rispetto ai filoni di attività, la ricerca sottolinea poi dinamiche leggermente più positive per le startup e Pmi innovative in ambito AI, blockchain, cybersecurity, e digital solutions.

Livelli di produttività più elevati nei filoni di attività 4.0

Gli indicatori di produttività confermano che la ricerca di vantaggio competitivo in mercati molto innovativi e tecnologicamente avanzati si traduce in livelli più elevati di produttività, con medie superiori nei filoni di attività 4.0 e altre tecnologie digitali. Complessivamente, le 4.537 startup e Pmi innovative Ict con bilancio depositato nel 2020 hanno prodotto beni e servizi per un totale di 1,2 miliardi di euro, contro 1,5 miliardi di euro delle 4.863 startup e Pmi innovative non-Ict. E il valore della produzione medio per startup e Pmi innovativa Ict nel 2020 risulta pari a 263,3 mila euro (310,6 mila euro non-Ict).

Più valore aggiunto rispetto al segmento non-Ict

Le startup e Pmi innovative Ict hanno generato valore aggiunto per 406 milioni di euro, un valore superiore ai 332,8 milioni del segmento non-Ict. Complessivamente nel 2020 per ogni euro di produzione, le Pmi e startup innovative Ict hanno generato 33,8 centesimi di valore aggiunto contro 22,2 centesimi nel segmento non-Ict, a conferma del maggiore incremento di valore generato dalle attività sviluppate dalle aziende specializzate nei mercati tecnologici avanzati. Tuttavia, anche a causa dei maggiori costi per addetto, gli indicatori di profittabilità sono meno remunerativi nel settore Ict rispetto al settore non-Ict almeno nei primi anni di attività. In ogni caso, le società in utile nel 2020 generano il 43,4% di produzione nel settore Ict contro il 47,6% nel settore non Ict.

Ritorno economico dell’investimento nel medio-lungo periodo

Quanto alla redditività del patrimonio netto (il ritorno economico dell’investimento effettuato), riporta Adnkronos, almeno il 50% delle startup e Pmi innovative Ict negli ultimi tre anni registra un valore pari o superiore all’1,1%. Gli indicatori finanziari confermano poi come l’apparente squilibrio finanziario iniziale sia compensato dal consolidarsi delle attività successive alla fase iniziale, e con il manifestarsi di trend di crescita importanti nella valutazione delle potenzialità effettive nel medio-lungo periodo. Un’altra caratteristica distintiva di startup e Pmi innovative è il valore elevato delle risorse immateriali, soprattutto brevetti, marchi, avviamento, che partecipano al raggiungimento del vantaggio competitivo aziendale. L’indice mediano è infatti pari a 1 presso startup e Pmi innovative Ict (0,8 non-Ict), e l’indice medio è pari a 0.7 (0,6 non-Ict).

Pubblicato
Categorie: Società

L’effetto Covid sul settore automotive e la mobilità sostenibile

In Italia al crollo delle immatricolazioni durante il lockdown (-28% nel 2020 rispetto al 2019), ha seguito una ripresa (+64% la variazione gennaio-maggio 2021/2020), ridimensionata tuttavia da alcuni ostacoli, che a settembre hanno portato a un calo delle immatricolazioni (-33%) rispetto allo stesso periodo del 2020. In questo contesto si evidenzia anche l’evoluzione del Noleggio a Lungo Termine (NLT), cresciuto a dicembre 2020 del 4,1%, e il numero delle immatricolazioni di auto ecologiche, più che raddoppiato nel periodo gennaio-settembre 2021 rispetto all’intero 2019, e salito da 127mila a oltre 320mila unità per i veicoli ibridi ed elettrici. Sono i dati rilevati dallL’Osservatorio E-Mobility 2021 di Nomisma, che fa il punto sul mercato dell’auto, un settore particolarmente penalizzato dalla pandemia da Covid-19.

Perché scegliere veicoli ibridi ed elettrici?

Fra i motivi per i quali nell’ultimo anno sono stati utilizzati veicoli ibridi o elettrici rientrano lo stile di vita attento all’ambiente (43%), la possibilità di accedere nel centro città e nelle ZTL (35%), il minor costo chilometrico di manutenzione (33%), e la presenza di incentivi per l’acquisto (30%). Fra i fattori deterrenti, le criticità sono legate soprattutto a costi elevati (56% per ibridi, 57% per veicoli elettrici), mancanza di un’adeguata rete di punti di ricarica (38% per veicoli elettrici) e offerta insoddisfacente sul mercato (30% ibridi, 28% elettrici). Per chi ancora non utilizza auto ecologiche uno stimolo a farlo consisterebbe nell’abbattimento dei costi d’acquisto, l’aumento di incentivi/detrazioni per l’acquisto, e l’aumento dei punti di ricarica fuori e all’interno delle città.

La pandemia accresce la propensione a usare veicoli alternativi

La pandemia ha accresciuto la propensione degli italiani non solo verso i veicoli green, ma anche verso le forme di mobilità dolce, come biciclette e monopattini. Se l’auto resta il mezzo di spostamento principale per due italiani su tre, si consolidano, e crescono, nuove abitudini di mobilità: nel 2020 sono 2 milioni le biciclette vendute (+17%), 280mila le ebike (+44%), e +140% a valore monopattini elettrici, hoverboard e one wheel. Inoltre, se nel pieno della pandemia erano diminuiti car sharing (-27% tra 2020-2019) e noleggi (-53%), i primi mesi del 2021 indicano una netta ripresa per entrambi.

L’utilitaria a benzina resta il segmento preferito dagli italiani

Nel biennio 2019-2020 un italiano su tre pensava di acquistare o noleggiare a lungo termine una nuova automobile, valutando preventivi, ricercando informazioni, chiedendo consigli. Un interesse concretizzato per il 27% dei casi, proseguito per il 35%, o rimandato (29%) e abbandonato (9%). Fra chi ha concretizzato l’acquisto, il 46% ha scelto un’utilitaria, il segmento preferito anche da coloro che stanno ancora riflettendo. Chi invece ha rinunciato, lo ha fatto perché ha preferito orientare altrove il proprio investimento (37%), ha diminuito il reddito familiare (32%) o ha riscontrato minori esigenze di spostamento (21%). In ogni caso, ancora netta la prevalenza, per quanto riguarda i carburanti, di benzina (39%) e diesel (37%), e per motore ibrido (12%).

Pubblicato
Categorie: Società

Il Phygital è la nuova prospettiva dello shopping

Durante la pandemia i consumatori hanno sofferto la mancanza dell’aspetto più sociale dello shopping, ma allo stesso tempo il canale digitale è riuscito a fare fronte ai loro bisogni, portando novità e servizi ormai irrinunciabili. Gli italiani hanno quindi rivisto il proprio rapporto con lo shopping, e guardano sempre più al phygital, l’esperienza di acquisto ibrida che coniuga le modalità tradizionali dell’offline con le novità portate dall’online e dal digitale. Quanto al futuro, ci sono ampi margini di miglioramento, soprattutto se le esperienze phygital sapranno diventare sempre più emozionanti. È quanto emerge da ‘Phygital Shopping Experience: opportunità per i retailers per incrementare loyalty e sales’, la ricerca in ambito retail di BVA Doxa in collaborazione con Salesforce sulle esperienze di acquisto phygital.

Oltre tre italiani su quattro hanno fatto acquistati con modalità ibrida

Molti, infatti, sono gli esempi in cui canale fisico e digitale sono andati intersecandosi, come, ad esempio, con la prenotazione o l’acquisto del prodotto online e il successivo ritiro in negozio o la consegna a casa. In diversi casi, inoltre, sono stati i negozianti stessi, non presenti online, a trovare soluzioni e proporre servizi che permettessero di interagire con il proprio negozio, mantenendo il contatto con la propria clientela. Queste, così come la possibilità di prenotare il proprio posto in coda o l’aumento dei sistemi di pagamento digitali e contactless, sono state accolte positivamente, tanto da desiderare che vengano mantenute anche in prospettiva. Nell’ultimo anno oltre tre italiani su quattro (74%) hanno fatto acquisti con modalità phygital. In particolare, per l’abbigliamento (28%), l’elettronica (24%) e il comparto del beauty (21%).

Store fisici, supermercati e negozi di abbigliamento i più ‘omnicanale’

Tra gli store fisici, i supermercati e i negozi di abbigliamento sono le categorie dove con maggiore frequenza si adottano le modalità phygital. Ma se in tanti settori il phygital si sta ritagliando uno spazio sempre più importante, allo stato attuale i percorsi per rendere ottimale l’esperienza del cliente vanno ancora perfezionati. Deve infatti ancora concretizzarsi una reale omnicanalità tra offline e online, dal momento che ancora il 22% di chi visita il negozio compra online altrove, magari attratto da offerte più convenienti trovate in rete.

Affiancare assistenti virtuali al personale di vendita “reale”

In questo processo di ibridazione, i consumatori italiani si dividono sull’affiancamento di assistenti virtuali al personale di vendita ‘reale’. Il personale di vendita reale è centrale a patto però che costituisca un valore aggiunto soprattutto in termini di competenza. È comunque consistente (52%) la quota di chi vede positivamente l’affiancamento di assistenti virtuali, e a essere più favorevoli sono soprattutto i giovani uomini, mentre decisamente meno le donne. In ogni caso, se gli strumenti digital permettessero al personale di vendita di identificare i clienti e conoscerne le preferenze, i consumatori italiani si direbbero felici, soprattutto perché potrebbero ottenere consigli su prodotti e servizi specifici (48%). Tuttavia, resta ancora centrale il nodo della privacy: il 59% è preoccupato per la salvaguardia dei propri dati sensibili.

Con il Cashback crescono i pagamenti digitali, contactless e via mobile

Nella prima metà dell’anno sono stati oltre 6,1 milioni gli italiani che hanno raggiunto la soglia delle 50 transazioni, e si registra una crescita del +23% nel transato dei pagamenti digitali, per un valore totale che passa da 118 miliardi di euro nel 2020 a 145,6 miliardi. Nonostante le parziali ‘chiusure’ avvenute nel primo semestre 2021, e la riduzione dei consumi a causa dell’emergenza sanitaria, i risultati degli incentivi legati a Cashback e Super Cashback si fanno sentire. Dall’edizione semestrale dell’Osservatorio Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano emerge infatti che il numero di transazioni digitali fa segnare un aumento ancor più deciso di quello del transato, passando dai 2,3 miliardi del 2020 ai 3,2 del primo semestre 2021, con una crescita del +41%. 

Lo scontrino medio scende di oltre l’11% in un anno

Lo scontrino medio, soprattutto grazie agli incentivi del Cashback, scende di oltre l’11% in un anno, con un calo netto di circa 6 euro (da 51,7 a 45,7 euro). I numeri del Cashback nella prima metà dell’anno dimostrano una discreta adesione, di poco inferiore ai 9 milioni di cittadini, circa il 18% della popolazione maggiorenne, ma una più che apprezzabile penetrazione all’interno di chi ha preso parte all’iniziativa: sono stati infatti oltre 6,1 milioni gli italiani che hanno raggiunto la soglia delle 50 transazioni, per un rimborso massimo di 150 euro.

Trend di crescita più interessanti per le modalità più innovative

A fronte di una crescita del +6,5% dei pagamenti con carta ‘a inserimento fisico’ nel Pos, che passano da 85,3 miliardi a 90,9 miliardi di euro, sono le modalità di pagamento più innovative a fare segnare i trend di crescita più interessanti. Il contactless cresce infatti del +66% nel primo semestre del 2021, rispetto allo stesso semestre del 2020, passando da 31,4 a 52,1 miliardi di euro di transato. Questa modalità si conferma la preferita per i pagamenti in negozio: ne sono un chiaro segnale il numero di transazioni in forte rialzo (1,36 miliardi di operazioni, +79%) e lo scontrino medio che si sta gradualmente abbassando (oggi è di 41 euro, -1,4% rispetto allo scorso anno).

Pagamenti in negozio? Meglio ‘senza contatto’

Le modalità di pagamento in negozio ‘senza contatto’ vengono preferite sempre di più̀, anche per la maggiore igiene e sicurezza. Sotto ai 50 euro, la nuova soglia che si sta adottando a livello europeo, infatti, non va inserito il PIN e si possono evitare del tutto i contatti al momento del pagamento in cassa. Inoltre, crescono anche tutte le componenti dei pagamenti da Mobile e da Wearable: i pagamenti contactless NFC tramite smartphone e dispositivi indossabili, oltre che i pagamenti da app in negozio, crescono del +108% e raggiungono quota 2,7 miliardi di euro, rispetto ai soli 1,3 di un anno fa.

Pubblicato
Categorie: Società