Come si è arrivati a Investo Digitale, tra incentivi e imprese ferme

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Per il 56% delle aziende il costo elevato e la mancanza di incentivi sono il primo ostacolo agli investimenti digitali. Il dato viene da un’indagine dell’Istituto Piepoli su 1.232 imprese, ripresa in questi giorni da Automazione Plus, e accompagna una richiesta precisa al Governo: «Investo Digitale», un incentivo per micro e piccole imprese, studi professionali ed enti del Terzo Settore da inserire nella prossima legge di bilancio. A presentarla sono Assosoftware, AIIP, Confartigianato, Confcommercio, Confimi Industria e Confprofessioni.

Un fronte così ampio di associazioni non nasce dal nulla. La politica digitale italiana degli ultimi dieci anni è stata, in larga parte, una sequenza di misure fiscali, ciascuna con i suoi pregi e i suoi punti ciechi. Ripercorrerla aiuta a capire perché si torni a chiedere un incentivo dedicato proprio a chi sta in fondo alla scala dimensionale.

Il punto di partenza: Industria 4.0

Nel 2016 il Piano nazionale Industria 4.0, voluto dall’allora ministro Carlo Calenda, introdusse il superammortamento e l’iperammortamento per l’acquisto di beni strumentali. L’idea era semplice: chi comprava macchinari connessi e sistemi di controllo moderni poteva dedurre una quota maggiorata del costo. La misura funzionò soprattutto dove c’era già una struttura, cioè nella manifattura di medie dimensioni, spesso al Nord, con un ufficio tecnico capace di valutare un investimento e un commercialista abituato a gestirlo.

Nel 2020 il piano cambiò nome in Transizione 4.0 e sostituì gli ammortamenti maggiorati con crediti d’imposta, estesi anche a formazione e ad alcuni beni immateriali. Il meccanismo era più lineare, ma il profilo dei beneficiari restava simile. E qui sta il nodo: secondo i dati Istat, la grande maggioranza delle imprese italiane, ben oltre il 90%, ha meno di dieci addetti. Un incentivo pensato per un reparto produttivo parla con difficoltà a una bottega, a un negozio o a uno studio con tre collaboratori.

Le infrastrutture arrivano per obbligo

Mentre i crediti d’imposta premiavano chi investiva, un’altra parte della digitalizzazione procedeva per via normativa. L’identità digitale SPID è del 2016, PagoPA si è diffuso negli stessi anni, e dal 1° gennaio 2019 la fattura elettronica è diventata obbligatoria anche tra privati. Per moltissimi piccoli imprenditori il primo contatto con un software gestionale è stato questo: non una scelta strategica, ma un adempimento. Spesso la gestione è passata ai commercialisti, che hanno fatto da ponte e da filtro.

La pandemia del 2020 ha dato una seconda spinta, più disordinata. Negozi che non avevano mai venduto online hanno aperto un canale di e-commerce, i pagamenti elettronici sono cresciuti, molti professionisti hanno scoperto la firma digitale e le riunioni a distanza. Parte di quelle abitudini si è consolidata, parte è rientrata appena possibile.

Sullo sfondo restava il problema delle reti e delle competenze. La banda ultralarga ha accumulato ritardi nelle aree meno servite, e l’indice DESI della Commissione europea ha collocato l’Italia per anni sotto la media dell’Unione nel capitale umano, cioè nelle competenze digitali di base e specialistiche. Un’impresa può avere i fondi per un investimento e non avere in casa nessuno in grado di sceglierlo.

Dal PNRR a Transizione 5.0

Con il Piano nazionale di ripresa e resilienza, dal 2021, la digitalizzazione è diventata una delle missioni portanti della spesa pubblica, tra servizi della pubblica amministrazione, connettività e sostegno alle imprese. L’ultimo passaggio è Transizione 5.0, avviata nel 2024, che lega l’investimento digitale a un risparmio energetico documentato. Sulla carta è un’evoluzione coerente. Nella pratica la misura richiede perizie e certificazioni prima e dopo l’intervento, e diverse associazioni di categoria hanno segnalato che per una microimpresa il peso amministrativo rischia di superare il beneficio.

È in questo scarto tra la misura e il destinatario che si inserisce «Investo Digitale». I promotori non chiedono di sostituire gli strumenti esistenti, ma di affiancarne uno tarato su chi finora li ha usati poco.

Due Italie dentro le PMI

Che il campo sia spaccato lo mostra anche una rilevazione del Politecnico di Milano. Tra le piccole e medie imprese il 51% investe intensamente nel digitale: il 24% in tutte le aree aziendali, il 27% in modo selettivo. Dall’altra parte il 35% investe poco e il 14% non investe affatto. Si tratta quindi di due gruppi di peso quasi uguale, e il secondo, che sfiora la metà del totale, è proprio quello che gli incentivi del decennio hanno raggiunto meno.

Letti insieme, i due dati si completano. Se il costo è il primo freno per il 56% delle aziende intervistate da Piepoli, è plausibile che pesi di più dove i margini sono ridotti e dove nessuno ha tempo di studiare un bando. Resta da vedere come sarà costruito l’incentivo, con quali importi e con quali procedure, perché dalla formula dipenderà se arriverà davvero a chi oggi non investe.

Un dettaglio tecnico spiega parte della difficoltà. Gli incentivi nati con Industria 4.0 ragionavano su beni fisici, che si comprano, si installano e si ammortizzano. Oggi gran parte del digitale utile a una piccola impresa è un abbonamento: un gestionale in cloud, un sistema di fatturazione, un servizio di cybersicurezza pagati ogni mese. Per chi tiene i conti di un laboratorio artigiano è una spesa corrente, non un investimento, e a lungo i bonus fiscali hanno faticato a riconoscerla come tale.