Fatturato dei servizi, ancora difficoltà per turismo e ristorazione

Il settore dei servizi ha dovuto affrontare grandi difficoltà legate alla pandemia, e gli effetti si fanno ancora sentire. Lo certifica l’Istat e lo conferma l’Ufficio Studi Confcommercio in base ai dati diffusi dall’Istituto di Statistica  sul fatturato dei servizi nel quarto trimestre del 2021. 

I dati Istat

Nel quarto trimestre 2021 l’indice destagionalizzato del fatturato dei servizi cresce del 2,1% rispetto al trimestre precedente; l’indice generale grezzo registra un aumento, in termini tendenziali, del 13,6%.

Nel quarto trimestre 2021 si evidenzia una crescita congiunturale in quasi tutti i settori. Incrementi si registrano per le Agenzie di viaggio e i servizi di supporto alle imprese (+4,7%), per i Servizi di informazione e comunicazione (+3,4%), per il Commercio all’ingrosso, commercio e riparazione di autoveicoli e motocicli (+2,3%), per il Trasporto e magazzinaggio (+1,4%) e per le Attività professionali, scientifiche e tecniche (+0,8%). Si registra una diminuzione solo per le Attività dei servizi di alloggio e ristorazione (-1,0%).

L’indice del fatturato dei servizi nel quarto trimestre 2021 registra variazioni tendenziali positive in tutti i settori. Aumenti consistenti contraddistinguono le Attività dei servizi di alloggio e ristorazione, con una crescita dell’81,3%, il Trasporto e magazzinaggio (+25,6%), le Agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese (+12,7%) e il Commercio all’ingrosso, commercio e riparazione di autoveicoli e motocicli (+10,0%). L’incremento è più contenuto per i Servizi di informazione e comunicazione (+8,1%) e per le Attività professionali, scientifiche e tecniche (+5,3%).

Il commento di Confcommercio

Il settore dei servizi, in linea con quanto era già emerso da altri indicatori, ha chiuso il 2021 in forte rallentamento. I dati testimoniano i ritardi nel recupero dei livelli di attività pre-crisi sia dei servizi di alloggio che di ristorazione, le cui dinamiche appaiono decrescenti anche rispetto al terzo trimestre del 2021. Nel complesso, lo scorso anno ha mostrato un’inaspettata capacità di reazione del tessuto produttivo nel complesso, le cui dinamiche aggregate hanno superato ogni più rosea previsione. Tuttavia, resta l’elemento di debolezza costituito dalle differenti performance settoriali, conseguenza della diversa distribuzione degli shock della pandemia e delle restrizioni tra i diversi comparti produttivi. I più colpiti nel terziario di mercato sono quelli che manifestano a tutt’oggi difficoltà che rischiano di essere prolungate e acuite tanto dalla crisi energetica quanto dalle tensioni geopolitiche, i cui potenziali riflessi negativi sul nostro turismo non devono essere sottovalutati.

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Come cambiano le abitudini di viaggio degli italiani

Gli italiani, dopo le difficoltà legate alla pandemia, hanno voglia di viaggiare, sia per vacanza sia per lavoro. Ma non tutto è come prima dell’emergenza sanitaria. Per scoprire quali siano i comportamenti degli nostri connazionali rispetto al viaggio arriva l’osservatorio EY “Future Travel Behaviours” effettuato su un campione di oltre 1.000 soggetti. I risultati, ottenuti sia con rilevazioni esplicite che attraverso tecniche di neuroscienze cognitive, hanno permesso di individuare le intenzioni e le attitudini degli italiani nel 2022 e di delineare nuovi profili dei viaggiatori.

Nel 2021 l’80% si è spostato per vacanza

Nel 2021 oltre l’80% degli italiani ha ripreso a viaggiare per motivi di vacanza. Anche le intenzioni dichiarate per il 2022 confermano il trend: il 60% afferma di voler tornare alle abitudini di viaggio pre-pandemia e 1 su 4 desidera addirittura aumentare il numero di viaggi. Due intervistati su tre dichiarano di voler viaggiare nel nostro Paese, mentre un 6% di italiani ha pianificato di lavorare da remoto in un luogo di villeggiatura, secondo la tendenza sociale nota come workation.
Tra i mezzi di trasporto preferiti per i viaggi nel 2021, l’auto privata è sempre al primo posto sia per andare in vacanza (64% del campione) che per viaggi di lavoro (60%). Tra i fattori che influenzano maggiormente le scelte dei viaggiatori, comodità e prezzo rimangono ai primi posti, ma ben il 74% degli interpellati dichiara di aver effettuato scelte di viaggio con un occhio di riguardo all’ambiente. A livello di trasporti, l’aereo è percepito come mezzo meno ecosostenibile, con una relativa crescente attenzione alle iniziative di riduzione dell’impatto ambientale di tale tipologia di viaggio: ad esempio 2/3 degli intervistati è disposto a pagare un sovraprezzo per garantire la compensazione delle emissioni di CO2 dei propri viaggi a medio e lungo raggio. Se dall’analisi delle scelte esplicite emerge che il 46% considera importante o molto importante l’impatto delle proprie scelte sull’ambiente, i test impliciti confermano la crescita di ansia verso i problemi ambientali, evidenziata nel 75% del campione (era il 67% nella scorsa edizione). Rispetto al 2020 si è ridotta di quasi 10 punti la percentuale di coloro che hanno dichiarato di non aver effettuato alcun viaggio, mentre raddoppia la percentuale di chi ha viaggiato più di 5 volte all’anno. Per coloro che hanno ripreso a viaggiare l’Italia rimane la meta preferita dal 67% del campione, ma è in aumento anche la percentuale di coloro che desiderano trascorrere le vacanze all’estero (33%). Anche per i viaggi di lavoro il nostro Paese è la meta preferita: 89% contro l’11% che immagina di dover trascorrere un periodo all’estero per questioni professionali.

Perchè si viaggia

I dati raccolti dall’Osservatorio EY hanno evidenziato profondi cambiamenti nelle motivazioni alla base delle scelte di viaggio con una decisa spinta verso esperienze sempre più diversificate e personali. Emergono 8 diversi profili rappresentativi dei viaggiatori del 2022, che tengono conto di caratteristiche anagrafiche, comportamenti e preferenze di viaggio, intenzioni esplicite e motivazioni rilevate con analisi implicite. Il profilo più numeroso è quello dei Potential Frequent Travelers (20% del campione, +2% rispetto al 2020) ovvero coloro che intendono aumentare i propri viaggi nel 2022 sia per vacanza che per lavoro. In crescita anche i Reluctant Travelers (+3%), che continueranno a limitare gli spostamenti e gli Health and Environmental Concerned Travelers (+1%), che non intendono aumentare il numero di viaggi a causa di preoccupazioni legate alla salute e all’ambiente.

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Il futuro dell’azienda è ibrido e flessibile. Soprattutto per gli under 30 

Fattori imprescindibili per il futuro del lavoro sono la flessibilità e il giusto bilanciamento tra vita privata e vita lavorativa. Ma allo stesso, si deve facilitare una costante presenza in ufficio.
Per questo la strada da seguire nel futuro è quella di un modello di lavoro ibrido. È quanto emerge dalla survey Il futuro del lavoro in Italia, commissionata da Nestlé in Italia a Toluna, con l’obiettivo di indagare le preferenze e le necessità degli under 30, i ragazzi e ragazze che si stanno affacciando al mondo del lavoro.

Il 74% dei giovani valuta positivamente l’esperienza degli ultimi mesi

Con l’obiettivo di ascoltare e dare voce a chi ha appena concluso gli studi o a chi ha appena iniziato a lavorare, lo studio riflette sul rinnovato mondo del lavoro, raccontando come gli ultimi due anni abbiano modificato i modelli organizzativi tradizionali aprendo nuove prospettive per il futuro. In generale, nonostante le preoccupazioni, i giovani hanno dimostrato forte capacità di adattamento alla nuova situazione lavorativa. Infatti, il 74% degli under 30 valuta positivamente l’esperienza di lavoro degli ultimi mesi, in quanto ha contribuito a favorire la propria autonomia (47%) e ha accelerato l’acquisizione di nuove competenze utili per crescere (44%).

Un terzo degli under 30 preferirebbe tornare in ufficio

È chiaro, nel lavoro da remoto non mancano alcuni aspetti negativi a cui le aziende dovranno prestare massima attenzione, come la ridotta socializzazione (33%) e la difficoltà di ‘staccare’ dal lavoro e godersi il tempo libero (26%). Se da un lato lo smart working regala più tempo da dedicare alle proprie attività, dall’altro rischia di portare alla mancanza di un confine netto e necessario tra lavoro e casa, a scapito della sfera privata. Insomma, la prospettiva futura di un modello di lavoro ibrido è la preferita da più della metà degli intervistati (52%), ma circa un terzo dei giovani preferirebbe tornare totalmente in ufficio, riconoscendo i benefici e i vantaggi del lavorare in presenza rispetto al lavorare sempre da casa (12%).

Considerare le esigenze di chi non è ancora entrato nel mondo del lavoro

Come tutte le aziende che vogliono guardare avanti, riporta Adnkronos, Nestlé sta costruendo il suo modello di lavoro ascoltando il parere e le necessità delle persone, ma ritiene anche fondamentale considerare le esigenze di chi non sta ancora lavorando e che magari arriverà in azienda tra qualche anno.
Con l’introduzione dello smart working già dal 2012 l’azienda adotta una forma di lavoro che garantisce maggiore flessibilità alle persone, tutelando il corretto bilanciamento tra vita personale e professionale. Oggi l’azienda ha deciso di aggiornare il proprio modello coniugandolo al meglio con politiche di welfare aziendale, che diventano sempre più importanti per far vivere bene il lavoro, e che possono favorire la crescita, personale e aziendale.

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Space Economy, un volano per l’economia italiana 

Nel mercato della Space Economy crescono i ricavi e i satelliti in orbita, anche per quanto riguarda l’Italia. A dirlo è l’Osservatorio Space Economy della School of Management del Politecnico di Milano, che ha analizzato lo stato dell’arte del comparto spaziale a livello globale e in relazione al nostro Paese. Qualche numero di questo comparto, di cui si parla poco ma che ha un peso rilevante nell’economia mondiale: nel 2021 sono stati 11,5 miliardi i dollari investiti per lo spazio dall’Unione Europea, secondo budget al mondo dopo gli USA. L’Italia è il sesto paese nel mondo per spese spaziali in relazione al PIL. Miniaturizzazione dei satelliti, riduzione dei costi di lancio e regolamentazioni meno stringenti hanno spinto la nascita di startup che nel 2021 hanno raccolto 12,3 miliardi di euro di finanziamenti.

Un mercato che oggi vale 371 miliardi di dollari

A fronte di questi investimenti, si stima che il mercato della Space Economy valga oggi 371 miliardi di dollari di ricavi a livello globale, di cui il 73% riconducibile all’industria satellitare (che include servizi satellitari di telecomunicazione, navigazione ed osservazione della Terra, prodotti per l’equipaggiamento a Terra come sensori, antenne o GPS). Complessivamente, le stime 2021 di crescita sono rimaste costanti rispetto all’anno precedente (il cui valore era stimato a 366 miliardi di dollari). Ma la Space Economy cresce anche in termini di satelliti in orbita. Nel 2021 se ne contano in totale 4838, con un aumento in particolare dei piccoli satelliti (sotto i 600 kg): solo nel 2020 ne sono stati lanciati il 40% (pari a 1202 satelliti) di quelli lanciati negli ultimi 10 anni. La massa totale dei satelliti orbitanti è di circa 564 tonnellate, in un trend di aumento costante che porta con sé certamente grandi opportunità, ma anche il rischio di inquinamento dello spazio e di collisioni involontarie tra carichi operativi e detriti spaziali.

Gli investimenti nel mondo

Gli investimenti in Space Economy sono già significativi in tutto il mondo. Per i programmi spaziali si stima una somma dei budget governativi a livello globale tra 86,9 miliardi e 100,7 miliardi di dollari. Per entità di spesa, nell’anno fiscale 2021, appena dopo gli Stati Uniti (ampiamente al primo posto nel mondo con gli 43,01 miliardi di dollari), viene l’Europa con 11,48 miliardi di dollari, seguita da Cina, Russia, Giappone e India: grazie a Copernicus, EGNOS e Galileo, l’UE possiede sistemi spaziali di livello mondiale, con più di 30 satelliti in orbita (e l’intenzione di raddoppiarli nei prossimi 10-15 anni) e una previsione di spesa di 14,8 miliardi di euro nel periodo 2021-2027, la somma più alta mai stanziata prima. Ben 88 paesi nel mondo investono in programmi spaziali, 14 dei quali hanno capacità di lancio; l’Italia è tra i 9 dotati di un’agenzia spaziale con un budget di oltre 1 miliardo di dollari all’anno. Analizzando gli investimenti dei singoli paesi in relazione al PIL (0,06% nel 2019), il nostro paese si colloca al sesto posto al mondo, dopo Russia, Usa, Francia, India e Germania, e al terzo in Europa. Con 589,9 milioni di euro, l’Italia è il terzo contribuente all’European Space Agency nel 2021, dopo Francia (1065,8 milioni) e Germania (968,6).
Ma sono significativi anche gli investimenti privati nelle startup della Space Economy. Nel 2021, si stimano complessivamente 12,3 miliardi di euro di finanziamenti a livello globale, una cifra rilevante con un sempre maggiore coinvolgimento del mercato azionario: ben 606 imprese nel 2021 si sono quotate tramite il meccanismo di SPAC (Special Purpose Acquisition Company), contro una sola nel 2020.

Le opinioni sul Covid all’inizio del 2022

Con il 1° aggiornamento del 2022 torna il consueto monitoraggio di Ipsos riguardo le opinioni degli italiani in merito all’emergenza Coronavirus. E dalle risposte risulta che oggi, per 1 italiano su 5, il peggio della crisi deve ancora arrivare. In tutti gli ambiti testati da Ipsos, individuale, familiare, locale, nazionale e mondiale, la minaccia percepita nelle ultime due settimane, di fatto, sale ancora. Questo perché a ridosso delle festività natalizie la curva dei contagi in Italia si è impennata, e molti italiani sono risultati positivi proprio durante le vacanze di Natale 2021. Il livello di allarme risulta quindi ancora molto alto nell’opinione pubblica, nonostante qualche esperto inizi a parlare diendemizzazione del virus, specie in relazione alla variante Omicron.

Per il 20% il peggio deve ancora arrivare

Secondo il sondaggio Ipsos la quota di intervistati che ritiene ‘il peggio passato’ scende al 24% (-6), mentre per il 20% (+2) ‘il peggio deve arrivare’,e per il 37% (+10) siamo all’apice dell’emergenza.
La previsione che nelle prossime settimane i contagi possano aumentare oltrepassa l’80% delle risposte, e l’orizzonte temporale in cui si colloca la previsione della fine di ogni preoccupazione tocca un nuovo massimo dall’inizio della pandemia: 19,5 mesi da oggi.
Risalgono poi ulteriormente quanti oggi si sentono più minacciati dai rischi sanitari della pandemia (63%, +6), rispetto ai rischi economici connessi (25% -1).

In leggero calo i giudizi positivi sulla campagna vaccinale

Solo il 17% degli intervistati dichiara di non conoscere direttamente nessuno che abbia contratto il virus: il 9% ammette di essersi infettato, per il 15% si è contagiato almeno uno dei propri conviventi, e per il 27% uno degli amici più stretti. Quanto ai giudizi positivi sulla campagna vaccinale scendono di un paio di punti (64%, -2), ma restano prevalenti rispetto alle critiche (20%). Il 90,5% dichiara di aver ricevuto almeno una dose di vaccino, e il 50% la dose booster.
Tra i non vaccinati, invece, al netto degli esentati, il numero dei dubbiosi circa l’utilità/sicurezza del vaccino e dei no vax si equivale, ed è pari al 40% in entrambi i casi. 

Italiani favorevoli al Super Green Pass

Tra i vaccinati, il 50% si dichiara convinto della propria scelta, mentre quasi 1 persona su 6 è stata costretta dall’obbligatorietà del Green Pass. In particolare: il 29% mantiene qualche dubbio, il 6% ammette di averlo fatto solo per poter mantenere la socialità, o per poter andare al lavoro (9%). In ogni caso, l’89% dichiara di avere un Green Pass valido, ottenuto quasi sempre grazie alle vaccinazioni. Quanto alle modifiche al Super Green Pass introdotte con il decreto del 7 gennaio, raccolgono il 70% di opinioni favorevoli e il 24% contrarie. Anche rispetto all’obbligo vaccinale per gli over 50 si allarga la platea dei favorevoli, e molti vorrebbero generalizzarlo all’intera popolazione. Sale anche il favore al vaccino ai bambini di fascia di età 5-11 anni (57%, +6), ma non tra quanti hanno bambini in quella fascia di età (49% favorevoli, 41% contrari).

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Previsioni dei consumi 2022: italiani in bilico, ma pronti al salto

Gli italiani sono in bilico, pronti al grande salto verso un futuro a cui la pandemia sembra aver dato inizio, ma allo stesso tempo ancora trattenuti dalle incognite del momento. Secondo due survey dell’Ufficio Studi Coop condotte a dicembre 2021, la prima in collaborazione con Nomisma, e la seconda sulla community di esperti del sito italiani.coop, un italiano su 3 sceglie di associare al 2022 la ‘speranza’, e per il nuovo anno auspica ‘ripresa’ (16%) e ‘cambiamento’ (15%), ma è il ‘timore’ la parola chiave, che raddoppia le citazioni rispetto alla rilevazione dello scorso anno. Preoccupati per l’ambiente e confidenti nelle opportunità della tecnologia, gli italiani guardano al nuovo anno ripromettendosi di prendersi cura di sé (57%), cercare un nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata (56%) e uscire dalla pandemia con l’ambizione di rivedere le priorità (55%), magari costruendosi una nuova vita (21%).

Cosa tiene in ostaggio i consumi delle famiglie

Sul fronte macroeconomico, invece, per il 2022 a preoccupare un manager su due sono soprattutto l’instabilità politica (con gli effetti sul Pnrr) e la crescita dei prezzi, stimata al 2,9% dal panel di esperti. Proprio la dinamica inflattiva peraltro, insieme all’affanno del mercato del lavoro e alle incertezze della pandemia, tiene in ostaggio i consumi delle famiglie e costringe il budget nei confini delle spese obbligate (utenze e salute, soprattutto).

L’epicentro della prossima crescita dei prezzi riguarderà il carrello della spesa

Ma l’epicentro della prossima crescita dei prezzi riguarderà il carrello della spesa. Infatti, i manager della filiera alimentare stimano un incremento medio dei prezzi alimentari superiore ai 3,5 punti percentuali, con una ondata inflattiva che per il 63% del campione riguarderà sicuramente tutto il 2022. Tra promozioni, ricerca di punti vendita, canali più convenienti e riduzione degli sprechi molti italiani fronteggeranno il carovita con un diffuso downgrading del carrello, soprattutto al Sud e nella lower class. Ma per i manager della filiera, il 61% degli intervistati, il 2022 sarà soprattutto l’anno della marca del distributore, la soluzione per permettere acquisti con il migliore rapporto tra qualità e prezzo.

Una fiducia quasi cieca nella tecnologia

Consapevoli dell’emergenza (78%) e pronti all’azione (97%), per contrastare il climate change gli italiani sono però ancora alla ricerca di soluzioni pratiche per rendere più sostenibile la vita quotidiana: acquistano lampadine a basso consumo, ma non sanno come sostituire lavastoviglie e lavatrici. Proiettandosi in avanti nel tempo gli italiani manifestano una fiducia quasi cieca nella tecnologia. Così, quasi 9 italiani su 10 si vedono nello spazio entro il 2050, e 6 su 10, se potessero, manderebbero già oggi cartoline dalla Luna, riferisce Askanews. Entro il 2030 la realtà virtuale farà parte della quotidianità per il 57% degli intervistati, nello stesso periodo per 4 italiani su 10 la carne sintetica sarà consuetudine sulle nostre tavole, e sulle nostre strade circoleranno auto a guida autonoma per un intervistato su tre (37%).

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Perché l’acqua del rubinetto è torbida?

Perché l’acqua che esce dal rubinetto di casa sembra essere torbida?

Delle volte sembra proprio che l’acqua che fuoriesce dal rubinetto di casa abbia un colore poco invitante che nulla ha a che fare con la limpidezza che ci aspetteremmo da un’acqua che desideriamo bere o utilizzare per scopi alimentari.

Quando abbiamo anche il semplice sospetto che l’acqua di casa non sia propriamente pura e sicura, facciamo bene a smettere per il momento di berla e procedere con delle analisi per poter capire se questa sia buona o meno.

Una analisi empirica

La prima cosa che possiamo fare per accertarci che l’acqua cui abbiamo accesso dal rubinetto di casa sia effettivamente buona da bere è quella di osservarla attentamente.

Delle volte infatti, l’acqua può sembrare torbida per un semplice motivo: la pressione con cui l’acqua esce dal rubinetto può infatti agitarla in maniera tale da farla apparire torbida, ma si tratta soltanto di un fenomeno che nulla ha a che vedere con la salubrità dell’acqua.

Per potercene assicurare, è sufficiente riempire un bicchiere di vetro d’acqua e lasciarla decantare qualche secondo dopo aver riempito il bicchiere. Se essa permane ad essere torbida dopo qualche secondo, probabilmente ci sarà qualche elemento o sostanza a renderla tale.

Se invece dopo qualche secondo l’acqua torna ad essere perfettamente trasparente e non si vede alcun tipo di elemento o residuo in sospensione, Ciò significa che l’acqua sembrava essere torbida appunto soltanto a causa della pressione del getto.

E se l’acqua ha un colore che tende al rosso?

Nel caso in cui l’acqua del rubinetto abbia un colore che tende al rossastro, questo può essere un indicatore della presenza di ferro.

Il più delle volte in questo caso il responsabile è la rete idrica e dunque le tubature, che possono essere vetuste e dunque ossidate. Questo tipo di fenomeno si verifica principalmente nel tratto finale delle tubature, ovvero quello che arriva fino al rubinetto di casa.

Ad ogni modo, se l’acqua dovesse avere un colore rossastro, presumibilmente il motivo sarà questo. Dunque in questo caso bisogna contattare l’acquedotto per accertarsi che il problema non sia lungo tutto il percorso che porta l’acqua fino all’edificio.

Se invece venisse appurato che il problema è relativo soltanto all’ultimo tratto, in questo caso è il condominio a dover provvedere a sostituire le tubature.

È un problema avere un acqua troppo ricca di calcare?

Quello della presenza eccessiva di calcare nell’acqua è un problema riguarda buona parte del nostro paese. Bisogna dire da questo punto di vista che se l’acqua è più dura perché vi è una grande presenza di carbonati di magnesio e calcio, non c’è alcun tipo di pericolo per la nostra salute.

L’unico problema in questo caso potrebbe essere che le tubature potrebbero tendere a formare più frequentemente delle incrostazioni. Inoltre potrebbero macchiarsi più rapidamente anche lavelli e piatti doccia, per cui se l’acqua che arriva al rubinetto di casa presenta troppo calcare non vi sono dei pericoli per la salute ma bisogna considerare che potrebbero esserci dei problemi a lungo termine con quel che riguarda alcuni complementi di casa.

Come è possibile migliorare la qualità dell’acqua?

Se l’acqua che arriva al rubinetto di casa è troppo torbida, la soluzione immediata, efficace e risolutiva è quella di montare il miglior depuratore acqua.

Grazie a questo dispositivo infatti, è possibile andare ad eliminare dall’acqua qualsiasi sostanza o elemento nocivo che ne pregiudica la qualità e la salubrità. si tratta di dispositivi facili da installare e che non necessitano di alcuna manutenzione se non il cambio periodico dei filtri.

Adottando un depuratore d’acqua efficiente è possibile risolvere il problema ed avere tutta la certezza di poter bere tranquillamente in famiglia l’acqua del rubinetto di casa.

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Cambiamento climatico e aumento dei prezzi, come bilanciare le due esigenze

Il cambiamento climatico è una preoccupazione per la maggior parte degli italiani, ma moltissimi nostri connazionali temono anche che le politiche verdi possano portare a un aumento dei prezzi. Quali sono le soluzioni possibili, dunque? Alcune indicazioni arrivano dal recente Osservatorio sulla sostenibilità realizzato dal Censis in collaborazione con Assogestioni, l’associazione italiana delle società di gestione del risparmio.

Quasi l’80% degli italiani ha paura del cambiamento climatico

Il 79,9% degli italiani ha paura del cambiamento climatico, soprattutto se la temperatura della terra dovesse aumentare di oltre 1,5 gradi, percentuale che raggiunge l’83,8% nel nord-est e l’82,7% tra le donne. La sostenibilità è quindi un tema sentito e condiviso, ma se il prezzo di acquisto di energia, beni e servizi dovesse aumentare, sarebbero da preferire altre soluzioni. Di fronte a questa scenario, il 73,9% degli italiani ha affermato che sarebbe necessario trovare altri modi per fermare il riscaldamento globale così come l’inquinamento. Di questa percentuale, il 69,5% delle persone che la pensa così vive nel nord-ovest, il 73,9% nel nord-est, il 79,4% nel centro e il 74,1% nel sud.
Il calo del potere d’acquisto e l’aumento dell’inflazione in cambio di politiche più green rappresentano uno spettro inquietante per gli italiani. La paura del cambiamento climatico non basta a promuovere scelte che possano ridurre il benessere personale. Sebbene i combustibili fossili siano “colpevoli”, come si sa, non piacciono nemmeno le alternative verdi che potrebbero far lievitare i prezzi. Inoltre, il 44% degli italiani si oppone a pratiche che portano a ulteriori disuguaglianze sociali in nome dello sviluppo sostenibile. 

I problemi dell’informazione

Oltre alle preoccupazioni legate al rischio di aumenti, tante persone dichiarano di avere poche notizie precise sull’argomento. Il 74,6% degli italiani ritiene che ci sia troppa confusione tra riscaldamento globale e sostenibilità. Se ne discute molto, ma la l’eccesso di informazioni crea un rumore di fondo che non è utile per la comprensione della materia. Solo il 26,2% delle persone ha affermato di sapere esattamente cosa significasse sviluppo sostenibile e il 60,8% ne aveva un’ampia conoscenza.

La finanza si tinge di green

Gli intervistati hanno affermato che anche la finanza è uno dei modi per liberarsi dallo stallo tra sostenibilità e inflazione. Il 76,6% degli intervistati ritiene che la finanza giocherà un ruolo importante perché il collasso dell’ambiente rappresenta una minaccia per gli investimenti stessi. Ecco perchè gli investimenti sostenibili ESG (Environmental, Social and Governance) sono molto importanti. Ma anche in questo caso il 64,4% degli italiani ha affermato di saperne poco o nulla, mentre il 63,4% delle persone ne ha solo sentito parlare. Tuttavia, l’utilizzo di una parte dei 1.600 miliardi di euro delle famiglie depositati sui conti correnti (un aumento del 5% rispetto allo scorso anno) per l’acquisto di prodotti finanziari ESG potrebbe svolgere un ruolo straordinario nel promuovere la trasformazione ecologica. 

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Black Friday 2021, la tecnologia di consumo non rallenta la sua corsa

Nella settimana del Black Friday 2021, dal 22 al 28 novembre, il mercato italiano del tech di consumo ha registrato un risultato a valore positivo del 6% in più rispetto allo stesso periodo del 2020. Secondo le rilevazioni effettuate da GfK sul Panel Weekly le vendite dei Technical Consumer Goods mostrano un trend positivo le categorie più importanti del mercato, tra cui TV, PC, Smartphone, Tablet, Frigoriferi, Lavatrici, Aspirapolvere, e Stampanti. Nelle settimane precedenti il Black Friday l’anticipo delle promozioni non ha frenato la crescita dei mercati della Tecnologia, che segna un incremento nelle vendite del +116%. 

Molti retailer ed e-tailer hanno giocato d’anticipo

Per questo perimetro di prodotti durante la settimana del Black Friday 2021 è stato generato un controvalore pari a 492 milioni di euro. Come avvenuto negli ultimi anni, molti retailer ed e-tailer hanno giocato d’anticipo, e le promozioni sono iniziate fin dall’inizio di novembre, con importanti campagne pubblicitarie a sostegno.
Questo ha portato a un trend positivo anche nelle settimane precedenti a quella del Black Friday. Ma è la domanda di Tecnologia a sostenere la performance della settimana più importante dell’anno. Rispetto al valore della settimana media riferita all’ultimo anno, la settimana del Black Friday 2021 ha fatto registrare un incremento delle vendite del +116%.

Performance migliori, fatturato, e crescite più rilevanti

I comparti che hanno ottenuto la migliore performance sono il Grande Elettrodomestico (+16%), seguito dall’Informatica e Ufficio (+5%), dall’Elettronica di Consumo (+4%), e dal Piccolo Elettrodomestico (+4%). I prodotti più importanti in termini di fatturato si confermano gli Smartphone (124 milioni di euro), le TV (107 milioni) spinti anche dal Bonus Rottamazione legato allo Switch-off, e i PC Portatili (53 milioni). Le categorie che hanno mostrato le crescite più rilevanti, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, sono i Condizionatori (+44%), i Core Wearables (+41%), le Asciugatrici (+32%) e Sistemi Audio (+23%), trainati dagli Assistenti Vocali.

Le vendite online hanno contribuito per il 32,7%

Anche l’impatto delle attività promozionali nella settimana del Black Friday è tornato a crescere rispetto agli ultimi anni, arrivando al 46% dei volumi venduti con un taglio prezzo di almeno il 15%. Ma si conferma anche l’approccio omnichannel degli italiani, già adottato dall’inizio dello scorso anno, che ha contribuito alla crescita del canale online (+1%), e ancor più del canale tradizionale (+9%). Di fatto, per la settimana del Black Friday le vendite online contribuiscono al 32,7% del fatturato di tutte le vendite di prodotti Tech. Sarà quindi importante continuare a monitorare la crescita dei prodotti tecnologici anche per gli acquisti di Natale, alla luce dei fenomeni di ‘shortage’ che stanno influenzando i mercati, e alle difficoltà nel reperimento delle materie prime da parte dei produttori.

Il futuro del lavoro: ibrido, con un mix di presenza e remote working

Il lavoro a distanza? Resisterà anche nell’immediato futuro, seppur con delle differenze rispetto a oggi. Resta comunque il fatto che la pandemia da Covid-19 ha completamente rivoluzionalo le modalità di lavoro, costringendo aziende e dipendenti a mettere in atto tutta una serie di strategie per poter continuare con operatività e l’attività professionale. E tali scelte – a cominciare dal remote working – si sono rivelate vincenti, dato che sono destinate a rimanere anche entro l’arco temporale dei prossimi due anni. Per dare un ulteriore dato, le stime prevedono che solo 2 dipendenti si 5, in Italia, ritorneranno stabilmente ed esclusivamente in presenza.

Il futuro sarà ibrido

Le previsioni sono evidenziate da un’anticipazione dei risultati della ricerca Benefit Trends Survey 2021-2022 condotta da Willis Towers Watson su un campione di aziende attive nel nostro Paese e rappresentanti circa 155.000 lavoratori. Quello che emerge con forza è che non si tornerà più indietro: nel prossimo biennio si prevede che solo il 42% dei dipendenti lavorerà in azienda, circa la metà del periodo pre-Covid (ma comunque in aumento rispetto alla situazione attuale, dove a recarsi sul posto di lavoro è appena il 32%). Sempre in base ai risultati dell’indagine ripresa da Italpress, la modalità ibrida, ovvero sia da remoto sia in presenza, tra due anni resterà comunque più diffusa di quella completamente a distanza, sebbene quest’ultima abbia registrato, l’anno scorso, una maggiore crescita proporzionale. Nel 2019 infatti la stragrande maggioranza dei dipendenti, l’82%, lavorava in ufficio. Erano solo il 12% i lavoratori che si alternavano tra casa e ufficio e il 6% quelli in remoto: oggi invece sono rispettivamente il 31% e il 38%, con un evidente balzo di crescita in entrambe le categorie.

La nuova normalità
Anche gli accordi di lavoro futuri rifletteranno la nuova normalità, col 26% delle aziende che si attende che i dipendenti lavoreranno in alternanza paritetica tra luogo di lavoro e da remoto, il 33% più da casa che non da ufficio e il 41% all’opposto. Sta cominciando però un riassestamento della percentuale di dipendenti che lavorano solo da remoto (tra due anni scenderanno dal 38% al 23%), mentre stanno aumentando di contro quelli che lavorano in presenza (tra due anni saliranno dal 32% al 42%) e in modalità ibrida (dal 31% al 35%).
Sette aziende su dieci (71%), inoltre, progettano oggi di consentire un pieno ritorno in ufficio su base volontaria entro la fine dell’anno, mentre il 47% non sono ancora sicure di quando termineranno i protocolli anti-COVID e solo un 10% prevede di fermarli prima del 2022.

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