Lavoro da remoto: più produttivi, ma anche più isolati e meno innovat

Lavoro da remoto: più produttivi, ma anche più isolati e meno innovat

Con il lavoro da remoto la maggior parte degli italiani ha riscontrato una produttività pari o superiore rispetto a quando lavorava in ufficio, ma allo stesso tempo sembra calata la capacità di innovazione: solo il 30% dei manager oggi crede infatti che la propria azienda possieda una cultura innovativa, rispetto al 40% del 2019. Si tratta di alcuni risultati emersi da una ricerca internazionale su Remote Working e Futuro del Lavoro di Microsoft, il cui obiettivo è comprendere come le persone si siano adattate al lavoro da remoto in seguito all’emergenza Covid-19, come le aziende possano supportare i lavoratori e quali siano le aspettative per il futuro.

Lavoro flessibile e lavoro ibrido sono già la normalità

Il numero di organizzazioni italiane che hanno adottato modelli flessibili di lavoro è passato dal 15% dello scorso anno al 77% del 2020, e i manager intervistati si aspettano che il 66% dei dipendenti continui a lavorare da remoto almeno un giorno alla settimana. In questa “nuova normalità”, i leader aziendali hanno registrato benefici sia in termini di produttività sia di efficienza: l’87% degli intervistati ha infatti riscontrato una produttività pari o superiore a prima del lockdown e il 71% è convinto che le nuove modalità ibride di lavoro comportino significativi risparmi in termini di costi. Inoltre, sei intervistati su dieci (64%) credono che garantire modalità di lavoro da remoto possa essere un modo efficace per trattenere i collaboratori migliori.

Nessuno vuole tornare alle vecchie abitudini

Sia i manager sia i dipendenti stanno apprezzando i vantaggi del lavoro da remoto e nessuno intende tornare alle vecchie abitudini. Infatti, l’88% dei manager si aspetta l’introduzione di modalità di lavoro più ibride nel lungo periodo e i dipendenti prevedono di trascorrere in media un terzo del proprio tempo (37%) al di fuori del tradizionale luogo di lavoro. Tra i principali benefici si annoverano la possibilità di vestirsi in modo più casual (77%) e di personalizzare il proprio ambiente di lavoro (39%), avere più tempo per i propri hobby (49%), per i propri figli (36%) e per gli animali domestici (22%).

Manca un luogo di scambio e condivisione

Tuttavia, molti dichiarato di apprezzare l’ambiente lavorativo tradizionale, specialmente per la possibilità di socializzare e condividere esperienze e informazioni più facilmente con i colleghi. La sensazione è quella di essere più isolati e meno in relazione con i colleghi, un fattore che potrebbe comportare anche un importante calo nel tasso di innovazione. Il  rischio infatti quello di inibire la condivisione di idee tra le persone e porti i dipendenti a essere meno invogliati a chiedere aiuto o a delegare in modo appropriato. Tanto che il 61% dei manager riconosce di aver avuto problemi a delegare in modo efficace e a supportare i team virtuali e il 63% confessa di avere difficoltà nella promozione di una cultura di squadra.

I cambiamenti climatici spaventano più del Covid

I cambiamenti climatici spaventano più del Covid

I cambiamenti climatici rappresentano un problema più serio del Covid-19 per il 72% degli italiani, e più dell’80% ritiene che il governo dovrebbe considerare il problema ambientale come primario per il rilancio economico del Paese. Si tratta di alcuni risultati emersi dalla ricerca Ipsos su sostenibilità e ambiente nel post lockdown, che ha indagato come, e se, la paura per le conseguenze sanitarie ed economiche dovute alla pandemia abbia diminuito la sensibilità e l’attenzione degli italiani per i temi ambientali. E secondo il sondaggio per gli italiani il cambiamento climatico rimane un problema centrale, che richiede priorità di intervento.

L’80% degli italiani teme una sciagura ambientale

Di fatto, l’80% degli intervistati teme il verificarsi di una sciagura ambientale se non verranno messi in atto provvedimenti efficaci, e se non avverrà un cambiamento di abitudini nella popolazione. L’imputata principale resta l’attività umana, ritenuta da 8 italiani su 10 come la principale responsabile della situazione attuale. Tanto che anche nella fase più acuta dell’emergenza la sostenibilità è rimasta un elemento importante nelle scelte di acquisto della quasi totalità dei consumatori italiani (93%).

No alla plastica, nonostante l’emergenza

Secondo la ricerca l’85% dei consumatori vuole fare la propria parte, privilegiando prodotti migliori per la salute e per l’ambiente. Un atteggiamento di attenzione nelle scelte di consumo che secondo il 56% degli intervistati è destinato ad aumentare nel prossimo futuro. L’emergenza Coronavirus, riferisce Adnkronos, ha messo inoltre al centro la necessità di avere prodotti sicuri, preservando oggetti e cibo da contaminazioni. Ma secondo Ipsos il 95% degli italiani continua a ritenere la plastica un problema serio, e cresce addirittura la preoccupazione generale, con il 53% che definisce la situazione già oggi molto grave.

Il futuro è tecnologico e sostenibile

L’emergenza Covid non sembra, dunque, aver fatto passare in secondo piano la preoccupazione per l’accumulo di rifiuti plastici. Continua, infatti, ad aumentare il numero di chi dichiara di impegnarsi attivamente per limitare il consumo di plastica e diminuiscono coloro che non sanno come farlo.

In questo senso, un ruolo di primo piano sembra averlo l’innovazione.

“Cresce nelle persone la fiducia di poter fare qualcosa, non solo in ottica preventiva ma anche risolutiva – spiega Enrica Tiozzo, Senior Client Officer di Ipsos -. Magari proprio attraverso il progresso scientifico. Ad esempio, il 76% degli italiani oggi è convinto che in futuro sarà possibile individuare nuove tecniche che permetteranno di accelerare la degradazione della plastica. Una speranza che sempre più persone accompagnano con un impegno concreto nella loro quotidianità”. 

Indipendenza economica solo per 4 donne italiane su 10

Indipendenza economica solo per 4 donne italiane su 10

Le donne italiane sono il 42,1% degli occupati mentre gli uomini che lavorano sono il 75,1%. Insomma, dopo la Grecia, siamo lo stato con meno donne occupate in Europa. Il percorso per una piena uguaglianza appare quindi ancora lungo, ma la situazione attuale pone interrogativi immediati. Quanto sono indipendenti economicamente le donne italiane oggi? E quante di loro hanno la possibilità di investire parte del proprio budget come meglio credono? A queste domande risponde uno studio di eToro, la piattaforma di investimenti multi-asset, commissionato a BVA-Doxa, dal titolo L’indipendenza economica e la “soglia psicologica” dei 1.778 euro.

Le meno indipendenti sono le donne sposate residenti al Sud e nelle Isole

L’indipendenza economica riveste un’importanza fondamentale per le donne italiane, tanto che in una scala di importanza che va da 1 a 10 l’89% dà all’indipendenza economica un voto compreso tra l’8 e il 10.

Ma quante donne possono definirsi davvero economicamente indipendenti? Dalla ricerca emerge che il 78% del campione ritiene di possedere l’indipendenza economica, ma solo il 40% afferma di esserlo completamente, e il 38% afferma di esserlo ma con molte rinunce, riporta Askanews. Tra chi afferma di essere completamente indipendente ci sono le occupate full time (59%) e le single con figli a carico (54%), mentre tra le meno indipendenti ci sono donne sposate o conviventi con figli (34%), o residenti al Sud e nelle Isole (33%).

Il gender gap nell’economia domestica

La media mensile per potersi garantire l’indipendenza finanziaria è di 1.778 euro. Tra le single con figli a carico sale a 2.060 euro, e tra le occupate full time a 1.984 euro. Valori più bassi si riscontrano tra chi risiede al Sud o nelle Isole (1.632 euro), e tra le non occupate (1.521 euro). Il gender gap è particolarmente evidente nell’economia domestica. Nel 64% dei casi, infatti, è il partner maschile a guadagnare più della donna, nel 20% le entrate coincidono, mentre nel 16% sono le donne a contribuire al bilancio famigliare con un’entrata maggiore. La situazione però si ribalta completamente quando si esamina chi si occupa concretamente dell’economia domestica. Qui la prevalenza della donna nei confronti del partner è schiacciante (66% vs 5%), anche se la gestione del denaro spesso risulta confinata tra le mura domestiche.

L’identikit degli investimenti “in rosa”

Il 65% delle intervistate dichiara di non avere mai fatto investimenti. Chi lo ha fatto (35%) ha scelto soprattutto azioni e immobili o in maniera minore (1 donna su 10) oggetti preziosi come gioielli e opere d’arte. La maggior parte degli investimenti “in rosa” si registrano nel Nord-Est e nella fascia di età 45-55 tra le occupate full-time. In ogni caso, tra i principali ostacoli agli investimenti ci sono la mancanza di denaro (55%), poche conoscenze finanziarie (39%) e tasse troppo alte (19%). Inoltre, più di una donna su quattro dichiara che potrebbe essere convinta a investire se le piattaforme online di investimento promuovessero maggiormente l’educazione finanziaria.

Coronavirus, con il lockdown gli italiani ingrassano di 2 Kg

Coronavirus, con il lockdown gli italiani ingrassano di 2 Kg

Dopo due mesi trascorsi tra la cucina e il salotto a causa dal lockdown, nel carrello della spesa degli italiani il cibo e il comfort food aumentano del 18%. Questo, anche per le festività pasquali, avvenute in concomitanza della quarantena, che hanno favorito un vero e proprio boom di alimenti “consolatori”, come dolci, farine per fare il pane in casa, piatti pronti. Cibi ricchi di calorie, zuccheri, grassi e carboidrati. Con l’arrivo della Fase 2 per gli italiani scatta quindi la guerra alla bilancia. Grazie alla domiciliazione forzata i nostri connazionali sono ingrassati di almeno un paio di chili. Lo sostiene la Coldiretti, che in occasione dell’avvio della Fase 2, ha stimato l’aumento di peso degli italiani basandosi sui dati dei consumi nazionali di Ismea.

Il boom del comfort food

I dati dei consumi nazionali dell’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare nel periodo compreso tra il 16 marzo e il 12 aprile hanno appunto visto crescere del 18% la spesa di cibo finito sulle tavole degli italiani.

Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno Ismea ha evidenziato un vero e proprio boom del cosiddetto “comfort food”, ricco di calorie, ma in particolare, sottolinea la Coldiretti, una ordalia di zuccheri, grassi e carboidrati.

Fase 2, obiettivo recuperare la forma perduta

Secondo Ismea in un mese sulle tavole degli italiani sono finiti +150% di farine e semole, +14% di pane, crackers e grissini, +7% di pasta e gnocchi, +38% di impasti base e pizze, +13% di dolci, +24% di primi piatti pronti, oltre a un +37% di olio di semi usato per fritture di ogni tipo, dolci e salate. Con l’inizio della Fase 2, che permette passeggiate e allenamenti singoli, con il via libera a runner e ciclisti, la perdita di peso diventa però un obiettivo prioritario. Il 47% degli italiani secondo Coldiretti/Ixè sono attenti alla dieta, e si metteranno in moto per riprendere la forma perduta, riporta Ansa.

Consumare più frutta e verdura per mantenersi in salute

Un aiuto viene dalla grande disponibilità lungo tutta la Penisola di frutta e verdura, che in questa stagione garantiscono anche una riserva naturale di vitamine, consigliate anche dall’Iss (Istituto superiore di sanità) per mantenersi in salute. Sul sito dell’Iss si possono infatti trovare i consigli sull’alimentazione durante l’emergenza Covid-19. Che invitano proprio ad “aumentare la quota di alimenti vegetali nella nostra dieta”, con “più frutta e verdura e più legumi in ogni pasto della giornata”.

Farmaci online, in Italia un mercato da 315 milioni di euro

Farmaci online, in Italia un mercato da 315 milioni di euro

Nel 2019 il mercato italiano delle vendite online di prodotti da farmacia ha fatturato circa 240 milioni di euro, e per il 2020 sono previste vendite per 315 milioni. Un vero e proprio boom, quello di farmaci, integratori e cosmetici venduti sui siti di e-commerce nel nostro Paese. E secondo Iqvia, la società globale per l’analisi di dati e soluzioni tecnologiche in sanità, se le stime saranno confermate, anche nel 2020 l’Italia sarà il terzo mercato europeo, dietro Germania e Francia.

Nel 2018 una crescita a doppia cifra

Secondo i dati Iqvia, in Italia nel 2018 il valore dell’e-commerce nel settore farmacia è stato di circa 155 milioni di euro, con un’accelerazione di oltre il 60% rispetto ai 96 milioni del 2017. Una crescita a doppia cifra, quindi.

Più in dettaglio, dei 155 milioni di euro di vendite online fatturate nel 2018, 66 riguardano prodotti da banco, come farmaci di autocura e integratori, che registrano un tasso di crescita del 60%, mentre igiene e bellezza valgono 52 milioni, cresciuti del +38% rispeto all’anno precedente.

Prezzi concorrenziali determinano la scelta per l’acquisto sul web

“La crescita del commercio al dettaglio online è ormai inarrestabile, e lo sta diventando anche per quanto riguarda la farmacia – commenta Sergio Liberatore, amministratore delegato di Iqvia -. Nel carrello virtuale finiscono anche i farmaci di autocura, le vitamine e le creme, escluso il farmaco da ricetta rossa, di cui in Italia non è consentita la vendita online, a differenza di altri Paesi”. Ma cosa spinge ad acquistare questi prodotti online piuttosto che al banco? “Secondo le nostre stime – spiega l’ad di Iqvia – per quanto riguarda i prodotti da farmacia, il principale fattore che spinge il consumatore all’e-commerce è il prezzo”, spesso molto più basso di quello del medesimo prodotto offerto da farmacie e parafarmacie. Sono però anche altri i parametri che influenzano la decisione. Per alcuni è importante la riservatezza, e l’acquisto online permette al consumatore di mantenere l’anonimato fisico, riporta Ansa.

Numeri ancora piccoli, ma con prospettive più che positive

In realtà i numeri delle vendite online di prodotti da farmacia in Italia, anche se crescono molto, sono ancora piccoli. Oggi infatti rappresentano appena l’1,9% del totale del fatturato di farmaci & co.

Ma l’e-commerce è un servizio che il consumatore sta chiedendo in maniera sempre più decisa, e rappresenta una prospettiva positiva per il futuro. Su internet il cliente ha la possibilità di confrontare i prodotti, le offerte e gli sconti, e di acquistare il prodotto al prezzo più competitivo.

Inoltre, gioca un ruolo importante la comodità di fare shopping 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana senza dover uscire di casa. Elemento non trascurabile, specialmente se si è ammalati.

Nel triennio 2019-2022 previsioni positive per Milano, Monza Brianza e Lodi

Nel triennio 2019-2022 previsioni positive per Milano, Monza Brianza e Lodi

Come sarà l’economia del prossimo triennio per Milano, Monza Brianza e Lodi? Le previsioni per le tre province lombarde per il periodo 2019-2022 sono positive. Si stima infatti un aumento complessivo del valore aggiunto pari a +0,8%, guidato dall’incremento di industria e servizi (+0,8%), a cui si aggiunge un aumento più consistente delle costruzioni (+1,4%). Un andamento che si riflette anche nelle stime del reddito delle famiglie, che a fine periodo collocano il reddito disponibile a +2,2% e il tasso di disoccupazione al 5,3%. È quanto emerge da un’elaborazione dell’ufficio studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Prometeia a ottobre 2019.

Milano, valore aggiunto complessivo a +0,9%, trainato da industria e servizi

Le previsioni per il periodo 2019-2022 per Milano nello scenario di ottobre 2019 stimano un aumento complessivo del valore aggiunto pari a +0,9%, trainato dall’industria (+0,9%) e dai servizi (+0,8%), ma è più consistente l’aumento delle costruzioni (+1,2%). Una crescita che si riflette anche nelle stime di aumento del reddito delle famiglie, che a fine periodo è previsto del +2,2%, e un tasso della disoccupazione al 5,3%.

Monza Brianza e Lodi, cresce il reddito famigliare

Le previsioni per il periodo 2019-2022 per Monza Brianza nello scenario di ottobre 2019 stimano un aumento complessivo del valore aggiunto pari al +0,7%, trainato dall’incremento delle costruzioni (+2%) e dei servizi (+0,6%). L’industria segna invece un +0,5%. L’incremento del reddito delle famiglie a fine periodo per Monza Brianza è stimato intorno al +2,2% mentre il tasso di disoccupazione è al 5,4%.  Le previsioni per il periodo 2019-2022 per Lodi nello scenario di ottobre 2019 stimano invece un aumento complessivo del valore aggiunto pari al +0,9%, trainato anche in questo caso dall’incremento delle costruzioni (+3,2%) e dei servizi (+0,8%). Positive anche le previsioni per l’industria lodigiana (+0,5%), mentre l’aumento del reddito disponibile delle famiglie a fine periodo si stima al +2,1%, e il tasso di disoccupazione al 5,3%.

“Puntiamo a mantenere il nostro ruolo attrattivo a livello nazionale ed estero”

“I dati sono positivi – dichiara Marco Dettori, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi -. Puntiamo a mantenere il nostro ruolo attrattivo a livello nazionale ed estero”. La capacità di rafforzarsi dei territori di Milano, Monza Brianza e Lodi, dal punto di vista imprenditoriale “è fondata su un’economia che riesce ancora a innovarsi – aggiunge Dettori – ed è aperta al contributo di chi vuole realizzare una propria idea”.

Tra Imu e Tari oltre 7 miliardi evasi

Tra Imu e Tari oltre 7 miliardi evasi

Ammontano a 7,6 miliardi di euro all’anno i mancati pagamenti di Imu-Tasi, Tari e dell’acqua. Lo conferma l’Ufficio studi della Cgia, che ha stimato le morosità degli italiani dopo aver elaborato gli ultimi dati disponibili del Ministero degli Interni per Imu-Tasi, del Laboratorio REF Ricerche, CRIF Ratings(per la Tari e di Utilitatis per l’acqua. “Se una gran parte di questi mancati pagamenti fosse recuperato, molto probabilmente ci sarebbe la possibilità di abbassare le tasse locali e le tariffe dell’acqua a tutti – spiega il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo -. Soprattutto nel Mezzogiorno che presenta un’incidenza sul mancato pagamento totale pari al 40%”.

L’evasione di Imu e Tari

Dei 5,1 miliardi di evasione per la sola Imu nel 2016 circa 1,87 miliardi sono ascrivibili ai proprietari degli immobili delle regioni del Nord, 1,81 miliardi a quelli del Sud, e 1,4 miliardi a quelli del Centro. Per quanto riguarda la propensione all’evasione spiccano Calabria, pari al 43,2%, Campania, 38,5%, e Sicilia, al 36,6%. Le tre Regioni più virtuose, riporta Adnkronos, sono invece il Piemonte (tax gap al 21,7%), la Lombardia (20,6%), e la Liguria (18,3%).

Evidenti differenze Nord e Sud anche per quanto concerne la stima dell’evasione della Tari. Secondo le stime, su 9 miliardi di gettito complessivo registrato nel 2018, il mancato incasso a livello nazionale è stato di 2,1 miliardi di euro, di cui poco più di 1 miliardo in capo ai cittadini/imprese del Sud. A livello regionale svetta la mancata riscossione per abitante del Lazio pari a 121,8 euro. Al contrario, pressoché nullo il mancato pagamento registrato in Trentino Alto Adige e in Valle d’Aosta.

La morosità del servizio idrico

I dati emersi nell’indagine condotta da Utilitatis, poi, consentono di stimare la morosità del servizio idrico erogato agli utenti domestici solo per ripartizione geografica. A fronte di una spesa idrica complessiva delle famiglie italiane pari a 4,6 miliardi di euro, ammonta a 364 milioni di euro la mancata riscossione registrata a 2 anni dall’emissione della fattura, di cui 226 milioni di euro fanno capo alle famiglie del Sud (11 euro per abitante), 80 milioni a quelle del Nord (3 euro per abitante) e 58 milioni a quelle del Centro (5 euro per abitante).

Dal 1° gennaio 2020 scatta la riforma della riscossione degli enti locali

Nonostante l’evasione, il blocco degli aumenti dei tributi locali avvenuto tra il 2015-2018 e il taglio ai trasferimenti dello Stato centrale, i sindaci hanno comunque trovato il modo di compensare, almeno in parte, queste mancate entrate agendo sulle tariffe locali. Ma con la legge di bilancio 2020 le cose sono destinate a cambiare. La manovra, infatti, prevede la Riforma della riscossione degli enti locali, che consentirà alle amministrazioni di recuperare i mancati pagamenti senza attendere i tempi di iscrizione a ruolo del debito o di predisposizione dell’ingiunzione. “In buona sostanza – afferma il ricercatore dell’Ufficio studi Andrea Vavolo – dall’1 gennaio 2020 ai sindaci servirà un solo atto, anziché due, ovvero l’accertamento e l’ingiunzione, per arrivare alla soluzione estrema: l’esecuzione forzata”.

L’Italia è un Paese di operai, l’identikit dell’Inps

L’Italia è un Paese di operai, l’identikit dell’Inps

L’Italia è un Paese di operai, dove aumentano i contratti a tempo indeterminato, ma permane il divario economico tra Nord e Sud e tra uomini e donne. Dai rilevamenti Inps sui dipendenti pubblici e privati nel 2018 emerge un identikit che rappresenta oltre la metà dei 15.713.289 dipendenti privati, più di quattro volte quelli pubblici (3.583.175 unità), e che dimostra come le “tute blu” nel 2018 siano la principale forza lavoro del Paese. Nel 2018 gli operai del settore privato rappresentano il 55,6% del totale dei lavoratori privati (8.729.609), contro il 36,6% degli impiegati, il 3,8% degli apprendisti, il 3% dei quadri e lo 0,8% dei dirigenti. Nel pubblico invece a primeggiare sono i dipendenti della scuola.

Nel settore privato gli operai sono il 55,6% del totale

I contratti a tempo indeterminato, che includono anche gli apprendisti, salvo una piccolissima quota classificata tra gli stagionali, è pari a 11.549.023 lavoratori, corrispondenti a più del 73,5% del totale (+1,2% sul 2017), e con una retribuzione media annua di euro 25.845 e 277 giornate medie retribuite.

Quasi un terzo dei lavoratori dipendenti (31,9%) lavora nel Nord-ovest. Segue il Nord-est (23,8%), il Centro (21,0%), il Sud (16,4%) e le Isole (6,8%), solo lo 0,1% lavora all’estero. La retribuzione media è di 21.530 euro, ma presenta valori più elevati nelle due ripartizioni del Nord, 25.154 euro nel Nord-ovest e 22.747 nel Nord-est, con un forte divario rispetto alle ripartizioni del Mezzogiorno, pari a 15.845 euro.

Aumentano i dipendenti pubblici, soprattutto nella scuola

Con 3.583.175 unità i dipendenti pubblici sono aumentati dello 0,6% rispetto al 2017. Il gruppo contrattuale più numeroso è la Scuola, con il 36,9% dei lavoratori, seguito dal Servizio Sanitario (19,1%), le Amministrazioni locali (Regioni, Province, Comuni, 16,8%( e dalle Forze Armate, Corpi di polizia e Vigili del Fuoco (14,5%). I cinquantenni sono i dipendenti pubblici che nel 2018, risultano i più numerosi. Sugli oltre 3,58 milioni quelli con età fra i 50 e i 54 anni rappresentano il 18,8%, con 673.547 lavoratori. Di poco inferiore risultano essere quelli con età compresa tra i 55 e i 59 anni (672.909). Inoltre, dalla rilevazione risulta che il 96% della collettività ha età maggiore di 30 anni.

I lavoratori maschi sono il 41,5% dei lavoratori pubblici

Per quanto riguarda il genere, Riporta Adnkronos, i lavoratori maschi rappresentano il 41,5% della distribuzione nel complesso. Rispetto alle classi di età si osserva che solo nelle classi dei più giovani, fino a 24 anni, i maschi sono prevalenti raggiungendo la quota del 65%. La retribuzione media dei dipendenti pubblici è di 32.968 euro, in crescita del 3,1% rispetto all’anno precedente per effetto dei rinnovi dei contratti 2016-2018 nei vari comparti del pubblico impiego, e risulta molto differenziata sia per età sia per genere.

Economia sommersa, un business da 192 miliardi

Economia sommersa, un business da 192 miliardi

L’economia sommersa in Italia ammonta a poco meno di 192 miliardi di euro, e le attività illegali a essa correlate circa 19 miliardi. Nel 2017 l’economia non osservata valeva circa 211 miliardi di euro, il 12,1% del Pil nazionale. E le unità di lavoro irregolari nel 2017 erano 3 milioni 700 mila, in crescita di 25 mila unità rispetto al 2016. L’aumento della componente non regolare ha segnato la ripresa di un fenomeno che nel 2016 si era invece attenuato, scendendo dello 0,7% rispetto al 2015. I dati emergono dall’ultimo rapporto Istat, in cui le stime per il 2017, dopo il picco del 2014 (13,0%), confermano la tendenza alla riduzione dell’incidenza sul Pil della componente non osservata dell’economia.

Nel 2017 incidenza sul Pil lievemente ridotta

Nel 2017 il valore aggiunto generato dall’economia non osservata, ovvero dalla somma di economia sommersa e attività illegali, si era attestato a poco meno di 211 miliardi di euro (erano 207,7 nel 2016), con un aumento dell’1,5% rispetto all’anno precedente, segnando una dinamica più lenta rispetto al complesso del valore aggiunto, cresciuto del 2,3%. L’incidenza dell’economia non osservata sul Pil si era perciò lievemente ridotta, portandosi al 12,1% dal 12,2% nel 2016, e confermando la tendenza in atto dal 2014, anno in cui si era raggiunto un picco del 13%. La diminuzione rispetto al 2016 era interamente dovuta alla riduzione del peso della componente riferibile al sommerso economico (dal 11,2% al 11,1%), mentre l’incidenza dell’economia illegale restava stabile (1,1%).

Il valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare

In merito alla composizione dell’economia non osservata, ovvero al peso percentuale che ciascuna componente ha sul totale dell’economia non osservata, la correzione della sotto-dichiarazione del valore aggiunto risulta essere la componente più rilevante in termini percentuali: nel 2017 pesava il 46,1% (+0,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente). Il valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare costituiva la seconda componente in termini di peso sul totale, attestandosi nel 2017 al 37,3% (-0,5 punti percentuali rispetto al 2016).

I settori più colpiti

L’incidenza del lavoro irregolare, rileva l’Istat, è più elevata nel settore dei servizi (16,8%) e raggiunge livelli particolarmente elevati nel comparto degli altri servizi alle persone (47,7). In termini assoluti, nel comparto del commercio e quello degli altri servizi alle persone sono impiegate il 61% del totale delle unità di lavoro non regolari.

Il confronto tra settori evidenzia che in agricoltura l’incidenza del lavoro irregolare dipendente è quasi 5 volte superiore a quello del lavoro indipendente, mentre negli altri servizi alle imprese e nel comparto istruzione, sanità e assistenza sociale, il tasso di irregolarità degli indipendenti è oltre il doppio di quello dei dipendenti.

Imprese cybersecurity, +300% in meno di due anni

Imprese cybersecurity, +300% in meno di due anni

Tra la fine del 2017 e i primi tre mesi del 2019 le imprese italiane specializzate in servizi per la sicurezza informatica e la privacy sono aumentate di oltre il 300%, passando da poco meno di 700 a oltre 2.800 unità. Un vero e proprio boom per le aziende anti-hacker, capaci cioè di contrastare i rischi informatici legati all’era digitale. Secondo un’elaborazione Unioncamere-InfoCamere sui dati del Registro delle imprese delle Camere di commercio non si tratta solo di nuove aziende, ma anche di realtà già esistenti, e che negli ultimi 18 mesi hanno fatto ingresso nel comparto rivedendo la descrizione della propria attività prevalente.

Nel 2017 quasi 2 miliardi di euro di valore della produzione

A questo balzo nel numero degli operatori corrisponde un aumento ancora più marcato nel numero degli addetti, passati nello stesso periodo da 5.600 a 23.300 unità, e corrispondenti a una media di 8 addetti per azienda al 31 marzo di quest’anno. Dal punto di vista delle performance finanziarie, dei bilanci delle 562 imprese del comparto costituite nella forma di società di capitale, e che hanno presentato il bilancio negli ultimi tre anni (il 38% del totale), nel 2017 il valore della produzione è stato di quasi 2 miliardi di euro, +10,6% rispetto a quello realizzato dalle stesse imprese nel 2015. In media, ciò equivale a un valore della produzione di circa 2,4 milioni di euro pro-capite per le aziende della cyber-security tricolore.

Lombardia leader per fatturato, Lazio per numero di aziende

Con il 42,5% del totale (835 milioni) è la Lombardia la regione leader per fatturato realizzato dalle imprese del comparto. Secondo il Lazio, con 307 milioni, mentre la terza regione, molto distaccata, è l’Emilia Romagna (233 milioni), riporta Adnkronos. La concentrazione più elevata di imprese italiane impegnate nella lotta al cybercrime si registra nel Lazio, dove al 31 marzo scorso avevano sede 634 imprese (il 23% del totale). Dall’anali emerge ancora che sempre il Lazio si aggiudica la fetta più consistente della crescita assoluta di imprese votate alla cybersicurezza negli ultimi tre anni: 468 imprese in più tra 2017 e marzo 2019, il 22% dell’intero saldo nazionale.

Lombardia, Lazio e Trentino Alto Adige hanno creato più opportunità di lavoro

A seguire in entrambe le classifiche c’è la Lombardia (con 492 imprese residenti alla fine di marzo e un aumento di 371 aziende dal 2017). Inoltre, Campania, Sicilia e Puglia si segnalano, a seguire, come le regioni più sensibili al tema della sicurezza informatica e del contrasto professionale al cyber-crime. Mentre sono in Lombardia, Lazio e Trentino Alto Adige le imprese italiane che, sul fronte degli addetti, hanno creato più opportunità di lavoro nel settore. Con i loro 13.909 addetti rappresentano infatti il 60% di tutto il settore. In questa classifica, la Campania si colloca al quinto posto, ed la prima tra le regioni del Mezzogiorno con 1.153 addetti e il 4,9% del totale.