Il futuro del lavoro: ibrido, con un mix di presenza e remote working

Il futuro del lavoro: ibrido, con un mix di presenza e remote working

Il lavoro a distanza? Resisterà anche nell’immediato futuro, seppur con delle differenze rispetto a oggi. Resta comunque il fatto che la pandemia da Covid-19 ha completamente rivoluzionalo le modalità di lavoro, costringendo aziende e dipendenti a mettere in atto tutta una serie di strategie per poter continuare con operatività e l’attività professionale. E tali scelte – a cominciare dal remote working – si sono rivelate vincenti, dato che sono destinate a rimanere anche entro l’arco temporale dei prossimi due anni. Per dare un ulteriore dato, le stime prevedono che solo 2 dipendenti si 5, in Italia, ritorneranno stabilmente ed esclusivamente in presenza.

Il futuro sarà ibrido

Le previsioni sono evidenziate da un’anticipazione dei risultati della ricerca Benefit Trends Survey 2021-2022 condotta da Willis Towers Watson su un campione di aziende attive nel nostro Paese e rappresentanti circa 155.000 lavoratori. Quello che emerge con forza è che non si tornerà più indietro: nel prossimo biennio si prevede che solo il 42% dei dipendenti lavorerà in azienda, circa la metà del periodo pre-Covid (ma comunque in aumento rispetto alla situazione attuale, dove a recarsi sul posto di lavoro è appena il 32%). Sempre in base ai risultati dell’indagine ripresa da Italpress, la modalità ibrida, ovvero sia da remoto sia in presenza, tra due anni resterà comunque più diffusa di quella completamente a distanza, sebbene quest’ultima abbia registrato, l’anno scorso, una maggiore crescita proporzionale. Nel 2019 infatti la stragrande maggioranza dei dipendenti, l’82%, lavorava in ufficio. Erano solo il 12% i lavoratori che si alternavano tra casa e ufficio e il 6% quelli in remoto: oggi invece sono rispettivamente il 31% e il 38%, con un evidente balzo di crescita in entrambe le categorie.

La nuova normalità
Anche gli accordi di lavoro futuri rifletteranno la nuova normalità, col 26% delle aziende che si attende che i dipendenti lavoreranno in alternanza paritetica tra luogo di lavoro e da remoto, il 33% più da casa che non da ufficio e il 41% all’opposto. Sta cominciando però un riassestamento della percentuale di dipendenti che lavorano solo da remoto (tra due anni scenderanno dal 38% al 23%), mentre stanno aumentando di contro quelli che lavorano in presenza (tra due anni saliranno dal 32% al 42%) e in modalità ibrida (dal 31% al 35%).
Sette aziende su dieci (71%), inoltre, progettano oggi di consentire un pieno ritorno in ufficio su base volontaria entro la fine dell’anno, mentre il 47% non sono ancora sicure di quando termineranno i protocolli anti-COVID e solo un 10% prevede di fermarli prima del 2022.

Le performance economiche delle startup e Pmi innovative Ict

Le performance economiche delle startup e Pmi innovative Ict

La ricerca ‘Startup e Pmi innovative ict: performance economica’ di Anitec-Assinform e InfoCamere mostra l’elevata capacità di resilienza delle startup e Pmi innovative Ict italiane, evidenziandone i punti di forza: l’attitudine al digitale e allo smart working, la velocità e flessibilità nell’adattarsi ai cambiamenti del mercato, e l’ottimo livello di competenze tecniche e informatiche. Dalla ricerca emerge inoltre come a inizio ottobre 2021 il numero di startup e Pmi innovative del settore Ict iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese continui a crescere, arrivando a 7.749, il 16,3% in più rispetto a fine febbraio 2021, per una quota costante del 49% del totale. Questo, nonostante la crisi da Covid-19. Rispetto ai filoni di attività, la ricerca sottolinea poi dinamiche leggermente più positive per le startup e Pmi innovative in ambito AI, blockchain, cybersecurity, e digital solutions.

Livelli di produttività più elevati nei filoni di attività 4.0

Gli indicatori di produttività confermano che la ricerca di vantaggio competitivo in mercati molto innovativi e tecnologicamente avanzati si traduce in livelli più elevati di produttività, con medie superiori nei filoni di attività 4.0 e altre tecnologie digitali. Complessivamente, le 4.537 startup e Pmi innovative Ict con bilancio depositato nel 2020 hanno prodotto beni e servizi per un totale di 1,2 miliardi di euro, contro 1,5 miliardi di euro delle 4.863 startup e Pmi innovative non-Ict. E il valore della produzione medio per startup e Pmi innovativa Ict nel 2020 risulta pari a 263,3 mila euro (310,6 mila euro non-Ict).

Più valore aggiunto rispetto al segmento non-Ict

Le startup e Pmi innovative Ict hanno generato valore aggiunto per 406 milioni di euro, un valore superiore ai 332,8 milioni del segmento non-Ict. Complessivamente nel 2020 per ogni euro di produzione, le Pmi e startup innovative Ict hanno generato 33,8 centesimi di valore aggiunto contro 22,2 centesimi nel segmento non-Ict, a conferma del maggiore incremento di valore generato dalle attività sviluppate dalle aziende specializzate nei mercati tecnologici avanzati. Tuttavia, anche a causa dei maggiori costi per addetto, gli indicatori di profittabilità sono meno remunerativi nel settore Ict rispetto al settore non-Ict almeno nei primi anni di attività. In ogni caso, le società in utile nel 2020 generano il 43,4% di produzione nel settore Ict contro il 47,6% nel settore non Ict.

Ritorno economico dell’investimento nel medio-lungo periodo

Quanto alla redditività del patrimonio netto (il ritorno economico dell’investimento effettuato), riporta Adnkronos, almeno il 50% delle startup e Pmi innovative Ict negli ultimi tre anni registra un valore pari o superiore all’1,1%. Gli indicatori finanziari confermano poi come l’apparente squilibrio finanziario iniziale sia compensato dal consolidarsi delle attività successive alla fase iniziale, e con il manifestarsi di trend di crescita importanti nella valutazione delle potenzialità effettive nel medio-lungo periodo. Un’altra caratteristica distintiva di startup e Pmi innovative è il valore elevato delle risorse immateriali, soprattutto brevetti, marchi, avviamento, che partecipano al raggiungimento del vantaggio competitivo aziendale. L’indice mediano è infatti pari a 1 presso startup e Pmi innovative Ict (0,8 non-Ict), e l’indice medio è pari a 0.7 (0,6 non-Ict).

L’effetto Covid sul settore automotive e la mobilità sostenibile

L’effetto Covid sul settore automotive e la mobilità sostenibile

In Italia al crollo delle immatricolazioni durante il lockdown (-28% nel 2020 rispetto al 2019), ha seguito una ripresa (+64% la variazione gennaio-maggio 2021/2020), ridimensionata tuttavia da alcuni ostacoli, che a settembre hanno portato a un calo delle immatricolazioni (-33%) rispetto allo stesso periodo del 2020. In questo contesto si evidenzia anche l’evoluzione del Noleggio a Lungo Termine (NLT), cresciuto a dicembre 2020 del 4,1%, e il numero delle immatricolazioni di auto ecologiche, più che raddoppiato nel periodo gennaio-settembre 2021 rispetto all’intero 2019, e salito da 127mila a oltre 320mila unità per i veicoli ibridi ed elettrici. Sono i dati rilevati dallL’Osservatorio E-Mobility 2021 di Nomisma, che fa il punto sul mercato dell’auto, un settore particolarmente penalizzato dalla pandemia da Covid-19.

Perché scegliere veicoli ibridi ed elettrici?

Fra i motivi per i quali nell’ultimo anno sono stati utilizzati veicoli ibridi o elettrici rientrano lo stile di vita attento all’ambiente (43%), la possibilità di accedere nel centro città e nelle ZTL (35%), il minor costo chilometrico di manutenzione (33%), e la presenza di incentivi per l’acquisto (30%). Fra i fattori deterrenti, le criticità sono legate soprattutto a costi elevati (56% per ibridi, 57% per veicoli elettrici), mancanza di un’adeguata rete di punti di ricarica (38% per veicoli elettrici) e offerta insoddisfacente sul mercato (30% ibridi, 28% elettrici). Per chi ancora non utilizza auto ecologiche uno stimolo a farlo consisterebbe nell’abbattimento dei costi d’acquisto, l’aumento di incentivi/detrazioni per l’acquisto, e l’aumento dei punti di ricarica fuori e all’interno delle città.

La pandemia accresce la propensione a usare veicoli alternativi

La pandemia ha accresciuto la propensione degli italiani non solo verso i veicoli green, ma anche verso le forme di mobilità dolce, come biciclette e monopattini. Se l’auto resta il mezzo di spostamento principale per due italiani su tre, si consolidano, e crescono, nuove abitudini di mobilità: nel 2020 sono 2 milioni le biciclette vendute (+17%), 280mila le ebike (+44%), e +140% a valore monopattini elettrici, hoverboard e one wheel. Inoltre, se nel pieno della pandemia erano diminuiti car sharing (-27% tra 2020-2019) e noleggi (-53%), i primi mesi del 2021 indicano una netta ripresa per entrambi.

L’utilitaria a benzina resta il segmento preferito dagli italiani

Nel biennio 2019-2020 un italiano su tre pensava di acquistare o noleggiare a lungo termine una nuova automobile, valutando preventivi, ricercando informazioni, chiedendo consigli. Un interesse concretizzato per il 27% dei casi, proseguito per il 35%, o rimandato (29%) e abbandonato (9%). Fra chi ha concretizzato l’acquisto, il 46% ha scelto un’utilitaria, il segmento preferito anche da coloro che stanno ancora riflettendo. Chi invece ha rinunciato, lo ha fatto perché ha preferito orientare altrove il proprio investimento (37%), ha diminuito il reddito familiare (32%) o ha riscontrato minori esigenze di spostamento (21%). In ogni caso, ancora netta la prevalenza, per quanto riguarda i carburanti, di benzina (39%) e diesel (37%), e per motore ibrido (12%).

Con il Cashback crescono i pagamenti digitali, contactless e via mobile

Con il Cashback crescono i pagamenti digitali, contactless e via mobile

Nella prima metà dell’anno sono stati oltre 6,1 milioni gli italiani che hanno raggiunto la soglia delle 50 transazioni, e si registra una crescita del +23% nel transato dei pagamenti digitali, per un valore totale che passa da 118 miliardi di euro nel 2020 a 145,6 miliardi. Nonostante le parziali ‘chiusure’ avvenute nel primo semestre 2021, e la riduzione dei consumi a causa dell’emergenza sanitaria, i risultati degli incentivi legati a Cashback e Super Cashback si fanno sentire. Dall’edizione semestrale dell’Osservatorio Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano emerge infatti che il numero di transazioni digitali fa segnare un aumento ancor più deciso di quello del transato, passando dai 2,3 miliardi del 2020 ai 3,2 del primo semestre 2021, con una crescita del +41%. 

Lo scontrino medio scende di oltre l’11% in un anno

Lo scontrino medio, soprattutto grazie agli incentivi del Cashback, scende di oltre l’11% in un anno, con un calo netto di circa 6 euro (da 51,7 a 45,7 euro). I numeri del Cashback nella prima metà dell’anno dimostrano una discreta adesione, di poco inferiore ai 9 milioni di cittadini, circa il 18% della popolazione maggiorenne, ma una più che apprezzabile penetrazione all’interno di chi ha preso parte all’iniziativa: sono stati infatti oltre 6,1 milioni gli italiani che hanno raggiunto la soglia delle 50 transazioni, per un rimborso massimo di 150 euro.

Trend di crescita più interessanti per le modalità più innovative

A fronte di una crescita del +6,5% dei pagamenti con carta ‘a inserimento fisico’ nel Pos, che passano da 85,3 miliardi a 90,9 miliardi di euro, sono le modalità di pagamento più innovative a fare segnare i trend di crescita più interessanti. Il contactless cresce infatti del +66% nel primo semestre del 2021, rispetto allo stesso semestre del 2020, passando da 31,4 a 52,1 miliardi di euro di transato. Questa modalità si conferma la preferita per i pagamenti in negozio: ne sono un chiaro segnale il numero di transazioni in forte rialzo (1,36 miliardi di operazioni, +79%) e lo scontrino medio che si sta gradualmente abbassando (oggi è di 41 euro, -1,4% rispetto allo scorso anno).

Pagamenti in negozio? Meglio ‘senza contatto’

Le modalità di pagamento in negozio ‘senza contatto’ vengono preferite sempre di più̀, anche per la maggiore igiene e sicurezza. Sotto ai 50 euro, la nuova soglia che si sta adottando a livello europeo, infatti, non va inserito il PIN e si possono evitare del tutto i contatti al momento del pagamento in cassa. Inoltre, crescono anche tutte le componenti dei pagamenti da Mobile e da Wearable: i pagamenti contactless NFC tramite smartphone e dispositivi indossabili, oltre che i pagamenti da app in negozio, crescono del +108% e raggiungono quota 2,7 miliardi di euro, rispetto ai soli 1,3 di un anno fa.

L’intervento del Governo frena la stangata bollette: +29,8% luce e +14,4% gas

L’intervento del Governo frena la stangata bollette: +29,8% luce e +14,4% gas

I prezzi delle materie prime corrono verso i massimi storici. Si tratta di una dinamica in forte crescita, dovuta non solo alla ripresa delle economie dopo i ribassi dovuti alla pandemia e alle difficoltà nelle filiere di approvvigionamento, ma anche alle alte quotazioni dei permessi di emissione di CO2. Questa dinamica ha portato a un aumento superiore al 45% per la bolletta dell’energia elettrica, e di oltre il 30% per quella del gas. L’Arera, l’Autorità per Energia Reti e Ambiente è intervenuta annullando transitoriamente gli oneri generali di sistema presenti in bolletta, e potenziando il bonus sociale alle famiglie in difficoltà. Con l’intervento dell’autorità l’aumento per la bolletta della luce si è fermato quindi a +29,8%, e quello per il gas a +14,4%.

Stangata un po’ meno forte per 29 milioni di famiglie

Il decreto di urgenza del Governo, che ha stanziato le risorse necessarie, ha consentito di attutire l’impatto dei costi aggiuntivi per luce e gas su 29 milioni di famiglie italiane e 6 milioni di microimprese. Per loro la stangata sarà un po’ meno forte. Applicando ai numeri di oggi le misure varate dall’Esecutivo, valide per il prossimo trimestre, l’aumento per la famiglia tipo in tutela sarà infatti ridotto a quasi il 30% (+29,8%, rispetto a oltre il 45% in più) per la bolletta dell’elettricità e dimezzato per quella del gas (+14,4% rispetto a oltre il 30% in più), grazie anche alla riduzione dell’Iva contenuta nel decreto.

Incrementi tariffari azzerati per i nuclei con ISEE basso

Per oltre 3 milioni di nuclei familiari aventi diritto ai bonus di sconto per l’elettricità, e per i 2,5 milioni che fruiscono del bonus gas in base all’ISEE, gli incrementi tariffari sono stati sostanzialmente azzerati dal decreto, riporta Italpress.
“Siamo in presenza di un ulteriore incremento del costo delle materie prime, più ampio ed imprevedibile del precedente – ha commentato il presidente dell’Arera, Stefano Besseghini -. L’intervento del governo, cui abbiamo fornito il necessario supporto tecnico, ammorbidisce gli effetti in una fase delicata della ripresa per proteggere i consumatori più fragili”.

“È necessaria una riduzione strutturale dei costi energetici” 

“Accanto all’attenzione alle famiglie in più grave difficoltà, è ormai evidente l’ampia percentuale di famiglie e imprese, che pur essendo ‘nella media’, fatica a sopportare la quotidianità – ha aggiunto Stefano Besseghini -. È a maggior ragione necessario un continuo lavoro per sfruttare tutte le opportunità per una riduzione strutturale dei costi energetici”.

Moda, l’export torna in segno positivo per Milano Monza Brianza Lodi

Moda, l’export torna in segno positivo per Milano Monza Brianza Lodi

Anche se l’effetto Covid pesa ancora sui numeri delle imprese attive nel settore moda di Milano Monza Brianza Lodi (-2,9 % in un anno), le prime conferme positive arrivano dall’export: a giugno si registra in un anno +38,8%, dato che fa recuperare anche rispetto al 2019. Il volume delle esportazioni del settore, con un +1,1%, torna quindi di segno positivo. Dal 21 al 27 settembre si è tenuta la Milano Fashion Week, ancora in versione phygital, ma con gli eventi in presenza che tornano a superare gli appuntamenti digitali. E le aspettative sul sistema moda, da sempre traino del Made in Italy, sono confermate proprio dalla crescita dell’export, mentre resta ancora di segno negativo la variazione del numero delle imprese attive nel settore. Si tratta di una sintesi dei dati elaborati sul settore dall’Ufficio Studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

Un settore da circa 12.500 imprese attive

Tra Milano Monza Brianza e Lodi il settore moda comprende circa 12.500 imprese attive, e in termini di posti di lavoro conta oltre 82.000 addetti. Per la sola Milano si tratta di 10.410 imprese per oltre 73.600 addetti, che rappresentano il 3,4% sia sul totale delle attività economiche sia sugli occupati. Tra i settori, il 40% del totale del comparto di Milano, Monza Brianza e Lodi è rappresentato da imprese manifatturiere (circa 5.000 imprese attive), a cui si aggiungono 7.500 attività del commercio al dettaglio e all’ingrosso. Rispetto al medesimo periodo dello scorso anno, si registra una variazione nel numero delle imprese attive del -2,9%, dato comunque in recupero rispetto al -3,7% rilevato nel confronto giugno 2020/giugno 2019.

A livello regionale segnali di recupero per l’intera filiera 

Per la filiera che, solo nel territorio di Milano Monza Brianza Lodi nel 2019 produceva più di 22 miliardi di euro di fatturato, l’ultima analisi congiunturale regionale, relativa al II trimestre 2021, mostra segnali di recupero rispetto al 2020, anche se rispetto al periodo pre-Covid restano di segno negativo le variazioni di produzione e fatturato per quasi tutti i settori. Rispetto al 2019 le industrie tessili lombarde registrano -8,2% per produzione e -5,9% per fatturato, -8,1% e -12,8% le variazioni delle imprese manifatturiere attive nella fabbricazione di articoli in pelle. In recupero invece il fatturato per la confezione di articoli di abbigliamento, con un +5,5% anche se la produzione fa segnare -7,4%.

USA, Cina, Francia, Corea del Sud, Regno Unito i primi Paesi di destinazione

Nei primi sei mesi del 2021 l’export per i territori di Milano Monza Brianza Lodi vale più di 4 miliardi di euro, di cui 2 miliardi hanno origine dalle esportazioni di articoli di abbigliamento e circa 1,5 miliardi dall’export di articoli in pelle. Si tratta di circa il 62% delle esportazioni lombarde di questi prodotti. USA, Cina, Francia, Corea del Sud e Regno Unito sono i primi Paesi di destinazione. A eccezione del mercato USA (-8,2%) il volume degli scambi evidenzia un aumento rispetto al 2019 per Cina (+14,2%), Francia (+4,8%), Corea del Sud (+10,9%), e Regno Unito (+74%).

Ragazzi e smartphone, il 37% degli italiani lo ha ricevuto in età scolare

Ragazzi e smartphone, il 37% degli italiani lo ha ricevuto in età scolare

Gli italiani hanno iniziato a usare lo smartphone in età scolare. Come evidenzia un’indagine realizzata per Facile.it da mUp Research e Norstat, il 37% degli italiani oggi adulti ha infatti avuto il suo primo cellulare in età scolare, e tra questi, 563.000 lo hanno avuto addirittura prima dei 10 anni. L’indagine è stata svolta tra il 29 aprile e il 3 maggio 2021 attraverso la somministrazione di 1.012 interviste CAWI a un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni. E dai risultati della ricerca non è difficile constatare come oggi l’età media del primo telefono si sia molto ridotta rispetto al passato.

Dove usano il cellulare i ragazzi?

La fine delle vacanze e il rientro a scuola potrebbe quindi rappresentare per molti bambini e ragazzi il momento per avere il primo cellulare. Ma quanto e come usano lo smartphone i giovanissimi? E a che età lo hanno ricevuto? Se si guarda al luogo dove chi ha ricevuto il cellulare in età scolare lo utilizza con più frequenza risulta che al primo posto c’è il letto. Infatti, vanno a dormire con il cellulare più di 6 intervistati su 10. Un dato che fa emergere il diffondersi di una cattiva abitudine, che oltre a incidere negativamente sulla qualità del sonno, ha conseguenze anche sul pericolo di isolamento dalla famiglia e dalla realtà circostante. 

Come viene usato il telefonino?

Al secondo posto tra i luoghi dove si utilizza con maggiore frequenza lo smartphone vi è il salotto, mentre al terzo il bagno, un’area della casa dove più di un intervistato su 3 dichiara di usare regolarmente il cellulare. Ma cosa fanno più frequentemente i giovani con lo smartphone? Telefonare, ovviamente, ma soprattutto videochiamare e mandare messaggi. Queste rimangono ancora le funzionalità più sfruttate (74,5%), mentre ormai ha ottenuto quasi pari importanza l’uso dei social network. Tanto che il 62% degli intervistati ha dichiarato di utilizzare per svago e in modo ricorrente app come Facebook, Twitter, Instagram, Tik Tok e altri social.

La paura più grande? Rimanere sconnessi dal mondo 

Naturalmente, postare foto e video è imprescindibile per i social, infatti il 47% degli intervistati ha affermato che la fotocamera è una delle funzioni più usate dello smartphone. Poco meno, il 43%, ha invece dichiarato di usare frequentemente il cellulare per ascoltare musica. È inoltre curioso notare come alla domanda “qual è la tua paura più grande legata allo smartphone?” le preoccupazioni più grandi risultino quella di perderlo (47%), di romperlo (42%), o di perdere i dati (35%). Ma a spaventare di più i giovani non è tanto il danno materiale al dispositivo, quanto l’idea di rimanere senza, ovvero, di restare “sconnessi” dal mondo. 

Ricerca scientifica: in Italia tante donne, ma poche in ruoli top

Ricerca scientifica: in Italia tante donne, ma poche in ruoli top

In Italia, sono donne quasi 5 ricercatori scientifici su 10 (percentuale di presenza femminile del 44%). Parità conquistata o poco ci manca, quindi? Non proprio. Secondo i dati raccolti dal report annuale “Gender in research” dell’editore scientifico Elsevier (con oltre 3.000 pubblicazioni in tutti gli ambiti) nel nostro Paese le “donne di scienza” sono tante, ma poche occupano ruoli apicali.

Italia al secondo posto in Europa

Lo studio di Elsevier prende in esame la partecipazione delle donne nel campo della ricerca in Europa e in altri 15 Paesi del mondo. A sorpresa, con il suo 44% l’Italia è decisamente sopra la media europea (39%) e seconda solo al Portogallo, che è il Paese guida sul genere. Siamo a pari livello con la Spagna e decisamente meglio di Francia, Danimarca, Olanda e Germania. Fuori dall’Europa, l’Australia è al 39,46%, le performance in Argentina e Messico sono molto buone e il Giappone è in ultima posizione, con il 15.22%. Dopo 50 anni di conquiste, oggi  le donne sono presenti come mai prima d’ora nella scienza, tecnologia, ingegneria e tra i laureati in matematica (STEM) e medicina. Ma il risultato non è completamente soddisfacente anche per una lunga serie di piccole differenze, che sembrano sfumature, ma non lo sono.

Cosa manca per la parità

“I nostri ultimi risultati – sottolinea Kumsal Bayazit, Chief Executive Officer di Elsevier – indicano che le disparità continuano ad esistere, con una crescita più lenta degli articoli pubblicati dalle donne, numero maggiore di donne che lasciano la ricerca e aree di ricerca poco studiate. Questo rapporto evidenzia anche che le donne non partecipano a reti di collaborazione allo stesso livello maschile, con un potenziale impatto sulla loro carriera. In media, gli uomini hanno più coautori delle donne, con una tendenza a collaborare con quelli dello stesso sesso, dimostrando che anche su questo ambito c’è lavoro da fare per affrontare i problemi che tagliano la parità tra diversità e inclusione”. Inoltre, in media, l’impatto delle citazioni del primo autore maschile nelle pubblicazioni è superiore a quello delle donne, cosa che fa sorgere il dubbio di un pregiudizio di genere nella pratica della citazione. Un altro obiettivo ancora da raggiungere è la parità sul fronte delle retribuzioni, un tema sul quale  il nostro Paese si rivela sorprendentemente virtuoso. In Italia, infatti, il pay gender gap tra i ricercatori scientifici si attesta al 7%, uguale all’andamento dell’intera economia, mentre le cose vanno decisamente peggio in Europa, con una media di differenza retributiva del 15% e addirittura un caso (la Danimarca) che arriva al 20%. Come anticipato, invece, non va altrettanto bene per quanto riguarda le posizioni top occupate dalle donne nella scienza. In Europa, infatti, si supera in media il 40%, mentre nel nostro Paese siamo indietro di 10 punti, al 30%. L’impressione, però, è che le cose possano cambiare in fretta, come lascia sperare il fatto che in Italia la rappresentanza femminile superi addirittura quella degli uomini fra i candidati ai dottorati (52%).

Estate 2021: per le vacanze i giovani (e non solo) preferiscono l’outdoor

Estate 2021: per le vacanze i giovani (e non solo) preferiscono l’outdoor

Inutile negare che anche l’estate 2021 sarà contraddistinta dalla sgradevole presenza del Covid. Certo, rispetto all’anno scorso ci sono le coperture vaccinali e la protezione assicurata dal Green Pass, ma stando agli ultimi dati la pandemia farà andare in vacanza poco più di un italiano su due. Di questi, ed è il dato più interessante, un quarto pianifica una vacanza outdoor. A rivelare la tendenza è l’ultimo Osservatorio del Turismo Open Air commissionato all’Istituto Piepoli da Enit-Agenzia Nazionale del Turismo e da Human Company:  lo studio ha indagato le vacanze all’aria aperta dell’ultimo anno, i cambiamenti indotti dalla pandemia, le previsioni di soggiorni outdoor per l’estate 2021 e l’influsso della campagna vaccinale sulle prossime vacanze estive.

Il profilo di chi ama la vacanza “natura”

Il profilo del viaggiatore outdoor 2021 è simile a quello dell’ultimo anno, con una decisa presenza di giovani (21%) e scarsa di over 64 (3%). Non sorprende che il periodo preferito per concedersi le meritate vacanze sia agosto, che  si conferma il mese dominante per il 48% degli italiani e per il 54% dei turisti outdoor, però sale l’appeal del mese di settembre scelto dal 28% dei viaggiatori propensi all’outdoor.

Soprattutto al mare, in sicurezza

Secondo le stime dell’indagine per l’estate 2021 più di un italiano su due ha programmato una vacanza in media per più di una settimana, di questi un quarto pianifica una struttura outdoor, villaggio e agriturismo in testa seguiti da camping e rifugio montano. Il 65% di chi pianifica outdoor sceglierà una destinazione di mare, il 20% la montagna, il 16% città e località d’arte. Oltre l’80% sceglierà una struttura in Italia, Sicilia in testa (16%), seguita da Sardegna (14%) e Liguria (12%). Ma quali sono le principali leve che fanno scegliere una location piuttosto che un’altra? Innanzitutto il prezzo: con il 29% la convenienza è la prima ragione, seguita però a ruota (con il 26%) dalla garanzia di rispetto delle norme igieniche preventive del contagio, evidenziando sempre una grande sensibilità al tema pandemico. In effetti l’andamento della campagna vaccinale ha un grande impatto sulla propensione alla prenotazione: invoglia alle vacanze sette italiani su dieci, addirittura nove su dieci tra i propensi a fare una vacanza in strutture outdoor.

Un’altra estate italiana

“Questa per i nostri concittadini sarà un’altra estate italiana, ma stavolta sembra esserlo per scelta” commenta Livio Gigliuto, Vice Presidente Istituto Piepoli. “L’accelerazione della campagna vaccinale libera la nostra voglia di vacanze e nel farle abbiamo riscoperto l’open air, che ci fa sentire sicuri, la natura, con cui durante la pandemia abbiamo recuperato un rapporto che non vogliamo più perdere, e l’Italia, cui ci sentiamo anche emotivamente più connessi di prima. Sarà in ogni caso un’estate all’insegna della prudenza, tanto che il rispetto delle norme igieniche e sanitarie è ormai il criterio principale di scelta delle destinazioni e delle strutture, alla pari con la convenienza”.

Pesce e bollicine, i più gettonati nel primo trimestre del 2021

Pesce e bollicine, i più gettonati nel primo trimestre del 2021

Nel primo trimestre del 2021 procede, anche se a ritmo meno sostenuto, l’aumento degli acquisti alimentari domestici. Secondo il panel Ismea-Nielsen, dopo aver chiuso il 2020 con un +7,4% sui primi tre mesi dello stesso anno la spesa di cibi e bevande registra un ulteriore spunto di crescita di quasi il 3% sul 2019, attestandosi comunque di ben il 12% sopra un’annata “normale” come il 2019. In attesa della riapertura a pieno ritmo dei ristoranti gli italiani si sono organizzati a casa, facendo volare gli acquisti di prodotti gourmet come il pesce (+21%) e le bollicine (+55%), tra i top sellers nei primi tre mesi del 2021.

Per la prima volta da inizio pandemia la crescita è trainata dai prodotti freschi

L’aumento del 2021 risente ancora del perdurare delle restrizioni alla socialità e delle limitazioni del canale Horeca. Un trend destinato ad affievolirsi con le progressive riaperture, ma che secondo l’Ismea, non si esaurirà del tutto, anche per effetto del diffuso ricorso allo home-working, che ha spostato tra le mura di casa parte dei consumi dell’extradomestico. Il primo scorcio dell’anno si distingue per alcune tendenze opposte rispetto al quadro di inizio pandemia: per la prima volta a trainare la crescita sono i prodotti freschi sfusi rispetto ai confezionati (+3,7% contro un +2,5%), e soprattutto, le bevande (+13%) rispetto ai generi alimentari (+1,7%).

Volano i prodotti gourmet e la categoria degli apertivi 

Il contesto di maggior fiducia verso un’uscita sempre più vicina dalle restrizioni imposte dalla pandemia conferisce nuovo slancio ai prodotti che fungono “da compensazione alle privazioni”. Volano prodotti gourmet come il pesce e gli alcolici: vini, spumanti, birra e in generale tutta la categoria degli aperitivi. Tra i top sellers troviamo infatti vini e spumanti (+14,5%), trainati soprattutto dalle bollicine (+55%) per riflesso alla rinnovata voglia di festeggiare, e i prodotti ittici freschi (+21%).

Un nuovo incremento anche per carni, salumi, e uova

Dopo la ripartenza nel 2020, anche il comparto dei proteici di origine animale, come le carni (+9,8%), i salumi (+8,3%), e le uova (+14,5%), mettono a segno un nuovo incremento nel 2021, seppur con minore slancio (+1,3% le carni e +4,2% i salumi) e con alcuni segmenti in ripiegamento. Quello delle uova, ad esempio, che nel 2020 era stato il segmento più dinamico, apre il 2021 con un’attesa flessione (-4,3%), mantenendo comunque un divario positivo sui livelli di spesa del periodo pre-Covid.