Con il Cashback crescono i pagamenti digitali, contactless e via mobile

Nella prima metà dell’anno sono stati oltre 6,1 milioni gli italiani che hanno raggiunto la soglia delle 50 transazioni, e si registra una crescita del +23% nel transato dei pagamenti digitali, per un valore totale che passa da 118 miliardi di euro nel 2020 a 145,6 miliardi. Nonostante le parziali ‘chiusure’ avvenute nel primo semestre 2021, e la riduzione dei consumi a causa dell’emergenza sanitaria, i risultati degli incentivi legati a Cashback e Super Cashback si fanno sentire. Dall’edizione semestrale dell’Osservatorio Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano emerge infatti che il numero di transazioni digitali fa segnare un aumento ancor più deciso di quello del transato, passando dai 2,3 miliardi del 2020 ai 3,2 del primo semestre 2021, con una crescita del +41%. 

Lo scontrino medio scende di oltre l’11% in un anno

Lo scontrino medio, soprattutto grazie agli incentivi del Cashback, scende di oltre l’11% in un anno, con un calo netto di circa 6 euro (da 51,7 a 45,7 euro). I numeri del Cashback nella prima metà dell’anno dimostrano una discreta adesione, di poco inferiore ai 9 milioni di cittadini, circa il 18% della popolazione maggiorenne, ma una più che apprezzabile penetrazione all’interno di chi ha preso parte all’iniziativa: sono stati infatti oltre 6,1 milioni gli italiani che hanno raggiunto la soglia delle 50 transazioni, per un rimborso massimo di 150 euro.

Trend di crescita più interessanti per le modalità più innovative

A fronte di una crescita del +6,5% dei pagamenti con carta ‘a inserimento fisico’ nel Pos, che passano da 85,3 miliardi a 90,9 miliardi di euro, sono le modalità di pagamento più innovative a fare segnare i trend di crescita più interessanti. Il contactless cresce infatti del +66% nel primo semestre del 2021, rispetto allo stesso semestre del 2020, passando da 31,4 a 52,1 miliardi di euro di transato. Questa modalità si conferma la preferita per i pagamenti in negozio: ne sono un chiaro segnale il numero di transazioni in forte rialzo (1,36 miliardi di operazioni, +79%) e lo scontrino medio che si sta gradualmente abbassando (oggi è di 41 euro, -1,4% rispetto allo scorso anno).

Pagamenti in negozio? Meglio ‘senza contatto’

Le modalità di pagamento in negozio ‘senza contatto’ vengono preferite sempre di più̀, anche per la maggiore igiene e sicurezza. Sotto ai 50 euro, la nuova soglia che si sta adottando a livello europeo, infatti, non va inserito il PIN e si possono evitare del tutto i contatti al momento del pagamento in cassa. Inoltre, crescono anche tutte le componenti dei pagamenti da Mobile e da Wearable: i pagamenti contactless NFC tramite smartphone e dispositivi indossabili, oltre che i pagamenti da app in negozio, crescono del +108% e raggiungono quota 2,7 miliardi di euro, rispetto ai soli 1,3 di un anno fa.

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L’intervento del Governo frena la stangata bollette: +29,8% luce e +14,4% gas

I prezzi delle materie prime corrono verso i massimi storici. Si tratta di una dinamica in forte crescita, dovuta non solo alla ripresa delle economie dopo i ribassi dovuti alla pandemia e alle difficoltà nelle filiere di approvvigionamento, ma anche alle alte quotazioni dei permessi di emissione di CO2. Questa dinamica ha portato a un aumento superiore al 45% per la bolletta dell’energia elettrica, e di oltre il 30% per quella del gas. L’Arera, l’Autorità per Energia Reti e Ambiente è intervenuta annullando transitoriamente gli oneri generali di sistema presenti in bolletta, e potenziando il bonus sociale alle famiglie in difficoltà. Con l’intervento dell’autorità l’aumento per la bolletta della luce si è fermato quindi a +29,8%, e quello per il gas a +14,4%.

Stangata un po’ meno forte per 29 milioni di famiglie

Il decreto di urgenza del Governo, che ha stanziato le risorse necessarie, ha consentito di attutire l’impatto dei costi aggiuntivi per luce e gas su 29 milioni di famiglie italiane e 6 milioni di microimprese. Per loro la stangata sarà un po’ meno forte. Applicando ai numeri di oggi le misure varate dall’Esecutivo, valide per il prossimo trimestre, l’aumento per la famiglia tipo in tutela sarà infatti ridotto a quasi il 30% (+29,8%, rispetto a oltre il 45% in più) per la bolletta dell’elettricità e dimezzato per quella del gas (+14,4% rispetto a oltre il 30% in più), grazie anche alla riduzione dell’Iva contenuta nel decreto.

Incrementi tariffari azzerati per i nuclei con ISEE basso

Per oltre 3 milioni di nuclei familiari aventi diritto ai bonus di sconto per l’elettricità, e per i 2,5 milioni che fruiscono del bonus gas in base all’ISEE, gli incrementi tariffari sono stati sostanzialmente azzerati dal decreto, riporta Italpress.
“Siamo in presenza di un ulteriore incremento del costo delle materie prime, più ampio ed imprevedibile del precedente – ha commentato il presidente dell’Arera, Stefano Besseghini -. L’intervento del governo, cui abbiamo fornito il necessario supporto tecnico, ammorbidisce gli effetti in una fase delicata della ripresa per proteggere i consumatori più fragili”.

“È necessaria una riduzione strutturale dei costi energetici” 

“Accanto all’attenzione alle famiglie in più grave difficoltà, è ormai evidente l’ampia percentuale di famiglie e imprese, che pur essendo ‘nella media’, fatica a sopportare la quotidianità – ha aggiunto Stefano Besseghini -. È a maggior ragione necessario un continuo lavoro per sfruttare tutte le opportunità per una riduzione strutturale dei costi energetici”.

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Moda, l’export torna in segno positivo per Milano Monza Brianza Lodi

Anche se l’effetto Covid pesa ancora sui numeri delle imprese attive nel settore moda di Milano Monza Brianza Lodi (-2,9 % in un anno), le prime conferme positive arrivano dall’export: a giugno si registra in un anno +38,8%, dato che fa recuperare anche rispetto al 2019. Il volume delle esportazioni del settore, con un +1,1%, torna quindi di segno positivo. Dal 21 al 27 settembre si è tenuta la Milano Fashion Week, ancora in versione phygital, ma con gli eventi in presenza che tornano a superare gli appuntamenti digitali. E le aspettative sul sistema moda, da sempre traino del Made in Italy, sono confermate proprio dalla crescita dell’export, mentre resta ancora di segno negativo la variazione del numero delle imprese attive nel settore. Si tratta di una sintesi dei dati elaborati sul settore dall’Ufficio Studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

Un settore da circa 12.500 imprese attive

Tra Milano Monza Brianza e Lodi il settore moda comprende circa 12.500 imprese attive, e in termini di posti di lavoro conta oltre 82.000 addetti. Per la sola Milano si tratta di 10.410 imprese per oltre 73.600 addetti, che rappresentano il 3,4% sia sul totale delle attività economiche sia sugli occupati. Tra i settori, il 40% del totale del comparto di Milano, Monza Brianza e Lodi è rappresentato da imprese manifatturiere (circa 5.000 imprese attive), a cui si aggiungono 7.500 attività del commercio al dettaglio e all’ingrosso. Rispetto al medesimo periodo dello scorso anno, si registra una variazione nel numero delle imprese attive del -2,9%, dato comunque in recupero rispetto al -3,7% rilevato nel confronto giugno 2020/giugno 2019.

A livello regionale segnali di recupero per l’intera filiera 

Per la filiera che, solo nel territorio di Milano Monza Brianza Lodi nel 2019 produceva più di 22 miliardi di euro di fatturato, l’ultima analisi congiunturale regionale, relativa al II trimestre 2021, mostra segnali di recupero rispetto al 2020, anche se rispetto al periodo pre-Covid restano di segno negativo le variazioni di produzione e fatturato per quasi tutti i settori. Rispetto al 2019 le industrie tessili lombarde registrano -8,2% per produzione e -5,9% per fatturato, -8,1% e -12,8% le variazioni delle imprese manifatturiere attive nella fabbricazione di articoli in pelle. In recupero invece il fatturato per la confezione di articoli di abbigliamento, con un +5,5% anche se la produzione fa segnare -7,4%.

USA, Cina, Francia, Corea del Sud, Regno Unito i primi Paesi di destinazione

Nei primi sei mesi del 2021 l’export per i territori di Milano Monza Brianza Lodi vale più di 4 miliardi di euro, di cui 2 miliardi hanno origine dalle esportazioni di articoli di abbigliamento e circa 1,5 miliardi dall’export di articoli in pelle. Si tratta di circa il 62% delle esportazioni lombarde di questi prodotti. USA, Cina, Francia, Corea del Sud e Regno Unito sono i primi Paesi di destinazione. A eccezione del mercato USA (-8,2%) il volume degli scambi evidenzia un aumento rispetto al 2019 per Cina (+14,2%), Francia (+4,8%), Corea del Sud (+10,9%), e Regno Unito (+74%).

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Ragazzi e smartphone, il 37% degli italiani lo ha ricevuto in età scolare

Gli italiani hanno iniziato a usare lo smartphone in età scolare. Come evidenzia un’indagine realizzata per Facile.it da mUp Research e Norstat, il 37% degli italiani oggi adulti ha infatti avuto il suo primo cellulare in età scolare, e tra questi, 563.000 lo hanno avuto addirittura prima dei 10 anni. L’indagine è stata svolta tra il 29 aprile e il 3 maggio 2021 attraverso la somministrazione di 1.012 interviste CAWI a un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni. E dai risultati della ricerca non è difficile constatare come oggi l’età media del primo telefono si sia molto ridotta rispetto al passato.

Dove usano il cellulare i ragazzi?

La fine delle vacanze e il rientro a scuola potrebbe quindi rappresentare per molti bambini e ragazzi il momento per avere il primo cellulare. Ma quanto e come usano lo smartphone i giovanissimi? E a che età lo hanno ricevuto? Se si guarda al luogo dove chi ha ricevuto il cellulare in età scolare lo utilizza con più frequenza risulta che al primo posto c’è il letto. Infatti, vanno a dormire con il cellulare più di 6 intervistati su 10. Un dato che fa emergere il diffondersi di una cattiva abitudine, che oltre a incidere negativamente sulla qualità del sonno, ha conseguenze anche sul pericolo di isolamento dalla famiglia e dalla realtà circostante. 

Come viene usato il telefonino?

Al secondo posto tra i luoghi dove si utilizza con maggiore frequenza lo smartphone vi è il salotto, mentre al terzo il bagno, un’area della casa dove più di un intervistato su 3 dichiara di usare regolarmente il cellulare. Ma cosa fanno più frequentemente i giovani con lo smartphone? Telefonare, ovviamente, ma soprattutto videochiamare e mandare messaggi. Queste rimangono ancora le funzionalità più sfruttate (74,5%), mentre ormai ha ottenuto quasi pari importanza l’uso dei social network. Tanto che il 62% degli intervistati ha dichiarato di utilizzare per svago e in modo ricorrente app come Facebook, Twitter, Instagram, Tik Tok e altri social.

La paura più grande? Rimanere sconnessi dal mondo 

Naturalmente, postare foto e video è imprescindibile per i social, infatti il 47% degli intervistati ha affermato che la fotocamera è una delle funzioni più usate dello smartphone. Poco meno, il 43%, ha invece dichiarato di usare frequentemente il cellulare per ascoltare musica. È inoltre curioso notare come alla domanda “qual è la tua paura più grande legata allo smartphone?” le preoccupazioni più grandi risultino quella di perderlo (47%), di romperlo (42%), o di perdere i dati (35%). Ma a spaventare di più i giovani non è tanto il danno materiale al dispositivo, quanto l’idea di rimanere senza, ovvero, di restare “sconnessi” dal mondo. 

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Ricerca scientifica: in Italia tante donne, ma poche in ruoli top

In Italia, sono donne quasi 5 ricercatori scientifici su 10 (percentuale di presenza femminile del 44%). Parità conquistata o poco ci manca, quindi? Non proprio. Secondo i dati raccolti dal report annuale “Gender in research” dell’editore scientifico Elsevier (con oltre 3.000 pubblicazioni in tutti gli ambiti) nel nostro Paese le “donne di scienza” sono tante, ma poche occupano ruoli apicali.

Italia al secondo posto in Europa

Lo studio di Elsevier prende in esame la partecipazione delle donne nel campo della ricerca in Europa e in altri 15 Paesi del mondo. A sorpresa, con il suo 44% l’Italia è decisamente sopra la media europea (39%) e seconda solo al Portogallo, che è il Paese guida sul genere. Siamo a pari livello con la Spagna e decisamente meglio di Francia, Danimarca, Olanda e Germania. Fuori dall’Europa, l’Australia è al 39,46%, le performance in Argentina e Messico sono molto buone e il Giappone è in ultima posizione, con il 15.22%. Dopo 50 anni di conquiste, oggi  le donne sono presenti come mai prima d’ora nella scienza, tecnologia, ingegneria e tra i laureati in matematica (STEM) e medicina. Ma il risultato non è completamente soddisfacente anche per una lunga serie di piccole differenze, che sembrano sfumature, ma non lo sono.

Cosa manca per la parità

“I nostri ultimi risultati – sottolinea Kumsal Bayazit, Chief Executive Officer di Elsevier – indicano che le disparità continuano ad esistere, con una crescita più lenta degli articoli pubblicati dalle donne, numero maggiore di donne che lasciano la ricerca e aree di ricerca poco studiate. Questo rapporto evidenzia anche che le donne non partecipano a reti di collaborazione allo stesso livello maschile, con un potenziale impatto sulla loro carriera. In media, gli uomini hanno più coautori delle donne, con una tendenza a collaborare con quelli dello stesso sesso, dimostrando che anche su questo ambito c’è lavoro da fare per affrontare i problemi che tagliano la parità tra diversità e inclusione”. Inoltre, in media, l’impatto delle citazioni del primo autore maschile nelle pubblicazioni è superiore a quello delle donne, cosa che fa sorgere il dubbio di un pregiudizio di genere nella pratica della citazione. Un altro obiettivo ancora da raggiungere è la parità sul fronte delle retribuzioni, un tema sul quale  il nostro Paese si rivela sorprendentemente virtuoso. In Italia, infatti, il pay gender gap tra i ricercatori scientifici si attesta al 7%, uguale all’andamento dell’intera economia, mentre le cose vanno decisamente peggio in Europa, con una media di differenza retributiva del 15% e addirittura un caso (la Danimarca) che arriva al 20%. Come anticipato, invece, non va altrettanto bene per quanto riguarda le posizioni top occupate dalle donne nella scienza. In Europa, infatti, si supera in media il 40%, mentre nel nostro Paese siamo indietro di 10 punti, al 30%. L’impressione, però, è che le cose possano cambiare in fretta, come lascia sperare il fatto che in Italia la rappresentanza femminile superi addirittura quella degli uomini fra i candidati ai dottorati (52%).

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Estate 2021: per le vacanze i giovani (e non solo) preferiscono l’outdoor

Inutile negare che anche l’estate 2021 sarà contraddistinta dalla sgradevole presenza del Covid. Certo, rispetto all’anno scorso ci sono le coperture vaccinali e la protezione assicurata dal Green Pass, ma stando agli ultimi dati la pandemia farà andare in vacanza poco più di un italiano su due. Di questi, ed è il dato più interessante, un quarto pianifica una vacanza outdoor. A rivelare la tendenza è l’ultimo Osservatorio del Turismo Open Air commissionato all’Istituto Piepoli da Enit-Agenzia Nazionale del Turismo e da Human Company:  lo studio ha indagato le vacanze all’aria aperta dell’ultimo anno, i cambiamenti indotti dalla pandemia, le previsioni di soggiorni outdoor per l’estate 2021 e l’influsso della campagna vaccinale sulle prossime vacanze estive.

Il profilo di chi ama la vacanza “natura”

Il profilo del viaggiatore outdoor 2021 è simile a quello dell’ultimo anno, con una decisa presenza di giovani (21%) e scarsa di over 64 (3%). Non sorprende che il periodo preferito per concedersi le meritate vacanze sia agosto, che  si conferma il mese dominante per il 48% degli italiani e per il 54% dei turisti outdoor, però sale l’appeal del mese di settembre scelto dal 28% dei viaggiatori propensi all’outdoor.

Soprattutto al mare, in sicurezza

Secondo le stime dell’indagine per l’estate 2021 più di un italiano su due ha programmato una vacanza in media per più di una settimana, di questi un quarto pianifica una struttura outdoor, villaggio e agriturismo in testa seguiti da camping e rifugio montano. Il 65% di chi pianifica outdoor sceglierà una destinazione di mare, il 20% la montagna, il 16% città e località d’arte. Oltre l’80% sceglierà una struttura in Italia, Sicilia in testa (16%), seguita da Sardegna (14%) e Liguria (12%). Ma quali sono le principali leve che fanno scegliere una location piuttosto che un’altra? Innanzitutto il prezzo: con il 29% la convenienza è la prima ragione, seguita però a ruota (con il 26%) dalla garanzia di rispetto delle norme igieniche preventive del contagio, evidenziando sempre una grande sensibilità al tema pandemico. In effetti l’andamento della campagna vaccinale ha un grande impatto sulla propensione alla prenotazione: invoglia alle vacanze sette italiani su dieci, addirittura nove su dieci tra i propensi a fare una vacanza in strutture outdoor.

Un’altra estate italiana

“Questa per i nostri concittadini sarà un’altra estate italiana, ma stavolta sembra esserlo per scelta” commenta Livio Gigliuto, Vice Presidente Istituto Piepoli. “L’accelerazione della campagna vaccinale libera la nostra voglia di vacanze e nel farle abbiamo riscoperto l’open air, che ci fa sentire sicuri, la natura, con cui durante la pandemia abbiamo recuperato un rapporto che non vogliamo più perdere, e l’Italia, cui ci sentiamo anche emotivamente più connessi di prima. Sarà in ogni caso un’estate all’insegna della prudenza, tanto che il rispetto delle norme igieniche e sanitarie è ormai il criterio principale di scelta delle destinazioni e delle strutture, alla pari con la convenienza”.

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Pesce e bollicine, i più gettonati nel primo trimestre del 2021

Nel primo trimestre del 2021 procede, anche se a ritmo meno sostenuto, l’aumento degli acquisti alimentari domestici. Secondo il panel Ismea-Nielsen, dopo aver chiuso il 2020 con un +7,4% sui primi tre mesi dello stesso anno la spesa di cibi e bevande registra un ulteriore spunto di crescita di quasi il 3% sul 2019, attestandosi comunque di ben il 12% sopra un’annata “normale” come il 2019. In attesa della riapertura a pieno ritmo dei ristoranti gli italiani si sono organizzati a casa, facendo volare gli acquisti di prodotti gourmet come il pesce (+21%) e le bollicine (+55%), tra i top sellers nei primi tre mesi del 2021.

Per la prima volta da inizio pandemia la crescita è trainata dai prodotti freschi

L’aumento del 2021 risente ancora del perdurare delle restrizioni alla socialità e delle limitazioni del canale Horeca. Un trend destinato ad affievolirsi con le progressive riaperture, ma che secondo l’Ismea, non si esaurirà del tutto, anche per effetto del diffuso ricorso allo home-working, che ha spostato tra le mura di casa parte dei consumi dell’extradomestico. Il primo scorcio dell’anno si distingue per alcune tendenze opposte rispetto al quadro di inizio pandemia: per la prima volta a trainare la crescita sono i prodotti freschi sfusi rispetto ai confezionati (+3,7% contro un +2,5%), e soprattutto, le bevande (+13%) rispetto ai generi alimentari (+1,7%).

Volano i prodotti gourmet e la categoria degli apertivi 

Il contesto di maggior fiducia verso un’uscita sempre più vicina dalle restrizioni imposte dalla pandemia conferisce nuovo slancio ai prodotti che fungono “da compensazione alle privazioni”. Volano prodotti gourmet come il pesce e gli alcolici: vini, spumanti, birra e in generale tutta la categoria degli aperitivi. Tra i top sellers troviamo infatti vini e spumanti (+14,5%), trainati soprattutto dalle bollicine (+55%) per riflesso alla rinnovata voglia di festeggiare, e i prodotti ittici freschi (+21%).

Un nuovo incremento anche per carni, salumi, e uova

Dopo la ripartenza nel 2020, anche il comparto dei proteici di origine animale, come le carni (+9,8%), i salumi (+8,3%), e le uova (+14,5%), mettono a segno un nuovo incremento nel 2021, seppur con minore slancio (+1,3% le carni e +4,2% i salumi) e con alcuni segmenti in ripiegamento. Quello delle uova, ad esempio, che nel 2020 era stato il segmento più dinamico, apre il 2021 con un’attesa flessione (-4,3%), mantenendo comunque un divario positivo sui livelli di spesa del periodo pre-Covid.

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Industria lombarda, bene il primo trimestre del 2021: +0,2%

Segnali positivi per l’industria lombarda nel primo trimestre del 2021: la ripresa prosegue e si attesta allo 0,2%, con cali solo per il comparto dell’artigianato. A dare queste indicazioni è l’indice manifatturiero di Unioncamere Lombardia, che evidenzia in particolare come sia positivo il dato tendenziale (+8,7%) e gli ordinativi esteri e interni dell’industria (+10,5% e +12,6% su base tendenziale), che ritornano a livelli pre Covid. Appaiono però ancora in sofferenza il settore artigiano e la moda, mentre destano una certa preoccupazione gli incrementi di prezzo per le materie prime.

C’è ancora da recuperare per tornare ai livelli pre-crisi

La ripresa, anche se esiste, è tuttavia ancora insufficiente per tornare ai livelli produttivi pre-crisi. Come spiega il presidente di Unioncamere Lombardia Gian Domenico Auricchio, “Per raggiungerli l’industria deve ancora recuperare 2,3 punti percentuali rispetto alla media del 2019 e l’artigianato ben 11,3 punti percentuali. Segnali positivi dagli ordinativi per l’industria che si mostrano dinamici sia per il mercato estero che per quello interno (+1,3% congiunturale per entrambi), mentre per l’artigianato si registra una contrazione congiunturale degli ordini. Generano preoccupazione le tensioni sui prezzi delle materie prime con incrementi congiunturali dell’8-9% registrati sia dall’industria che dall’artigianato. Gli imprenditori mostrano ottimismo con aspettative migliorate per la produzione, la domanda interna ed estera e l’occupazione”.

I livelli di industria e artigianato

Il primo trimestre 2021 registra un nuovo lieve incremento congiunturale della produzione industriale (variazione congiunturale destagionalizzata +0,2%) e un rimbalzo tendenziale consistente (la variazione è del +8,7%). Queste dinamiche non riescono però a compensare il gap della produzione con il periodo pre-crisi, che è ancora inferiore del 2,3% rispetto alla media 2019. In contrazione la produzione delle aziende artigiane manifatturiere: -2,2% la variazione congiunturale destagionalizzata ma è più modesto il rimbalzo tendenziale (+5,5% la corrispondente variazione). In questo caso la distanza dal periodo pre-crisi è ancora più rilevante arrivando al -11,3%. Più nel dettaglio, per l’industria l’indice della produzione industriale si ferma a quota 109,0 (dato destagionalizzato, base anno 2010=100) senza raggiungere il livello di fine 2019 (111,7). Per l’artigianato l’indice della produzione scende a quota 91,1 (dato destagionalizzato, base anno 2010=100), ancora al disotto non solo del periodo pre-crisi, ma anche del livello di riferimento dell’anno base.

I settori in rimonta

Sono cinque i settori che mettono a segno aumenti a due cifre rispetto al primo trimestre del 2020. Sono i Mezzi di trasporto (+19,6%), la Siderurgia (+19,4%), Minerali non metalliferi (+17,0%), Legno- mobilio (+13,6%) e Meccanica (12,3%). Bene anche la Gomma-plastica (+9,4% tendenziale) e la Chimica (+6,6% tendenziale). Dall’altra parte, Abbigliamento (-15,4%), Tessile (-6,1%) e Alimentari (-3,3%) vedono ulteriormente ridursi i livelli produttivi.

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Smart working per il 54% delle imprese anche dopo la pandemia

Il 54% delle imprese italiane utilizzerà lo smart working anche dopo l’emergenza sanitaria. Cresce quindi la preparazione delle imprese per questa modalità di lavoro, e aumenta il gradimento degli interessati. Ma nel disegnare la settimana lavorativa ideale, l’opinione prevalente è che si dovrebbe fare a metà, ovvero 2,6 giorni in presenza e 2,4 a distanza. Sono alcuni risultati della ricerca di Fondirigenti, il Fondo interprofessionale per la formazione dei manager, promosso da Confindustria e Federmanager.

“Abbiamo investito nella formazione manageriale, aumentando del 70% i progetti dedicati alla Fad rispetto a undici mesi fa – afferma Costanza Patti, direttore generale del Fondo – e i risultati dimostrano che la readiness aziendale in meno di un anno è salita del 16%, portandosi al 56%”.

Covid-19, un acceleratore per il lavoro a distanza

Prima dell’emergenza sanitaria faceva ricorso allo smart working solo il 13% delle imprese, mentre oggi solo il 4% non lo ha mai sperimentato. Le più propense a utilizzarlo anche in tempi post emergenziali saranno le cooperative (86%), seguite da enti no profit (85%) e da aziende di beni e servizi (58%). Questa modalità sarà più diffusa nei servizi, meno in quelle manifatturiere, coinvolte più spesso nelle filiere produttive dei beni necessari, per i quali sono indispensabili attività in presenza. Il Centro è l’area territoriale caratterizzata dal maggior numero di lavoratori coinvolti dallo smart working (54,8%) seguito dal Nord (47,2 %) e il Sud (43,1%).

Quanto si sente soddisfatto chi pratica il lavoro agile?

Nella scala da 1 (molto poco) a 5 (moltissimo), il dato medio è incoraggiante, 3,79, con una punta massima per gli imprenditori (4) seguiti da impiegati e funzionari (3,85). Tra gli aspetti positivi del lavoro da casa il primo è l’equilibrio con la vita privata, a cui in media viene dato il voto 3,91 su 5, seguono la gestione e flessibilità del tempo (3,72), il livello di concentrazione (3,48), la produttività individuale (3,44) e il raggiungimento degli obiettivi (3,32). Più in generale, gli impiegati attribuiscono maggiori effetti positivi alla qualità del lavoro in smart working rispetto ai manager, che in media si attestano su un punteggio di 3,1 su 5.

Gli aspetti problematici di un’esperienza ancora in fase di transizione

Attribuendo sempre un voto da 1 a 5, dove 1 significa ‘non critico’, e 5 ‘molto critico’, la mancanza di rapporti sociali ottiene in media 3,76, e l’impossibilità di interagire fisicamente con il proprio gruppo di lavoro 3,6. Non vanno sottovalutati nemmeno alcuni problemi tecnico-logistici, come i problemi di connessione (3,19), gli spazi limitati a disposizione (3,09) e l’assenza di infrastrutture e strumenti idonei al lavoro da casa (3,05). I manager si trovano, poi, d’accordo sul rischio di un ricorso eccessivo a videoconferenze, l’alienazione del lavoro, e l’operare senza limiti orari. Come riporta Adnkronos, ben venga poi la formazione online (3,5 su 5), anche se quella in presenza resta la più apprezzata, con un punteggio di 4,4 su 5.

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Nel mirino del cybercrime banche e Made in Italy

Nell’anno del Covid il cybercrime ha preso sempre più di mira l’industria del Made in Italy e la proprietà intellettuale dei suoi prodotti, oltre alle banche. Il vettore di attacco principale sono i canali tradizionali, come email e Pec. Si tratta di alcune evidenze emerse da un rapporto di Yoroi, la società specializzata in cybersicurezza, sui dati del 2020. Yoroi conferma quindi un allarme già lanciato il primo marzo dall’Intelligence italiana nella sua Relazione annuale, relativo proprio all’aumento del rischio di attacchi informatici diretti al settore del Made in Italy e agli istituti di credito.

Quasi ogni tipo di violazione dei dati inizia con un attacco di phishing

In base alla ricerca di Yoroi quasi ogni tipo di violazione dei dati inizia con un attacco di phishing. In particolare, più del 50% dei tentativi di phishing si è registrato nel settore dei materiali da costruzione (industrie produttrici di gesso, cemento, acciaio, legno, vetro e argilla), un business piuttosto importante per l’Italia. Seguono i macchinari, l’equipaggiamento e la componentistica, il comparto software e l’It services (18,60%), molto sensibile al furto di proprietà intellettuale, e i servizi finanziari. In questi casi le aggressioni sono motivate da spionaggio commerciale e industriale, oppure da sabotaggio di specifici target, che “possono avere un impatto su qualsiasi componente hardware o software in produzione”, si legge nel rapporto.

In aumento gli attacchi di Double Extortion

Il 75,6% dei file malevoli utilizzati per attaccare le organizzazioni sono malware zero-day, cioè virus malevoli appena conosciuti, che riescono ad aggirare i tradizionali perimetri di sicurezza, riporta Ansa. Tra le novità segnalate dal rapporto si riscontra anche l’aumento degli attacchi di Double Extortion, ovvero basati su ransomware che richiedono alla vittima un doppio pagamento, uno per riscattare i dati e l’altro per tacere dell’attacco subito da parte degli aggressori.

Ora le cyber aggressioni arrivano anche dall’interno della Ue

Un altro elemento nuovo che emerge dal rapporto è di carattere geopolitico, con le cyber aggressioni che ormai arrivano anche dall’interno della Ue, e in particolare, il 3% dalla Germania e l’1% dal Regno Unito. Gli Usa occupano i primi posti della classifica dei paesi da cui hanno origine le aggressioni, con il 34% di attacchi, mentre i tentativi provenienti dalla Cina sono scesi dal 31% del 2019 al 24% del 2020, e quelli dalla Russia sono aumentati dal 9% all’11%. India, Vietnam, Brasile, Taiwan e Indonesia condividono poi il 26% della distribuzione totale, che nel 2019 era il 41%.

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