Dazi USA e sviluppo: export ed economia nel 59° Rapporto Censis 

Nel 2926 le variazioni tendenziali dell’export italiano verso gli Usa hanno registrato un andamento anomalo e discontinuo, passando dal -9,6% di febbraio 2025 al +41,2% di marzo, per poi alternare cali e rimbalzi fino al picco di luglio (+24,1%) e al crollo di agosto (-21,2%).
Questi gli effetti immediati dell’incertezza provocata dai dazi Usa sul commercio italo-americano.

Più che la domanda effettiva, a guidare le scelte delle imprese è stato l’effetto-attesa, con spedizioni anticipate per eludere l’impatto delle tariffe. Lo evidenzia il capitolo del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025, dedicato a “I soggetti economici dello sviluppo”.

Intanto la forbice si allarga

Tra il primo trimestre 2011 e il primo trimestre 2025 la ricchezza delle famiglie italiane è diminuita in termini reali dell’8,5%.
Dividendo gli italiani per decili di ricchezza detenuta, il 50% delle famiglie più povere ha visto diminuire la propria ricchezza del 23,2%, le famiglie distribuite tra il sesto e l’ottavo decile hanno subito una riduzione del patrimonio iniziale tra il 35,3% e il 24,3%, mentre il 10% delle famiglie più ricche ha visto aumentare la propria ricchezza del 5,9%. 

All’inizio del 2025, il 60% della ricchezza nazionale è posseduto da 2,6 milioni di famiglie appartenenti al decimo decile. Di più: il 48% della ricchezza è in mano al 5% di quelle più abbienti (1,3 milioni).
La quota di ricchezza detenuta dalle famiglie alla base della piramide patrimoniale (13 milioni) è scesa dall’8,7% del 2011 al 7,3% del 2025.

Più robot che addetti

L’Italia risulta al sesto posto nel mondo per numero di robot industriali installati nel 2023, con più di 10.000 nuove installazioni. Pur incomparabile con le 276.000 nuove installazioni cinesi, il dato ha portato l’Italia alla quattordicesima posizione tra le economie mondiali per intensità di automazione, con una quantità di robot installati per numero di addetti superiore alla media europea, statunitense e asiatica.
Tra il 1995 e il 2022 nel settore automotive sono cresciuti in termini reali sia produzione (+61,4%) sia valore aggiunto (+17,2%), a fronte di una riduzione costante della forza lavoro (da 207.000 addetti a 163.000, -21,3%).

Questa combinazione mostra come un aumento della produttività sia reso possibile dalla maggiore automazione dei processi produttivi. Tuttavia, se nello stesso periodo il valore aggiunto per occupato è lievitato del 48,8%, i salari sono aumentati solo del 9,3%.

Neanche i titolari stranieri compensano l’invecchiamento dell’imprenditorialità italiana

Dal 2004 al 2024 il numero dei titolari d’impresa in Italia è diminuito da 3.428.000 a 2.844.000 (-585.000 unità, -17,0%).
In particolare, i titolari d’impresa fino a 29 anni oggi sono 153.425 (-46,0% rispetto al 2004), rappresentando così il 5,4% del totale. Nel 2004 pesava per l’8,3%.

Fino al 2016 gli imprenditori con età compresa tra 30-49 anni erano maggioritari (50,6% nel 2008), mentre adesso sono il 40,7%. Nel frattempo, gli imprenditori over50 sono arrivati a rappresentare il 10,0% del totale (8,1% nel 2004).
Non basta più nemmeno il contributo dei titolari stranieri (461.000, 16,2% del totale) a compensare la deriva di invecchiamento della classe imprenditoriale italiana.

Pubblicato
Categorie: Società

ChatGpt ed e-commerce: con Shopping research la conversazione personalizza l’acquisto

Il roll-out di Shopping research è partito su mobile e via web per gli utenti iscritti ai piani Free, Go, Plus e Pro di ChatGpt. Durante le festività il suo utilizzo sarà praticamente illimitato, in modo da accompagnare gli utenti durante uno dei periodi di shopping più intensi dell’anno.

L’ultima funzionalità implementata dal chatbot di OpenAI, la ricerca sugli acquisti, è una sorta di guida personalizzata all’acquisto, ed è in arrivo proprio a ridosso del Black Friday e del Natale.
Shopping research di ChatGpt “trasforma la scoperta del prodotto in una conversazione – spiega OpenAI -, ponendo domande per capire cosa interessa, estraendo dettagli e proponendo opzioni per perfezionare i risultati”. 

Decine di siti setacciati in pochi istanti

Dopo aver inserito la descrizione di cosa si sta cercando Shopping research setaccia al posto nostro decine di siti.
Per semplici domande sugli acquisti la risposta è rapida, mentre per una risposta più documentata Shopping research impiega alcuni minuti. 

Una volta dato l’input la funzione cerca su Internet informazioni aggiornate come prezzo, disponibilità, recensioni, specifiche e immagini, restituendo le opzioni man mano che procede.
L’utente può interagire contrassegnando gli articoli suggeriti con ‘Non interessato’ oppure con ‘mostra altri simili’. La funzione restituisce un riassunto e un confronto degli articoli. E se si desidera effettuare un acquisto è possibile cliccare sul sito del rivenditore.

Mai più ore di letture, comparazioni e confronti tecnici

L’idea di OpenAI è semplice: invece di aprire decine di schede del browser, leggere recensioni sparse e perdersi tra opinioni discordanti, basta descrivere ciò che si sta cercando e lasciare che sia ChatGPT a fare tutto il lavoro al posto dell’utente.

La nuova funzione infatti trasforma il tempo perso per fare acquisti online in un dialogo efficiente e più immediato.
ChatGPT fa domande mirate per capire gusti, budget, priorità e contesto d’uso, poi avvia ricerche approfondite sul web per proporre una guida d’acquisto personalizzata. Il processo è pensato soprattutto per le categorie più complesse, dai prodotti tech alle soluzioni per la casa, dall’outdoor ai cosmetici, dove orientarsi richiede spesso ore di letture, comparazioni e confronti tecnici.

Addio ai motori di ricerca tradizionali?

ChatGPT presenterà i migliori prodotti disponibili, le differenze reali e non banali tra un modello e l’altro, oltre a pro e contro per prendere decisioni consapevoli.
La funzione è già integrata anche in ChatGPT Pulse (per utenti Pro), dove il modello può proporre proattivamente guide personalizzate basate sulle conversazioni precedenti. In pratica, una sorta di suggeritore intelligente che conosce i gusti dell’utente e anticipa le sue esigenze.

L’obiettivo è sostituire l’esperienza dispersiva dei motori di ricerca tradizionali, riferisce tecnoAndroid.it, con una selezione curata, strutturata e leggibile in pochi minuti.
In futuro sarà possibile acquistare determinati prodotti persino tramite Instant Checkout, semplificando ulteriormente il processo. OpenAI punta infatti a rendere l’esperienza d’acquisto più rilevante, personalizzata e meno dispersiva.

Filiera Software: previsto rallentamento ma il settore rimane solido

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Software & Digital Native Innovation del Politecnico di Milano: pur confermando una solida traiettoria di sviluppo, dopo anni di crescita a doppia cifra sostenuti da forti incentivi pubblici e da una digitalizzazione diffusa nel post-pandemia, la filiera del software in Italia mostra un rallentamento.

Si tratta di una dinamica meno brillante rispetto al recente passato, ma che conferma la rilevanza strutturale di un settore che rappresenta una componente cruciale dell’economia digitale del Paese.
In dettaglio, il fatturato complessivo generato dalle oltre 25.900 aziende attive nel comparto software in Italia nel 2024 ha raggiunto quota 66,7 miliardi di euro, con una crescita del +8,3% rispetto al 2023. La previsione per il 2025 è del +5,2%, pari a un fatturato di 70,1 miliardi.

Le big 30 crescono meno delle aziende più piccole

Il rallentamento colpisce alcune grandi realtà del settore, ma le realtà di dimensione più contenuta crescono. Tanto che tale riduzione della crescita è particolarmente visibile nelle 30 aziende più grandi del comparto, che da sole generano il 28% del fatturato totale, ma che hanno registrato una crescita media del +5,5%.

Tra queste, le realtà internazionali con un’offerta ibrida tra hardware e software hanno evidenziato performance più contenute, o addirittura contrazioni del fatturato. Al contrario, si evidenziano segnali di dinamismo tra le aziende italiane più agili, che stanno consolidando la propria offerta attraverso acquisizioni mirate.
Oltre le top 30, il comparto continua infatti a mostrare segnali di vitalità, con tassi di crescita a doppia cifra tra le aziende di dimensioni medio-piccole.

Si ridefiniscono gli equilibri di mercato dei Servizi

In generale, l’intero comparto dei servizi legati al software (system integrator e società di consulenza) ha rallentato in modo marcato: la crescita è passata dal +19,4% del 2023 al +8,1% del 2024.

A influire è stata la peculiarità del sistema lavorativo italiano, dove l’ingresso delle software house in segmenti di servizio, e il contatto diretto con il cliente tramite l’erogazione di servizi progettuali, sta modificando gli equilibri di mercato, erodendo spazio competitivo ai grandi system integrator o le società di consulenza digitale. Soprattutto nel target di clienti più piccoli.

In attesa di nuovi incentivi

Risulta poi importante considerare il rallentamento alla luce delle politiche pubbliche degli ultimi anni. Gli incentivi del piano Transizione 4.0 per la componente immateriale del software sono terminati il 1° gennaio 2025 e non sono ancora sufficientemente rimpiazzati dal piano Transizione 5.0.

“In un contesto dettato da una sempre maggiore attenzione verso la sovranità del dato, l’industria del software è un elemento altamente strategico per il Paese -. dichiara Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio -. Oggi, grazie agli investimenti infrastrutturali in corso si stanno creando le basi per un ecosistema digitale più robusto, ma serve un salto di qualità: costruire un’industria del software ‘sopra’ queste infrastrutture, capace di produrre valore, occupazione e innovazione”.

Eco-ansia: giovani preoccupati per il Pianeta, ma ignorano il riciclo

L’impegno della ‘Generazione Green’ parte da un presupposto: quasi tre giovani su quattro (74%) si dicono preoccupati per la dispersione delle plastiche nell’ambiente. E un ulteriore 21%, pur non allarmato ai massimi livelli, riconosce la necessità di impegnarsi per limitare il fenomeno.
Solo il 5%, dunque, pare immune dalla ‘eco-ansia’ nei confronti di polimeri e affini.

Tuttavia, il passaggio dalla teoria alla pratica resta complesso.
Quando si parla di conoscenza delle regole base del riciclo le certezze vacillano: 1 giovane su 5 (20%) non possiede informazioni sufficienti per differenziare correttamente, mentre oltre la metà (55%) è ‘solo parzialmente sicuro’ delle proprie scelte.
Emerge dall’indagine condotta da Skuola.net in collaborazione con COREPLA (Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica). 

Solo il 25% si sente davvero competente in materia

In ogni caso, la consapevolezza che il problema esista c’è, e si traduce in un’ampia diffusione di approcci virtuosi.
Il 90% dei giovani effettua spesso o sempre la raccolta differenziata e circa la metà presta attenzione alla sostenibilità del packaging quando fa acquisti.

Quanto alle plastiche, la maggioranza sembra avere interiorizzato alcune regole fondamentali. Il 70% sa che bottiglie e flaconi vanno svuotati, schiacciati e conferiti nella plastica, mentre l’80% è consapevole che prima di buttare un vasetto di yogurt nella plastica bisogna togliere la linguetta.
Tuttavia, solo il 39% sa che il polistirolo deve essere gettato nel bidone della plastica, mentre il 40% lo smaltisce nell’indifferenziato.

Impegno diffuso, ma la conoscenza è ancora carente

Ancora più alto è il tasso di errore se si tratta di giocattoli in plastica: solamente il 35% ritiene di doverli buttare nella raccolta generica, mentre per le confezioni multistrato o con etichette composte da materiali diversi oltre 4 su 10 ammettono di andare in confusione quando arriva il momento di smaltire.

Per fortuna, curiosità e voglia di saperne di più non mancano. L’80% dei giovani si informa autonomamente su ambiente e riciclo, soprattutto su social network (24%), siti web/portali di informazione (18%), scuola e università (14%) e famiglia (12%). Si ritagliano una quota di audience anche gli influencer specializzati in tematiche ambientali (7%).

Il luogo ideale per imparare a proteggere l’ambiente è la scuola 

Sono numeri che confermano come i canali digitali rappresentino il principale strumento di aggiornamento per le nuove generazioni. Ma anche quanto il rischio di imprecisioni o informazioni incomplete resti alto.

Forse anche per questo cresce la richiesta di una formazione più solida e continuativa. Oltre un quinto dei giovani intervistati (22%) considera la scuola il luogo ideale per imparare a proteggere l’ambiente, più di campagne online (17%) o iniziative promosse da radio e tv (16%).
Da qui l’importanza di continuare con progetti di sensibilizzazione, a scuola e nei luoghi di aggregazione online, per consolidare la transizione verso una cittadinanza più sostenibile e responsabile.

Pubblicato
Categorie: Società

Aumenta il consumo del suolo: quasi 80 Kmq in un anno, +15,6%

Nel 2024 sono stati consumati 83,7 chilometri quadrati di suolo, il +15,6% rispetto all’anno precedente. Il consumo netto è stato pari a 78,5 chilometri quadrati, il peggior saldo degli ultimi dodici anni.
Lo attesta il rapporto Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici di Ispra e Snpa.

“Consumare suolo non significa soltanto deturpare il paesaggio, ma distruggere una risorsa indispensabile alla vita  – commenta Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia -. Il suolo è una risorsa non rinnovabile, scarsa e non esiste tecnologia che possa sostituire i suoi servizi ecosistemici. È l’elemento fondamentale del ciclo vitale sulla Terra. Fornisce materie prime, biomassa e il cibo necessario alla sopravvivenza dell’uomo e di tutte le altre specie viventi”.

Nuove cause si sommano a quelle tradizionali

Ma in Italia il consumo di suolo non accenna a rallentare, e rappresentando un pericolo concreto per il nostro futuro. A fare le spese sono infatti le aree più accessibili e anche le più fertili. “Senza suolo non c’è agricoltura e senza agricoltura non c’è cibo”, sottolinea Nappini .

Preoccupa, in particolar modo, il consumo di suolo agricolo. Ogni anno nuove cause di consumo si sommano a quelle tradizionali. Nel 2024 il rapporto ne individua tre, le aree destinate alla logistica, i data center e i pannelli fotovoltaici a terra.
Questi ultimi impattano in modo sensibile. In un anno hanno coperto 1.702 nuovi ettari, di cui l’80% su superfici precedentemente utilizzate a fini agricoli.

Un impatto economico e ambientale significativo

I pannelli fotovoltaici a terra sono un trend in forte crescita. Gli impianti di questo tipo sono aumentati di oltre venti volte nel giro di quattro anni.
Non va dimenticato che il consumo di suolo, sommato all’abbandono delle aree interne, oltre a provocare danni all’agricoltura e al tanto sbandierato Made in Italy, ha impatti economici e ambientali significativi.

Ad esempio, aumenta il rischio idrogeologico (alluvioni, frane) i cui danni annuali complessivi raggiungono 3,3 miliardi di euro (dal 2010 a oggi la spesa è triplicata), più di un sesto della manovra in discussione al parlamento.

In Italia le coperture artificiali occupano quasi il doppio della media europea

“O oggi le coperture artificiali occupano il 7,17% del territorio italiano, quasi il doppio della media europea – aggiunge Nappini -. Non è affatto poco, se pensiamo che solo il 23,2% dell’intero territorio nazionale è pianeggiante e che oltre un terzo è montano. Ci sono regioni, la Lombardia, il Veneto e la Campania, dove più di un decimo del suolo è già consumato”.

Il Regolamento europeo sul ripristino della natura impone però l’azzeramento della perdita netta di aree verdi urbane entro il 2030 e la Strategia del suolo per il 2030 adottata dalla Commissione Europea nel 2021 stabiliva l’obiettivo per tutti i Paesi membri di non consumare suolo entro il 2050. Allo stato attuale questi target sono irraggiungibili.

Pubblicato
Categorie: Società

Smartphone, un compagno di vita a cui affidare ricordi ed emozioni

Offre conforto nei momenti di solitudine e custodisce i ricordi più intimi e preziosi. Lo smartphone per gli italiani sembra essere diventato un vero e proprio compagno di vita, o una specie di “seconda pelle”. 
Da una ricerca di Swappie in collaborazione con SWG emerge il legame affettivo con il proprio dispositivo mobile. Il 70% degli italiani considera infatti lo smartphone un alleato per combattere la noia e intrattenersi, scoprire cose nuove e rilassarsi. E per il 56% è un mezzo di conforto per affrontare momenti di solitudine.

Insomma, il telefono cellulare non è più un semplice strumento tecnologico, ma un’estensione della propria identità e un supporto per affrontare piccole e grandi fragilità. Una presenza discreta ma costante, a cui molti dedicano cure e attenzioni. Proprio come si farebbe con una persona cara o un oggetto di valore.

Un legame che va oltre la funzionalità

Questa relazione si riflette anche nei comportamenti quotidiani. Il 71% lo porta con sé da una stanza all’altra, il 45% lo pulisce prima di appoggiarlo e il 34% prova un senso di sicurezza semplicemente avendolo sott’occhio. 
Ma lo smartphone diventa anche un rifugio sicuro, un luogo dove poter archiviare ricordi, emozioni e tappe significative della vita.

Per circa 1 italiano su 2 episodi importanti come viaggi, relazioni, sfide personali o momenti di crescita sono legati al dispositivo posseduto in quel periodo.
Il legame è particolarmente forte tra i più giovani (18-34 anni), che lo considerano un vero e proprio scrigno digitale dove custodire frammenti di vita.

Difficile separarsi

Anche l’idea di separarsi da un vecchio telefono non è semplice. Solo 2 italiani su 5 riescono a passare da un dispositivo all’altro con disinvoltura, mentre il 27% teme di perdere qualcosa di importante, il 13% vive il cambio con malinconia, e il 21% vive il momento del cambio come un gesto simbolico, legato a una svolta o a un nuovo inizio.

Anche per questo, sono quasi 8 su 10 gli italiani che conservano i vecchi telefoni nei cassetti, un’abitudine motivata da ragioni pratiche (precauzione o sicurezza dei dati), ma anche da un senso di attaccamento emotivo. Per molti, infatti, “lasciare andare” un vecchio smartphone è un gesto quasi intimo. E per il 49% degli intervistati prova disagio nel vedere il proprio vecchio telefono nelle mani di qualcun altro. 

e-waste, la sfida è ancora aperta

Quando arriva il momento di vendere o donare il proprio dispositivo la fiducia diventa un aspetto fondamentale. Il 60% degli italiani cerca un interlocutore affidabile, in grado di tutelare la privacy e il legame affettivo con il dispositivo che si è creato nel tempo.

Accanto all’aspetto emotivo, cresce anche l’attenzione verso l’impatto ambientale della tecnologia. Il 73% è consapevole dell’importanza di contrastare gli effetti di uno scorretto smaltimento dei rifiuti elettronici. Tuttavia, solo 1 intervistato su 4 afferma di aver davvero a cuore la questione. L’e-waste è percepito come un’emergenza seria ma ancora sottovalutata, soprattutto dagli over55.

Pubblicato
Categorie: Società

Polizze catastrofali: dal 1° ottobre 25.000 medie imprese obbligate a sottoscrivere una CAT NET 

Dal 1° ottobre è scattato l’obbligo per le medie imprese di sottoscrivere una polizza Cat Nat, la polizza catastrofale per tutelarsi dalle calamità naturali.
La misura, prevista dalla legge di Bilancio 2024, riguarderà circa 25.000 medie imprese, tranne quelle agricole.

I prezzi della polizza variano in funzione di diversi elementi, tra cui la rischiosità del territorio dove sono ubicati gli immobili sede dell’azienda, la probabilità di eventi calamitosi, la vulnerabilità dei beni assicurati, le caratteristiche costruttive dell’immobile, il tipo di attività svolta dall’impresa, la collocazione dell’immobile all’interno dell’edificio (distanza da terra in numero di piani). Oltre al capitale assicurato e le politiche commerciali e tariffarie delle compagnie assicurative.
Facile.it, in collaborazione con Italfinance e Finital, ha elaborato alcune simulazioni considerando i costi per un’azienda metalmeccanica, una alimentare e un mobilificio in 3 città: Milano, Roma, Palermo.

I costi per un’azienda metalmeccanica, alimentare e un mobilificio

Per un’attività metalmeccanica con terreno da 50.000 euro, fabbricato da 1,5 milioni di euro, attrezzature industriali/commerciali di valore pari a 300.000 euro, impianti/macchinari per 800mila euro, il premio annuale a Milano parte da 584 euro, a Roma 790 euro e a Palermo 1.025 euro. 
Le quotazioni per l’azienda alimentare salgono in virtù di valori assicurati più elevati. In questo caso, un terreno di 50.000 euro, un’immobile dal valore di 2 milioni di euro, attrezzature per 200.000 euro e impianti e macchinari da 1,2 milioni di euro.

La struttura posizionata a Milano deve mettere a budget un costo annuale a partire da 744 euro, a Roma 1.035 euro, mentre a Palermo 1.297 euro.
Per il mobilificio (terreno 50mila euro, fabbricato 1,8 milioni di euro, attrezzature 200.000 euro, impianti/macchinari 1 milione di euro) il premio annuo parte da 654 euro a Milano, 897 euro a Roma e 1.136 euro a Palermo.

Cosa succede a chi non si assicura

I premi, quindi, sono tutt’altro che proibitivi, soprattutto se paragonati ai benefici.
Sebbene al momento non siano previste sanzioni pecuniarie per le aziende che non sottoscrivono la polizza, chi non si adegua all’obbligo non potrà accedere ad agevolazioni o contributi pubblici e, in caso di evento calamitoso, rischia di dover far fronte autonomamente ai danni subiti senza poter contare su eventuali indennizzi da parte dello Stato.

Escluse frane “graduali”, mareggiate, valanghe

Per le polizze Cat Nat è importante fare attenzione agli eventi calamitosi (sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni) per i quali è obbligatorio assicurarsi, mentre non sono oggetto dell’obbligo altri fenomeni atmosferici quali grandine, trombe d’aria, bombe d’acqua. Per tutelarsi da questi eventi sarà necessario sottoscrivere garanzie accessorie.

Attenzione, inoltre, ad alcune specificità. La frana, ad esempio, è coperta se l’evento si manifesta in maniera “rapida”, se invece si tratta di un evento “graduale”, non è coperto.
Tra le esclusioni rientrano anche mareggiate, valanghe e slavine. Ovviamente, non è possibile assicurare edifici abusivi e non a norma.

Pubblicato
Categorie: Consigli

Quali sono i nuovi trend del mercato del lusso?

Il mercato del lusso in Italia sente il peso dell’incertezza economica e dei cambiamenti nei consumi, tanto che nel 2025 si prevede una contrazione del 4%. In questo scenario, capire cosa vogliono i clienti diventa ancora più importante per le aziende.
Per farlo, EY ha lanciato la prima edizione del Luxury Client Index, uno studio che ha coinvolto 1.600 consumatori aspirazionali in dieci mercati, tra cui l’Italia.

I risultati sono stati presentati a Milano durante EY Winning Back Aspirational Luxury Clients, evento in collaborazione con FSB Group, che ha riunito esperti, investitori e rappresentanti dei principali brand per discutere delle sfide e delle opportunità del settore.

Le tre aree su cui puntare

Secondo Anna Nasole, strategic & transactions fashion & luxury leader di EY Parthenon Italia, “il lusso sta cambiando: oggi i consumatori cercano qualità, autenticità, sostenibilità ed esperienze personalizzate, non solo status. I brand devono investire in innovazione dei prodotti, rafforzamento della filiera, digitalizzazione e sostenibilità come leva competitiva”.

Dopo il boom di fusioni e acquisizioni post-Covid, il settore ha rallentato a causa della debole domanda, dei cambiamenti nei mercati internazionali e dell’instabilità geopolitica. L’Italia resta centrale grazie ai suoi marchi iconici e a filiere consolidate, ma oggi servono strategie più selettive, attenzione ai nuovi trend e strumenti globali per garantire standard ambientali ed etici.

Cosa spinge gli italiani a comprare “al top”

Dallo studio emerge che per il 68% degli italiani la qualità è il fattore principale, mentre il riconoscimento sociale conta meno rispetto alla media globale (47%). Il brand guida le scelte per il 22%, e solo il 9% sceglie prodotti senza logo visibile.

Le differenze tra generazioni sono nette: la Gen Z segue influencer e celebrità (43%), mentre il 73% dei Baby Boomers punta sulla storia e sull’identità del marchio. La sostenibilità è sempre più rilevante, soprattutto per Millennial e Gen Z, che la considerano prioritaria.

Esperienze e nuovi modelli di consumo

Il negozio fisico rimane centrale per il 73% dei consumatori italiani, ma cresce l’interesse per esperienze multicanale e digitali. Tecnologie come l’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità per personalizzare gli acquisti, anche se ancora poco sfruttate.

Crescono anche second hand (un terzo dei clienti) e il noleggio (54%). Infine, per reagire al calo del 23% nelle vendite in Italia, il 22% degli intervistati suggerisce modalità di pagamento più flessibili.

Pubblicato
Categorie: Società

Lavoro: i professionisti credono nel potenziale dell’AI ma non rinunciano all’intuito umano

Anche in Italia l’AI è ormai una componente integrante della vita professionale. Una ricerca di LinkedIn indica un crescente ottimismo nei confronti dell’Intelligenza artificiale, ma allo stesso tempo delinea uno scenario in chiaroscuro, dove si riafferma il valore delle connessioni umane.
Se infatti più della metà dei lavoratori intervistati (54%) è convinta che l’AI migliorerà la gestione delle attività quotidiane, permane la ‘paura di essere tagliati fuori’ (34%).

Ciò riflette un’incertezza diffusa sul modo in cui l’AI potrebbe ridefinire i ruoli professionali nel prossimo futuro, e il 35% degli intervistati si dichiara impreparato a gestire tale transizione.
Inoltre, quasi la metà (47%) percepisce di non sfruttare appieno il potenziale dell’AI, un dato più evidente tra gli intervistati più giovani.

“Spetta ai leader creare un clima di fiducia intergenerazionale”

“Nel 2024 abbiamo raccontato un mondo del lavoro in trasformazione e oggi, nel 2025, siamo nel pieno di quel cambiamento – spiega Marcello Albergoni, Country Manager di LinkedIn Italia -. L’AI non è più una novità da esplorare, ma una realtà da integrare. Eppure, solo un terzo dei professionisti (35%) si sente sicuro sulle competenze da sviluppare e molti investono personalmente nella propria crescita. Questo dato rivela una grande opportunità per le aziende: promuovere una cultura di formazione continua supporta i dipendenti nella trasformazione digitale e offre strumenti per creare percorsi personalizzati e strutturati”.

Spetta quindi ai leader fare la differenza, fornendo formazione, strumenti chiari e, soprattutto, creando un clima di fiducia e collaborazione intergenerazionale.

Giovani più ottimisti ma anche più insicuri

I giovani tra 18 e 28 anni si mostrano i più ottimisti, con il 61% che vede un impatto positivo dell’AI sul lavoro quotidiano. Tuttavia, il 40% di loro ammette di non sapere quali competenze siano necessarie per rimanere competitivi.
Se tra i giovanissimi (18-24 anni) l’apprendimento di queste nuove abilità viene percepito come un secondo lavoro (44%), tra i professionisti il dato sale al 58%, evidenziando la necessità di una guida più chiara.

Nonostante l’accelerazione tecnologica per il 74% degli intervistati nessuna tecnologia potrà mai sostituire l’intuito e il giudizio delle persone. Questo sentimento si riflette nel 57% dei lavoratori, che si sente più sicuro nel prendere decisioni quando può contare sul supporto della propria rete professionale. 

Il supporto dei processi decisionali solleva preoccupazioni

Mentre l’AI è vista come uno strumento utile per la redazione di contenuti non è ancora percepita come un supporto affidabile per le scelte strategiche. Per il 40% degli intervistati il supporto dell’AI nei processi decisionali solleva preoccupazioni etiche, con un picco del 44% tra gli under25

Insomma, riferisce Adnkronos, l’introduzione accelerata dell’AI sta generando una forte pressione con la sensazione di non riuscire a staccare dal lavoro, soprattutto tra i giovani. In questo scenario, il ruolo della leadership è cruciale: il 53% dei professionisti si affida ai propri dirigenti per navigare il cambiamento.
La sfida per le aziende, dunque, non è solo fornire gli strumenti tecnici, ma creare una cultura basata sul dialogo e la trasparenza.

Pubblicato
Categorie: Società

Città italiane e animali domestici: ancora pochi i servizi 

In Italia prendersi cura degli animali domestici è diventato sempre più importante, soprattutto per le famiglie più fragili. Eppure i comuni non sembrano tenere il passo. Meno di quattro amministrazioni su dieci offrono servizi minimi sufficienti per cani e gatti, con grandi disparità da un territorio all’altro.

Il dato arriva dal XIV rapporto “Animali in Città” di Legambiente, presentato a Festambiente, che ha analizzato le performance dei comuni e delle ASL sul fronte pet-care. Su 734 amministrazioni che hanno risposto al questionario (meno del 10% del totale nazionale), soltanto il 39,5% ha superato la sufficienza.

Le località costiere più pet friendly

Il rapporto mette in evidenza una spaccatura netta tra comuni costieri e comuni interni. Sulle coste, ad esempio, il 36% dei comuni mette a disposizione aree libere per i cani; nell’entroterra si scende a poco più del 10%. Lo stesso vale per le pensioni per animali: disponibili nel 57% dei comuni costieri, contro appena il 21,9% di quelli interni.

Anche il tema del fine vita è spesso ignorato. Solo il 28% dei comuni sul mare e il 10% di quelli interni hanno un regolamento per la cremazione o la sepoltura degli animali, lasciando le famiglie sole in un momento molto delicato.

Botti, fuochi e altre criticità

Tra i nodi più trascurati c’è la questione dei botti e dei fuochi d’artificio, che spaventano gli animali domestici: meno di un comune su quattro sul mare e meno di uno su dieci nell’entroterra hanno deciso di limitarne l’uso.

Scarse anche le misure di supporto diretto ai cittadini: pochissimi comuni hanno uno sportello dedicato o un Garante per i diritti degli animali (meno del 9% di quelli costieri e del 5% di quelli interni), e solo una minoranza aiuta economicamente nella sterilizzazione.

Spiagge e sanità pubblica assenti

Sorprende il ritardo dei comuni costieri sulle spiagge: soltanto il 23% ha regolamenti che permettono un accesso ordinato e sicuro agli animali.
Sul fronte sanitario, la situazione è ancora più preoccupante. In tutta Italia esistono solo due ospedali veterinari pubblici, a Perugia e Napoli. Nel 2024, quasi il 75% della spesa pubblica per il settore pet-care è stata sostenuta dai comuni, mentre le ASL hanno coperto appena il 25%, nonostante il loro ruolo fondamentale nella sanità di prossimità.

Il quadro che emerge è chiaro: i cittadini chiedono più attenzione e servizi per i propri animali, ma le amministrazioni locali restano indietro, con poche buone pratiche e troppe disparità tra un comune e l’altro.

Pubblicato
Categorie: Società