Acqua, focus sulla gestione idrica dal 2020 al 2024

Lo rileva il focus Istat sulla gestione idrica delle acque in Italia tra il 2020 e il 2024: nel 2022 i gestori dei servizi idrici per uso civile erano 2.110, per l’82,4% Comuni/enti locali (enti in economia) e per il 17,6% gestori specializzati. Questi ultimi hanno svolto almeno uno dei servizi idrici pubblici, come prelievo di acqua per uso potabile, distribuzione dell’acqua potabile, fognatura, depurazione delle acque reflue urbane. Quattro enti specializzati su 10 si sono occupati dell’intera filiera, dal prelievo alla depurazione.

A seguito della riforma che nel 1994 ha introdotto il servizio idrico integrato, il numero dei gestori è diminuito progressivamente.
Secondo il focus Istat, condotto in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, celebrata il 22 marzo, rispetto al 2020 la riduzione è di 281 gestori, dovuta ai cambiamenti nella gestione soprattutto nelle province di Como, Varese e Rieti.

Persiste la frammentazione nella gestione del servizio

L’attuazione della riforma è tuttavia ancora incompleta, e persiste una significativa frammentazione nella gestione del servizio idrico, soprattutto in Calabria, Campania, Molise, Sicilia, Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e nelle province autonome di Bolzano/Bozen e Trento.
Nel triennio 2022-2024 sono però emersi importanti segnali di integrazione gestionale.

Nel 2022, il prelievo di acqua per uso potabile è gestito da 1.492 enti (-127 vs 2020): nel 79,4% dei casi si tratta di gestori in economia (1.184 enti) e nel restante 20,6% di gestori specializzati (308).
Calabria (262) e Sicilia (248) sono i territori con il maggior numero di operatori attivi nell’ambito del prelievo idropotabile. Di contro, sempre nel 2022, il numero minore di gestori (4) è in Umbria e Basilicata.

Gli enti specializzati dominano il prelievo idropotabile

Benché in numero nettamente inferiore, gli enti gestori specializzati dominano il prelievo idropotabile, poiché operano su ampie aree e su fonti di approvvigionamento rilevanti.

Nel 2022, dei 9,14 miliardi di metri cubi di acqua prelevata per uso potabile i 308 gestori specializzati hanno prelevato il 91% del totale (8,3 miliardi di mq), testimonianza del progressivo processo di accentramento nella gestione del servizio. I 1.184 gestori in economia sono invece responsabili del prelievo del 9% (812 milioni di mq), quasi interamente derivati da fonti sotterranee.

Nel distretto idrografico dell’Appennino settentrionale i prelievi sono gestiti quasi esclusivamente da enti specializzati, che coprono il 99% del volume, lasciando solo l’1% alla gestione in economia.

Dall’approvvigionamento alla distribuzione: un panorama diversificato

Il panorama dei gestori delle fonti di approvvigionamento per uso potabile evidenzia una marcata diversificazione a livello locale.
La maggior parte dei gestori che si occupa dell’approvvigionamento gestisce anche la distribuzione comunale dell’acqua (1.437, oltre il 95% degli enti).

A questi enti si affiancano operatori che nel ciclo potabile si occupano esclusivamente del prelievo.
Accanto ai gestori di sovra-ambito e ai grossisti di acqua per uso potabile, che movimentano volumi significativi destinati ai gestori di rete, operano infatti anche piccole gestioni che amministrano fonti idriche più limitate, poi convogliate alla distribuzione.

Credito alle imprese: importi erogati +2,4%, ma preoccupano i tassi di default

In un contesto caratterizzato da una progressiva riduzione dei tassi di interesse da parte della BCE, nei primi 9 mesi del 2024 l’andamento del credito erogato alle imprese resta sostanzialmente stabile in termini di numero di finanziamenti (+0,9%). Rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente, mostra però una lieve crescita in termini di importi (+2,4%)

Quanto al tasso di default delle società di capitali, a fine 2024 si stima un leggero incremento, con il valore assestato intorno al 2,9% (2,46% giugno 2024).
Sono alcune evidenze emerse dall’ultimo Osservatorio sulle Imprese realizzato da CRIF, elaborato su dati del patrimonio informativo del Sistema di Informazioni Creditizie EURISC.

Rischiosità per forme societarie

Analizzando le forme di finanziamento rateali, rispetto al corrispondente periodo del 2023, si evidenzia una crescita degli importi erogati alle imprese più marcata (+4,6% vs +2,4% complessivo), sostenuta, in particolare, dall’andamento dei mutui chirografari e prestiti (+9,1%).
In merito alla rischiosità delle imprese italiane, nella prima parte del 2024 ha continuato ad attestarsi su livelli coerenti a quelli di fine 2023.

In particolare, il tasso di default medio a giugno 2024 è stato pari al 2,3%, con le ditte individuali al 2,4%, le società di persone al 1,6% e le società di capitali al 2,5%.

Uno scenario economico domestico fragile

Ciò nonostante, per le società di capitali si stima un incremento leggero a fine 2024, che dovrebbe essere più marcato nel 2025.
In previsione, tale crescita della rischiosità creditizia sarà influenzata dal permanere di un contesto di instabilità a livello globale, che continuerà a risentire degli effetti delle tensioni geopolitiche che stanno interessando diverse aree del mondo (Medio Oriente, Ucraina, ecc.) e dalle scelte politiche ed economiche da parte di USA, Cina ed Europa.

A ciò si aggiunge uno scenario economico domestico fragile, con settori rilevanti che stanno mostrando segni di vulnerabilità, quali ad esempio il settore Tessile e l’Automotive.

Ma c’è qualche segnale positivo

“La progressiva riduzione dei tassi di interesse e un livello accettabile di inflazione rappresentano segnali positivi per le imprese italiane. Questi dovrebbero favorire una progressiva crescita della domanda di credito anche nel corso del 2025 – afferma Luca D’Amico, CEO di CRIF Ratings -. Tuttavia, il fragile contesto economico e geopolitico ha influenzato e continuerà a influenzare la rischiosità delle aziende italiane. Per il tasso di default medio delle società di capitali si prevede una crescita maggiore nel corso di quest’anno, con la stima che si attesti al 3,5% per la fine del 2025”.

PNRR: un’opportunità unica per la digitalizzazione made in Italy 

L’Italia si trova in una fase cruciale per l’attuazione dell’Agenda Digitale. Grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), il nostro Paese ha accesso a risorse senza precedenti per la trasformazione digitale: 47 miliardi di euro tra il 2021 e giugno 2026, corrispondenti al 37% dei finanziamenti europei dedicati alla digitalizzazione nel programma Next Generation EU. Questo importo supera di gran lunga quello di altri Paesi: la Spagna ha previsto 20 miliardi di euro, la Germania 13, la Francia 9 e ben 19 Stati membri meno di 2 miliardi.

L’Italia ha gestito finora questi investimenti con efficacia, avendo già raggiunto il 53% degli obiettivi e delle milestone concordate con l’Unione Europea. Tuttavia, ora inizia la fase più complessa, in cui il successo del piano dovrà tradursi in benefici tangibili per l’economia e la società. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Agenda Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, i prossimi anni saranno decisivi per garantire la continuità degli investimenti e il pieno sfruttamento delle risorse.

Il ruolo strategico della Pubblica Amministrazione

La Pubblica Amministrazione (PA) è al centro della trasformazione digitale del Paese. Più del 60% delle risorse del PNRR destinate alla digitalizzazione, inclusi il 33% della Missione 1, sono indirizzate alla PA centrale, locale e alle imprese pubbliche. Finora, i progressi sono stati molti, ma la sfida principale sarà garantire che gli investimenti e le riforme producano risultati concreti, come la semplificazione dei processi amministrativi e l’aumento dell’efficienza.

Entro la fine del 2024, l’Italia dovrà rispettare target fondamentali, tra cui la riduzione delle cause pendenti nei tribunali ordinari (-65%) e nelle corti d’appello civili (-55%), oltre a migliorare i tempi di gestione delle gare pubbliche.

L’Italia tra innovazione e ritardi

Secondo gli indicatori della Digital Decade 2030 della Commissione Europea, il Paese mostra sì importanti progressi, ma permangono alcune criticità. Le infrastrutture digitali hanno registrato miglioramenti: il 60% delle famiglie dispone di una connessione a banda larga di almeno 100 Mbps, superando Francia (51%) e Germania (39%), ma restiamo indietro rispetto alla Spagna (88%). Siamo invece in linea con la media europea per la connettività a 1 Gbps e lo sviluppo del 5G.

Nel settore delle imprese, il 70% delle PMI italiane ha un livello digitale di base, un dato leggermente superiore alla media UE (69%). Tuttavia, siamo ancora indietro nell’adozione di tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale e i big data. Per quanto riguarda le competenze digitali, solo il 46% degli italiani tra i 16 e i 74 anni ha conoscenze informatiche di base, ben al di sotto della media europea del 54%. Il divario è ancora più evidente nel settore ICT, con solo l’1,5% dei laureati italiani specializzati in questo ambito, contro il 4,2% della media UE.

Due velocità fra Nord e Sud del Paese

L’Italia ha fatto progressi nei servizi pubblici digitali, con ottimi risultati nella disponibilità di open data e nell’interazione online con la PA (76% degli italiani contro il 74% della media UE). Tuttavia, persistono difficoltà nella digitalizzazione dei moduli di eGovernment e nella trasparenza dei servizi.

Le disparità regionali restano un problema: le regioni del Centro-Nord mostrano livelli di digitalizzazione superiori rispetto a quelle del Mezzogiorno, evidenziando la necessità di strategie differenziate e mirate.

Il futuro della digitalizzazione

L’Italia sta adottando il modello “Government as a Platform” per rendere più accessibili e interoperabili i servizi pubblici digitali. Iniziative come l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR), il Fascicolo Sanitario Elettronico, SPID e l’App IO stanno contribuendo a una maggiore efficienza amministrativa.

Tuttavia, per garantire un futuro sostenibile alla digitalizzazione, è essenziale pianificare oltre il 2026, coordinando il PNRR con altri piani strategici e accelerando la spesa dei fondi disponibili.

Giubileo: l’inerzia sulle sfide globali costa il 63% del PIL

A quanto ammonta la stima del costo annuo dell’inazione rispetto alle grandi questioni socio-economiche del tempo attuale, come il cambiamento climatico, l’invecchiamento della popolazione, la polarizzazione della ricchezza? Circa 66 mila miliardi di dollari, circa il 63% del Pil globale.

È quanto emerge dalla ricerca di Deloitte dal titolo ‘Globalizzare la solidarietà’, che sarà presentata nel corso dell’evento ‘Giubileo 2025 – 100 giorni all’apertura della Porta Santa’ presso la sede di Deloitte a Roma.
Dalla ricerca Deloitte, emergono tre macro temi. E il primo riguarda proprio il costo economico sociale delle grandi sfide di oggi.

Il prezzo del non-intervento grava sulla collettività

“Cambiamento climatico, invecchiamento della popolazione, polarizzazione della ricchezza, guerre e instabilità politica, pandemie e crisi sanitarie, povertà e analfabetismo, fame nel mondo, discriminazioni e migrazioni forzate – spiega una nota – sono problematiche sociali che oltre ai risvolti etici comportano costi enormi per l’umanità. L’impatto sull’economia in termini di costi di queste grandi problematiche mondiali, infatti, è pari a circa 66 mila miliardi di dollari all’anno, equivalenti a circa il 63% del Pil mondiale. Non intervenire equivale ad arrecare un costo per la collettività di circa 1,1 milioni di miliardi di dollari nei prossimi 30 anni”.

Un mondo sempre più complesso alimenta la sfiducia

“Dall’indagine demoscopica condotta in Italia, Francia, Germania, Spagna, UK e USA – si legge ancora – emerge che oggi circa 8 persone su 10 (91% nel caso dell’Italia) pensano che la nostra epoca sia caratterizzata da una maggiore complessità rispetto al passato. Rispetto alle sfide del nostro tempo, meno di una persona su due ritiene che si stia facendo il possibile a livello internazionale per porre rimedio. A fare da contraltare a questo percepito, però, c’è anche la convinzione del 65% secondo cui la situazione è ancora recuperabile”.

Guerre e instabilità politica sono tra le maggiori preoccupazioni

“Interrogati sulle grandi sfide del nostro tempo – continua la nota -, gli italiani pensano che le più preoccupanti siano ‘guerra e instabilità politica’ (92%), ‘povertà’ (93%) e ‘migrazioni forzate’. Anche negli altri Paesi emerge grande preoccupazione per la guerra e l’instabilità politica, un tema considerato prioritario dall’83% delle persone in UK, dall’84% dei francesi, dal 91% degli spagnoli, dall’82% dei tedeschi e dall’86% degli statunitensi. Quanto alla ‘fiducia in un mondo migliore’, riporta Ansa, emerge una significativa tendenza per cui questa diminuisce all’aumentare dell’età, con una quota di ‘ottimisti’ pari al 63% tra la GenZ, 53% tra i Millennial, 38% tra i Gen X e 29% tra i Baby Boomer”.

Open innovation, perchè piace alle aziende italiane?

Le aziende italiane continuano a investire nell’innovazione, con l’88% delle grandi imprese che adotta pratiche di Open Innovation. Quasi la metà di queste collabora stabilmente con startup: segno evidente di un approccio sempre più orientato all’ecosistema esterno per stimolare la competitività e trovare nuove soluzioni tecnologiche.

Gli investimenti ICT e il ruolo dell’intelligenza artificiale

Nonostante il contesto economico incerto, le aziende continuano a puntare sul digitale. Nel 2025, i budget destinati all’ICT cresceranno dell’1,5%, con picchi tra le piccole (+3,7%) e medie imprese (+4%).

Le grandi organizzazioni, pur con tassi più contenuti, confermano l’importanza di soluzioni avanzate: la cybersecurity (57%) e la business intelligence sono in cima agli investimenti, mentre l’intelligenza artificiale sale al terzo posto, con il 43% delle aziende pronte a investirvi. Tra le PMI, invece, prevalgono investimenti in sicurezza informatica, cloud e tecnologie legate all’Industria 4.0.

Innovazione digitale nelle imprese: strategie e ostacoli

Il digitale è ormai parte integrante dei piani strategici delle grandi imprese italiane, ma solo il 5% lo considera la leva principale per il business. Poco più della metà delle organizzazioni ha formalizzato una strategia digitale, ma appena l’8% utilizza metriche consolidate per valutare l’impatto dell’innovazione.

La misurazione si concentra spesso su risultati economici a breve termine, mentre resta limitata l’attenzione agli effetti di lungo periodo, come lo sviluppo di competenze o l’evoluzione della cultura aziendale.

Collaborazioni esterne: il ruolo di startup, università e centri di ricerca

Le risorse esterne sono ormai fondamentali per l’innovazione. Le grandi aziende collaborano con università e centri di ricerca (31%), startup (27%) e fornitori ICT (27%). Tra le iniziative di Open Innovation, spiccano le partnership con startup innovative, che il 48% delle grandi imprese ha avviato da almeno tre anni.

Tra le PMI, invece, solo l’8% considera di avviare collaborazioni con startup. Esiste quindi una una significativa deferenza di approccio fra aziende grandi e piccole.  

Open innovation e sostenibilità

L’innovazione si intreccia sempre più spesso con la sostenibilità. Circa il 56% delle aziende collabora con università e centri di ricerca su progetti sostenibili, mentre il 46% si affida alle startup per soluzioni innovative.

Questo approccio sottolinea come l’Open Innovation stia favorendo lo sviluppo di modelli di business capaci di generare impatti positivi, sia dal punto di vista ambientale sia sociale.

Le sfide della trasformazione digitale

Nonostante i progressi, le aziende incontrano ostacoli nel coordinare l’innovazione con le esigenze delle business unit (45%) e nell’ingaggiare efficacemente i dipendenti (38%).

Per superare queste difficoltà, le organizzazioni più mature adottano iniziative di Corporate Entrepreneurship, stimolando competenze imprenditoriali e metodologie innovative attraverso percorsi pratici e formazione.

Perché i social media hanno ucciso la televisione?

Sono 29 milioni gli italiani che seguono almeno un influencer sui social media, di cui circa il 50% orienta i propri acquisti in base ai consigli diffusi dai content creator. Nel 2023 l’advertising online e sui social media ha superato gli investimenti in ambito pubblicitario televisivo. In Italia sono stati investiti 10,2 miliardi di euro nella pubblicità, di cui oltre il 48% del totale destinato al digital e il 35% alla TV (fonte: Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano).

Insomma, i social network stanno diventando la nuova tv, perché si sono trasformati da network di persone a piattaforme di contenuti, show, rubriche, serie che si ripetono proprio come nel palinsesto televisivo.
La fruizione classica dei contenuti televisivi tramonta in favore di una direzione multipiattaforma e multidevice.

Nuovi potenti “consigli per gli acquisti”

Soppiantato il contenuto freddamente pubblicitario, che lavora solo sull’awareness, oggi l’utente viene convinto ad acquistare con un video esplicativo, una narrazione, un accompagnamento nell’esperienza. Secondo l’Osservatorio InSIdE, promosso da Pulse Advertising Italia, il 20% degli utenti intensivi di TikTok dichiara di aver preso in considerazione un prodotto Beauty perché raccontato da un creator, segue il 19% di prodotti Tech e il 13% di servizi di Entertainment.

In pratica, i cosidetti ‘recommendation media’ (Youtube, Meta e Tiktok) potrebbero essere paragonati alla nuova forma di televisione proprio per i contenuti che propongono, guidati dell’algoritmo che accompagna l’utente nella fruizione di un ‘palinsesto’ scelto sui suoi gusti.

Il fenomeno Social TV

Se la tv via cavo resta fonte di informazione e intrattenimento solo per un pubblico ‘anziano’ l’utente più giovane, abituato a contenuti veloci, non segue un intero programma, ma guarda solo gli highlights diffusi quasi in tempo reale. Da qui nasce il fenomeno chiamato Social TV, che riguarda tutte le interazioni scaturite dalla rete in seguito alla visione di una trasmissione o un evento televisivo.

Fenomeno cavalcato consapevolmente dalle stesse reti tv, che grazie alla presenza sui social con profili ufficiali, popolati da ‘minipillole’ dei momenti salienti della trasmissione, alimentano la notorietà di certi personaggi e del programma stesso.

“Il pubblico premia coerenza e storytelling, e se si fida, compra”

“I canali social permettono di comunicare in modo veloce e diretto, diminuendo la distanza tra utente e creator e canalizzano l’acquisto. Sui social la pubblicità funziona ed è misurabile – spiega Claudio Burchi, Executive Director di Pulse Advertising Italia -. La nostra analisi ha confermato che oggi i content creator sono un riferimento importante per i brand che investono sui social, il pubblico social premia coerenza e storytelling, e se si fida, compra. La fiducia verso il creator resta il punto chiave dell’interazione sui social e muove l’utente verso l’acquisto, con un importante incremento della percentuale degli intervistati che afferma di fidarsi dei consigli degli influencer che segue: dal 45% del 2023 al 50% di quest’anno”.

Cloud: l’Intelligenza artificiale fa correre il mercato. In Italia +24%

I dati della quattordicesima edizione dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, parlano chiaro. Grazie all’Intelligenza artificiale, nel 2024 il mercato del Cloud italiano cresce del +24% rispetto al 2023, raggoungendo un valore di 6,8 miliardi di euro. Si tratta dell’incremento più alto registrato negli ultimi 6 anni, superiore anche a quello del 2020 caratterizzato dai lockdown, quando aveva toccato il +20%.

“All’interno delle grandi organizzazioni italiane l’87% delle soluzioni con funzionalità di AI sfrutta modelli di servizio in Cloud – afferma Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio -. La nuvola si conferma dunque un pilastro imprescindibile per il percorso di digitalizzazione delle imprese del nostro Paese e consentirà di rispondere all’enorme domanda di servizi connessi all’AI”.

Public & Hybrid Cloud, +30%

Anche nel 2024 è il Public & Hybrid Cloud a evidenziare la dinamica di crescita più significativa (4,8 miliardi di euro, +30%). In questo comparto, gli Infrastructure As-A-Service (IaaS, 2,1 miliardi, +42%) sorpassano i servizi Software (SaaS), posizionandosi per la prima volta come componente principale nel mix complessivo (44%).

A guidare, sono i servizi infrastrutturali di computazione, con un forte incremento registrato nella spesa delle Virtual Machine per ambienti di sviluppo, test e produzione, che riflette come le aziende scelgano il cloud come infrastruttura su cui sperimentare, e poi costruire, le applicazioni, soprattutto quelle più innovative.

Il Virtual & Hosted Private Cloud, cioè i servizi infrastrutturali residenti presso fornitori esterni, raggiunge invece 1,139 miliardi (+10%), mentre la Data Center Automation, ossia la modernizzazione delle infrastrutture on-premises, cresce del +9% (817 milioni).

Platform-as-Service, +23%

Segno più anche per il Platform-as-Service (PaaS), che registra una crescita del +23% (845 milioni), spinto dall’utilizzo di componenti di AI quali, ad esempio, gli LLM messi a disposizione tramite API.

Crescita superiore alla media anche per la spesa in Serverless Computing per una maggiore efficienza nella gestione dei sistemi informativi. Quanto al SaaS, registra +21% (1,8 miliardi). Una dinamica di crescita ancora una volta legata alla possibilità di accedere a tecnologie di AI, sia con l’acquisto di software pronti all’uso sia con l’integrazione di funzionalità AI nelle piattaforme di gestione documentale e collaboration.

Pmi meno investire dall’hype generativo

Nel 2024, meno investite dall’hype generativo, le Pmi, per le quali l’adozione del Cloud rimane stabile (67%), ma cresce la spesa in Public e Hybrid Cloud (+21%, 581 milioni).
Al contrario, l’84% delle grandi imprese ha migrato in cloud la totalità dei dati critici legati alle attività di core business (32%) o una parte (52%). Il livello di fiducia da parte delle aziende si evince dalla propensione pressoché nulla a far ricorso alla cosiddetta ‘repatriation’, il trasferimento di dati e applicazioni dal cloud pubblico a sistemi on-premise o privati (2%).

Il 58% delle grandi organizzazioni, però, riscontra difficoltà nel governare la spesa dei servizi. Resta centrale anche il tema delle competenze (il 54% non dispone di skill adeguate) e della gestione della sicurezza (43%).

Fra due anni il 50% dei notebook avrà l’Intelligenza artificiale

Entro il 2026 il settore dei computer dotati di hardware e software di Intelligenza artificiale crescerà quasi del 100% (99,8%). E se alla fine del prossimo anno, il numero di spedizioni di computer portatili con l’AI arriverà a oltre 100 milioni, entro il 2024 saranno poco più di 40 milioni. 

Secondo gli analisti di Gartner, fra due anni il 51% di tutti i notebook acquistati al mondo sarà con l’Intelligenza artificiale.
Stando all’agenzia, quindi, un portatile su due spedito rientrerà nella cosiddetta categoria degli ‘AI Pc’, ovvero, i computer di nuova generazione.

II boom farà decrescere velocemente il segmento dei pc tradizionali 

Come ha spiegato in una nota ufficiale Ranjit Atwal, senior director analyst di Gartner, il boom farà decrescere velocemente il segmento dei computer tradizionali, notoriamente nelle mani della piattaforma x86 di Intel.

“I dispositivi AI basati su chip di Arm prenderanno quota – ha sottolineato Ranjit Atwal -. I primi però non scompariranno, con un consolidamento nel settore dei prodotti per uso aziendale”.

I desktop sono destinati a scomparire?

Quanto alla categoria dei computer desktop, i cosiddetti pc ‘fissi’, a fine 2023 sono stati solo 1,3 milioni quelli spediti con funzionalità di nuova generazione. A fine 2024, il numero raggiungerà i 2,5 milioni, per superare gli 11,8 milioni il prossimo anno. 
In ogni caso, in una finestra di riferimento non così lontana, è probabile che i computer desktop perderanno sempre più interesse, a vantaggio dei più versatili notebook.

“La domanda sarà presto: ‘quale’ PC AI acquistare, e non, ‘se’ comprarne uno -. ha aggiunto Ranjit Atwal -. È tuttavia improbabile che persone e aziende paghino un extra per le funzionalità di Intelligenza artificiale. Piuttosto, acquisteranno questi dispositivi perché sarà l’unica scelta per un ambiente di elaborazione sicuro e privato”.

Aspettando Apple Intelligence a bordo dei Mac

In attesa di vedere Apple Intelligence a bordo dei Mac, l’altra faccia della medaglia, Windows, ha già un vasto parco macchine di computer abilitati all’Intelligenza artificiale.

La certificazione Copilot+ Pc, riporta Ansa, identifica infatti i prodotti che montano, oltre a il processore (Cpu) e unità grafica (Gpu) anche una parte hardware specifica per i calcoli di Intelligenza artificiale, la neural processing unit (Npu).
Ed è proprio sull’unità ‘neurale’ che si sta giocando una nuova battaglia per il dominio del mercato da parte dei fornitori, da Intel a Qualcomm e Nvidia.

Earth Overshoot Day 2024: l’umanità è in debito con il Pianeta

Giovedì 1° agosto la domanda di risorse naturali da parte dell’umanità ha superato la capacità della Terra di rigenerarle nell’arco di un anno. Si tratta dell’Earth Overshoot Day.

In pratica, l’Earth Overshoot Day caduto il 1° agosto indica che attualmente l’umanità sta utilizzando la natura 1,7 volte più velocemente di quanto gli ecosistemi del nostro pianeta possano rigenerarsi.
A calcolare ogni anno l’Overshoot Day globale e dei singoli Paesi è il Global Footprint Network.

Danni che si accumulano nel tempo

“Tale utilizzo eccessivo compromette la sicurezza delle risorse – avverte il Global Footprint Network -. Le conseguenze di una ‘spesa’ ecologica eccessiva sono evidenti nella deforestazione, nell’erosione del suolo, nella perdita di biodiversità e nell’accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera, che porta a eventi meteorologici estremi più frequenti e a una riduzione della produzione alimentare. Sebbene l’Earth Overshoot Day sia rimasto stabile per un decennio, si verifica subito dopo che sono trascorsi 7 mesi. Nel resto dell’anno l’umanità vive di un uso eccessivo, impoverendo ulteriormente la biosfera. Pertanto, anche se la data rimane stabile, la pressione sul pianeta continua ad aumentare, poiché i danni derivanti dal superamento si accumulano nel tempo”.

Come si calcola il Global Footprint

Per determinare la data dell’Earth Overshoot Day, il Global Footprint Network mette a confronto, sulla base dei dati più recenti, la biocapacità annuale della Terra (aree terrestri e marittime biologicamente produttive) con l’impronta ecologica dell’umanità, che misura la domanda di risorse per l’intero anno- Ovvero, prodotti alimentari e fibre di origine vegetale, bestiame e prodotti ittici, legname e altri prodotti forestali, spazio per le infrastrutture urbane e foreste per assorbire le emissioni di anidride carbonica provenienti dai combustibili fossili. La data viene annunciata ogni anno il 5 giugno nella Giornata mondiale dell’Ambiente.

I dati per le singole nazioni

Guardando alle singole nazioni, l’Overshoot Day di un paese è la data in cui cadrebbe l’Earth Overshoot Day se tutta l’umanità consumasse come la popolazione di quel paese.
Quest’anno per l’Italia è stato il 19 maggio, con il risultato che sarebbero necessari quasi 3 pianeti se tutti vivessero come gli italiani.

In ‘testa’ nel ranking delle singole nazioni Qatar e Lussemburgo, che già a febbraio facevano toccare il fondo alle risorse del Pianeta, ed Emirati Arabi, Stati Uniti e Canada, seguiti anche da paesi europei come Danimarca e Belgio, che hanno esaurito ‘l’offerta’ della natura già a marzo.
Quanto alla UE nel suo complesso, riferisce Adnkronos, nel 2024 il limite è stato raggiunto il 3 maggio.

Privacy: arrivano le limitazioni ai cookie di terze parti

Entro il 2025 le big tech dovranno adeguarsi alla normativa che impone alle aziende la rimozione dei cookie di terze parti.
Negli ultimi anni, l’ecosistema dei browser web ha intrapreso un percorso verso l’evoluzione delle piattaforme, al fine di ridurre l’acquisizione di dati sensibili degli utenti che ‘atterrano’ su un sito.

Per questo motivo è fondamentale che siti web e di e-commerce inizino a prepararsi alla dismissione dei cookie di terze parti nei prossimi mesi, esplorando e implementando alternative che mantengano funzioni essenziali come il targeting pubblicitario e la misurazione. E oggi, Google Chrome e Microsoft Edge annunciano importanti sviluppi per l’industria del web, e di conseguenza, dei tracciamenti. 

Al via i test per Chrome ed Edge

Per dare alle aziende il tempo di adottare nuove tecnologie che preservano la privacy, e con l’obiettivo di posticipare la dismissione dei cookie di terze parti nel suo browser Chrome, Google ha avviato un periodo di test.

Durante questi test, l’acquisizione di cookie è stata ridotta per impostazione predefinita per l’1% degli utenti delle versioni stable e per il 20% degli utenti delle versioni Canary, Dev e Beta.
Anche Microsoft si sta preparando a rimuovere i cookie di terze parti dal suo browser Edge, cominciando a testare questa modifica sull’1% degli utenti di dispositivi non gestiti (dispositivi non controllati o amministrati da aziende o organizzazioni), e continuerà a farlo per tutto il 2024.
Questo permetterà di valutare gli effetti su clienti e partner, incoraggiando l’ecosistema a prepararsi in anticipo.

Microsoft annuncia l’API di selezione degli annunci

Edge protegge già gli utenti dai cookie di tracciamento di terze parti e dai contenuti dannosi, grazie alla prevenzione del tracciamento integrata e altre funzionalità di sicurezza.

Ma Microsoft ha annunciato un ulteriore miglioramento, con l’introduzione dell’API di selezione degli annunci.
Si tratta di una nuova funzionalità del browser, che integra solide protezioni della privacy e consente a inserzionisti ed editori di mostrare annunci pertinenti senza utilizzare cookie di terze parti, o altri identificatori di tracciamento tra siti.

Adottare nuove strategie di tag tracking

Ma come dovranno muoversi le aziende per adeguarsi alle nuove disposizioni? Secondo gli esperti di Calicantus, la transizione verso un web senza cookie di terze parti richiede un approccio proattivo da parte delle aziende. Implementando soluzioni come il Server Side Tagging e adottando nuove strategie di tag tracking, i brand possono continuare a fornire esperienze personalizzate agli loro utenti proteggendone al contempo la privacy.
“La chiave è iniziare subito a testare e adattarsi alle nuove tecnologie per essere pronti al cambiamento definitivo previsto per il 2025 – sostiene Valentino Bergamo, ceo di Calicantus – Il Server Side Tagging consente il tracciamento dei dati in modo sicuro e anonimo, trasferendo il processo di raccolta e gestione dei dati dal browser ai server. Questa tecnologia protegge la privacy degli utenti, minimizzando l’uso dei cookie di terze parti”.