Trento è ancora la città italiana più “green”

Trento è ancora la città italiana più “green”

Trento, Mantova e Pordenone sono le tre città più “green”d’Italia. La conferma arriva dalla 27esima edizione del rapporto di Legambiente 2020 in collaborazione con Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore sulle performance ambientali delle città italiane. Dagli anni Novanta lo studio di Legambiente compara gli indicatori di 104 comuni capoluogo italiani, basandosi su 18 parametri raggruppati in 5 macroaree, come aria, acqua, rifiuti, mobilità e ambiente. E la novità di quest’anno è la crescita delle performance di molto capoluoghi in fatto di aria più pulita, meno rifiuti e una maggiore raccolta differenziata.

Quest’anno ovunque le polveri sottili restano sotto la soglia limite

“Per la prima volta, ovunque, le polveri sottili restano sotto la soglia limite”, ha spiegato Mirko Laurenti, responsabile di Ecosistema Urbano di Legambiente, in riferimento al limite europeo fissato in una media annua di 40 microgrammi per metro cubo. Un risultato, quello di un miglioramento delle polveri sottili, collegato soprattutto alle restrizioni alla mobilità dei veicoli e alle attività industriali imposte dalla pandemia da Covid, ma anche da buone pratiche messe in campo da molti Comuni italiani.

L’unico capoluogo del Sud è Cosenza, all’ottavo posto

Se Trento si riconferma città più green, e Mantova anche quest’anno riconquista il secondo gradino del podio, Bolzano scende di una posizione, la quarta, lasciando a Pordenone la medaglia di bronzo per le performance ambientali. Tra le 20 classificate, ai primi posti spicca al quinto posto anche Reggio Emilia, tallonata da Belluno e Parma, rispettivamente in sesta e settima posizione.

All’ottavo posto compare l’unico capoluogo del Sud, precisamente della Calabria, Cosenza, che precede Biella, Verbania, Treviso, e Forlì-Cesena, alla pari al dodicesimo posto.

Sondrio, Macerata e la marchigiana Pesaro chiudono la Top 20

Al tredicesimo posto si trova Cremona, seguita da Rimini e Cuneo, riporta Italpress. Al sedicesimo si piazza invece Bologna, che porta a sei le città eco-virtuose dell’Emilia-Romagna, mentre alla diciassettesima posizione figura La Spezia, seguita da Sondrio e Macerata, in penultima posizione. Infine, al ventesimo posto chiude la Top 20 di Legambiente la marchigiana Pesaro.

Per quanto invece riguarda la “classifica degli alberi”, che riporta le città con il maggior numero di alberi per 100 abitanti, le prime cinque posizioni sono ricoperte da Cuneo, Modena, Brescia, Reggio Emilia e Arezzo, seguita da Ravenna e Milano. Al primo posto dei capoluoghi di provincia con più isole pedonali c’è invece Lucca, mentre Matera, Trento e Rieti completano il podio delle città con più chilometri quadrati di verde urbano per abitante.

Lavoro da remoto: più produttivi, ma anche più isolati e meno innovat

Lavoro da remoto: più produttivi, ma anche più isolati e meno innovat

Con il lavoro da remoto la maggior parte degli italiani ha riscontrato una produttività pari o superiore rispetto a quando lavorava in ufficio, ma allo stesso tempo sembra calata la capacità di innovazione: solo il 30% dei manager oggi crede infatti che la propria azienda possieda una cultura innovativa, rispetto al 40% del 2019. Si tratta di alcuni risultati emersi da una ricerca internazionale su Remote Working e Futuro del Lavoro di Microsoft, il cui obiettivo è comprendere come le persone si siano adattate al lavoro da remoto in seguito all’emergenza Covid-19, come le aziende possano supportare i lavoratori e quali siano le aspettative per il futuro.

Lavoro flessibile e lavoro ibrido sono già la normalità

Il numero di organizzazioni italiane che hanno adottato modelli flessibili di lavoro è passato dal 15% dello scorso anno al 77% del 2020, e i manager intervistati si aspettano che il 66% dei dipendenti continui a lavorare da remoto almeno un giorno alla settimana. In questa “nuova normalità”, i leader aziendali hanno registrato benefici sia in termini di produttività sia di efficienza: l’87% degli intervistati ha infatti riscontrato una produttività pari o superiore a prima del lockdown e il 71% è convinto che le nuove modalità ibride di lavoro comportino significativi risparmi in termini di costi. Inoltre, sei intervistati su dieci (64%) credono che garantire modalità di lavoro da remoto possa essere un modo efficace per trattenere i collaboratori migliori.

Nessuno vuole tornare alle vecchie abitudini

Sia i manager sia i dipendenti stanno apprezzando i vantaggi del lavoro da remoto e nessuno intende tornare alle vecchie abitudini. Infatti, l’88% dei manager si aspetta l’introduzione di modalità di lavoro più ibride nel lungo periodo e i dipendenti prevedono di trascorrere in media un terzo del proprio tempo (37%) al di fuori del tradizionale luogo di lavoro. Tra i principali benefici si annoverano la possibilità di vestirsi in modo più casual (77%) e di personalizzare il proprio ambiente di lavoro (39%), avere più tempo per i propri hobby (49%), per i propri figli (36%) e per gli animali domestici (22%).

Manca un luogo di scambio e condivisione

Tuttavia, molti dichiarato di apprezzare l’ambiente lavorativo tradizionale, specialmente per la possibilità di socializzare e condividere esperienze e informazioni più facilmente con i colleghi. La sensazione è quella di essere più isolati e meno in relazione con i colleghi, un fattore che potrebbe comportare anche un importante calo nel tasso di innovazione. Il  rischio infatti quello di inibire la condivisione di idee tra le persone e porti i dipendenti a essere meno invogliati a chiedere aiuto o a delegare in modo appropriato. Tanto che il 61% dei manager riconosce di aver avuto problemi a delegare in modo efficace e a supportare i team virtuali e il 63% confessa di avere difficoltà nella promozione di una cultura di squadra.

Dal remote working all’ufficio, il ritorno nei luoghi di lavoro sarà flessibile

Dal remote working all’ufficio, il ritorno nei luoghi di lavoro sarà flessibile

Nell’era pre-Covid l’ufficio era ritenuto elemento fondamentale per la produttività dei dipendenti, soprattutto da parte del datore di lavoro. Durante questi ultimi mesi la rapidità e l’efficacia lavorativa a distanza hanno sorpreso tutti, e hanno dimostrato che non solo si riesce a lavorare anche al di fuori dei soliti contesti, ma si diventa anche più produttivi e responsabili. Da un sondaggio di McKinsey risulta infatti che l’80% dei lavoratori apprezza, o ha apprezzato. il lavoro da casa, e il 41% si è detto più produttivo. D’altra parte, per molti il lavoro da casa è anche più faticoso, perché non sempre l’ambiente domestico si rivela adatto o adeguato. Gli orari di lavoro si sono dilatati, e coordinarsi a distanza per molto tempo genera stress. Insomma, l’home working non è per tutti.

Ripensare ai metodi, i ruoli e gli ambienti lavorativi

La fatica rilevata dalle persone che hanno lavorato a casa è anche di tipo emozionale. Se è vero che la maggior parte dei lavori d’ufficio possono essere svolti anche fuori da un ufficio tradizionale, le interazioni permesse dall’ambiente di lavoro non sono riproducibili all’esterno. E ora che si rientra in ufficio è importante gestire attentamente la fase transitoria, che porterà a una nuova normalità. Perché anche se la situazione, a livello sanitario, è ancora delicata, tutti hanno bisogno di riappropriarsi dei propri spazi e abitudini, ma si dovrà fare gradualmente, garantendo la massima sicurezza. Ciò significa in particolare che si dovranno riprogettare i posti di lavoro, ripensare ai metodi di lavoro e riclassificare i ruoli dei dipendenti, riporta Ansa.
Accordare le esigenze aziendali con quelle delle persone

Tornare alla normalità senza paura, quindi, ma senza rinunciare alla socialità. Occorrerà accordare i bisogni aziendali con le esigenze delle persone. E la cosa più importante è che le persone si sentano al sicuro una volta rientrate in ufficio.

Secondo McKinsey gli ambienti lavorativi dovranno essere, in generale, più flessibili, per garantire aree di incontro sicure e aree per il lavoro individuale rispettando le regole di distanziamento sociale. Inoltre, gli spazi di lavoro dovranno essere dotati della tecnologia adatta per permettere a chi opera da remoto di collegarsi.

Il confronto con gli altri è un generatore di “occasioni”
Il confronto con gli altri è importante: l’uomo non è fatto per stare da solo, e il confronto dà vita alle idee migliori poiché rappresenta un generatore di “occasioni”. Il contatto con gli altri e la casualità dell’incontro sono aspetti irrinunciabili quando si parla di opportunità lavorative. Quindi, come sarà il ritorno nei luoghi del lavoro? Sicuramente cauto, ma caratterizzato dalla voglia di confrontarsi, collaborare, e tornare a esplorare gli spazi del lavoro sotto a una luce diversa. Con la consapevolezza di cosa significhi veramente smart working, che sia dall’ufficio, da casa o, ad esempio, al mare.

I cambiamenti climatici spaventano più del Covid

I cambiamenti climatici spaventano più del Covid

I cambiamenti climatici rappresentano un problema più serio del Covid-19 per il 72% degli italiani, e più dell’80% ritiene che il governo dovrebbe considerare il problema ambientale come primario per il rilancio economico del Paese. Si tratta di alcuni risultati emersi dalla ricerca Ipsos su sostenibilità e ambiente nel post lockdown, che ha indagato come, e se, la paura per le conseguenze sanitarie ed economiche dovute alla pandemia abbia diminuito la sensibilità e l’attenzione degli italiani per i temi ambientali. E secondo il sondaggio per gli italiani il cambiamento climatico rimane un problema centrale, che richiede priorità di intervento.

L’80% degli italiani teme una sciagura ambientale

Di fatto, l’80% degli intervistati teme il verificarsi di una sciagura ambientale se non verranno messi in atto provvedimenti efficaci, e se non avverrà un cambiamento di abitudini nella popolazione. L’imputata principale resta l’attività umana, ritenuta da 8 italiani su 10 come la principale responsabile della situazione attuale. Tanto che anche nella fase più acuta dell’emergenza la sostenibilità è rimasta un elemento importante nelle scelte di acquisto della quasi totalità dei consumatori italiani (93%).

No alla plastica, nonostante l’emergenza

Secondo la ricerca l’85% dei consumatori vuole fare la propria parte, privilegiando prodotti migliori per la salute e per l’ambiente. Un atteggiamento di attenzione nelle scelte di consumo che secondo il 56% degli intervistati è destinato ad aumentare nel prossimo futuro. L’emergenza Coronavirus, riferisce Adnkronos, ha messo inoltre al centro la necessità di avere prodotti sicuri, preservando oggetti e cibo da contaminazioni. Ma secondo Ipsos il 95% degli italiani continua a ritenere la plastica un problema serio, e cresce addirittura la preoccupazione generale, con il 53% che definisce la situazione già oggi molto grave.

Il futuro è tecnologico e sostenibile

L’emergenza Covid non sembra, dunque, aver fatto passare in secondo piano la preoccupazione per l’accumulo di rifiuti plastici. Continua, infatti, ad aumentare il numero di chi dichiara di impegnarsi attivamente per limitare il consumo di plastica e diminuiscono coloro che non sanno come farlo.

In questo senso, un ruolo di primo piano sembra averlo l’innovazione.

“Cresce nelle persone la fiducia di poter fare qualcosa, non solo in ottica preventiva ma anche risolutiva – spiega Enrica Tiozzo, Senior Client Officer di Ipsos -. Magari proprio attraverso il progresso scientifico. Ad esempio, il 76% degli italiani oggi è convinto che in futuro sarà possibile individuare nuove tecniche che permetteranno di accelerare la degradazione della plastica. Una speranza che sempre più persone accompagnano con un impegno concreto nella loro quotidianità”. 

La ripresa è all’orizzonte, le previsioni degli esperti

La ripresa è all’orizzonte, le previsioni degli esperti

Il lockdown ha sconvolto le economie globali, milioni di persone hanno presentato domanda di sussidi di disoccupazione, e se in molti luoghi il contagio da Covid-19 sembra aver raggiunto il picco persiste il rischio di nuovi focolai.

Nonostante le notizie non siano positive, sul fronte macroeconomico potrebbe non essere così. Gli investitori, infatti, per quanto molti titoli azionari siano calati su base annua, non hanno del tutto perso l’interesse, e guardano con ottimismo a una ripresa futura. Le loro speranze sono sostenute dalle massicce misure di stimolo varate dai governi e da tassi d’interesse ai minimi storici.

Le fasi rialziste sono sempre state più robuste di quelle ribassiste

Come evidenziano gli esperti di Capital Group, alcune aziende, percepite come beneficiarie dell’obbligo di confinamento sociale, tra cui imprese di e-commerce, video streaming e fornitura a domicilio di prodotti alimentari, si sono addirittura mosse al rialzo in quella che è stata la peggiore fase economica e di mercato dalla crisi del 2008-2009.

“È indubbio che le fasi ribassiste siano dolorose – si legge nell’Outlook relativo al secondo trimestre 2020 redatto dagli esperti dell’asset manager americano -. E quando ci si trova in mezzo a queste fasi, sembra che non finiscano mai. Tuttavia, l’importante è ricordare che, a partire dal periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, le fasi rialziste sono sempre state ben più robuste di quelle ribassiste, oltre ad aver avuto una durata nettamente superiore”.

Le società più robuste sono state fondate in tempi difficili

Nel mercato azionario USA una ripresa realizza in media rendimenti complessivi del 279% e dura 72 mesi, a fronte di fasi ribassiste che durano 14 mesi e registrano una flessione del 33%. Inoltre, gli esperti di Capital Group evidenziano come le società più robuste, spesso, sono state fondate in tempi difficili. Qualche esempio? Airbus, Microsoft e Starbucks, fondate all’epoca della stagflazione degli anni Settanta. Questo a conferma, così come insegna la storia, che i business robusti trovano modo di sopravvivere, e perfino prosperare in un contesto di volatilità dei mercati, e in presenza di condizioni economiche difficili.

Come posizionare il proprio portafoglio

Ma quali società potrebbero uscire dalla crisi provocata dal Covid-19 come leader di mercato? E considerando un contesto macro, come posizionare il proprio portafoglio? Per gli esperti dell’asset manager americano, riporta Ansa, sono due gli elementi fondamentali da considerare. Sul fronte azionario, la ricerca fondamentale è diventata più importante che mai. Anche se USA, Europa, Giappone e mercati emergenti sono fonti di opportunità interessanti nel lungo periodo, la selezione dei titoli è fondamentale. A livello di reddito fisso invece il basso livello di crescita, e la ridotta inflazione, suggeriscono un approccio diversificato, e una ricerca fondamentale attiva.

Unioncamere, il lockdown ha bloccato la nascita di nuove imprese: -44mila

Unioncamere, il lockdown ha bloccato la nascita di nuove imprese: -44mila

Non è certo una sorpresa, ma il lungo lockdown ha comportato, tra i tanti effetti, anche una decisa contrazione del numero di nuovo imprese. Lo rivela Unioncamere, che ha anche proposto al Governo una serie di dieci punti per rilanciare il sistema produttivo italiano. In particolare, stimano le Camere di Commercio italiane, negli ultimi mesi sono calate di 44mila unità le registrazioni di nuove imprese rispetto all’anno passato: e il calo è particolarmente pesante al Nord.

Dieci punti per ripartire

Nel corso della sua ultima assemblea annuale, Unioncamere ha illustrato agli associati i punti presentati al ministro del Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli. “Si tratta – ha detto il presidente Carlo Sangalli – di agire su digitalizzazione e tecnologie 4.0, infrastrutture, semplificazione, giustizia civile e mediazione, internazionalizzazione, turismo, nuove imprese e giovani, sostenibilità, formazione, dotazione finanziaria e irrobustimento organizzativo delle imprese. Agire su questi punti è la vera priorità del Paese”. “Spingere l’acceleratore sulla digitalizzazione delle imprese e sull’adozione delle tecnologie 4.0 – ha poi aggiunto il presidente di Unioncamere – porterebbe un incremento di oltre un punto e mezzo di Pil nel breve termine, mentre ridurre gli oneri burocratico-amministrativi sulle imprese (in primo luogo quelli legati all’avvio di un’azienda o al pagamento delle imposte) vuol dire per l’Italia recuperare quasi 2 punti di Pil”.

Calano le iscrizioni del 42,8%

La situazione è grave, lo dicono i numeri: tra marzo e maggio scorsi, il Registro delle imprese segnala oltre 44mila iscrizioni in meno di nuove aziende rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, con una riduzione in termini percentuali del 42,8%. In particolare, le Regioni del Nord e del Centro – peraltro quelle dove l’emergenza sanitaria è stata più critica – mostrano i datti peggiori. In Lombardia e nelle Marche le iscrizioni di nuove imprese si sono dimezzate tra marzo e maggio 2020 rispetto allo scorso anno, in Toscana ed Emilia-Romagna sono calate di oltre il 47%, Lazio e Friuli Venezia Giulia vedono una battuta d’arresto delle nuove imprese superiore al 45%. In valore assoluto, è proprio la Lombardia a registrare lo stop maggiore nel fermo nella diffusione di nuove aziende: -8.721 rispetto al 2019. A seguire il Lazio, con -5.056 nuove iscrizioni. Quindi l’Emilia-Romagna, con -3.535 nuove imprese. Va meglio, anche se i dati si confermano negativi, in alcune Regioni del Sud Italia: ad esempio in Basilicata, Sicilia, Campania e Molise i cali sono stati meno consistenti e le nuove imprese iscritte nei tre mesi del lockdown sono diminuite tra il 20 e il 30% rispetto al 2019.

Indipendenza economica solo per 4 donne italiane su 10

Indipendenza economica solo per 4 donne italiane su 10

Le donne italiane sono il 42,1% degli occupati mentre gli uomini che lavorano sono il 75,1%. Insomma, dopo la Grecia, siamo lo stato con meno donne occupate in Europa. Il percorso per una piena uguaglianza appare quindi ancora lungo, ma la situazione attuale pone interrogativi immediati. Quanto sono indipendenti economicamente le donne italiane oggi? E quante di loro hanno la possibilità di investire parte del proprio budget come meglio credono? A queste domande risponde uno studio di eToro, la piattaforma di investimenti multi-asset, commissionato a BVA-Doxa, dal titolo L’indipendenza economica e la “soglia psicologica” dei 1.778 euro.

Le meno indipendenti sono le donne sposate residenti al Sud e nelle Isole

L’indipendenza economica riveste un’importanza fondamentale per le donne italiane, tanto che in una scala di importanza che va da 1 a 10 l’89% dà all’indipendenza economica un voto compreso tra l’8 e il 10.

Ma quante donne possono definirsi davvero economicamente indipendenti? Dalla ricerca emerge che il 78% del campione ritiene di possedere l’indipendenza economica, ma solo il 40% afferma di esserlo completamente, e il 38% afferma di esserlo ma con molte rinunce, riporta Askanews. Tra chi afferma di essere completamente indipendente ci sono le occupate full time (59%) e le single con figli a carico (54%), mentre tra le meno indipendenti ci sono donne sposate o conviventi con figli (34%), o residenti al Sud e nelle Isole (33%).

Il gender gap nell’economia domestica

La media mensile per potersi garantire l’indipendenza finanziaria è di 1.778 euro. Tra le single con figli a carico sale a 2.060 euro, e tra le occupate full time a 1.984 euro. Valori più bassi si riscontrano tra chi risiede al Sud o nelle Isole (1.632 euro), e tra le non occupate (1.521 euro). Il gender gap è particolarmente evidente nell’economia domestica. Nel 64% dei casi, infatti, è il partner maschile a guadagnare più della donna, nel 20% le entrate coincidono, mentre nel 16% sono le donne a contribuire al bilancio famigliare con un’entrata maggiore. La situazione però si ribalta completamente quando si esamina chi si occupa concretamente dell’economia domestica. Qui la prevalenza della donna nei confronti del partner è schiacciante (66% vs 5%), anche se la gestione del denaro spesso risulta confinata tra le mura domestiche.

L’identikit degli investimenti “in rosa”

Il 65% delle intervistate dichiara di non avere mai fatto investimenti. Chi lo ha fatto (35%) ha scelto soprattutto azioni e immobili o in maniera minore (1 donna su 10) oggetti preziosi come gioielli e opere d’arte. La maggior parte degli investimenti “in rosa” si registrano nel Nord-Est e nella fascia di età 45-55 tra le occupate full-time. In ogni caso, tra i principali ostacoli agli investimenti ci sono la mancanza di denaro (55%), poche conoscenze finanziarie (39%) e tasse troppo alte (19%). Inoltre, più di una donna su quattro dichiara che potrebbe essere convinta a investire se le piattaforme online di investimento promuovessero maggiormente l’educazione finanziaria.

Coronavirus, con il lockdown gli italiani ingrassano di 2 Kg

Coronavirus, con il lockdown gli italiani ingrassano di 2 Kg

Dopo due mesi trascorsi tra la cucina e il salotto a causa dal lockdown, nel carrello della spesa degli italiani il cibo e il comfort food aumentano del 18%. Questo, anche per le festività pasquali, avvenute in concomitanza della quarantena, che hanno favorito un vero e proprio boom di alimenti “consolatori”, come dolci, farine per fare il pane in casa, piatti pronti. Cibi ricchi di calorie, zuccheri, grassi e carboidrati. Con l’arrivo della Fase 2 per gli italiani scatta quindi la guerra alla bilancia. Grazie alla domiciliazione forzata i nostri connazionali sono ingrassati di almeno un paio di chili. Lo sostiene la Coldiretti, che in occasione dell’avvio della Fase 2, ha stimato l’aumento di peso degli italiani basandosi sui dati dei consumi nazionali di Ismea.

Il boom del comfort food

I dati dei consumi nazionali dell’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare nel periodo compreso tra il 16 marzo e il 12 aprile hanno appunto visto crescere del 18% la spesa di cibo finito sulle tavole degli italiani.

Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno Ismea ha evidenziato un vero e proprio boom del cosiddetto “comfort food”, ricco di calorie, ma in particolare, sottolinea la Coldiretti, una ordalia di zuccheri, grassi e carboidrati.

Fase 2, obiettivo recuperare la forma perduta

Secondo Ismea in un mese sulle tavole degli italiani sono finiti +150% di farine e semole, +14% di pane, crackers e grissini, +7% di pasta e gnocchi, +38% di impasti base e pizze, +13% di dolci, +24% di primi piatti pronti, oltre a un +37% di olio di semi usato per fritture di ogni tipo, dolci e salate. Con l’inizio della Fase 2, che permette passeggiate e allenamenti singoli, con il via libera a runner e ciclisti, la perdita di peso diventa però un obiettivo prioritario. Il 47% degli italiani secondo Coldiretti/Ixè sono attenti alla dieta, e si metteranno in moto per riprendere la forma perduta, riporta Ansa.

Consumare più frutta e verdura per mantenersi in salute

Un aiuto viene dalla grande disponibilità lungo tutta la Penisola di frutta e verdura, che in questa stagione garantiscono anche una riserva naturale di vitamine, consigliate anche dall’Iss (Istituto superiore di sanità) per mantenersi in salute. Sul sito dell’Iss si possono infatti trovare i consigli sull’alimentazione durante l’emergenza Covid-19. Che invitano proprio ad “aumentare la quota di alimenti vegetali nella nostra dieta”, con “più frutta e verdura e più legumi in ogni pasto della giornata”.

Smart working, 1 donna su 3 lavora più di prima

Smart working, 1 donna su 3 lavora più di prima

Per garantire continuità al proprio business e tutelare la salute dei dipendenti in questo periodo le aziende sono ricorse a un uso massiccio dello smart working. Dalla ricerca #IOLAVORODACASA, condotta da Valore D Oltre su oltre 1300 lavoratori, tra dipendenti e non di multinazionali e Pmi, emerge che il 93% degli intervistati sta lavorando da casa. Ma per le donne lo smart working, più che smart, è extreme. Secondo l’analisi, infatti, una donna su tre lavora più di prima, mentre tra gli uomini il rapporto è di 1 su 5. Il 60% del campione femminile dipendente però era già abituato a lavorare in modalità lavoro agile. Ma non è facile concentrarsi in un momento di convivenza familiare prolungata e forzata. E c’è chi non riesce, o fa fatica, a mantenere un equilibrio tra il lavoro e la vita domestica.

Millennials più confuse rispetto alle Baby Boomers 

Pur avendo una forte tenuta emotiva (oltre il 60% delle donne ha espresso sentimenti positivi e di rinnovamento) il 40% delle donne vive questo periodo con ansia, rabbia e confusione. In particolare la generazione delle Millennials, che si sentono molto più confuse rispetto alle Baby Boomers (22.8% le prime contro il 6% delle seconde).

“La ricerca conferma che la responsabilità della cura famigliare continua a gravare in prevalenza sulle donne, che soprattutto in questa situazione di emergenza, fanno fatica a conciliare la vita professionale con quella personale – commenta Barbara Falcomer, direttrice generale di Valore D -. Sarebbe invece auspicabile che proprio momenti di crisi come questi potessero aiutare a sviluppare una maggiore corresponsabilità genitoriale, che alleggerisca la donna dal duplice carico famigliare e professionale”.

Parola d’ordine, resilienza

La resilienza è un aspetto che caratterizza in modo importante la fascia femminile sopra i 40 anni. Oltre il 48% di loro ha espresso una forte capacità di affrontare e superare questo periodo di difficoltà, contro l’11% delle donne sotto i 30 anni. In compenso, la speranza è un sentimento trasversale, che in questo momento accomuna le donne di tutte le generazioni, con un leggero incremento tra chi ha meno di 40 anni.

In ogni caso, quasi la totalità degli intervistati (90%) ritiene che le aziende siano intervenute prontamente, e spesso abbiano anticipato le disposizioni governative.

Pause caffè e pranzi virtuali, o video call di gruppo

Anche la dimensione ludica aiuta a tenere alto il morale. Alcune aziende mantengono viva la Community attraverso il gruppo Facebook aziendale o apposite piattaforme utilizzate per attività sia business sia leisure (sport, cucina ecc.). Importanti, poi, si rivelano anche le relazioni tra colleghi, che per condividere la difficoltà del momento e allentare la tensione si ritrovano per pause caffè e pranzi virtuali, o video call di gruppo. E il futuro? La maggior parte (85%) crede che in futuro questa situazione contribuirà a introdurre, modificare, e rinforzare il modello di smart working in azienda.

Criptovalute, vola la capitalizzazione: +44,1% nel 2019

Criptovalute, vola la capitalizzazione: +44,1% nel 2019

L’intera capitalizzazione del mercato delle criptovalute chiude il 2019 a 180 miliardi di dollari. Un aumento record del 44,1%, per guadagni di 60 miliardi di dollari dall’inizio del 2019. Lo evidenzia il Secondo il Rapporto annuale di CoinGecko relativo al 2019, secondo il quale all’impennata delle criptovalute si intreccia la crescita vorticosa dei bancomat Atm che cambiano i bitcoin, in aumento di 11 unità al giorno. Allo sviluppo del settore criptovalute hanno contribuito in maniera decisiva gli investimenti nel settore di grandi aziende globali, come  Facebook, JPMorgan, Microsoft, Shopify, Tesla, Telegram, Ibm, ma anche di governi, come quello cinese.

Bitcoin, la risorsa più performante del 2019

In particolare, il volume degli scambi del mercato basato sulla tecnologia blockchain è aumentato del 600% nel 2019 e continua a crescere. Con una capitalizzazione di mercato superiore ai 150 miliardi di dollari, non sorprende che Bitcoin (Btc) sia stata la risorsa più performante del 2019. Dopo il suo lancio nel 2009, è diventata la criptovaluta più popolare al mondo e da allora domina il mercato, mentre al secondo posto troviamo Ethereum, nata nel 2015 e con una capitalizzazione di 17,50 miliardi di dollari. Ricerche e sondaggi di istituzioni come il World Economic Forum, Deloitte o McKinsey calcolano che fino al 10% del Pil globale,  ovvero 10 trilioni di dollari su un totale di 100 trilioni di dollari, sarà gestito mediante l’aiuto della tecnologia blockchain entro il 2027.

Rivoluzione blockchain, un punto di non ritorno

Si tratta di numeri che aiutano a capire la prospettiva e il potenziale della rivoluzione blockchain. “Ormai banche, governi e multinazionali stanno adattando le proprie infrastrutture monetarie a nuovi concetti di crittografia e decentralizzazione, è un punto di non ritorno – spiega Gian Luca Comandini, membro della Task Force Blockchain del Mise, professore di Blockchain all’Università Guglielmo Marconi di Roma e fondatore di Blockchain Core -. In un futuro in costante e rapida trasformazione è importantissimo che anche l’Italia faccia la sua parte e si affacci da leader nel settore fintech anche nel panorama globale”.

Nel prossimo decennio si assisterà al collasso di tanti sistemi intermediari

Secondo Comandini, riporta Adnkronos, dobbiamo quindi prepararci “ad assistere nel prossimo decennio al collasso di tanti sistemi intermediari che hanno causato fin troppe crisi e problemi globali e ad accogliere nel bene e nel male una nuova era di decentralizzazione”. Questo, osserva ancora Comandini, “impatterà su tutto, non solo sul nostro sistema economico e monetario che tuttavia è il primo a essere rivoluzionato. Speriamo solo che la gente decida di utilizzare bitcoin e non altre tipe di monete pseudo-decentralizzate”.