Cosa ci spinge a raccontare così tanto di noi sui social network? Negli ultimi anni i social hanno trasformato il modo in cui viviamo e ci relazioniamo, e l’abitudine di condividere ogni dettaglio della propria vita è una delle espressioni più emblematiche di questa trasformazione.
Come riporta Demografica/Adnkronos, secondo Marco Cacioppo, ordinario di Psicologia Dinamica presso l’Università Lumsa di Roma, è fondamentale distinguere tra un uso problematico dei social e una vera e propria dipendenza psicopatologica.
“L’oversharing è parte di una dinamica complessa ed estremamente rapida nel suo sviluppo – spiega -. L’impulso a condividere è radicato nel desiderio di essere visti e accettati. La necessità di approvazione è diventata parte integrante delle esperienze quotidiane, rendendo i social una piattaforma per validare la propria identità”.
Una questione generazionale?
La rivoluzione tecnologica offre connessione e visibilità, ma ridefinisce anche il valore delle esperienze personali. Sentirsi ‘riconosciuti’ attraverso like o commenti trasforma il modo in cui percepiamo noi stessi e le nostre esperienze.
“Con uno smartphone possiamo raccontare la nostra vita a una platea infinita, ma ciò comporta anche il rischio che un momento della nostra esistenza valga di più solo se condiviso”, aggiunge Cacioppo.
Ed è nei giovani che l’oversharing assume caratteristiche peculiari. L’esposizione precoce alla visibilità digitale ha normalizzato l’idea che la vita privata sia anche pubblica, un ‘fenomeno culturale’ che riflette il contesto in cui adolescenti e giovani adulti sono nati e cresciuti.
Ma la dipendenza da conferme digitali può portare a conseguenze emotive significative, come insicurezze e sentimenti di inadeguatezza. Le reazioni ai like mancanti, ad esempio, possono essere percepiti come un rifiuto.
Rifugio o trappola emotiva?
“Il crescente interesse per la psicologia e la salute mentale è sicuramente positivo – prosegue Cacioppo -, ma l’idea che l’oversharing possa essere una forma di autoterapia è discutibile”. Spesso, la condivisione eccessiva è un tentativo di regolare emozioni difficili o di compensare fragilità nell’autostima, ma raramente risulta una strategia efficace. E il problema non è Internet in sé. “Condividere troppo può esporre le nostre vulnerabilità senza aiutarci realmente a elaborarle”.
La ricerca di approvazione attraverso i social può portare a dipendere sempre più da un sistema di validazione esterno, rendendo difficile un’autoregolazione emotiva autentica e autonoma.
Il limite tra condivisione sana e patologica è labile
L’oversharing può diventare un problema quando compromette le relazioni interpersonali. Se condividere online diventa più importante delle interazioni fra persone ‘presenti’ c’è un problema”. Un esempio emblematico è il fenomeno del phubbing, ovvero ignorare chi ci sta vicino per concentrarsi sullo smartphone. “È paradossale -, riflette Cacioppo -, ma ignoriamo chi c’è per rivolgerci a chi non c’è”.
Il phubbing si collega a retaggi familiari e relazionali poco coinvolgenti, che spingono gli individui a cercare connessioni emotive altrove. Questo comportamento si intreccia con l’oversharing, evidenziando come la ricerca di popolarità online spesso si sostituisca al bisogno di relazioni autentiche. Condividere ‘troppo’ può indicare una difficoltà nel costruire legami profondi e reciproci.