Smart working per il 54% delle imprese anche dopo la pandemia

Smart working per il 54% delle imprese anche dopo la pandemia

Il 54% delle imprese italiane utilizzerà lo smart working anche dopo l’emergenza sanitaria. Cresce quindi la preparazione delle imprese per questa modalità di lavoro, e aumenta il gradimento degli interessati. Ma nel disegnare la settimana lavorativa ideale, l’opinione prevalente è che si dovrebbe fare a metà, ovvero 2,6 giorni in presenza e 2,4 a distanza. Sono alcuni risultati della ricerca di Fondirigenti, il Fondo interprofessionale per la formazione dei manager, promosso da Confindustria e Federmanager.

“Abbiamo investito nella formazione manageriale, aumentando del 70% i progetti dedicati alla Fad rispetto a undici mesi fa – afferma Costanza Patti, direttore generale del Fondo – e i risultati dimostrano che la readiness aziendale in meno di un anno è salita del 16%, portandosi al 56%”.

Covid-19, un acceleratore per il lavoro a distanza

Prima dell’emergenza sanitaria faceva ricorso allo smart working solo il 13% delle imprese, mentre oggi solo il 4% non lo ha mai sperimentato. Le più propense a utilizzarlo anche in tempi post emergenziali saranno le cooperative (86%), seguite da enti no profit (85%) e da aziende di beni e servizi (58%). Questa modalità sarà più diffusa nei servizi, meno in quelle manifatturiere, coinvolte più spesso nelle filiere produttive dei beni necessari, per i quali sono indispensabili attività in presenza. Il Centro è l’area territoriale caratterizzata dal maggior numero di lavoratori coinvolti dallo smart working (54,8%) seguito dal Nord (47,2 %) e il Sud (43,1%).

Quanto si sente soddisfatto chi pratica il lavoro agile?

Nella scala da 1 (molto poco) a 5 (moltissimo), il dato medio è incoraggiante, 3,79, con una punta massima per gli imprenditori (4) seguiti da impiegati e funzionari (3,85). Tra gli aspetti positivi del lavoro da casa il primo è l’equilibrio con la vita privata, a cui in media viene dato il voto 3,91 su 5, seguono la gestione e flessibilità del tempo (3,72), il livello di concentrazione (3,48), la produttività individuale (3,44) e il raggiungimento degli obiettivi (3,32). Più in generale, gli impiegati attribuiscono maggiori effetti positivi alla qualità del lavoro in smart working rispetto ai manager, che in media si attestano su un punteggio di 3,1 su 5.

Gli aspetti problematici di un’esperienza ancora in fase di transizione

Attribuendo sempre un voto da 1 a 5, dove 1 significa ‘non critico’, e 5 ‘molto critico’, la mancanza di rapporti sociali ottiene in media 3,76, e l’impossibilità di interagire fisicamente con il proprio gruppo di lavoro 3,6. Non vanno sottovalutati nemmeno alcuni problemi tecnico-logistici, come i problemi di connessione (3,19), gli spazi limitati a disposizione (3,09) e l’assenza di infrastrutture e strumenti idonei al lavoro da casa (3,05). I manager si trovano, poi, d’accordo sul rischio di un ricorso eccessivo a videoconferenze, l’alienazione del lavoro, e l’operare senza limiti orari. Come riporta Adnkronos, ben venga poi la formazione online (3,5 su 5), anche se quella in presenza resta la più apprezzata, con un punteggio di 4,4 su 5.

Nel mirino del cybercrime banche e Made in Italy

Nel mirino del cybercrime banche e Made in Italy

Nell’anno del Covid il cybercrime ha preso sempre più di mira l’industria del Made in Italy e la proprietà intellettuale dei suoi prodotti, oltre alle banche. Il vettore di attacco principale sono i canali tradizionali, come email e Pec. Si tratta di alcune evidenze emerse da un rapporto di Yoroi, la società specializzata in cybersicurezza, sui dati del 2020. Yoroi conferma quindi un allarme già lanciato il primo marzo dall’Intelligence italiana nella sua Relazione annuale, relativo proprio all’aumento del rischio di attacchi informatici diretti al settore del Made in Italy e agli istituti di credito.

Quasi ogni tipo di violazione dei dati inizia con un attacco di phishing

In base alla ricerca di Yoroi quasi ogni tipo di violazione dei dati inizia con un attacco di phishing. In particolare, più del 50% dei tentativi di phishing si è registrato nel settore dei materiali da costruzione (industrie produttrici di gesso, cemento, acciaio, legno, vetro e argilla), un business piuttosto importante per l’Italia. Seguono i macchinari, l’equipaggiamento e la componentistica, il comparto software e l’It services (18,60%), molto sensibile al furto di proprietà intellettuale, e i servizi finanziari. In questi casi le aggressioni sono motivate da spionaggio commerciale e industriale, oppure da sabotaggio di specifici target, che “possono avere un impatto su qualsiasi componente hardware o software in produzione”, si legge nel rapporto.

In aumento gli attacchi di Double Extortion

Il 75,6% dei file malevoli utilizzati per attaccare le organizzazioni sono malware zero-day, cioè virus malevoli appena conosciuti, che riescono ad aggirare i tradizionali perimetri di sicurezza, riporta Ansa. Tra le novità segnalate dal rapporto si riscontra anche l’aumento degli attacchi di Double Extortion, ovvero basati su ransomware che richiedono alla vittima un doppio pagamento, uno per riscattare i dati e l’altro per tacere dell’attacco subito da parte degli aggressori.

Ora le cyber aggressioni arrivano anche dall’interno della Ue

Un altro elemento nuovo che emerge dal rapporto è di carattere geopolitico, con le cyber aggressioni che ormai arrivano anche dall’interno della Ue, e in particolare, il 3% dalla Germania e l’1% dal Regno Unito. Gli Usa occupano i primi posti della classifica dei paesi da cui hanno origine le aggressioni, con il 34% di attacchi, mentre i tentativi provenienti dalla Cina sono scesi dal 31% del 2019 al 24% del 2020, e quelli dalla Russia sono aumentati dal 9% all’11%. India, Vietnam, Brasile, Taiwan e Indonesia condividono poi il 26% della distribuzione totale, che nel 2019 era il 41%.

5G, i vantaggi per le Piccole e medie imprese

5G, i vantaggi per le Piccole e medie imprese

Per stare al passo con i tempi le aziende dovranno cogliere i vantaggi del 5G come strumento di comunicazione e come vettore di innovazione, soprattutto le Pmi. Se il 5G delinea un futuro in cui avremo più elevate velocità di scambio dati, anche il business sarà più veloce. Di fatto, il nuovo standard offre una grande opportunità per accelerare la realizzazione di idee innovative, nuovi prodotti e servizi, e modelli di business “dirompenti”. Esistono già numerosi esempi che dimostrano come le Piccole e medie imprese possano intraprendere un percorso di digitalizzazione avanzato tramite il prossimo network, peraltro senza grossi investimenti.

Dispositivi più connessi alle risorse via cloud

Un esempio fra tutti è quello dei dispositivi dei dipendenti. Con il 5G saranno in grado di connettersi in misura maggiore alle risorse via cloud, dove si concentrerà gran parte delle richieste di potenza di calcolo e che si spostano appunto dal singolo dispositivo (computer, tablet, smartphone) al cosiddetto “edge” della rete. Basterà quindi un semplice telefonino 5G ready per accedere a nuovi servizi. La medesima capacità di trasferimento dati in bassa latenza sarà alla base di videochiamate più fluide, anche in 3D, con condivisione in tempo reale di schermi e prototipi, riporta Ansa. E in uno scenario lavorativo che punta sempre più su remote e smart working la possibilità di essere produttivi ovunque fuori dall’ufficio diventeranno sempre più rilevanti.

Formazione, realtà aumentata e IoT

Dal punto di vista della formazione, poi, uno dei vantaggi del 5G è che i nuovi modi di comunicare consentono modalità di apprendimento decisamente più interattive. La realtà aumentata, ad esempio, migliora la formazione sul posto di lavoro, fornendo l’input continuo di cui i dipendenti hanno bisogno per svolgere le attività, e i tecnici possono sfruttare informazioni in tempo reale da inviare ai neoassunti. I casi aziendali sull’applicazione di realtà virtuale e aumentata continuano a crescere, ma saranno possibili solo con una tecnologia in grado di garantire contenuti in alta definizione a un frame rate elevato senza ritardi percettibili. Il 5G è anche la porta di ingresso per un maggiore uso dell’Internet of Things. L’IoT vede un particolare campo di azione nell’attivazione di software per l’automatazione, ma anche per il monitoraggio e gli interventi predittivi sul parco macchine aziendale.

Un’innovazione alla portata di tutti

Dalla gestione efficiente della produzione da remoto fino al controllo delle scorte in magazzino e all’ottimizzazione delle consegne ai clienti, l’IoT basato sul 5G aiuterà le piccole imprese a risolvere grandi problemi. Un’attività agricola, ad esempio, potrebbe utilizzare sensori a bassa potenza per monitorare lo stato dei raccolti e attivare procedure automatizzate, come la calibrazione di irrigazione o fertilizzazione in base a condizioni specifiche. Come dimostra un recente studio della Yong Loo Lin School of Medicine di Singapore il 5G rappresenta un importante “ultimo miglio” per far in modo che le innovazioni possano diventare alla portata di tutte le realtà imprenditoriali, dalle grosse company enterprise alle Pmi di provincia.

Lavoro da remoto: più produttivi, ma anche più isolati e meno innovat

Lavoro da remoto: più produttivi, ma anche più isolati e meno innovat

Con il lavoro da remoto la maggior parte degli italiani ha riscontrato una produttività pari o superiore rispetto a quando lavorava in ufficio, ma allo stesso tempo sembra calata la capacità di innovazione: solo il 30% dei manager oggi crede infatti che la propria azienda possieda una cultura innovativa, rispetto al 40% del 2019. Si tratta di alcuni risultati emersi da una ricerca internazionale su Remote Working e Futuro del Lavoro di Microsoft, il cui obiettivo è comprendere come le persone si siano adattate al lavoro da remoto in seguito all’emergenza Covid-19, come le aziende possano supportare i lavoratori e quali siano le aspettative per il futuro.

Lavoro flessibile e lavoro ibrido sono già la normalità

Il numero di organizzazioni italiane che hanno adottato modelli flessibili di lavoro è passato dal 15% dello scorso anno al 77% del 2020, e i manager intervistati si aspettano che il 66% dei dipendenti continui a lavorare da remoto almeno un giorno alla settimana. In questa “nuova normalità”, i leader aziendali hanno registrato benefici sia in termini di produttività sia di efficienza: l’87% degli intervistati ha infatti riscontrato una produttività pari o superiore a prima del lockdown e il 71% è convinto che le nuove modalità ibride di lavoro comportino significativi risparmi in termini di costi. Inoltre, sei intervistati su dieci (64%) credono che garantire modalità di lavoro da remoto possa essere un modo efficace per trattenere i collaboratori migliori.

Nessuno vuole tornare alle vecchie abitudini

Sia i manager sia i dipendenti stanno apprezzando i vantaggi del lavoro da remoto e nessuno intende tornare alle vecchie abitudini. Infatti, l’88% dei manager si aspetta l’introduzione di modalità di lavoro più ibride nel lungo periodo e i dipendenti prevedono di trascorrere in media un terzo del proprio tempo (37%) al di fuori del tradizionale luogo di lavoro. Tra i principali benefici si annoverano la possibilità di vestirsi in modo più casual (77%) e di personalizzare il proprio ambiente di lavoro (39%), avere più tempo per i propri hobby (49%), per i propri figli (36%) e per gli animali domestici (22%).

Manca un luogo di scambio e condivisione

Tuttavia, molti dichiarato di apprezzare l’ambiente lavorativo tradizionale, specialmente per la possibilità di socializzare e condividere esperienze e informazioni più facilmente con i colleghi. La sensazione è quella di essere più isolati e meno in relazione con i colleghi, un fattore che potrebbe comportare anche un importante calo nel tasso di innovazione. Il  rischio infatti quello di inibire la condivisione di idee tra le persone e porti i dipendenti a essere meno invogliati a chiedere aiuto o a delegare in modo appropriato. Tanto che il 61% dei manager riconosce di aver avuto problemi a delegare in modo efficace e a supportare i team virtuali e il 63% confessa di avere difficoltà nella promozione di una cultura di squadra.

I cambiamenti climatici spaventano più del Covid

I cambiamenti climatici spaventano più del Covid

I cambiamenti climatici rappresentano un problema più serio del Covid-19 per il 72% degli italiani, e più dell’80% ritiene che il governo dovrebbe considerare il problema ambientale come primario per il rilancio economico del Paese. Si tratta di alcuni risultati emersi dalla ricerca Ipsos su sostenibilità e ambiente nel post lockdown, che ha indagato come, e se, la paura per le conseguenze sanitarie ed economiche dovute alla pandemia abbia diminuito la sensibilità e l’attenzione degli italiani per i temi ambientali. E secondo il sondaggio per gli italiani il cambiamento climatico rimane un problema centrale, che richiede priorità di intervento.

L’80% degli italiani teme una sciagura ambientale

Di fatto, l’80% degli intervistati teme il verificarsi di una sciagura ambientale se non verranno messi in atto provvedimenti efficaci, e se non avverrà un cambiamento di abitudini nella popolazione. L’imputata principale resta l’attività umana, ritenuta da 8 italiani su 10 come la principale responsabile della situazione attuale. Tanto che anche nella fase più acuta dell’emergenza la sostenibilità è rimasta un elemento importante nelle scelte di acquisto della quasi totalità dei consumatori italiani (93%).

No alla plastica, nonostante l’emergenza

Secondo la ricerca l’85% dei consumatori vuole fare la propria parte, privilegiando prodotti migliori per la salute e per l’ambiente. Un atteggiamento di attenzione nelle scelte di consumo che secondo il 56% degli intervistati è destinato ad aumentare nel prossimo futuro. L’emergenza Coronavirus, riferisce Adnkronos, ha messo inoltre al centro la necessità di avere prodotti sicuri, preservando oggetti e cibo da contaminazioni. Ma secondo Ipsos il 95% degli italiani continua a ritenere la plastica un problema serio, e cresce addirittura la preoccupazione generale, con il 53% che definisce la situazione già oggi molto grave.

Il futuro è tecnologico e sostenibile

L’emergenza Covid non sembra, dunque, aver fatto passare in secondo piano la preoccupazione per l’accumulo di rifiuti plastici. Continua, infatti, ad aumentare il numero di chi dichiara di impegnarsi attivamente per limitare il consumo di plastica e diminuiscono coloro che non sanno come farlo.

In questo senso, un ruolo di primo piano sembra averlo l’innovazione.

“Cresce nelle persone la fiducia di poter fare qualcosa, non solo in ottica preventiva ma anche risolutiva – spiega Enrica Tiozzo, Senior Client Officer di Ipsos -. Magari proprio attraverso il progresso scientifico. Ad esempio, il 76% degli italiani oggi è convinto che in futuro sarà possibile individuare nuove tecniche che permetteranno di accelerare la degradazione della plastica. Una speranza che sempre più persone accompagnano con un impegno concreto nella loro quotidianità”. 

Indipendenza economica solo per 4 donne italiane su 10

Indipendenza economica solo per 4 donne italiane su 10

Le donne italiane sono il 42,1% degli occupati mentre gli uomini che lavorano sono il 75,1%. Insomma, dopo la Grecia, siamo lo stato con meno donne occupate in Europa. Il percorso per una piena uguaglianza appare quindi ancora lungo, ma la situazione attuale pone interrogativi immediati. Quanto sono indipendenti economicamente le donne italiane oggi? E quante di loro hanno la possibilità di investire parte del proprio budget come meglio credono? A queste domande risponde uno studio di eToro, la piattaforma di investimenti multi-asset, commissionato a BVA-Doxa, dal titolo L’indipendenza economica e la “soglia psicologica” dei 1.778 euro.

Le meno indipendenti sono le donne sposate residenti al Sud e nelle Isole

L’indipendenza economica riveste un’importanza fondamentale per le donne italiane, tanto che in una scala di importanza che va da 1 a 10 l’89% dà all’indipendenza economica un voto compreso tra l’8 e il 10.

Ma quante donne possono definirsi davvero economicamente indipendenti? Dalla ricerca emerge che il 78% del campione ritiene di possedere l’indipendenza economica, ma solo il 40% afferma di esserlo completamente, e il 38% afferma di esserlo ma con molte rinunce, riporta Askanews. Tra chi afferma di essere completamente indipendente ci sono le occupate full time (59%) e le single con figli a carico (54%), mentre tra le meno indipendenti ci sono donne sposate o conviventi con figli (34%), o residenti al Sud e nelle Isole (33%).

Il gender gap nell’economia domestica

La media mensile per potersi garantire l’indipendenza finanziaria è di 1.778 euro. Tra le single con figli a carico sale a 2.060 euro, e tra le occupate full time a 1.984 euro. Valori più bassi si riscontrano tra chi risiede al Sud o nelle Isole (1.632 euro), e tra le non occupate (1.521 euro). Il gender gap è particolarmente evidente nell’economia domestica. Nel 64% dei casi, infatti, è il partner maschile a guadagnare più della donna, nel 20% le entrate coincidono, mentre nel 16% sono le donne a contribuire al bilancio famigliare con un’entrata maggiore. La situazione però si ribalta completamente quando si esamina chi si occupa concretamente dell’economia domestica. Qui la prevalenza della donna nei confronti del partner è schiacciante (66% vs 5%), anche se la gestione del denaro spesso risulta confinata tra le mura domestiche.

L’identikit degli investimenti “in rosa”

Il 65% delle intervistate dichiara di non avere mai fatto investimenti. Chi lo ha fatto (35%) ha scelto soprattutto azioni e immobili o in maniera minore (1 donna su 10) oggetti preziosi come gioielli e opere d’arte. La maggior parte degli investimenti “in rosa” si registrano nel Nord-Est e nella fascia di età 45-55 tra le occupate full-time. In ogni caso, tra i principali ostacoli agli investimenti ci sono la mancanza di denaro (55%), poche conoscenze finanziarie (39%) e tasse troppo alte (19%). Inoltre, più di una donna su quattro dichiara che potrebbe essere convinta a investire se le piattaforme online di investimento promuovessero maggiormente l’educazione finanziaria.

Coronavirus, con il lockdown gli italiani ingrassano di 2 Kg

Coronavirus, con il lockdown gli italiani ingrassano di 2 Kg

Dopo due mesi trascorsi tra la cucina e il salotto a causa dal lockdown, nel carrello della spesa degli italiani il cibo e il comfort food aumentano del 18%. Questo, anche per le festività pasquali, avvenute in concomitanza della quarantena, che hanno favorito un vero e proprio boom di alimenti “consolatori”, come dolci, farine per fare il pane in casa, piatti pronti. Cibi ricchi di calorie, zuccheri, grassi e carboidrati. Con l’arrivo della Fase 2 per gli italiani scatta quindi la guerra alla bilancia. Grazie alla domiciliazione forzata i nostri connazionali sono ingrassati di almeno un paio di chili. Lo sostiene la Coldiretti, che in occasione dell’avvio della Fase 2, ha stimato l’aumento di peso degli italiani basandosi sui dati dei consumi nazionali di Ismea.

Il boom del comfort food

I dati dei consumi nazionali dell’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare nel periodo compreso tra il 16 marzo e il 12 aprile hanno appunto visto crescere del 18% la spesa di cibo finito sulle tavole degli italiani.

Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno Ismea ha evidenziato un vero e proprio boom del cosiddetto “comfort food”, ricco di calorie, ma in particolare, sottolinea la Coldiretti, una ordalia di zuccheri, grassi e carboidrati.

Fase 2, obiettivo recuperare la forma perduta

Secondo Ismea in un mese sulle tavole degli italiani sono finiti +150% di farine e semole, +14% di pane, crackers e grissini, +7% di pasta e gnocchi, +38% di impasti base e pizze, +13% di dolci, +24% di primi piatti pronti, oltre a un +37% di olio di semi usato per fritture di ogni tipo, dolci e salate. Con l’inizio della Fase 2, che permette passeggiate e allenamenti singoli, con il via libera a runner e ciclisti, la perdita di peso diventa però un obiettivo prioritario. Il 47% degli italiani secondo Coldiretti/Ixè sono attenti alla dieta, e si metteranno in moto per riprendere la forma perduta, riporta Ansa.

Consumare più frutta e verdura per mantenersi in salute

Un aiuto viene dalla grande disponibilità lungo tutta la Penisola di frutta e verdura, che in questa stagione garantiscono anche una riserva naturale di vitamine, consigliate anche dall’Iss (Istituto superiore di sanità) per mantenersi in salute. Sul sito dell’Iss si possono infatti trovare i consigli sull’alimentazione durante l’emergenza Covid-19. Che invitano proprio ad “aumentare la quota di alimenti vegetali nella nostra dieta”, con “più frutta e verdura e più legumi in ogni pasto della giornata”.

Farmaci online, in Italia un mercato da 315 milioni di euro

Farmaci online, in Italia un mercato da 315 milioni di euro

Nel 2019 il mercato italiano delle vendite online di prodotti da farmacia ha fatturato circa 240 milioni di euro, e per il 2020 sono previste vendite per 315 milioni. Un vero e proprio boom, quello di farmaci, integratori e cosmetici venduti sui siti di e-commerce nel nostro Paese. E secondo Iqvia, la società globale per l’analisi di dati e soluzioni tecnologiche in sanità, se le stime saranno confermate, anche nel 2020 l’Italia sarà il terzo mercato europeo, dietro Germania e Francia.

Nel 2018 una crescita a doppia cifra

Secondo i dati Iqvia, in Italia nel 2018 il valore dell’e-commerce nel settore farmacia è stato di circa 155 milioni di euro, con un’accelerazione di oltre il 60% rispetto ai 96 milioni del 2017. Una crescita a doppia cifra, quindi.

Più in dettaglio, dei 155 milioni di euro di vendite online fatturate nel 2018, 66 riguardano prodotti da banco, come farmaci di autocura e integratori, che registrano un tasso di crescita del 60%, mentre igiene e bellezza valgono 52 milioni, cresciuti del +38% rispeto all’anno precedente.

Prezzi concorrenziali determinano la scelta per l’acquisto sul web

“La crescita del commercio al dettaglio online è ormai inarrestabile, e lo sta diventando anche per quanto riguarda la farmacia – commenta Sergio Liberatore, amministratore delegato di Iqvia -. Nel carrello virtuale finiscono anche i farmaci di autocura, le vitamine e le creme, escluso il farmaco da ricetta rossa, di cui in Italia non è consentita la vendita online, a differenza di altri Paesi”. Ma cosa spinge ad acquistare questi prodotti online piuttosto che al banco? “Secondo le nostre stime – spiega l’ad di Iqvia – per quanto riguarda i prodotti da farmacia, il principale fattore che spinge il consumatore all’e-commerce è il prezzo”, spesso molto più basso di quello del medesimo prodotto offerto da farmacie e parafarmacie. Sono però anche altri i parametri che influenzano la decisione. Per alcuni è importante la riservatezza, e l’acquisto online permette al consumatore di mantenere l’anonimato fisico, riporta Ansa.

Numeri ancora piccoli, ma con prospettive più che positive

In realtà i numeri delle vendite online di prodotti da farmacia in Italia, anche se crescono molto, sono ancora piccoli. Oggi infatti rappresentano appena l’1,9% del totale del fatturato di farmaci & co.

Ma l’e-commerce è un servizio che il consumatore sta chiedendo in maniera sempre più decisa, e rappresenta una prospettiva positiva per il futuro. Su internet il cliente ha la possibilità di confrontare i prodotti, le offerte e gli sconti, e di acquistare il prodotto al prezzo più competitivo.

Inoltre, gioca un ruolo importante la comodità di fare shopping 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana senza dover uscire di casa. Elemento non trascurabile, specialmente se si è ammalati.

Nel triennio 2019-2022 previsioni positive per Milano, Monza Brianza e Lodi

Nel triennio 2019-2022 previsioni positive per Milano, Monza Brianza e Lodi

Come sarà l’economia del prossimo triennio per Milano, Monza Brianza e Lodi? Le previsioni per le tre province lombarde per il periodo 2019-2022 sono positive. Si stima infatti un aumento complessivo del valore aggiunto pari a +0,8%, guidato dall’incremento di industria e servizi (+0,8%), a cui si aggiunge un aumento più consistente delle costruzioni (+1,4%). Un andamento che si riflette anche nelle stime del reddito delle famiglie, che a fine periodo collocano il reddito disponibile a +2,2% e il tasso di disoccupazione al 5,3%. È quanto emerge da un’elaborazione dell’ufficio studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Prometeia a ottobre 2019.

Milano, valore aggiunto complessivo a +0,9%, trainato da industria e servizi

Le previsioni per il periodo 2019-2022 per Milano nello scenario di ottobre 2019 stimano un aumento complessivo del valore aggiunto pari a +0,9%, trainato dall’industria (+0,9%) e dai servizi (+0,8%), ma è più consistente l’aumento delle costruzioni (+1,2%). Una crescita che si riflette anche nelle stime di aumento del reddito delle famiglie, che a fine periodo è previsto del +2,2%, e un tasso della disoccupazione al 5,3%.

Monza Brianza e Lodi, cresce il reddito famigliare

Le previsioni per il periodo 2019-2022 per Monza Brianza nello scenario di ottobre 2019 stimano un aumento complessivo del valore aggiunto pari al +0,7%, trainato dall’incremento delle costruzioni (+2%) e dei servizi (+0,6%). L’industria segna invece un +0,5%. L’incremento del reddito delle famiglie a fine periodo per Monza Brianza è stimato intorno al +2,2% mentre il tasso di disoccupazione è al 5,4%.  Le previsioni per il periodo 2019-2022 per Lodi nello scenario di ottobre 2019 stimano invece un aumento complessivo del valore aggiunto pari al +0,9%, trainato anche in questo caso dall’incremento delle costruzioni (+3,2%) e dei servizi (+0,8%). Positive anche le previsioni per l’industria lodigiana (+0,5%), mentre l’aumento del reddito disponibile delle famiglie a fine periodo si stima al +2,1%, e il tasso di disoccupazione al 5,3%.

“Puntiamo a mantenere il nostro ruolo attrattivo a livello nazionale ed estero”

“I dati sono positivi – dichiara Marco Dettori, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi -. Puntiamo a mantenere il nostro ruolo attrattivo a livello nazionale ed estero”. La capacità di rafforzarsi dei territori di Milano, Monza Brianza e Lodi, dal punto di vista imprenditoriale “è fondata su un’economia che riesce ancora a innovarsi – aggiunge Dettori – ed è aperta al contributo di chi vuole realizzare una propria idea”.

Tra Imu e Tari oltre 7 miliardi evasi

Tra Imu e Tari oltre 7 miliardi evasi

Ammontano a 7,6 miliardi di euro all’anno i mancati pagamenti di Imu-Tasi, Tari e dell’acqua. Lo conferma l’Ufficio studi della Cgia, che ha stimato le morosità degli italiani dopo aver elaborato gli ultimi dati disponibili del Ministero degli Interni per Imu-Tasi, del Laboratorio REF Ricerche, CRIF Ratings(per la Tari e di Utilitatis per l’acqua. “Se una gran parte di questi mancati pagamenti fosse recuperato, molto probabilmente ci sarebbe la possibilità di abbassare le tasse locali e le tariffe dell’acqua a tutti – spiega il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo -. Soprattutto nel Mezzogiorno che presenta un’incidenza sul mancato pagamento totale pari al 40%”.

L’evasione di Imu e Tari

Dei 5,1 miliardi di evasione per la sola Imu nel 2016 circa 1,87 miliardi sono ascrivibili ai proprietari degli immobili delle regioni del Nord, 1,81 miliardi a quelli del Sud, e 1,4 miliardi a quelli del Centro. Per quanto riguarda la propensione all’evasione spiccano Calabria, pari al 43,2%, Campania, 38,5%, e Sicilia, al 36,6%. Le tre Regioni più virtuose, riporta Adnkronos, sono invece il Piemonte (tax gap al 21,7%), la Lombardia (20,6%), e la Liguria (18,3%).

Evidenti differenze Nord e Sud anche per quanto concerne la stima dell’evasione della Tari. Secondo le stime, su 9 miliardi di gettito complessivo registrato nel 2018, il mancato incasso a livello nazionale è stato di 2,1 miliardi di euro, di cui poco più di 1 miliardo in capo ai cittadini/imprese del Sud. A livello regionale svetta la mancata riscossione per abitante del Lazio pari a 121,8 euro. Al contrario, pressoché nullo il mancato pagamento registrato in Trentino Alto Adige e in Valle d’Aosta.

La morosità del servizio idrico

I dati emersi nell’indagine condotta da Utilitatis, poi, consentono di stimare la morosità del servizio idrico erogato agli utenti domestici solo per ripartizione geografica. A fronte di una spesa idrica complessiva delle famiglie italiane pari a 4,6 miliardi di euro, ammonta a 364 milioni di euro la mancata riscossione registrata a 2 anni dall’emissione della fattura, di cui 226 milioni di euro fanno capo alle famiglie del Sud (11 euro per abitante), 80 milioni a quelle del Nord (3 euro per abitante) e 58 milioni a quelle del Centro (5 euro per abitante).

Dal 1° gennaio 2020 scatta la riforma della riscossione degli enti locali

Nonostante l’evasione, il blocco degli aumenti dei tributi locali avvenuto tra il 2015-2018 e il taglio ai trasferimenti dello Stato centrale, i sindaci hanno comunque trovato il modo di compensare, almeno in parte, queste mancate entrate agendo sulle tariffe locali. Ma con la legge di bilancio 2020 le cose sono destinate a cambiare. La manovra, infatti, prevede la Riforma della riscossione degli enti locali, che consentirà alle amministrazioni di recuperare i mancati pagamenti senza attendere i tempi di iscrizione a ruolo del debito o di predisposizione dell’ingiunzione. “In buona sostanza – afferma il ricercatore dell’Ufficio studi Andrea Vavolo – dall’1 gennaio 2020 ai sindaci servirà un solo atto, anziché due, ovvero l’accertamento e l’ingiunzione, per arrivare alla soluzione estrema: l’esecuzione forzata”.